_Trionfo delle castagne sulla fama di un'illustrazione dantesca._
M'aggirava nelle boscate colline di Trontano all'ombra dei castagneti.
Stanco d'asolare entrai in una modesta capanna sull'orlo del villaggio,
e vi trovai cortese ospitalità. Rifocillatomi in compagnia di quei
buoni contadini, mi assisi al rezzo delle piante. L'esterno di quella
casa campestre senza aver nulla di mirabile, mi colpiva; forse erano
due finestre nel muro di pietra, basse, a sesto acuto, profonde, che mi
guardavano fisso come se aspettassero una interrogazione per rivelarmi
un segreto.
L'antichità di quel muro contrastava singolarmente colla verzura
d'una giovine vite, che abbracciandolo co' tralci, correva attorno
in ghirlande: pareva la giovinezza che conforta col suo sorriso la
vecchiaia. Un zampillo d'acqua scorrente poco lungi tra le foglie ed i
sassolini, empieva l'aria d'un misterioso cicaleccio. Le mie palpebre
s'andavano abbassando; il mio capo s'appoggiò al tronco d'un castagno,
sbadigliai e m'assopii.
Dopo poco d'ora, mentre io me ne stava tranquillamente dormendo, la
porta della capanna si aprì, e ne uscì un frate che a passi furtivi
venne presso di me.
La sua alta statura, maestosa ed imponente, pareva averlo destinato
al comando, mentre dallo sguardo ammaliatore refluiva una dolcezza
persuasiva. Il suo capo era interamente nudo: anche le sopraciglia
erano prive di peli. A chi lo guardasse attento, la sua pelle appariva
arsiccia, screpolata; sì che moveva ad un tempo pietà e terrore.
Anzi, se ben mi ricorda, parmi emanasse dalla sua persona un odore di
bruciaticcio insolito. Si avanzò, ed a me meravigliato non stendesse
la mano, disse pacatamente dopo di essersi guardato attorno con occhio
sospettoso:
— Perchè guardavate voi con tanto amore quell'avanzo d'una antica casa?
— Non lo so io stesso: forse qui abitò qualche immortale che anche dopo
secoli riempie di sè i luoghi ove s'aggirò vivente.
— Voi sapete adunque di lui, dello sventurato fra Dolcino?
«Or di' a frà Dolcin dunque che s'armi,
«Tu che forse vedrai il sole in breve,
«Se egli non vuol qui tosto seguitarmi,
«Sì di vivanda, che stretta di neve
«Non rechi la vittoria al Noarese
«Ch'altrimenti acquistar non saria lieve.»
Io cominciava a credere di sognare sentendo queste due terzine di
Dante, da un frate, all'ombra di un castagno a Trontano.
— Dunque qui nacque?...
— Fra Dolcino. A voi che veniste a visitare questa mia contrada pel
dolce amore della natura...
— E dell'aria fresca, pensai tra me.
— ... Voglio dire di sua vita, per appagare la vostra brama.
Io veramente non pensava più che tanto a frà Dolcino; ma poichè una
sì bella occasione di favellare dei famosi immortalati da Dante non
si presenta ad ogni passo con un frate, tutt'orecchi ascoltai lo
sconosciuto.
— Verso il finire del secolo XIII, egli nacque in questa casa, figlio
d'un prete. Suo padre decise di vestirlo della tonaca di frate.
Ignorante d'ogni cosa di questo mondo, passava i suoi giorni fra le
feste dell'età e della natura. Quando udì la volontà del padre gli
parve tutto predicesse quanto sognava, virtù ed amore. Gli spiriti
famigliari rallegravano la casa: i passeri sul tetto pareva gli
dicessero colle loro note: va, tutto è amore! Condotto nel Trentino,
indossò la tonaca degli Umiliati; ma in breve sendogli venuta a noia
la solitaria quiete del claustro, in cui interrogava sè stesso, se chi
serve Dio non deve tutto intraprendere per la salute degli uomini,
pregava i priori con istanza di concedergli almeno la licenza della
predicazione. L'indole irrequieta ed animosa lo tradiva ad imprese
più clamorose. Fu cacciato da quel convento; in quella suo padre
moriva. Soffrì come chi crede e spera, e non invano, chè la fortuna,
rasserenato l'orizzonte, dopo tante traversìe gli serbava le ineffabili
consolazioni dell'amore. Allogatosi quale procuratore di un convento
di monache in Trento, conobbe allora una nobile e bella giovinetta
che orfana come Dolcino s'era ritirata fra quelle mura, e l'anima sua
caldissima se n'accese d'inestinguibile affetto corrisposto con quel
tenero amore che riverbera sulla mente dell'uomo le aspirazioni d'una
innocenza immacolata.
Oh! come rapidi quei giorni!
Intanto Segarello da Parma empieva l'Italia superiore delle sue ardite
dottrine. Puri in mezzo a corrotti, generosi fino al sagrificio,
fidenti nell'avvenire, entrambi s'interrogarono se essi pure non
sarebbero discesi in Lombardia a propugnare la verità contro i
profanatori del tempio. Abbandonato il Trentino coll'amica inspiratrice
calò nella grande valle del Po, e predicando con tutto il calore
e la forza della convinzione amore a Dio ed agli uomini, digiuni e
mortificazioni, in breve tempo venne seguito da migliaia di proseliti,
e sì alta ne echeggiava la fama, che lo stesso Dante colpitone scriveva
di lui nelle immortali sue pagine. La favella piena di grazia e di
carità, la soave bellezza di Margherita s'insinuava ad ammollire i
cuori più duri, mentre fra Dolcino con ardire di apostolo assaliva i
pregiudici più antichi senza temere d'incontrare la sorte di Segarello,
arso vivo.
Ahi! che i trionfi davanti gli uomini sono brevi! Cominciarono le prove
di Dio. Il vescovo di Vercelli leva con indulgenze una crociata contro
il ribelle a Roma. Fra Dolcino, rifugiatosi nei monti del Biellese
con poca parte di tanti seguaci, ad una duce e soldato, sostiene un
lungo assedio. Fratello, che Dio non faccia mai soffrire a te quanto
soffrirono Dolcino e Margherita! Le legna e le vettovaglie vennero
a termine: la fame ed il freddo! — la fame che desta la ribellione,
che stanca ogni più saldo proposito; il freddo che intirizzisce il
braccio ed affievolisce il valore! I difensori sfiniti cadevano attorno
alle bastite... alcuni disertavano... e la breccia dal nemico veniva
compiuta quasi senza difesa..... Che più?
Il 23 marzo del 1307, dopo la più disperata difesa, stremati d'ogni
forza, caddero nelle mani dei crociati, i quali, dopo ogni vituperio,
a misura di tanaglie roventi e di carboni accesi fecero espiare ai due
novatori il delitto d'aver sollevato migliaia di credenti contro i vizi
del clero. Frà Dolcino sopra una catasta di legna nelle radure ghiaiose
fra la Sesia ed il Cervio venne bruciato vivo. Per libidine di ferocia,
Margherita dovette assistere all'estremo supplizio di chi dopo Dio
l'aveva amata sopra ogni terrena cosa! Alla plebe Biellese era serbato
lo spettacolo dell'animosa donna arsa sopra di un rogo. Di frà Dolcino
non restarono neppure le ceneri: non resta che la memoria... non è
vero?
— Sì, frate, a chi conosce quei tempi. Frà Dolcino, lasciata da parte
ogni questione religiosa, è una bella figura del medio evo: guerriero
ed apostolo in diverse condizioni di tempo, avrebbe operato grandi
cose.
— Ma ora qual è la memoria di lui?
— A chi non ha sviscerato le idee di quel secolo, essa non è che la
memoria d'uno che animava i fedeli ad armarsi contro l'Anticristo.
Questi tempi aritmetici non possono di leggieri comprendere lo slancio
dei nostri nonni per un'idea filosofica. Ora gli eretici seggono nelle
Università e nei Parlamenti nel più buon accordo coi devoti; e se corre
qualche saetta, svanisce in un fuoco fatuo di diario. Colle indulgenze
non armereste quattro scaccini di sagrestia. Non v'ha che la patria che
possa suscitare legioni con un grido.
— E Trontano... soggiunse dopo breve pausa il frate con voce scorata...
e Trontano non s'onora di quel suo antico figlio?
— A dire la verità io ho sentito sempre a celebrare Trontano per...
— La patria di frà Dolcino?...
— No, per le più eccellenti castagne del mondo. Dalla qual cosa voi
ed io potremmo dedurre copia di pensieri sulla vanità della gloria e
sulla inutilità di farsi arrostire pel trionfo d'un'idea... Ma che? voi
impallidite?
— Per le castagne! per le castagne!
E il povero frate accasciato sotto il peso della mia rivelazione
stralunò gli occhi, barcollò e sarebbe caduto ruzzoloni se io non mi
fossi affrettato a raccoglierlo nelle mie braccia.
Se non che in quel punto mi svegliai colle braccia conserte al
castagno, contro il quale io aveva pure picchiato del naso nella furia
di soccorrere il povero frà Dolcino.
I passeri sul tetto, sui rami, cinguettavano la loro antica canzone:
_tutto è amore_, la sorgente sussurrava un idilio a note sommesse, ed
il muro secolare continuava a guardarmi colle sue oscure occhiaie. Il
castagno sotto il quale m'era apparso frà Dolcino, stendeva, agitandole
con frenetica gioia, le sue braccia all'aria, ed i ricci dei suoi
frutti mi parevano straordinariamente ingrossati a dispetto della
gloria antica del conterraneo. Celebrava quel birbo il trionfo delle
castagne sulla fama di una figura dantesca! La vite sola s'attaccava
più salda, più stretta alle vecchie mura, festeggiandole colla frescura
della sua ombra e colle ghirlande de' suoi tralci pampinosi; ed io,
alzatomi e stirando le membra indolenzite, m'incamminai non so più
dove, zufolando coi passeri:
— Tutto è amore!