_Treffiume o Trafiume — Dammi amore e ti do un mondo._
Un bel mattino, di Cannobio m'avviai verso Trafiume di buon passo.
L'aria frizzante della valle Cannobina, in cui io m'innoltrava,
raffrescandomi tutta la persona, faceva sì ch'io corressi per quella
stradicciuola come se avessi le ali ai piedi. Io non correva punto a
deliberata meta; correva perchè.... correva!
Chi potrebbe tentare l'enumerazione di tutti i moti dei quali non
è ben nota la causa efficiente? Un giorno berresti un fiasco di
lacrimacristi, al domani ti spinge una vera necessità di seppellirti
lungo e disteso nelle lamentazioni di Young. Quel dì io avrei piuttosto
bevuto alla vostra salute un sorso di lacrimacristi e lasciato ad
altri il piagnone inglese. Come pensare a tante melanconie quando il
cielo è sorridente, fresca l'aura, più verdi le piante, più garrule le
rondini, e lo stesso torrente ha voce più armonica? La valle Cannobina
triste per avarizia di natura era meno uggiosa. Con queste divagazioni
mentre sto per passare sopra un antico ponte, eccomi là in fondo tra i
castagneti Trafiume.
Perchè _Trafiume_ s'egli non è a mezzo le acque? Dove sono gli archivii
del comune? Le antiche pergamene? Il biricchino a cui io moveva queste
domande per appagare il mio onestissimo desiderio di condire al lettore
la passeggiata con un cicino di storia secondo i buoni costumi della
buona letteratura... Dove mi trovo? Ecco cosa mi tocca con questo
benedetto divagare e saltare di palo in frasca! Ah! Eccomi sulle
rotaie. Il monello andava a scuola a Cannobio, ove studiava nientemeno
che la storia, l'aritmetica, la geografia e la lingua italiana, ed
a prova palpabile degli studii portava accollato al dosso un certo
zibaldone di libri, o cartellone che vogliate, di tale mole, che
il _puer sudavit et alsit_ non fu mai appiccicato sì a dovere. Quel
professore in erba mi disse adunque che il villaggio in discorso era
Treffiume.
— Caspita! Tre fiumi? Dove sono questi fiumi? Il monello mi guardò
estatico, poi di trotto che il fastello dei libri gli saltellava sul
dosso, partì in mezzo ad un nugolo di polvere, piantandomi sul ponte a
fare conversazione con una antica statua di pietra.
Disperato di non trovare la sospirata etimologia, mi avanzo oltre il
paesello nella vallea pensando se non mi sarebbe dato di essere il
Colombo dei tre fiumi di Treffiume.
Oh! eccomi chiusa la via: il torrente s'allaga nell'uscire da un oscuro
e cavernoso canale fra due roccie ertissime congiunte lassù da un
ponte, che da un tempietto valica l'orrida forra.
Una provvidenza di barchetta mi attendeva, ed io meno confidente
di Colombo, quando salpava coi legni Ispani per la patria delle
contraddizioni e dei _rewolvers_, m'avventurai in quel quasi
sotterraneo canale a mille doppi più periglioso della Manica.
A dritta cento sassi screpolati, scagliosi, tentennanti sul tuo capo:
a sinistra una roccia spossata di stare lassù abbracciata al monte
e che aspetta forse una sola parola dell'eco per abbandonarsi nelle
braccia della legge di gravità, e sotto al fragilissimo schifo un
gorgo profondo.... Scilla e Cariddi! Eppure la voluttà vertiginosa
del pericolo m'invita oltre la soglia della forra, ed io, compreso
da religiosa temenza, susurro al gondoliere: voga! voga! Ed egli
voga, ed i vivi raggi del sole non osano entrare con noi in quella
misteriosa stanza, in cui certo fra l'ombre ed il mormorio delle acque
amoreggiano.....
Ma che? Il navicellaio è scomparso, e dall'onde una dolcissima figura
nuotando silenziosa, conduce con una mano lo schifo, ed io ammiro
quelle forme divine su cui le chiome diffuse e l'onde fanno dubbioso
velo..... or eccola a prua, assisa, che con mano sicura, spingendo
ora a destra ora a sinistra, m'addentra nell'umido laberinto. Io
la guardo..... con occhi sì desiosi di una sua novella che valga a
snebbiarmi il cervello, che essa mi sorride e mi dice che s'io bramo
conoscere la sua storia, devo seguirla nelle sue stanze........ Il
rauco fragore della cateratta, a' piedi della quale siamo giunti, si
mesce al dolce suono delle parole dell'ondina....... Ella m'indica
il profondo dell'abisso invitandomi a seguirlo. Io, palpitando con
mille moti di terrore, di ansietà e d'ammirazione, l'ascolto e la fiso
estatico........ La corrente lene lene ne conduce con essa, mentre la
ninfa dello speco, appoggiato il gomito sulle ginocchia, ne fa sostegno
al capo, e.....
— Ricusi? Vieni laggiù con me ed io quante gioie ha amore tutte ti
darò. Ancora ricusi? Sei tu ambizioso? Io ti farò re di queste onde,
e non avrò altra cura che di foggiarti corone d'alghe intrecciate ai
fiori delle spiaggie. Sei tu avido di novelle e di leggende? Tu poserai
il capo sulle mie ginocchia, e ti racconterò un mondo di cose che
ignori e ch'io ti farò amare. Sei vago di nuove acque? Ti condurrò nel
lago, e di là pel Ticino e pel Po nell'Adriatico, nelle lagune popolate
di tante memorie di gloria e d'amore! Vieni... vieni... io t'amo! Io
ti farò colle mie mani un trono di conchiglie a mille colori più vaghi
dell'iride, e quando ti sarà caro rompere il corso tranquillo dei dì,
noi, lasciata la nostra reggia e spintici a galla, proveremo la nuova
ineffabile voluttà d'abbandonarci ai fiotti, scendendo veloci nei
gorghi e rimontando sui cavalloni in un letto di molle schiuma, mentre
i canneti e i boschi lungo le rive ne susurreranno i segreti delle
loro ombre. Oh! vieni, affidati a chi ti legherà sì strettamente a sè
coll'amore, che tu non avrai più cuore di respingerla! Tu tremi?.... Io
non sono bella per te!
E la bellissima in atto di cordoglio copriva il volto colle palme e
la persona colle treccie copiose. Vergognoso ed in una arse le vene
di inusato foco, io mi gettai a' suoi piedi onde non mi sfuggisse...
era troppo tardi!... Collo sguardo e co' dolci nomi e colla persona
spirante bellezza singolare continuava a farmi invito... e lungo
la strada a Cannobio io rivedeva di quando in quando quella strana
apparizione fra le onde riottose del fiume; e mentre il piroscafo
m'involava a quelle acque, io la vidi ancora nei fiotti schiumanti
seguire il solco scintillante della nave, con mille invocazioni.....
Se voi andrete a Treffiume a visitare l'orrido di S. Anna, e vi
toccherà in sorte di vedere fra quelle misteriose ombre l'ondina
assetata d'amore, Verbania, la regina del lago, ditele che senz'amarla
non è dato allo zingaro di dimenticare il primo essere che volesse
farlo felice di tanti doni in cambio di solo amore!
. . . . . . .