IX.

_Quanti disprezzino l'oro._

_Auri sacra fames!_

Ecco le miniere dell'oro. Indossata la sopraveste dei minieratori,

salutai con animo trepidante la luce del sole, e discesi nella più

profonda e più vasta e più antica delle miniere della valle, anzi

dell'Italia. Duemila anni fa migliaia di schiavi dei Romani vi

cercavano le vene del prezioso metallo, e non ancora esaurito è il

tesoro. Il Rosa, siccome serba agli audaci che gli salgono sopra il più

stupendo spettacolo del mondo, serba nel seno tant'oro da fare di voi,

o mortali, altrettanti re Mida.

— Dove scendiamo? Nel cuore della terra? Da un'ora ormai il piede

incerto discende per iscale senza numero, di antro in pozzo, di

pozzo in caverne immense, dove la tremolante luce delle lampade non

rischiarando le stillanti e nere pareti, ne lascia supporre d'essere

penetrati nelle bolgie dantesche. — E sotto a' piedi un'altra oscura

bocca ne ingoia, e discendiamo... Ahi! Dov'è l'aura vitale della valle?

La luce onnicolore, il canto della natura?

— Discendi ancora, disse l'ospite, e vedrai quanto è grande la brama

dell'oro. Ma il petto è ansante, le nari s'allargano invano per bere

un sorso d'aria pura, e le ginocchia minacciano di lasciarmi ruzzolare

nell'abisso..... Ah! ecco l'ultima caverna.

Dove sono gli immortali cattivi di Minosse? Ma laggiù la turba che si

smaniava non v'era precipitata per l'ira del Ghibellino — laggiù non

le pietose visioni delle Francesche, delle Pie, delle Piccarde — ma sì

l'urlo dell'Ugolino: ho fame, fame — d'oro! Le cere pallide, gli occhi

intenti che sovente si chiudevano per attendere quasi un prodigio dalla

sorte, il prodigio d'un _filone_, le labbra, balbettanti misteriose

parole, tremavano convulsivamente; i ferri, gli scalpelli sonavano

dolorosamente con affrettata vicenda sul sasso, e le girelle cigolando

con lungo e monotono gemito sotto il peso della terra da razzolare

lassù si lagnavano della faticosa bisogna. Presto, trovate l'oro, e

risalirete all'aria libera, dove v'attende il piacere. Presto — la mano

ingranchita nega l'ufficio suo — non importa, avrai tempo a riposarti

stazzonando la coppa dell'ebbrezza. Presto — l'occhio stanco di fissare

s'inietta di sangue — che vale? ti guarirà la vista di quella donna che

prediligerai. Non morderti le labbra per dispettosa impazienza — quelle

della bella si macchierebbero di sangue.

Tutti hanno ragione. La sete degli agi, dell'ozio, del piacere cresce

smisurata col ribrezzo per la povertà operosa ed onorata.

Date loro dell'oro, o roccie avare! Perchè non posseggo io la verga

di Mosè? Vi sdoccerei da questa rupe insensibile un torrente di

scintillanti verghe.

Resisterete voi al fascino di quanto vi si offre per la vostra

ricchezza? Ecco a voi la coscienza dei sacerdoti e dei giudici; a voi

pel pane e l'ozio del circo, le ovazioni della plebe; a voi l'arbitrio

della fama; a voi chi per trenta nummi tradirà la patria; a voi, per i

monili e le perle, la già pudica vergine non riluttante a vostra balìa

— la madre, a cui procuraste mense lussuriose, tace ghignando — il

marito già vendette la moglie; a voi geloso veleni e coltella; a voi

ambizioso chi vi venderà l'ingegno e la fama — al massimo buon prezzo;

— a voi vivo ancora monumenti; a voi artisti, che scambiato il vezzo

dell'ozioso nell'amore splendido delle nove sorelle, inneggieranno e di

mille fantasie abbelliranno la casa; a voi coll'oro la farsa orpellata

delle frini o la tragedia a scelta, e, orribile a dirsi, il poeta che

canta ed impreca a suono della moneta, della poca moneta, per cui tra

secoli, oscurato Mecenate, rivivrete ancora nel sospiro del vate e

della ballerina senza procolo!...

Resistete? La vertigine vi attira, la virtù e l'onore impallidiscono

al bagliore del vizio seduttore che vi tende le molli braccia..... Un

grido forsennato s'eleva dalla folla ubbriaca: la vita è pel piacere —

Dio è una noiosa chimera; tutti sacrificano al vitello d'oro, senza che

un Mosè spezzi dallo sdegno le tavole sacre sulle loro teste.

Ahi! dolorosa visione! Quanti vid'io nella turba affannata stendere

la mano per sacrificare al Dio, che io aveva tenuti con religiosa

riverenza come illibati! Attorno al tripudio, apparivano nelle fumose

scene della bolgia monumenta e forche, feste e berline.....

O infamia, sclamai cadendo sulle ginocchia, tutto adunque s'immolerà

sul tuo altare?

Quando, dalla parte opposta, come in ampia radura sconfinata, vidi

raggiante la Carità in atto verecondo sovvenire con mano fratellevole

al misero, e così trattenuto il braccio vendicatore dell'ira

divina..... Attorno alla benedetta, in cerchio, chi cantò la verità e

pugnò per la libertà per solo amore delle gemine sorelle.....

Erano pochi.

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 36 / 54 题