VIII.

_L'Anzasca — Un nuovo Messia._

Più splendida giornata di questa non può darsi; tutto parla ai sensi,

al cuore, la serena allegria della giovinezza. Dimentica il viatore

ogni suo guaio per cantarellare coi passeri, che anche un pessimista

non avrebbe potuto immaginare cosa più bella di questo mattino

raffrescato da un venticello che vi fa più giovine di dieci anni, e

suscita, con una voglia matta di correre, un appetito che non sarà

l'ultimo premio ai tentatori delle Alpi.

Un'antica sbilenca e sonante carrettella tirata da un cavallo più

spigliato che snello di forme ne porta rapidamente all'Anzasca per la

bella strada che quei valligiani intesero di condurre sino alle falde

del Rosa da Piedimulera.

Il cocchiere, che non aveva ancora aperto bocca da Domo, accennò in

alto un villaggio, Cimamulera, e raccontò come un dodici o quindici

anni fa un prete, che vi era curato, seppe con tali squisitissime

arti abbindolare la gente semplice e credenzona, che in poco tempo

venne idolatrato come novello Messia, e quando poi fu per altri

misfatti carcerato in Novara, i montanari, in processione, a piedi

nudi, scendevano al piano per andare a liberarlo dai Farisei o morirvi

assieme! — Ma un drappello di carabinieri venne inopinatamente ad

opporsi alla crociata per liberare _dal sepolcro_ il sedicente Cristo.

Fu ad un tempo risìbile e compassionevole il vedere quegli apostoli di

una fede che offeriva martiri, dispersi caritatevolmente dai soldati,

mentre la Vergine — madre di più figli — S. Giuseppe e S. Pietro

erano condotti a Domodossola innanzi al capo della provincia, il

quale credette fare cosa assennata, dopo d'avere loro dato una buona

scardassata, senza lavarsene le mani come Pilato, rimandarli al loro

nido.

Da questo racconto si può dedurre a quali eccessi potesse spingere il

fanatismo religioso nei tempi remoti!

Da Cimamulera scorgesi la patria di Dolcino; forse arrisero alla mente

del nuovo settario, se non il fine, i trionfi di quell'antico. In

nessun modo però puossi far paragone fra i due.

A Ponte Grande salutai riverente un cucuzzolo del monte Rosa, l'Alpe

più stupenda dell'Europa per la vastità degli aspetti, e che non la

cede al Bianco in altezza se non di pochi metri.

Oh! come è bella la cascata di Valbianca! Poche gareggiano con essa

nella catena alpina.

Da Bannio, uno de' più ameni paeselli della valle, costeggiando

l'Anzino, l'auriga mi disse che si può, salito il Campello, scendere di

là in Vallesesia.

In tre ore, da Vanzone attraversai, pedestre, l'oscura gola del

Morghen, e giunsi a val Macugnaga. La quale è a vall'Anzasca quello

che è la Formazza all'Antigorio, un altipiano senza alberi fruttiferi,

abitato da un'antica colonia germanica, che parla tuttavia un corrotto

tedesco. Da questi pascoli, in una giornata di penoso cammino, si varca

il monte Moro, dalle cui vette godesi il mirabile aspetto di tutto il

Rosa.

Da Pecceto alle pendici del Rosa, attraversando il monte Turlo, si

scende in Alagna, donde, mi piace qui notare, partiva per ben quattro

volte D. Giovanni Gnifetti per giungere l'ultima solamente sopra uno

dei cinque pizzi più elevati di quel gigante. Non disanimato dalle

bufere e dai pericoli d'un viaggio, ove ad ogni passo si apre una tomba

all'ardito, pervenne, addì 9 agosto 1842, sul pizzo che giustizia vuole

si chiami d'ora innanzi Gnifetti, come s'appellano Zumstein e Vincent i

picchi su cui salirono gl'intrepidi di tal nome.

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 35 / 54 题