_La tempesta sul lago. — Quando non si fanno cerimonie._
=È cosa curiosa l'amore della vita!=
_Un beccaio._
Un'immensa nube nericcia s'addensava sui monti che rinserrano il
lago al nord; il lampo di quando in quando guizzando in quell'oscuro
vôlto rischiarava un istante i profili rotti delle montagne. L'aria
soffocante, un'afa di prigione senza uno spiraglio, nessun tuono
ancora.
Verso le supreme cime dell'Ossola le nevi rischiarate dal tramonto,
contrastavano coll'orizzonte come luccicanti armature mal celate sotto
la bruna cappa d'un antico cavaliere.
Il Mergozzolo, che d'ordinario soffia un alito di frescura sul
golfo delle isole, pareva addormentato sui morbidi cuscini della sua
verzura. Ma in fondo del lago, dalla pianura lombarda, sorgeva una
straordinaria cortina di nubi rossiccie, sanguinose, che toccavano
il cielo. Ad un istante, mentre i laghisti mirano le barchette, che
s'involano con rapido alternar di remi dal mezzo della tremula pianura,
un rombo lontano, crescente, incessante annunziò la tempesta colle sue
artiglierie.
Il vento inferiore o _inverna_, si scatenò subitamente sul lago, che
si coprì tosto di spuma leggera, di piccole onde e in meno che il dico
di grandi cavalloni, i quali emulando i marini venivano ad abbattersi
sulla ciottolaia della spiaggia con un lungo stridìo.
Sulla strada che orla il lago il turbine avvolgeva la polvere in
altissimi spirali, in cui tratto tratto sparivano le vetture, le
persone, gli animali fuggenti qua e là. A riva, le lavandaie malgrado
il loro affaccendarsi a raccogliere i panni sciorinati, a gettar
sassi su quelli che erano stesi a terra, videro una miriade di lini
variopinti preda del vento svolazzare sulla strada, sulle case,
sul lago. L'aria era tutta polvere, fiori divelti, foglie, profumi,
cappelli di paglia, non senza qualche ombrello vagante a grado del
turbine, divelto Dio sa da quali manine!
Alla calma era successa di repente la più disordinata agitazione; era
un correre generale, aria, gambe, remi. Lo sbattere delle persiane
e delle invetriate che andavano in frantumi precorse d'un istante un
lampo vivissimo ed un rumoroso tuono, che fu per la tempesta come nella
battaglia il primo fuoco dei bersaglieri avamposti.
L'uragano è precipitato; la schiuma dei fiotti vola a larghe falde
nell'aria per ricadere sopra la nostra gondola in finissima pioggia.
Col vento in poppa, con mezza vela in asta l'_invernone_ ne cacciò
in poco d'ora dalle coste amenissime d'Intra fin presso Cannero. Allo
svolto del monte, che si protende sul lago tra Cannero e Cannobio sotto
al sasso Carmeno, il lago cambiò fisionomia. Un violento aquilone si
abbatteva dalle gole del S. Gottardo sul lago. Una terribile lotta
s'impegnò tra la tramontana e l'invernone. Le onde risospinte, mozzate,
sbattute non avevano più direzione. Il lago era tutto bollente d'ira e
di schiuma, mentre il cielo era tutto fuoco, ed i monti echeggiavano
sordamente alle incessanti scariche dell'elettricità. Di quel lago
sì variamente bello di monti e colline verdissime, d'onde azzurre del
sereno del cielo nulla più appariva.
Il vento sibilava sinistramente nelle pinete; le strade deserte dalla
popolazione chiassona; le onde emulanti il furore del mare, mentre la
grandine ed una pioggia a rovesci formavano una fitta cortina, fra cui
apparivano in lontananza i paeselli a riva, a mezza costa, le isole
in mezzo ad una tinta grigiastra. Dappertutto la forza, la maestà del
temporale: la grazia era scomparsa.
Il gondoliere abbassò ad un tratto la vela e fu in tempo. Le onde
mentre alzavano alta la prua si gettavano da poppa sulla gondola. In
quel tramestio il vento ne cacciò — i volti impallidirono — fra le
torri dei castelli di Cannero, mura liscie, nere, senza porte, a picco
nel lago da cui sorgono.
Il loro aspetto tra il castello feudale, la prigione ed il covo di
pirati è sinistro. Quando questi solitarii avanzi del delitto guardano
dalle oscure occhiaie la ripa vicina, le piante rabbrividiscono. Più
d'una divenne paralitica.
Il vento entrando nella fessura dei muri, dalle finestruole, dalle
fuciliere strideva orribilmente. Al barcaiuolo omai sfinito parve
di sentire in quelle abbandonate stanze risa di scherno, che gli
diacciarono le ossa.
Mi assicurò che erano le ombre dei cinque fratelli pirati già re di
quello scoglio. Per nostra fortuna l'aquilone in quel momento abbatteva
il suo rivale: dietro al castello verso Cannero potemmo gettarci sopra
una piccola spiaggia in faccia all'isolata torre della Malpaga. La
barca tratta da quella furia di vento girò sopra se stessa rapidamente,
passò innanzi alla torre, quando un'onda la sollevò in alto per
stritolarla un momento dopo sulla scogliera. La notte era discesa cupa,
oscurissima: in quella tenebrìa non si sarebbe potuto scorgere anima
viva!
Il barcaiuolo, tremante, accennava al chiarore dei lampi una frotta di
spazzacamini già naufragati poco lungi presso Cannobio, che diguazzando
cercavano colla rabbia della disperazione di salvarsi sopra i frantumi
della barca. Quei volti gonfi, dai capelli verdastri, erano orribili.
La caliginosa tinta lottava invano colla pallidezza cadaverica: gli
occhi roteavano con sguardi di desiderio, di terrore nell'agonia. Un
piccolo ragazzo fra i naufraghi era giunto ad impadronirsi d'un remo.
Suo padre gli chiedeva aiuto, una mano per salvarsi. Il ragazzo attese
che il padre fosse vicino, e con un colpo della rastia gli fracassò le
cervella. L'annegato calò a fondo e ritornò a galla presso il figlio:
afferratolo pei piedi lo sbalzò dal remo. Ogni frusto della barca
era l'oggetto d'una lotta. Avviluppato nella vela, legato, soffocava
il vecchio arruolatore di quei neri operai, invano chiedendo aiuto:
una dozzina di ragazzi stringeva colle braccia convulse il corpo
galleggiante di chi li nutriva.........
Intanto presso Pino appiedi a quel crocifisso, che stende invano le
braccia ai naviganti, succedeva una scena poco dissimile. Uno schifo,
su cui due fidanzati, urtava in quella roccia e tutto spariva....
In quella notte l'annegata veggendo il suo caro dormire fra l'alghe
in fondo al lago, leggiera si spiccò alla superficie e dopo mille
tentativi inutili, colle mani sanguinose potè appigliarsi ad uno
sterpo, che sorgeva in una fessura della roccia.
Lo sterpo è sufficientemente robusto: ancora un istante e la bella è
salva, quando ad un tratto il suo corpo è strettamente avviticchiato.
Prega la misera, prega, supplica, assicura, giura che lo farà salvo fra
un istante: ma tutto è vano.
Ella sente smarrirsi le forze, sdrucciolare sull'ammuffata roccia,
lo sterpo sbarbicarsi per il soverchio peso..... la brutta morte
s'appressa nuovamente inevitabile.
Allora un pensiero d'inferno balena alla sua mente..... quella mano,
che ha fra le dita l'anello nuziale, abbranca ratta un'affilata
pietra... Il fidanzato non è più, ma il suo corpo non si è staccato
dal funereo amplesso: le braccia, il petto non sono più animati, il
volto pallente, la lotta è cessata, ma il nemico resta e implacabile,
spaventoso. Ogni sforzo della bella è inutile, lo sterpo si sradica
sempre più, ed ella si sente tirare al fondo dell'abisso fra le sue
bestemmie all'amante, fra le convulsioni degli sforzi per guadagnare la
vita.
Mi svegliai madido di freddo sudore ad una bella aurora, che su tutto
il lago spargeva fiori e perle, dopo queste orrende visioni dell'amore
della vita, che mi richiamavano ancora confuse le parole a doppio senso
del barcaiuolo a me che lo interrogava nella tempesta, se m'avrebbe
condotto a riva a nuoto:
— Eh! in queste occasioni non si fanno cerimonie!