I.

_La sentinella dell'Ossola — Un bagno da trent'anni — I romantici a

Vogogna — Domodossola — Il mercato._

Fra i monti da cui l'Italia è vallata verso settentrione, non v'ha

certamente paese più pittoresco e che porga sì largo tema d'ammirazione

e di studi quanto il grandioso bacino a cui convengono tra i

contrafforti declinanti dalle Alpi Leponzie sette valli variatissime.

Pel poeta, pel pittore e per quelli che corrono le cento miglia per

vedere un paese straniero, una natura assai volte meno curiosa, quanti

spettacoli!

L'antica mitezza dei costumi pastorali, la vivezza dell'aere che frizza

sui nervi, la serena pace che qui si respira, invitano a ritemprare il

corpo e l'anima.

L'abitare fra le Alpi rivergina le menti. Come l'antico gladiatore

di quando in quando soffregava con oleosi sughi le membra, l'uomo

— possibilmente — dovrebbe alcuna volta rinfrancarsi all'eloquente

parola della natura, poichè il pensiero umano sulle Alpi, come sul

mare, ingagliardisce, inspirandosi a quanto di grande emana dalla

loro contemplazione. Lassù fra cielo e terra, il cielo ne attira; le

basse passioni si spengono poco a poco e le generose si accrescono di

coraggio e di forza.

La sapiente antichità bene avvisò che il cielo si scala solo coi monti.

Io quando incontro su queste nostre Alpi tanti stranieri e nessun

Italiano, quasi sto per dire:

— Che peccato che sì belle valli sieno in Italia!!

*

* *

Prendendo le mosse da Feriolo, la natura poco prima sì rigogliosa e

lussureggiante di fiori, di profumi e di verzura ad un tratto raggrinza

la fronte e si mostra severa, trista.

Il monte Orfano nudo, solitario, minaccioso sul varco, è la tomba

senza dubbio d'uno fra gli arditi che ruppero guerra agli Olimpici.

Sentinella avanzata dell'Ossola, come il Pirchiriano è alla valle di

Susa, la sua fronte crucciata vide le orde Cimbriche scendere dal Gries

e dal Sempione ed atterrite coll'aspetto barbaro le legioni romane,

correre vittoriose ai campi novaresi a disputarvi l'Italia, questo

eterno sogno dello straniero. Anche sul Pirchiriano stanno scritti i

fati dei Longobardi. Mezz'ora prima dappertutto ghirlande di rose e

tralci d'ubertose viti festeggiano l'umana famiglia: qui dall'una e

dall'altra parte massi granitici ti pendono sul capo!

I giardini incantati del Vergante e delle Isole Borromee furono una

visione ariostesca?

*

* *

Ornavasso e Vogogna coi loro neri castelli sono i villaggi principali

su cui si passa.

Poco prima di Vogogna, a Migiandone, l'antico ponte della strada del

Sempione in una calda giornata d'estate fu preso da vaghezza di bagnare

le sue membra polverose sulle fresche bionde acque della Toce; ma,

ahi! sventura! colpito da inazione nervosa, sentendosi affogare, invano

invocò aita, nessuno il soccorse. Da trent'anni l'infelice attende una

mano provvidentemente pietosa che lo sollevi dalla Toce: pensate, che

angoscia sarà pel poveretto vedersi passare ogni istante due brutte

barcaccie sul muso, alla musica del sacramentare dei vetturali e dei

viaggiatori!

Vogogna, mi disse un cotale, fu fabbricata da un pittore paesagista

della scuola romantica. I poggi rilevati su cui dondolano le vecchie

mura di merlate torri, sopra il fondo verdastro della cortina alpestre,

non potevano essere meglio disposti.

Mentre si cambiavano i cavalli, io dava un'occhiata al paesaggio e

un'altra ad una graziosa figurina, che da una finestra dell'albergo

della Posta minacciava di saettare i passanti collo sguardo acuto,

affilato di due begli occhi neri. _Veh vobis!_

Il raggio di fuoco che dall'anima saetta col tuo sguardo accende in

ogni cuore desiderii d'amore — a chi non arride il pensiero di cogliere

un bacio su labbra non ancor schiuse all'amorose parole?

Ma bada, veh! Bada che da un dì fatale nessuno più legga la bella

epigrafe che ora rifulge sul tuo frontispizio:

Onorate la vergine!

Tutte queste belle idee, or che ci penso, mi vennero in capo quando la

vettura allontanandosi rapidamente, la visione s'era dileguata... S'io

restava a Vogogna, sarei stato così moralista?

Mi ricordo che nelle storie corrono famosi, Giuseppe d'Israele e S.

Antonio, per avere resistito al fascino della bellezza muliebre.

Ma se Giuseppe non portava un mantello slacciato? Quanto a S. Antonio,

se la bellezza della tentatrice corrispondeva al ritratto lasciatoci

dal De-Colonia, è presto spiegata l'astinenza dell'anacoreta.

La virtù è nella lotta.

Dopo Vogogna la valle si stende ampia, piana, verdeggiante sotto un

vôlto ceruleo.

Il sole tramontava. Passando sopra un ponte di legno che cavalca la

Toce, mi s'indicò il monte Rosa che faceva capolino sopra le altissime

vette dell'Anzasca. Il suo capo ancora suffuso dai raggi solari, si

confondeva quasi nelle aeree tinte del cielo, come quelle teste alate

d'angeli degli antichi cartoni, i contorni delle quali sfumarono.

Nell'Ossola, il popolo al passare delle corriere postali, si ferma e si

leva rispettosamente il cappello.

In breve le ferrate zampe dei cavalli risonarono strepitando sul

lastrico d'una bella, pulita ed ampia via, che dritta corre come fra

due linee di case modeste, allegre, colle persiane dal classico colore

verde.

Domodossola è una curiosa cittadina. Da vedute fotografiche —

invenzione che fra gli altri meriti risparmia la fatica del viaggiare

— molti conoscono, senz'essersi mossi di casa, la piazza del mercato

circondata da case di varia fisionomia, tutte a portici irregolari, con

pilastri in pietra, colle gallerie dai piani superiori a traforo, coi

balconi sporgenti e le grondaie protettrici e i camini a banderuola e

le botteghe tutte diverse d'insegna, di porta, d'addobbo, di profumo.

Da questa piazza s'apre verso settentrione una via non meno bella

di quella che vi scorge arrivando dal Lago Maggiore. Mi si disse che

entrambe si devono alla strada del Sempione.

Appena disceso dalla vettura, entrai nell'albergo. Un garzone, tutto

miele e sentimentalismo, avendo senza dubbio scorto sulla mia cera

intenzioni ostili al pollame, m'indicò una porticina che dal cortile

scorgeva nel salotto. Una tavola stava imbandita verso il fondo,

attorno alla quale erano seduti quattro signori, a quella distanza

legale uno dall'altro, che è solita fra persone che il solo caso

riunisce. Se io fossi un Centofanti potrei dirvi a quante lingue

appartenesse il gergo che vi si biasciava. Uno d'essi a capo del

tavolo, alto secco e nodato a foggia d'una canna, con un naso adunco

come il becco d'un avoltoio, sulla cui gibbosa groppa s'inforcava un

occhialetto verdognolo, senza barba, colle labbra sottili, strizzate,

dalle vesti che pizzicavano l'originalità, colla fronte e le guancie

raggrinzate dall'eccesso del piacere o del dolore, era inglese.

La fisionomia giovialmente serena tra il meditabondo ed il michelaccio,

la capigliatura biondocinerina, la ciera rotonda, un certo fare alla

carlona e una bottiglia di birra spumante, tradivano nell'altro un

figlio dell'Alemagna.

L'accento dimostrava chiaramente francese il terzo.

Ma chi avrebbe saputo dire all'ombra di quale campanile fosse nato il

quarto? Egli in dieci minuti vestiva la sua ciera della melanconia

degl'Italiani, dell'aggrottato _spleen_ degli Inglesi, della seria

bonomia tedesca, dell'alterigia spagnuola, della follia francese. Lo

sguardo era dolce, insinuante, ammaliatore; ora fosco, imponente,

terribile; la bocca rosea come quella di una bella figlia della

Georgia, spesso dal sorriso contraevasi al sogghigno.

Se uno di quegli scultori che sanno dalla pietra ritrarre una forma

evocatrice d'infiniti pensieri, avesse visto, guardato, studiato,

analizzato tutti quei moti irrequieti, che male rappresentano passioni

indecise e lo sconforto del dubbio, ne avrebbe tratto il tipo di

questo secolo. Non un pelo di barba sulle labbra, sulle gote, ma le

sopracciglia e la capigliatura stranamente folte; quest'ultima ad

arricciate ciocche cadevagli nerissima sulle spalle. Era vestito come

un signore di buon gusto. Il suo parlare era poliglotta, una vera _olla

podrida_ di motti italiani, greci, spagnuoli, tedeschi, francesi,

russi, britanni e fors'anche chinesi. Chi avrebbe potuto snebbiare

questo mistero vivente?

Quand'io entrai, il loro colloquio era animatissimo tanto che l'Inglese

gesticolava come un telegrafo non elettrico.

Anzi mi parve che tutti e quattro parlassero ad una volta secondo

la buona usanza parlamentare di quelli che vogliono far prevalere la

propria opinione senza ascoltare quella degli altri.

Salutai: il Francese solo accennò.

Mi sedetti senz'altro, tracannai un bicchiere di vino ad onore e gloria

della cortesia francese, e mentre il garzone recavami la vittima, che

io doveva immolare al mio appetito, ascoltai.

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 28 / 54 题