_Cannero ed Ettore Fieramosca._
Il seno di Cannero v'invita colla pacatezza dell'onde e colla
benigna temperanza dell'aure e col riso della sua primavera precoce;
l'albergo dei _Tre Re_ spalanca le porte per accogliervi, se non colla
splendidezza dei monarchi orientali, colla spontanea cordialità d'un
ospite un po' alla carlona, ma che vi regala — a buon mercato — a
mense frugali di quel certo rubino che mette in vena, e che vi farà
travedere nell'orizzonte la stella dell'insegna. Ma facciamo punto, chè
altrimenti qualche maligno potrebbe sospettare che messer l'oste abbia
comprato con uno scotto la lode dello zingaro il quale finora non è
in debito con quel galantuomo, e lascia gli annunzi alla quarta pagina
delle gazzette. Anche i terrazzi co' limoneti m'invitano a passeggiare
fra le loro ombre profumate, ma la villa del
«. . . Cavalier che Italia tutta onora»
mi rapisce al caro villaggio.
La villa di Massimo d'Azeglio non ha nulla di monumentale, nulla di
peregrino all'infuori della posizione: costrutta sopra uno scoglio
che si protende nelle linfe lacustri, n'è bagnata da tre parti; dalla
quarta guarda le ripide chine del monte boscato che sta a ridosso
della riva cannerese. Da questa ha dinanzi il basso del lago fin
oltre Laveno; da quella vede in primo aspetto i colli di Luino e di
Germignaga, e, dietro, suffusi dal cilestrino dell'aria, i monti del
Luganese; verso Cannero ne ha in vista le case, i vigneti, e nell'acqua
i romantici castelli percossi dall'onda — più in là, oltre lago, la
fronzute spalle delle erte dell'Alto-Maccagno, su cui fra cielo e terra
biancheggiano boscherecci villaggi.
All'intorno sulla spiaggia non case, nè orti; alberi, castagneti — il
sito non poteva scegliersi più rimoto. La palazzina disegnava la stessa
mano che coloriva a sì vivi tocchi l'Ettore Fieramosca, e se dessa
non va distinta come opera d'arte, nulla manca in essa per rendere
meglio agiata e confortevole la dimora. Il capace terrazzo a picco sul
lago, innanzi alla Casina, orlato di fiorite pianticelle, con quelle
vedute, è la cosa meglio acconcia per l'abile paesista e descrittore
che, nella meditazione della natura, studia per l'arte i mutabili toni
dell'orizzonte e delle spiagge, i contrasti e le armonie. La temperie
del clima, la bellezza e la tranquillità del sito, i piaceri del lago
e la solitudine che richiama al pensiero le tante memorie di chi è ad
una poeta, pittore, uomo di stato e soldato, lo chiamano sovente a far
dimora nel suo eremo.
Il rimproccio che tutti fanno a Massimo d'Azeglio ed al suo maestro
Manzoni è di essersi arrestato troppo presto in quell'arringo ove
colsero sì gloriosi allori — ed hanno ragione. (_Qui, a vero dire, non
si sa bene se lo zingaro abbia inteso dire che i due scrittori avessero
ragione, od i primi; io, nella mia qualità d'editore, senza cantartene
i perchè, do ragione agli ammiratori_).
La brina dell'età non ha smorzato il brio vivacissimo di chi seppe
fondere le pagine dell'_Ettore_ ed il racconto del sacco di Roma nel
_Nicolò de' Lapi_; chi non ha letto con vero solluchero i troppo pochi
frammenti delle _Memorie degli anni giovanili_, scorsi girovagando in
Italia fra lo studio degli uomini e delle cose?
Giusti, il suo caro amico, lo sollecitava con amorevole insistenza
alla pubblicazione di tre altri lavori a cui aveva posto mano, _Corso
Donati_, _L'Assedio di Siena_ e La _Lega Lombarda_. Che il desiderio
del grande Toscano non debba essere più soddisfatto?