_Scoperta del Ticino in Italia — Locarno e Magadino — Diversità di
sistema metrico — Il Re Gambrino in Italia._
I Ticinesi, malgrado gli Svizzeri oltremontani, sono Italiani. Della
Svizzera non hanno che le leggi. Cielo, clima, favella, istoria più
ancora che la stessa giacitura del paese li fanno Italiani. Essi sono
liberi, ma il giorno in cui tutta l'Italia sarà libera, essi non si
chiameranno più Svizzeri. Allora si accorgeranno che i loro altissimi
monti li invitano a scendere nella valle del Po, non a valicarli per
discendere fra mezzo ad altre razze, ad altre idee.
I Ticinesi non mangiano che pane italiano e respirano aure italiane.
Dippiù, chi direbbe Vela uno Svizzero piuttosto che un compaesano di
Canova? I Ticinesi non dicono d'essere Italiani più che Svizzeri,
non lo dicono mai: ma ad ogni ora lo provano. Il Ticino non diede
i congiurati del Grütli, nè gli eroi di Grandson e di Morat, alla
Svizzera, ma diede all'Italia soldati ed artisti famosi. I Ticinesi
sono Svizzeri nelle sale del loro governo; ritornati al sole, sono
Italiani. Se i Ticinesi non fossero liberi, sarebbero ora con noi.
Essi sentono tutto il pregio inestimabile della loro libertà, ed ogni
volta che l'Italiano combattè per la sua propria si vide al fianco un
Ticinese.
Finchè l'Italia non è libera, il Ticino è svizzero per accogliere nelle
sue braccia i nostri profughi.
Il golfo elvetico ha sembianze severe. I monti altissimi sfiancati, a
gran tratto nudi, scheggiati, proiettano ombre rotte sul paesaggio. Ma
Locarno è in uno dei più deliziosi siti del lago, come ne è una delle
più belle cittadine.
La passeggiata al Santuario della Madonna, lassù è piena di belle
viste. Peccato che da Locarno si vede poco lago.
Magadino, il villaggio del lago forse più conosciuto in Europa dopo
Arona, è forse il meno degno di esserlo per tutto che non è commercio.
Dieci case, in cui nove depositi di merci, otto venditori di tabacco,
sette caffè, sei spedizionieri, cinque alberghi, quattro pubblici
funzionarii, tre uffici, due bigliardi, e dappertutto un odor di
formaggio che assassina.
A Magadino capitò un giorno, in una sdruscita barcaccia, di cui pagò
il nolo cantando una deliziosa barcaruola, la Poesia. Un soldato, che
stava all'approdo, veggendo quella figura divinamente strapazzata,
tenendola per qualche affare di contrabbando, la condusse nanti il
giudice del distretto. Siccome la poverina parlava un linguaggio
inintelligibile per le orecchie _burocratiche_, questi mandò per un
mercante che conosceva varie lingue. Il nuovo arrivato le chiese qual
mestiere esercitasse.
— Tesso con fiori la trama della vita umana.
— Che diavolo di stoffa è questa! sclamò il mercante passando colla
mente in rassegna le tele dell'Olanda, i pizzi del Belgio, e le mussole
della Svizzera. Diede di mano ad un _metro_, che stava presso al banco
del giudice, e mostrandolo alla poverina, le chiese se avesse inteso
favellare di quella misura.
Smarrita da tanta sconoscenza, ella, che pure aveva cantato tante
glorie e consolato tanti dolori, fuggì ratta, e da quel dì più non si
vide attorno.....
Malgrado il continuo va e vieni di piroscafi, di barche, di vetture, di
carri, di bestemmie e di pugni fra vetturali e facchini, noi passammo
una deliziosa serata all'albergo del Belvedere, ammirando dal balcone
esteriore della casa il bel golfo ticinese riflettere gli ultimi
chiarori del sole che tramontava incendiando le nubi che coronavano
le vette della Valticino, mentre il _maître d'hôtel_ ne raccontava le
avventure dei suoi viaggi.
*
* *
Sulla bella via che tende da Locarno a Bellinzona v'ha una graziosa
casetta, che si pavoneggia in mezzo ad un giardino senza fiori. La
domenica v'è un chiasso da non dirsi di strilli musicali, di danzatori
che s'avvolgono in un turbine polveroso, di battimani degli assistenti,
in mezzo ad un va e vieni di ciotole di birra; che quella è una
birreria, la più bella, la più frequentata di Locarno. Una brigatella
di suonatori, ignoro se di mestiere — non posso dire dell'arte — o
dilettanti, — nel caso sono pur discreti a dilettarsi con sì poco!
— soffiava a tutto polmone negli strumenti più o meno assordanti,
inaffiando di quando in quando la gola riarsa con un sorso di spumante
birra. I danzatori — i maschi stavano alle femmine in ragione del cento
per uno — mescevano di quando in quando birra alle danzatrici, mentre
i curiosi in giro e gli altri avventori ai tavoli in giardino, sullo
steccato dinnanzi alla casina, gridavano battendo colle ciotole vuote:
birra, birra! Io chiusi gli occhi — e, meno l'assenza dell'armonia nei
chiasso strumentale — mi pensai di essere in Germania con un _schop_ in
mano e l'inevitabile pipa in bocca.
E mi parve di sentire attorno la lingua di Klopstok raccontare la
curiosa leggenda di Gambrino, il quale, come Noè il vino, scopriva la
birra, e meritavasi così di essere raffigurato tra Schiller e Goethe
su tutte le ciotole delle birrerie tenere della gloria alemanna. Vispe
e procaci ragazze correvano attorno servendo lo amarognolo liquore, e
ritraendone il prezzo e per giunta lo scoccare d'una interrogazione
galante o d'un bacio sulle umide mani; una sottile nebbia piena
di visioni cominciava ad avvolgere coi veli incerti la sala.....
Quell'avventore pensieroso era senza dubbio Fausto. — Quell'altro dalle
unghie lunghe e la barba da caprone, se non spirasse la fatua gloria
di un damerino provinciale, sarebbe senza fallo Mefistofele — quel tale
che parla sì forte di patria e di forche pei tiranni è forse l'ombra di
qualche Niebelungo in sessantaquattresimo — là una zingara che studia
su fatidiche carte la vostra sorte — qui una canzone di Körner, più in
là dal crocchio di studenti una lezione eretica di Strauss.....
Io era ingolfato in piena Germania, e stava per essere anch'io della
partita, quando un vicino importuno sclamò:
— Io vi ripeto, che per un bicchiere di vino delle Fracce do tutta
la birra e la birreria, colla musica per soprappiù. Che volete? sono
Italiano!