_L'Anzasca — Un nuovo Messia._
Più splendida giornata di questa non può darsi; tutto parla ai sensi,
al cuore, la serena allegria della giovinezza. Dimentica il viatore
ogni suo guaio per cantarellare coi passeri, che anche un pessimista
non avrebbe potuto immaginare cosa più bella di questo mattino
raffrescato da un venticello che vi fa più giovine di dieci anni, e
suscita, con una voglia matta di correre, un appetito che non sarà
l'ultimo premio ai tentatori delle Alpi.
Un'antica sbilenca e sonante carrettella tirata da un cavallo più
spigliato che snello di forme ne porta rapidamente all'Anzasca per la
bella strada che quei valligiani intesero di condurre sino alle falde
del Rosa da Piedimulera.
Il cocchiere, che non aveva ancora aperto bocca da Domo, accennò in
alto un villaggio, Cimamulera, e raccontò come un dodici o quindici
anni fa un prete, che vi era curato, seppe con tali squisitissime
arti abbindolare la gente semplice e credenzona, che in poco tempo
venne idolatrato come novello Messia, e quando poi fu per altri
misfatti carcerato in Novara, i montanari, in processione, a piedi
nudi, scendevano al piano per andare a liberarlo dai Farisei o morirvi
assieme! — Ma un drappello di carabinieri venne inopinatamente ad
opporsi alla crociata per liberare _dal sepolcro_ il sedicente Cristo.
Fu ad un tempo risìbile e compassionevole il vedere quegli apostoli di
una fede che offeriva martiri, dispersi caritatevolmente dai soldati,
mentre la Vergine — madre di più figli — S. Giuseppe e S. Pietro
erano condotti a Domodossola innanzi al capo della provincia, il
quale credette fare cosa assennata, dopo d'avere loro dato una buona
scardassata, senza lavarsene le mani come Pilato, rimandarli al loro
nido.
Da questo racconto si può dedurre a quali eccessi potesse spingere il
fanatismo religioso nei tempi remoti!
Da Cimamulera scorgesi la patria di Dolcino; forse arrisero alla mente
del nuovo settario, se non il fine, i trionfi di quell'antico. In
nessun modo però puossi far paragone fra i due.
A Ponte Grande salutai riverente un cucuzzolo del monte Rosa, l'Alpe
più stupenda dell'Europa per la vastità degli aspetti, e che non la
cede al Bianco in altezza se non di pochi metri.
Oh! come è bella la cascata di Valbianca! Poche gareggiano con essa
nella catena alpina.
Da Bannio, uno de' più ameni paeselli della valle, costeggiando
l'Anzino, l'auriga mi disse che si può, salito il Campello, scendere di
là in Vallesesia.
In tre ore, da Vanzone attraversai, pedestre, l'oscura gola del
Morghen, e giunsi a val Macugnaga. La quale è a vall'Anzasca quello
che è la Formazza all'Antigorio, un altipiano senza alberi fruttiferi,
abitato da un'antica colonia germanica, che parla tuttavia un corrotto
tedesco. Da questi pascoli, in una giornata di penoso cammino, si varca
il monte Moro, dalle cui vette godesi il mirabile aspetto di tutto il
Rosa.
Da Pecceto alle pendici del Rosa, attraversando il monte Turlo, si
scende in Alagna, donde, mi piace qui notare, partiva per ben quattro
volte D. Giovanni Gnifetti per giungere l'ultima solamente sopra uno
dei cinque pizzi più elevati di quel gigante. Non disanimato dalle
bufere e dai pericoli d'un viaggio, ove ad ogni passo si apre una tomba
all'ardito, pervenne, addì 9 agosto 1842, sul pizzo che giustizia vuole
si chiami d'ora innanzi Gnifetti, come s'appellano Zumstein e Vincent i
picchi su cui salirono gl'intrepidi di tal nome.