XIV.

_La tempesta sul lago. — Quando non si fanno cerimonie._

=È cosa curiosa l'amore della vita!=

_Un beccaio._

Un'immensa nube nericcia s'addensava sui monti che rinserrano il

lago al nord; il lampo di quando in quando guizzando in quell'oscuro

vôlto rischiarava un istante i profili rotti delle montagne. L'aria

soffocante, un'afa di prigione senza uno spiraglio, nessun tuono

ancora.

Verso le supreme cime dell'Ossola le nevi rischiarate dal tramonto,

contrastavano coll'orizzonte come luccicanti armature mal celate sotto

la bruna cappa d'un antico cavaliere.

Il Mergozzolo, che d'ordinario soffia un alito di frescura sul

golfo delle isole, pareva addormentato sui morbidi cuscini della sua

verzura. Ma in fondo del lago, dalla pianura lombarda, sorgeva una

straordinaria cortina di nubi rossiccie, sanguinose, che toccavano

il cielo. Ad un istante, mentre i laghisti mirano le barchette, che

s'involano con rapido alternar di remi dal mezzo della tremula pianura,

un rombo lontano, crescente, incessante annunziò la tempesta colle sue

artiglierie.

Il vento inferiore o _inverna_, si scatenò subitamente sul lago, che

si coprì tosto di spuma leggera, di piccole onde e in meno che il dico

di grandi cavalloni, i quali emulando i marini venivano ad abbattersi

sulla ciottolaia della spiaggia con un lungo stridìo.

Sulla strada che orla il lago il turbine avvolgeva la polvere in

altissimi spirali, in cui tratto tratto sparivano le vetture, le

persone, gli animali fuggenti qua e là. A riva, le lavandaie malgrado

il loro affaccendarsi a raccogliere i panni sciorinati, a gettar

sassi su quelli che erano stesi a terra, videro una miriade di lini

variopinti preda del vento svolazzare sulla strada, sulle case,

sul lago. L'aria era tutta polvere, fiori divelti, foglie, profumi,

cappelli di paglia, non senza qualche ombrello vagante a grado del

turbine, divelto Dio sa da quali manine!

Alla calma era successa di repente la più disordinata agitazione; era

un correre generale, aria, gambe, remi. Lo sbattere delle persiane

e delle invetriate che andavano in frantumi precorse d'un istante un

lampo vivissimo ed un rumoroso tuono, che fu per la tempesta come nella

battaglia il primo fuoco dei bersaglieri avamposti.

L'uragano è precipitato; la schiuma dei fiotti vola a larghe falde

nell'aria per ricadere sopra la nostra gondola in finissima pioggia.

Col vento in poppa, con mezza vela in asta l'_invernone_ ne cacciò

in poco d'ora dalle coste amenissime d'Intra fin presso Cannero. Allo

svolto del monte, che si protende sul lago tra Cannero e Cannobio sotto

al sasso Carmeno, il lago cambiò fisionomia. Un violento aquilone si

abbatteva dalle gole del S. Gottardo sul lago. Una terribile lotta

s'impegnò tra la tramontana e l'invernone. Le onde risospinte, mozzate,

sbattute non avevano più direzione. Il lago era tutto bollente d'ira e

di schiuma, mentre il cielo era tutto fuoco, ed i monti echeggiavano

sordamente alle incessanti scariche dell'elettricità. Di quel lago

sì variamente bello di monti e colline verdissime, d'onde azzurre del

sereno del cielo nulla più appariva.

Il vento sibilava sinistramente nelle pinete; le strade deserte dalla

popolazione chiassona; le onde emulanti il furore del mare, mentre la

grandine ed una pioggia a rovesci formavano una fitta cortina, fra cui

apparivano in lontananza i paeselli a riva, a mezza costa, le isole

in mezzo ad una tinta grigiastra. Dappertutto la forza, la maestà del

temporale: la grazia era scomparsa.

Il gondoliere abbassò ad un tratto la vela e fu in tempo. Le onde

mentre alzavano alta la prua si gettavano da poppa sulla gondola. In

quel tramestio il vento ne cacciò — i volti impallidirono — fra le

torri dei castelli di Cannero, mura liscie, nere, senza porte, a picco

nel lago da cui sorgono.

Il loro aspetto tra il castello feudale, la prigione ed il covo di

pirati è sinistro. Quando questi solitarii avanzi del delitto guardano

dalle oscure occhiaie la ripa vicina, le piante rabbrividiscono. Più

d'una divenne paralitica.

Il vento entrando nella fessura dei muri, dalle finestruole, dalle

fuciliere strideva orribilmente. Al barcaiuolo omai sfinito parve

di sentire in quelle abbandonate stanze risa di scherno, che gli

diacciarono le ossa.

Mi assicurò che erano le ombre dei cinque fratelli pirati già re di

quello scoglio. Per nostra fortuna l'aquilone in quel momento abbatteva

il suo rivale: dietro al castello verso Cannero potemmo gettarci sopra

una piccola spiaggia in faccia all'isolata torre della Malpaga. La

barca tratta da quella furia di vento girò sopra se stessa rapidamente,

passò innanzi alla torre, quando un'onda la sollevò in alto per

stritolarla un momento dopo sulla scogliera. La notte era discesa cupa,

oscurissima: in quella tenebrìa non si sarebbe potuto scorgere anima

viva!

Il barcaiuolo, tremante, accennava al chiarore dei lampi una frotta di

spazzacamini già naufragati poco lungi presso Cannobio, che diguazzando

cercavano colla rabbia della disperazione di salvarsi sopra i frantumi

della barca. Quei volti gonfi, dai capelli verdastri, erano orribili.

La caliginosa tinta lottava invano colla pallidezza cadaverica: gli

occhi roteavano con sguardi di desiderio, di terrore nell'agonia. Un

piccolo ragazzo fra i naufraghi era giunto ad impadronirsi d'un remo.

Suo padre gli chiedeva aiuto, una mano per salvarsi. Il ragazzo attese

che il padre fosse vicino, e con un colpo della rastia gli fracassò le

cervella. L'annegato calò a fondo e ritornò a galla presso il figlio:

afferratolo pei piedi lo sbalzò dal remo. Ogni frusto della barca

era l'oggetto d'una lotta. Avviluppato nella vela, legato, soffocava

il vecchio arruolatore di quei neri operai, invano chiedendo aiuto:

una dozzina di ragazzi stringeva colle braccia convulse il corpo

galleggiante di chi li nutriva.........

Intanto presso Pino appiedi a quel crocifisso, che stende invano le

braccia ai naviganti, succedeva una scena poco dissimile. Uno schifo,

su cui due fidanzati, urtava in quella roccia e tutto spariva....

In quella notte l'annegata veggendo il suo caro dormire fra l'alghe

in fondo al lago, leggiera si spiccò alla superficie e dopo mille

tentativi inutili, colle mani sanguinose potè appigliarsi ad uno

sterpo, che sorgeva in una fessura della roccia.

Lo sterpo è sufficientemente robusto: ancora un istante e la bella è

salva, quando ad un tratto il suo corpo è strettamente avviticchiato.

Prega la misera, prega, supplica, assicura, giura che lo farà salvo fra

un istante: ma tutto è vano.

Ella sente smarrirsi le forze, sdrucciolare sull'ammuffata roccia,

lo sterpo sbarbicarsi per il soverchio peso..... la brutta morte

s'appressa nuovamente inevitabile.

Allora un pensiero d'inferno balena alla sua mente..... quella mano,

che ha fra le dita l'anello nuziale, abbranca ratta un'affilata

pietra... Il fidanzato non è più, ma il suo corpo non si è staccato

dal funereo amplesso: le braccia, il petto non sono più animati, il

volto pallente, la lotta è cessata, ma il nemico resta e implacabile,

spaventoso. Ogni sforzo della bella è inutile, lo sterpo si sradica

sempre più, ed ella si sente tirare al fondo dell'abisso fra le sue

bestemmie all'amante, fra le convulsioni degli sforzi per guadagnare la

vita.

Mi svegliai madido di freddo sudore ad una bella aurora, che su tutto

il lago spargeva fiori e perle, dopo queste orrende visioni dell'amore

della vita, che mi richiamavano ancora confuse le parole a doppio senso

del barcaiuolo a me che lo interrogava nella tempesta, se m'avrebbe

condotto a riva a nuoto:

— Eh! in queste occasioni non si fanno cerimonie!

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 22 / 54 题