XIII.

_La malinconia a Cannobio — Non tutti i cattivi principii hanno cattiva

fine — All'indiscreto lettore._

L'aria è soffocante: non un alito di venticello sfiora il lago;

ma Cannobio che all'aspetto esteriore presi per la patria della

melanconia, è dimora d'una costante brezza, che tutto mi fa fremere

deliziosamente. È il più fresco villaggio di tutto il lago, come ne è

forse il più freddo nell'inverno.

Cannobio ha un aspetto originale. Adagiato in riva al lago fra una

gola di erti monti boscati, presenta una serie di case variatissima.

A destra verso la Cannobina, torrentaccio insolente, dieci o dodici

antichissime case di pietra, la maggior parte delle quali in semirovina

con finestre sfondate, usci disarpionati, tetti cadenti, mentre la

spiaggia è popolata di lavandaie e di pescatori. Queste rozze topaie

sono divise dal resto da una bella chiesuola, in cui — senza parlare

di Bramante che la disegnava, nè del ricco pavimento a scacchiere di

marmo — s'ammira una bella tela del Rafaello delle montagne, Ferrari

Gaudenzio, rappresentante la discesa dalla Croce. Questo tempio

sormontato da una cupola attorniata da colonnette a portico in giro è

rivolto verso l'interno del paese.

Dal tempio, che così visto dal lago non è meno bizzarro del resto,

corre una fila di case, l'una dall'altra diversa, innanzi a cui

s'innalzano antichi platani, che ombreggiano un tratto di terreno

irregolare senza spiaggia, ma orlato al lago d'un muricciuolo su cui

siedono e si appoggiano al rezzo delle piante foltissime ragazzi e

fanciulle ed i faniente del paese. Di queste case una presso la chiesa

ha la figura di una casa lombarda del XVI secolo: varie iscrizioni in

marmo dormono sul muro grigiastro fatto più scuro dal contrasto dei

muri vicini a colori vivi, qua e là un po' scoloriti dalla pioggia,

come quelli delle villeggiature della Liguria. Quell'altra ha le

inferriate gibbose alle finestre ed i balconi e le persiane e le tende

delle case spagnuole. Poi nella ressa che fanno, stringendosi una

addosso all'altra, per stare a vista del lago, un altro gruppo di case

a portici, a piani sporgenti, slavate, scornicciate dal vento e dal

tempo. Ecco Cannobio dal lago. Entrate, se è possibile, girando lungo

la Cannobina dalla parte opposta, non lo riconoscerete. Un'ampia, lunga

e pulita via adorna di belle abitazioni, una piazza con un bel tempio

vi fanno affatto ricredere che il borgo sia un ammasso di trabacche

annerite e spiombate come da buon tratto della sponda.

Si direbbe che l'egoistico amore d'una tranquillità assoluta abbia

vestito così tristamente la fisionomia esteriore della borgata per

tener lungi ogni contatto straniero. Il laghista è generoso, ma poco

socievole.

*

* *

Passai varii giorni al rezzo dei platani di Cannobio. Tramontato il

sole, in gondola. La sera vogava attorno alla rupe profonda di Pino,

grazioso paesello sopra un erto promontorio vestito di castagni e che

si pavoneggia mirandosi addoppiato dall'onda.

Ritorniamo ad Intra; cerchiamo un barcaiuolo. Una ventina stanno alla

spiaggia, parte racconciando attrezzi di pesca, parte dormendo distesi

lungo il muricciuolo all'ombra dei castagni. Questo giovane tarchiato

dallo sguardo insolente e col frusto di sigaro fra i denti, mi garba

assai. Questo vecchio con quella nidiata di ragazzacci attorno è un

vero tipo di quegli apostoli che il vigoroso pennello di Tintoretto

scolpiva sulla tela a Venezia.

Mentre io me ne stava guardando l'animato quadro, che mi si spiegava

dinnanzi, apparì non so di dove una bella creatura, diciottenne, bionda

come un'Inglese e tutta spilloni d'argento alla nuca, come la Lucia

dei _Promessi Sposi_. Ella venne presso uno schifo legato a terra e vi

depose un paniere. Quella testa era stupenda; non era un profilo greco

e qualunque pittore l'avrebbe plasmato qual era. Sulla sua fronte non

si leggeva un pensiero che non fosse di gioia; il sole le aveva indarno

abbronzato il viso, mentre il collo appariva, sotto il fazzoletto

rosso, di rara bianchezza..... Non parliamo di grazia del suo collo

piegato a leggera curva più grassoccio che magro. Il petto ricolmo

palpitava sotto una vestina, che aperta mostrava una bianca camicia

raccolta a sottili pieghe. Due scarpe quadrate malfoggiate tradivano un

piede snello, irrequieto.

Saltò nella barca con agilità e mi sorrise. Che faccia la barcaruola?

Perchè no? Ne ho viste tante ad Intra! E colla maggior grazia del

mondo:

— Vorreste, bella ragazza, noleggiarmi la vostra barca?

— _Smorbion_! Mi rispose seccamente, mentre quel certo vecchio del

Tintoretto senza nemmeno toccarsi il cappellaccio di paglia con un

piglio tra l'arrogante e l'offeso mi si era piantato dinnanzi, tra me e

la forosetta.

— Cosa vuole da quella ragazza?

— Ve lo dirò, quando mi avrete spiegata quella parola _smorbion_.....

— Quella parola vuol dir insolente, petulante, cattivo soggetto.

Davvero che quel vecchio animandosi, imporporandosi, mi diventava

sempre più interessante; il petto velloso scoperto, gli occhi

ancora raggianti di forza, i lineamenti improntati dalle tramontane,

m'impedivano affatto di irritarmi.

È inutile dire, che dopo poche parole il vecchio era tranquillo sulle

proposizioni da me fatte a quella tosa, e che il cerchio ragunatosi

d'allocchi desiderosi di essere spettatori d'una scena di pugilato,

rimase con tanto di bocca quando mi vide saltare col vecchio nella

barca, ove già stava la bella Peppina.

La Peppina se ne andava a Maccagno: perchè non v'andrò io pure? Una

mezz'ora con lei merita una visita a Maccagno. Nella gondola entrambi

seduti a poppa, ella non era più così sospettosamente selvaggia. Non vi

parlerò nè delle sue belle treccie, nè delle sue scarpe troppo grandi,

non del corallo delle labbra, nè degli occhi azzurri come il lago, nè

delle sue calzette bianche di bucato. Ma perchè non dirò che un eroe

avrebbe desiderato di riposare il capo su quel petto palpitante di vita

e d'amore? Nel paniere erano frutta: ne mangiammo assieme; scendemmo a

Maccagno, salimmo una lunga erta boscata ed ombrosa in cima alla quale

un piccolo villaggio.

Passai qualche giorno a Maccagno fra la pipa, i disegni, i racconti,

che la cara forosetta mi narrava sulle sponde dell'ameno Delio,

percorrendo i boschi, e..... Che cosa è questo ammiccare degli occhi,

garbato lettore?

— Finisci adunque la frase.

— Nossignore. Merita forse che io le faccia vedere i bei granchi a

secco che la piglia, quando vuol dar retta alle mormorazioni della più

volgare malizia? Se non capisce lo scopo dei miei racconti, peggio.....

— Ho capito. Vorresti darmi ad intendere, che la laghista, popolana,

è tanto amabile e generosa, stretta conoscenza, quanto è ritrosa e

selvaggia, a primo incontro.

— In verità, che se non fosse mio lettore le direi, in confidenza,

che l'è un pesca granciporri... La laghista sotto ogni aspetto è più

cara del laghista. Il sorriso del cielo e del paese le persuadono

l'amore. Ma teme l'amore e lo sfugge volentieri... Innamorata è la

donna — a quanto mi si disse — più generosa del mondo. Quante volte le

grazie femminili temperano la volgarità maschile, qui come dapertutto!

Le aggiungerò, signor lettore, che se i laghisti non fossero gelosi

come tutti gli altri italiani, io vorrei intonare un inno, a grande

orchestra, alle gentili abitatrici delle sponde verbanesi.... Torniamo

dunque in buona pace alla Peppina. Se m'avesse risposto a Cannobio:

— Signore, questa barca non m'appartiene; io non avrei passato una

settimana lassù. Dopo questa, la bella Peppina partiva per Milano

lasciandomi a ricordo una folla di pazze leggende, con cui aveva

popolato i castelli di Cannero e i boschi di Maccagno.

Che andava a fare a Milano? A cangiare di scarpe, mi rispose

sorridendo. Ad ogni modo la fortuna ti sia propizia!

*

* *

— Compagno mio, voi mi tenete il broncio, e mi pare di non avervene

data cagione. Vi compatisco: il pensiero corre qualche volta laggiù

fra le mura della vostra città... Voi non mi rispondete? Mi guardate

sospettoso... Sotto il saio sgualcito, fantastico dello zingaro, Dio

sa chi potrebbe nascondersi, n'è vero? L'abito abbottonato, una mano

sulla tasca, un'educata smorfia di noia sulle labbra... La cera ed

il silenzio parlano qualche volta con rara eloquenza. Chi sa quanti

sotto queste spoglie non avrebbero sospettato un giornalista ricco

di speranze e d'appetito in cerca d'_associati_; un aspirante al

Parlamento in giro pel circondario promettendo il ritorno dell'età

dell'oro; un commesso di libraio che pretende colla minaccia, o la

borsa o la vita, _una firma_ per un'opera mai più vista, a cui posero

mano cielo e terra!

— Zingaro, mi pare che voi m'abbiate promesso di guidarmi dal Verbano

alla Svizzera per l'Ossola e la cosa va alle calende greche. Sono

oramai stanco di asolare. Alla fin fine che m'avete voi fatto vedere?

Invero io m'aspettava.....

— Una lanterna magica o un cicerone di piazza?

Se desiderate _vedute_ compratevi delle fotografie. Vorreste forse

sapere il nome di tutto ciò che sfila dinanzi agli occhi? Vorrei

potervi dire il nome dei signori di questa e di quella villeggiatura;

ma per mia disgrazia non oso ficcare il naso oltre il cancello del

giardino per aspirare ad aperte narici l'olezzo dei miei carissimi

fiori..... Se in quell'istante capita il portinaio, arrossisco come

un ladro, tanto più che è difficile che m'inviti ad entrare. Cogli

zingari, si è già troppo cortesi quando si lasciano traguardare da

un'inferriata. Pensate, se mi capita un grazioso signore, se io con

questa maledetta indole oserei dirgli:

— Servitor suo, io sono uno zingaro, ma di quelli che rubano solamente

cogli occhi e col naso... mi permetta... scombicchero un libro... farò

cenno e lode di lei... Scusi... per mia regola... a che ora pranza? Non

voglio disturbarla... — Metterei la mia rispettabile schiena a rischio

di farsi gramolare.

Con questo sistema, scrivendo difilato di tutto e di tutti, io,

sapendolo fare, avrei scritto un librone in-folio, ed il lettore non

l'avrebbe comperato per non saperlo ficcare in tasca. È vero, salto

di palo in frasca; ma v'assicuro che ciò è unicamente per darvi agio a

respirare. Insomma ditemi il vostro piato.

— Voglio dirvi che voi non mi avete ancor dipinto qualche singolarità

in mezzo ad una natura pur singolare per varia bellezza.

— Giuggiole! E dove la prendo io?

— Lo scultore del fango forma una Venere, e voi mi fate viaggiare in

lungo e in largo il lago........

— Annoiandovi?

— L'avete detto. Voi non mi parlate che degli alberi, delle montagne e

delle onde. Pare che il lago non sia abitato.

— Ma e Manzoni e Massimo d'Azeglio?

— Eh! Si conosceva come gente di casa, quando voi senza fallo eravate

ancora cullato dalla balia colla cantilena del ninna nanna.

— Che volete? Conversare dei morti non mi talenta, e dei vivi,

quand'anche potessi loro conferire l'immortalità, non ne ho punto

voglia. Se alcuno non trova il suo tornaconto, se la pigli col lettore

indiscreto. I nomi maiuscoli di quelli che fanno parlare di sè in

Italia, è inutile che io li ricanti. Parlare di sconosciuti è cosa

poco allettevole per voi e pericolosa per me, chè nella lode non avrei

sempre la sanzione dei conterranei del genio incompreso.

Tutto il lago possiede uomini d'ingegno vivace, senza farne però gran

caso: tutti i libri di laghisti pubblicatisi vi ebbero pressochè nessun

esito. Non avete mai veduto in un frutteto un albero chiomato di fronde

rigogliose di fiori e di frutta lasciarsi involare dal vento i più

odorosi e le più saporite? Il laghista non legge.

La popolazione industre, laboriosa ama il litro più del libro...

Chi oserebbe rimprocciarnela? Lo stesso lord Byron direbbe che hanno

ragione.

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 21 / 54 题