III.

_L'Italia non è che un albergo — 17835 iscrizioni e mezza — Lezioni

archeologiche — Varietà di gusti — Apologia del farniente — Terzo

primato dell'Italia — Quattro duelli — Che hanno la coda._

_Francese_. Il bello è sempre lontano da casa: del resto anche la

Francia non teme confronti. Io viaggio, cioè ho fatto un viaggio in

Italia, perchè questo è l'uso d'ogni persona colta: ve lo dico senza

velo. Credete voi che tutti vengano qui a sospirare le ore e le ore

sotto un arco frantumato, un palazzo polveroso, un'iscrizione che non

riescono a compitare, per amore delle antiche memorie? Tutta ipocrisia,

miei signori. L'Italia è un grande albergo, a cui conviene il bel

mondo europeo, e nulla più. Partii da Marsiglia per Napoli. Ho visto il

cratere del Vesuvio, ho mangiato i maccheroni, ho danzato la tarantella

e mi son fatto scorrazzare in corricolo. I lazzaroni mettono schifo ed

il resto annoia... È un popolo lontano mille miglia da Parigi! A Roma

ho veduto S. Pietro, il Colosseo, il Campidoglio ed il Papa. Grandi

cose in mezzo a meschinissime. A Firenze, ho cercato nelle sale del

bel mondo la tanto decantata favella toscana, ed ho udito biascicare

la nostra gran lingua, la lingua del mondo intelligente. A Milano, a

Genova, tolti i monumenti, trovai città da provincia; a Torino cera

di capitale senza l'imponenza babelica d'una metropoli monumentale.

La seria e disciplinata apparenza dei cittadini e della città spiega

la loro storia e la loro gloria nella diplomazia e nelle armi. Tutto

è ordine. Del resto per chi non è assai ricco ed ama la tranquillità,

Torino sarebbe forse la città più _confortevole_ di tutta l'Italia:

pare un convento di agenti del governo. Tutte queste città, compresa

la scenica Venezia e le cento altre minori, è forse meglio vederle nei

diorami del _Palais Royal_.

In poche parole, appena lasciato il suolo francese, m'annoiai

mortalmente!

_Alemanno_. Signore, voi avete un adagio, che se non mi sbaglio suona

che ognuno ha i suoi gusti. Giacchè parliamo senza circonlocuzioni,

vi dirò schiettamente che ho dimorato molti mesi in questo paese, e lo

lascio con grande rincrescimento, quantunque la birra sia pessima.

L'Italia per noi Tedeschi è una immensa università, le cui mura son

tutte tappezzate di lapidi e di monumenti, per chi sa leggerli.

_Franc._ (a mezza bocca) Grazie mille.

_Alem._ (facendo lo gnorri). Nessuna nazione porta sulla sua fronte

così palesi le impronte della sua grandezza....

_Franc._ (da semplicione). Per chi sa leggerci.

_Alem._ (orecchio da mercante). Non tutti sono, grazie a Dio,

letterati. Voi vedete là in quel canto quell'inviluppo mostruoso di

carte? Sono 17835-1/2 iscrizioni trovate da me in Italia e commentate

(mormorio di meraviglia).

_Incognito._ E, se non sono indiscreto, a che queste tante iscrizioni?

_Franc._ Io vi ammiro! Vi ammiro profondamente! — disse con ironico

enfasi il Francese, ficcando il naso nel bicchiere e gli occhi in

quelli dell'impassibile incognito per ispiare un zinzino di malignità

nella sua domanda.

_Alem._ (fermo come torre che non crolla). Queste 17835 iscrizioni e

mezza serviranno per note ad una mia opera futura, a cui preparo le

basi.

_Franc._ E, se anch'io non sono troppo curioso, quale sarà il titolo di

questo lavoro senza dubbio gigantesco? Anch'io sono baccelliere e non

si sa mai... potrei anch'io associarmi alla sua pubblicazione (se pure

vivrò tanto da vederne il fine!).

_Alem._ Scrivo la storia del pensiero umano comparato nelle razze

latine e nordiche.

_Incogn._ L'idea di quest'opera deve avervi atterrito sulle prime. Essa

non può essere concepita che da un figlio della Germania. Voi avete

mente disquisitrice e rara, strana pazienza...

_Alem._ E lunghi inverni e buona birra.

_Franc._ (per tagliar corto). In Italia cattiva birra e buon vino.

_Inglese._ Sì, buon vino, eccellente. Vino che rallegrerebbe un Inglese

corroso dall'umore nero. Lasciando a parte le altre qualità che fanno

bella l'Italia, io credo che essa merita una visita per questa volta.

_Franc._ Se io vi ritorno, scriverò la storia comparata dei vini.

_Alem._ Anche quest'opera gioverebbe assai all'umanità, se si

considerassero le parole ed i fatti, che sono la conseguenza diretta

del vino tracannato da Noè a noi, o per meglio dire, a voi.

_Inglese_ (al garzone). Portatemi del vino piemontese... (mescendo agli

altri) Signori... questo vino è buono; e sarebbe incomparabilmente

migliore ove non si fabbricasse tuttora come ai tempi di Noè. Ah!

l'Italia! Marsala, Lacrima, Chieti, Vin Santo, Canonao, Malvasìa,

Caluso, Barolo, e voi classici vini dell'Astigiano! Il vino è la

più bella gloria dell'Italia. Le altre non conosco. Dappertutto vidi

macchine inglesi.

_Franc._ E stoffe francesi...

_Alem._ Gl'Italiani dormono sugli antichi allori.

_Inglese._ Se pure quegli antichi eroi non furono tanti miti.

_Franc._ Gl'Italiani sono il popolo di cui si piantarono e si piantano

maggiori carote. I poeti, più bugiardi dei cavadenti, ne hanno

assuefatti di là dell'Alpi a pensare all'Italia come ad un paradiso

terrestre. Essi magnificarono il clima, i monumenti e le donne. Sì —

voglio concederlo — qualche cosa di bello e di grande v'ha qui... come

poco più poco meno dappertutto.... Il clima, se ne eccettuate due o tre

spiaggie marine della parte meridionale, è incostante e freddo nella

stagione invernale come da noi. A Torino si soffre il freddo assai

più che a San Pietroburgo. De' monumenti ho già detto quanto penso:

non sono in grado di apprezzare se non quelli che hanno un'insegna...

Restano le donne... Qui piego il capo, e confesso di aver scoperto

nel loro sguardo una dolcezza che manca al clima, e la grandezza,

che non trovai nel resto. Facciamo, o signori, un brindisi a questi

avanzi dell'antica imperatrice del mondo, su cui pure (al Tedesco) il

signore non avrà mancato di studiare, nelle ore di ozio, senza cercare

iscrizioni...

_Alem._ _Miscere utile dulci!..._

_Franc._ (al cameriere). Porta del Bordeaux. Spero che dopo il vino

piemontese apprezzeranno anche il mio Bordeaux.

Mentre il Francese mesce ai commensali, chiede all'incognito:

— Non sarebbe ella mai Italiano?

_Incogn._ No, non sono Europeo.....

_Alem._ Nelle linee caratteristiche del suo volto leggo.....

_Franc._ (scherzando) Un'iscrizione?

_Alem._ Una leggenda della Grecia..... del Levante.....

_Incogn._ Non sono nato sulla terra, o signori.

_Tutti._ Oh! oh! questa è graziosa! marchiana!

_Franc._ (a fior di labbra) Oh! mi casca adesso dalla luna.

_Incogn._ Sono nato sopra una nave americana.

_Ingl._ Siamo della stessa razza.

_Alem._ La vostra nazione verrà un giorno a mettere in sesto l'Europa.

_Americ._ Quanto a me dell'Europa non amo che l'Italia. Come nazione,

noi non abbiamo avuto pietà delle sue lagrime, perchè non volle mai

intensamente con tutte le forze l'indipendenza per conseguire la

libertà! Quanto poi a ciò che l'Italia dà al mondo intero.....

_Ingl._ Eh! poverina; se mi eccettuate i cappelli di paglia.....

_Franc._ Non ha di suo che il far niente.

_Amer._ Ecco la sorgente del suo merito a' miei occhi.

_Tutti._ Oh! oh!

_Amer._ Signori, voi tutti veniste in Italia per divertirvi. (al

garzone) Mesci Malaga.

_Franc._ Io vi venni, perchè la moda vuole così, ve l'ho già detto, e

mi annoiai mortalmente.

_Amer._ Perchè non vi siete divertito?

_Franc._ Perchè? Strade ferrate poche: alberghi molti e cattivi. Mi

dicono i ladri in quantità. Da pertutto si vede che Voltaire e Vatel

non nacquero in Italia. Ecco l'Italia.

_Alem._ Io mi divertii molto studiando. Se ci avesse della buona birra

di Baviera, io l'amerei anzitutto, benchè gl'Italiani non amino i

Tedeschi col pretesto degli Austriaci.

_Amer._ Eh! mi sembra che abbiano imparato a far poca distinzione fra

gli uni e gli altri.

_Ingl._ Io, a dirla francamente, viaggio per fare economia. In

Italia un uomo solo con una ventina di lire al giorno, se la sciala

allegramente. Amo gl'Italiani perchè amo Byron. Ammiro la loro potenza

artistica antica, e se con poche sterline posso portare via qualche

tela affumicata dai loro palagi deserti, e non sto a lesinare. Quanto

alle loro arti odierne, poco su poco giù, se ne potessero fare mostra

in un centro, credo uguali alle straniere. Non crediate che io ami

le arti come quelle che disterrano al ciel la mente, a dirla cogli

Italiani, amo le arti che mi danno piacere. Il piacere, ecco quanto

cerco, ecco la mia divisa.

_Franc._ Chi non ama il piacere — anche sotto la forma di un'iscrizione?

(Smorfia eloquente del Tedesco — a cui l'Americano mesce un bicchierone

di Malaga, il quale trovato nel ventricolo il Bordeaux ed il Barolo,

accende con essi e la birra un incendio, per cui il fumo comincia a

sortire dal naso del pacato Alemanno).

_Amer._ (_all'Inglese_) Bravo. Il piacere; ecco la molla d'ogni azione.

Chi cerca il dolore? La vita non è che un circolo più o meno vasto, in

cui l'uomo corre dietro al piacere, e fugge al dolore, che del resto ha

le gambe molto lunghe e le braccia di ferro. Ora, viaggiando, qual è il

paese in cui il circolo pare meno angusto? Se non l'.....Italia?

_Ingl., Alem., Franc._ ad un fiato: L'Inghilterra! La Germania! La Francia!

_Amer._ Nossignori..... L'Italia.

_Tutti._ Oh!

_Amer._ (mesce) A voi partito dalle sponde fumose del Tamigi non

sarebbe stato dato il trovare un paese, che avesse cielo sorridente

e dolci aure, ottimi vini, vita a buon mercato, e di che scialarla

allegramente come in Italia, in tutto il mondo. Qui Shakespeare sognò

i suoi drammi: senza vedere l'Italia egli comprese quanto colore

dà questo sole alle minime cose. Ad ogni passo incontrate l'ombra

di Byron. Come Inglese voi dovete essere appassionato delle scene

naturali. Dove trovate maggior varietà? Qui presso eterne nevi e sulle

rive mediterranee eterna primavera. Fate ora paragone coll'Inghilterra.

Quanto v'appare triste e caliginoso quel suo aere pregno di _Goddam_ e

di catrame!

_Ingl._ (con una mezza tinta drammatica) Signore!

_Amer._ E voi, amante pure del piacere, rimproverate agli Italiani il

lor far niente? Voi non lo comprendete il loro far niente.

Un giorno il sole amoreggiò colla fantasia: da essa nacquero

gl'Italiani. La splendida natura del loro bel paese desta in loro

non meraviglia, come in voi, ma una dolce melanconia che li invita a

meditare, a fantasiare. Chi di essi riesce a plasmare la propria idea

crea un capolavoro concepito fra l'aspetto di spettacoli grandiosi,

fra le memorie d'una gloria immensa, ed in una meditazione continua,

intensa.

Questo far niente è adunque un gran lavoro. È il far niente che

produsse i loro artisti, Raffaello e Rossini.

Se tutti gl'Italiani dessero o potessero dare atto ai pensieri che

concepisce il loro far niente, a quest'ora il mondo sarebbe una seconda

volta di loro. Tutte le nazioni nutrono più o meno un certo rancore

contro l'Italia. Perchè non contro la Curlandia, la Danimarca, la

Turchia?

Tutti cercano di soffocare i suoi gemiti gridando che essa a nulla è

atta. Le altre nazioni quando si trovarono nella sventura annoiarono il

mondo stridendo: quando l'Italia piange, un'arcana melodìa ne soggioga.

O in una o in un'altra cosa l'Italia comanda sempre al mondo. Una volta

coll'armi, ma i popoli battuti borbottavano male parole; ora colla

musica, ed i soggiogati accettano l'impero battendo palma a palma. A

mezzo l'_Otello_, il _Guglielmo Tell_, la _Norma_, la _Lucia_ od il

_Rigoletto_ rimproverate agl'Italiani di non farvi le stringhe a buon

mercato come in Francia. Io quando sento le note della

«Casta Diva, che inargenti»

chiudo gli occhi, ed assorto in una voluttà che non istanca comprendo

tutti i misteri del cuore che nella solenne quiete della notte confida

alle ombre i suoi palpiti. E mi terrei beato se io potessi rientrare

nel nulla _accompagnato_ dalla sinfonia della _Semiramide_. Tutte

queste armonie emanano in parte dall'influsso delle donne italiane,

le sole che mi toccano più che i sensi, la mente. Voi mi direte che

l'Alemagna e la Francia hanno grandi maestri non inferiori in merito

agli Italiani... Senza discutere rispondo che la melodìa di questi mi

tocca di repente il cuore: le armonie di quelli mi meravigliano, ma

m'impongono uno studio.

Intanto l'Italia riscuote da tutte le nazioni un tributo alle sue arti:

noi lo paghiamo senza battere palpebra. Ora chiedete ai vostri telai,

alle vostre macchine, il piacere!

Tutti i vostri più grandi artisti non divennero tali se non dopo una

certa dimora in Italia, ove direi che l'armonie di cui è pregna l'aria,

destarono in essi le potenze _dinamiche_. Rubens? Vandych? Poussin?

Thorwaldsen? Meyerbeer? Reynolds?

La gretta gelosia delle nazioni verso l'Italia è giusta; se esse

le avessero permesso di divenire politicamente una nazione, tutto

il mondo sbadiglierebbe da lungo tempo alle malplagiate note dei

nostri maestri, e allora addio, o piacere unico, divino! Perciò il

risorgimento politico italiano, sotto quest'aspetto, non trova in me

un fautore. Che volete? L'Italia oppressa piangeva così soavemente!

Libera? la vedrete perdere lo scettro delle arti. Le nove vergini non

amano il tamburo militare. Le vostre nazioni quando il gladio romano le

affettò, che divennero? Scomparvero. L'Italia scompare nella politica

e tosto rinasce nelle arti. Cos'è la Spagna divisa, sbattuta da mal

certe passioni? Paragonatele l'Italia. E voi, Alemanno, troverete più

facilmente qui la birra di Baviera, che 17835 iscrizioni in Germania.

_Franc._ 17835 e 1/2. Ah! ah!

_Alem._ Sì, 17835 e 1/2. Volete vederle?

_Franc._, _Ingl._, _Amer._ Misericordia!

Tutti s'alzarono per isfuggire alla terribile minaccia del buon

Tedesco; questi offeso dalla dimostrazione eloquente credette lesa la

patria nelle sue più profonde affezioni archeologiche, e per difendere

la Germania non trovò mezzo più spiccio di quello di arrovellarsi

contro l'Italia, dimenticando — o ingratitudine! — l'origine delle

iscrizioni in appendice alla sua opera — postuma.

Io in quella gazzarra pensate se me ne stetti a bocca chiusa!

Desiderare che l'Italia sia schiava per sentirne il pianto... Oh!

dunque la è una istriona? Un usignuolo da tenersi in gabbia? Voi siete

altrettanti egoisti, e per me vorrei che non una nota di Rossini avesse

varcate le Alpi.

In pochi minuti i forestieri, obbliati i meriti musicali e viniferi ed

il dolce far niente si unirono a' miei danni. Animato da un insolito

calore, io sentiva ingagliardirsi in me tutte le potenze dell'amore,

che fa della patria agl'Italiani una madre afflitta da consolare.

Perciò rigettate le lodi ed il lascivo panegirico dell'Americano,

intuonai, virgolato da più libazioni, un'eloquente difesa della povera

nazione che getta finalmente la cetra, con cui ha saputo molcere i dì

del dolore per impugnare il ferro della battaglia.

Le vicine pareti della sala erano scomparse, ed io vedeva attorno

attorno sulle pendici dell'anfiteatro ossolano un'immensa moltitudine,

che cogli occhi m'incoraggiava col gesto. Erano ombre di remoti e di

vicini secoli. Io riconoscendo in molti d'essi carissime conoscenze

di biblioteca, eruttava faville. Le cruciate figure di Dante,

di Michelangelo e di Giusti, parevano protestare contro il detto

dell'Americano esser necessaria la schiavità all'Italia per serbare il

primato nelle arti.

Gli stranieri irritati a quella vista, crollando le spalle e facendo le

boccacce, senza una riverenza al mondo per quei nostri illustrissimi,

sacramentarono d'impiparsi di quelle anticaglie da ferravecchio, di

miti, d'ombre chinesi.

Se non m'isbaglio, mi diedero per corollario dell'asino — ma per non

essere la prima volta in vita mia — non ne sentii troppa ira. Virgilio

m'era pur costato delle sonore sferzate; Dante mi fa presentire la

bolgia degli scioperati fannulloni; eppure al sacrilego dileggio

perdonai i cavalli al pedagogo, e, gettato lo scudo, colla baionetta in

canna assalii di botto tutte le nazioni in una volta.

La faccenda diventava seria. Le ombre stesse malcontente parevano

volermi suggerire, ma anch'esse tutte ad una volta. In due minuti il

vino e l'amor di patria annebbiarono le idee; il colloquio diventò

un turbine, una tempesta. L'ira alle fiamme accecanti del liquore

s'accese. Gli era come cento suonatori disaccordi, un pandemonio di

esclamazioni, di nomi proprii, un'enciclopedia a fascio, un vocabolario

scucito, i cui fogli svolazzano confusi dall'uragano.

Povera Italia! Dopo mezz'ora i quattro campioni giacevano in una gora

sanguigna, attorno al tavolo, non morti e non del tutto vivi.

*

* *

Il garzone sentimentale mi condusse nella mia camera da letto: il

quale sormontato da un alto baldacchino a cortine — il letto, non il

cameriere — stava in mezzo alla stanza col capo al muro. Ampie cortine

d'un rosso dubbioso lo coprivano intieramente. Mi posi tosto a letto e

spensi il lume. Un raggio di luna, sottile, lungo, mi tremolava presso

alla finestra: la discussione, il vino e le cortine mi soffocavano: le

apersi.

In fondo alla camera stavano — non v'era dubbio — varie figure, dritte,

minacciose, una presso all'altra stretta per le mani, come i congiurati

del Grütli. Se non che quelli erano tre, questi quattro.

Lo spavento fece abbrividire il midollo delle mie ossa.

Erano proprio i commensali, forse ubbriachi, che venivano a farmi

qualche brutto tiro. Volli scivolare dal letto, cercare nel sacco

da viaggio una pistola; ma le gambe aggranchite mi negarono il loro

ufficio. Volli chiudere gli occhi: non potei. S'avanzarono fin presso

ai piedi del letto.

Il primo a parlare fu il Tedesco.

— Signore, egli borbottò, voi avete riso delle mie 17835 iscrizioni e

mezza, e voi me ne renderete conto e tosto. Così vi sarà al mondo un

nemico di Germania di meno.

— Caro fratello in Schiller, gli risposi ritirando gli artigli, voi

parlate come suole il mondo, una verità ed una menzogna. Anzitutto

gli Italiani non odiano gli Alemanni; odiano gli stranieri che vengono

giù dalle Alpi a rapina di ogni cosa — eccettuate le iscrizioni. Anzi

rimarginate le piaghe fatte dagli Austriaci, la tanto percossa Italia

vi stenderà una mano, amichevole. Se corsero rivi di sangue fra voi e

noi, la colpa a voi: v'abbiamo detto:

Ripassate le Alpi e tornerem fratelli...

voleste restare! — Quanto alle iscrizioni, è vero, risi. Battiamoci

dunque da buoni amici. Ma prima che cessi per me questa dolce abitudine

di pensare ed agire, come dice il vostro Goethe, chiaritemi perchè

l'ultima vostra iscrizione sia soltanto mezza.

— Per la semplice ragione che io non la ritrovai intera.

Io assentii con un profondo inchino alla magniloquenza di quella

risposta, e quando alzai il capo, l'Inglese corrucciato, cogli occhiali

sul fronte, masticò fra i denti:

— Signore! voi avete sorriso all'Americano quando irrise la nostra

povertà musicale. V'attendo.

L'Americano coi capelli pioventi lungo il muso, come un salice

piangente ombreggia il tronco de' suoi pieghevoli rami, s'avanzò,

squassò la criniera, armò le labbra del più infernale sogghigno, e

proruppe nell'attitudine del Mefistofele d'Ary Scheffer:

— Uomo nato sulla terra, io compiango te come questi altri. Ognuno di

voi crede che i cavoli maturino meglio all'ombra del patrio campanile.

Vi disprezzo perchè egoisti; vi compiango perchè amate un pugno di

terra invece d'amare il tutto. Perciò, a conto mio, ti dico: dormi!

dormi! poichè non sei atto a spogliare quella veste nessea che tu

chiami amor di patria, e che ti darà dolori, non mai gioie. Che Italia

mi vai cantando? Vieni con me: t'insegnerà a dimenticarla il piacere.

Un brivido glaciale mi corse per le vene tutte: i denti battevano come

le nacchere d'una ballerina nelle ridde della tarantella, e la fronte

mi gocciava ad un tempo di freddo sudore; tuonai:

— Larva d'uomo, apprestati a lavare col tuo sangue l'insulto!

Egli crollò le spalle impassibile e s'assise sopra il cassettone

aspettando la sua volta.

Il Francese con un fare tra lo sbadato e l'altero mi disse:

— Voi sapete abbastanza che uno di noi due deve morire... e sarete

voi...

— Perchè non voi!

— Forse ambidue, susurrò l'Americano.

— Meglio ancora: ci batteremo al di là...

Allora gli stranieri, prima discordi, vedendomi facile vittima, si

strinsero a' miei danni. Anche quell'Americano che aveva cantato

l'Italia, o miserabile! derideva la mia nudità!

. . . . . . . Un velo sanguinoso passò dinanzi i miei occhi, saltai

giù dal letto ed abbrancai furente la spada che m'offeriva il Tedesco.

Pochi colpi ma di misura. Dopo cinque minuti egli cadeva nel proprio

sangue. L'Americano, impassibile, mentre il Tedesco agonizzante gli

raccomandava le sue 17835 iscrizioni e mezza, di un calcio lo rotolò

sotto il letto.

Pareva che il mio braccio fosse guidato da una magica forza misteriosa:

il Francese nella sua furia lasciò un istante il cuore allo scoperto;

fu l'istante della sua morte. Ed eccolo in compagnia del Tedesco sotto

al letto.

L'Americano, ad un tratto, mentre io, ebbro e sitibondo di sangue

(e a dirla schietta, anche d'una chicchera di thè, a cacciar giù

quell'imbroglio dallo stomaco), gli porgeva un ferro, trae di tasca

una fiola, d'un sorso ne beve il contenuto, e borbottando un addio

alla vita ed al piacere, s'abbandona mollemente a terra; quindi, oh

meraviglia! per risparmiare a se stesso quel certo calcio surriferito,

agonizzante, striscia, s'avvoltola, sdrucciola come un serpe ferito,

sul pavimento, fin presso ai compagni sotto al letto.

L'Inglese, masticando il soliloquio d'Amleto, si disponeva, con eroico

disprezzo della morte, ad infilzarmi nello spiedo. Solamente per

amore di verità assicurò che una partita a pugni gli sarebbe stata

più cara; ma, considerato il pregiudizio degli Italiani, che lasciano

questo duellare ai facchini, si dispose a rendermi quel buon ufficio

che desiderava. Oh come lunga, accanita, disperata fu la sua difesa!

Assolutamente non voleva cedere alla sorte dei compagni. Eppure.....

già mi capite. Il suo cadavere, cadendo a terra, urtò il cadavere del

Francese; una viva scintilla di fuoco illuminò la scena.

Sfinito, mi coricai. Un lago di sangue innondava la stanza: le

iscrizioni del Tedesco galleggiavano, come già i monumenti che le

portavano in fronte soprastarono al deserto di ruine, che fecero le

orde dei suoi connazionali. Il raggio di luna pareva si tuffasse con

voluttà in quella gora, come una silfide nelle cilestri onde marine;

dalla finestra socchiusa un venticello veniva a tergere colla sua

fresca mano i sudori della battaglia, ed io me ne stava là sul letto

come sopra un trono, o meglio sopra un carro di trionfo, allorchè la

porta s'aperse, entrò una frotta d'uomini armati di _rewolvers_.

Erano Americani; ed il loro capo, sbottonatosi, cavò dal giustacuore

una carta, la lesse: o Dio! era la mia sentenza!

Quella buona gente era partita di laggiù per accomodare per sempre

la lite e disfare col ferro il nodo gordiano, cominciando la missione

civilizzatrice col mandarmi le gambe in aria. Ed io, sentendomi ad un

tratto più amante che mai della vita, e la morte già tirarmi pei piedi

nelle sue gelide braccia, dato un rapido intensissimo addio a tante

belle e care creature e cose, colla parola strozzata, balbettando,

colle mani in aria ora in atto pietoso, ora irato, invano protestava

aver io difeso l'onore della mia patria, invano invocava il nome del

Licurgo americano, invano faceva appello agli scritti umanitarii

della signora Beecher Stowe; già comprendeva che gl'italiani non

debbono attendere soccorso che dalle proprie braccia, e un anello

diacciato sulla fronte, la bocca d'una pistola, già stava per sbalzarmi

addirittura al di là dello Stige, quando il garzone mi svegliò, come

eravamo convenuti e mi presentò il conto dello scotto.

*

* *

Se la sentenza dell'Americano mi faceva capire chiaramente come tutti

i popoli non sono generosi se non finchè nella partita s'avvantaggia

il loro interesse, — salvo a piantarvi dopo il primo acchito — quella

dell'oste a prima vista m'apparve come l'arcobaleno dopo un diluvio; a

seconda mi fece osservare che io era tenuto quale inglese — s'intende

naturalmente di quelli del tempo in cui gli animali parlavano, ed i

ricchi non venivano in Italia a rattoppare la fortuna compromessa dagli

_Sport_...

Dopo le prove della notte, uno scambio di nazionalità mi era troppo

sensibile; quella birba, che aveva difeso l'Italia, m'aveva a prezzo

della sua eloquenza, accollato il proprio scotto. Discesi e raccontai

la cosa a ser l'oste: mi rispose che, quanto al prezzo, egli era

convinto che gli stranieri potevano senza ragione di broncio pagare un

po' più la sua ospitalità, quando godevano _gratis_ tanti spettacoli;

e quanto all'incognito, avergli detto che io era suo intrinseco amico,

ed essere convenuto fra di noi che io avrei soddisfatto ogni cosa.....

Così per giunta era tenuto pel suo amico, o Dio sa che cosa! Tuttavia

dopo poche mie osservazioni, d'un tratto di penna tagliò la coda

al totale, coda che io in onore della nazionalità italiana donai al

garzone.

Non vidi più alcuni de' miei commensali. Il Tedesco era partito a

mezzanotte colla corriera del Sempione in compagnia del Francese e

delle sue 17835 iscrizioni — e mezza — l'uno pel Grimsel, l'altro

per Ginevra. L'incognito era certamente passato ad intuonare un inno

all'ospitalità svizzera (a 8, 10 e 12 lire al giorno, compreso il

letto).

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 29 / 54 题