IX.

_Don Bussolini da Mergozzo; capitolo in cui si dimostra chiaramente

come i più beati sieno i poveri di spirito._

=O mente vaga, alfin sempre digiuna!=

=A che tanti pensier? Un'ora sgombra=

=Quel che 'n molti anni appena si raguna.=

_Petrarca._

Quest'oggi fui al lago di Mergozzo, limpido nappo che si stende per

un miglio alle falde del monte Rosso, sulla strada che da Pallanza

corre all'Ossola. Mergozzo poi è una terricciuola sulla sponda del

lago, che da lei prende nome, la quale non ha nulla che possa attrarre

il viaggiatore curioso di monumenti o di spettacoli grandiosi della

natura: dopo le scene del Verbano si rimpicciniscono ben altre bellezze

che non quelle della piccola conca.

Mentre io passeggiava, rincrescevole che il povero zingaro nulla

trovasse da far suo, passando presso la canonica del paese, casa di

mesta apparenza anzi che no, vidi accosciato in atto di dolorosa

meditazione un uomo dai quarant'anni sulla gradinata della porta.

Egli teneva la lunga e scarna cera tra le mani affilate e smorte, e lo

sguardo fiso nella terra, e quando gli passai accanto mormorò in tuon

di lamento:

— Eh! tanto gli è morto!

Ritornai sui miei passi per meglio osservare l'incognito; il quale

vestiva come un prete dei monti, di panni grossi e non troppo lindi;

il cappello dalle tese rilevate e dagli orli spelati giaceva accanto

a lui, come ad uomo che per soverchio calore del capo non lo possa

tollerare sulla fronte. Quando io gli fui dinnanzi, ei levò gli occhi

come smarrito, tolse di terra il cappello, si drizzò e voltosi a me

salutando, mentre due grosse lagrime calavano sulle gote ispide, disse:

— Sento che il poverino non è nemmeno morto qui, in paese! Lontano

dalla sua parrocchia!

Egli mi teneva forse per qualche terrazzano: nondimeno quand'egli seppe

che io non era del paese e che anzi ignorava appuntino di chi parlasse,

aggiunse:

— Non è del paese..... tanto peggio o tanto meglio per lui. Ma, la

senta, io ho un grande bisogno di sfogare con alcuno il mio dolore, e

se il mio presentimento non m'inganna, non la vorrà deridere la fiducia

d'un pover uomo.... Esciamo dai borgo.... la veda; io arrossisco, col

mio abito, di piangere così in mezzo alla strada... E sono anch'io

un uomo, alla carlona, ma un uomo, e il pensiero che quel caro Don

Bussolini sia _morto così male_ mi strozza la parola in bocca.... Ed io

non sapeva niente, io che sarei calato dalle mie montagne a salvarlo,

io che conosceva quell'anima così bisognosa d'un cuore in cui versare

la piena di tanti dolori! Ma io non ho saputo niente!

Queste parole sgorgavano con tale accento di dolore, che io — ignaro

dell'esser suo e dei fieri casi di Don Bussolini, me ne stava ad una

commosso e confuso per non sapere, come avrei desiderato, porgere

conforto a tanta ambascia.

— Io vo' raccontargli come uno splendido ingegno ed un bel cuore

possano perdere miserabilmente un uomo, quando agli studi non abbia

conforto e direzione, e gli slanci del cuore ardente, appassionato, non

vengano temprati dai consigli dell'amicizia.

Don Bussolini era il più bell'ingegno che io m'abbia conosciuto in vita

mia; aggiunga a ciò una perduranza nello studio piuttosto unica che

rara, una memoria straordinaria e la più semplice indole del mondo.

Noi stringemmo dolcissimi nodi di fratellevole affetto nel seminario;

egli sempre il primo a sciogliere un problema, a trovare il motto,

a comprendere coll'acutissima intuizione i passi più difficili, più

oscuri dei Greci e dei Latini; e se noi studiavamo per guadagnarci

un tozzo di pane o per aprire una carriera all'ambizione, se noi

studiavamo quel tanto appunto che era strettamente necessario per

essere promossi la fin d'anno, Bussolini studiava invece per dissetare

l'ardendissima brama d'istruirsi, di sapere quanto più poteva. Tutta

la polverosa biblioteca del seminario di Novara era volume a volume

passata fra le mani del giovine curioso, e ancora quando alcuno di noi

magnificava quella raccolta di opere, egli sorrideva....

Alfine egli fu crismato sacerdote; pensate che festa! Non v'era tra

quegli studiosi un solo che al Bussolini non profetizzasse la più

luminosa carriera, poichè quanti dignitari della Chiesa erano venuti

nel collegio, tutti aveva fatti stupire con quella strapotente facoltà

intellettiva. La parrocchia di Mergozzo era vacante, Bussolini vi fu

nominato, e con grande sua gioia, poichè la tranquillità di quella

sede, la picciolezza della popolazione e la facilità del ministerio

fra gente onesta ed arrendevole, gli promettevano largo campo a' suoi

studii. Egli fu accolto da quella popolazione come un fratello ed in

breve amato come un padre. Chi non lo avrebbe amato? A trent'anni,

nell'età delle passioni, egli non aveva che una cura, un amore, una

passione, lo studio. D'altronde la semplicità elegante de' suoi modi,

la generosità del suo cuore sapevano cattivarsi la comune stima. Un

bel dì, invitato già da lunga pezza a visitarlo nel suo novello eremo,

giungo a Mergozzo; m'accoglie colle maggiori dimostrazioni d'affetto.

— Senti, Giuseppe: non ti pare che io sia più giocondo dell'usato?

In verità i suoi occhi sfavillavano di tanta luce, che io stetti un

istante sopra il pensiero che egli avesse ricevuta la mitra vescovile.

— Ho trovato finalmente, Giuseppe, quella luce, che io andava da tanto

tempo cercando... A furia di brancolare fra le tenebre, giunsi alle

sfere irraggiate del sole della verità, della poesia.... ed io da tanti

anni sentiva mormorare attorno questo nome.... Dante.... questo nome,

che è la lingua, la coscienza, il ciclo intellettuale dell'Italia;

sentiva, dico, questo nome, che mi suonava all'orecchio come un

verbo misterioso senza presentire quanto tesoro io vi avrei scoperto

di civile sapienza, d'arte squisitissima? di sublime poesia! Vedi,

Giuseppe, io non mi accorsi della vita del mio pensiero, se non quando

Dante m'iniziò nei mondi dell'infinito.... Ma la mia ragione fu quasi

per vacillare, allora che da ignaro che io era della vera bellezza,

mi vidi ad un tratto trasportato sì presso al Verbo, che i miei occhi

abbarbagliati da tanto fiume di raggi male reggevano allo spettacolo

nuovissimo che mi si schiudeva innanzi. Dante m'insegna a parlare la

favella della mia nazione; Dante mi scopre i nemici di Dio e della

patria; Dante mi narra con parole di fuoco le ire umane e le giustizie

divine, e mi fa piangere con ineffabile dolcezza sui casi di Francesca,

della Pia e della Piccarda; Dante è ad una Omero e Colombo, Raffaello e

Rossini!

E mi condusse, fra altri parlari consimili, alla sua abitazione. Io

pure aveva letto il poema del cantore immortale, ma l'ignoranza della

storia dei tempi di mezzo annebbiandomi buona parte di quella stupenda

narrazione, faceva sì che io non ne potessi assaporare i pregi più

reconditi. Il poeta mi divinizzava: il filosofo m'atterriva.

Quando noi fummo nel suo studialo, egli diè mano ad un grosso zibaldone

di carte, su parte delle quali era scritto _storia_, ed erano commenti

storici ai poema; su altre _teologia_, e chiarivano le astruserie

di questa scienza in que' tempi; su altre _arte_, che parlavano

dell'antiche e delle nascenti; _lingua_, e mostravano le origini latine

e provenzali ed il successivo fondersi di buona parte dei vernacoli di

tutta Italia, mirabili studi filologici che diceva base ad ogni sapere

di filosofia; e su altri manoscritti altre denominazioni che non mi

ricorda.

Quindi mostrommi sopra uno scaffale una ventina di edizioni della

Divina Commedia commentata dai più rinomati bibliofili, e sopra lo

scaffale un'erma del poeta, cinte le tempia da corona di lauro, e sotto

l'erma, in lettere d'oro: _Onorate l'altissimo poeta!_

Così scorse quel giorno. La domane, accomiatandomi, con indefinibile

slancio d'affetto, proruppe fra le mie braccia: Beppe, io sono felice!

Comprendete voi, o signore, quanto quella parola dovesse poi

suonarmi amara? Felice! Se per essere felice non v'ha che un mezzo

solo, dimenticare la terra, pascersi di larve, Bussolini lo era!

In quell'istante, o per vago presentimento di sventura, o perchè

conoscendo io l'ardenza del carattere dell'amico mio, temessi si

lasciasse trasportare dall'entusiasmo oltre i limiti dello studio

ragionato, risposi:

— Bussolini, guardati dalle passioni: se tu eccedi nella misura, il

disinganno ti sarà atroce, forse mortale!

— Disingannarmi? E come se la mia passione è tutta pel vero, pel bello,

per Dio! Ma a che più rimembro questa storia, o signore, a voi cui

forse nulla cale dell'amico mio, di me e di queste melanconie? Non

v'è uggiosa questa rimembranza? No? Ebbene, quando farete ritorno a'

vostri, raccontate ai giovani studiosi di gloria il doloroso racconto.

Parecchi anni lavorò Don Bussolini attorno ad un nuovo commento della

Divina Commedia, di cui conosceva omai a menadito ogni fase, ogni

allusione, e quando io ritornai a Mergozzo credetti debito d'amico

l'eccitarlo a scendere nella lizza della repubblica letteraria,

pubblicando l'opera sua. Io fidava che l'ansietà febbrile del successo,

gli sdegni per la critica superficiale, la dolcezza della lode, gli

eccitamenti a migliori forme, avrebbero di leggieri tratto a più

vasta sfera l'ingegno inteso in troppo ristretta cerchia d'azione. La

battaglia sarebbe stata la vita per Don Bussolini. S'egli si fosse

animosamente gettato da giovinotto fra la turba che di letterarie

ciancie assorda il mondo, in quel caos di sistemi e di idee e di

parole senza idee, in quel tramestìo di genii e di volgo, le potenze

sue intellettive sarebbero sfuggite a quel soverchio concentramento,

che invece d'affinare il pensiero colla meditazione, lo svia spesso

nell'esagerazione. Avrebbe incontrato l'indifferente sogghigno

dell'ignoranza plebea che crolla le spalle alla favella che solleva

il pensiero dalla materia a più confortevoli aure; avrebbe forse

incontrato l'invidia; sarebbe caduto, e allora, morto il poeta,

rinasceva all'altare il sacerdote. O avrebbe vinto o sarebbe stato una

gloria di più all'Italia. Invece!!

A' miei eccitamenti rispose che da qualche tempo sentiva crescere

nell'anima il bisogno d'espandersi.

Scrisse a diversi librai: risposero i tempi volgere sì nefasti alle

lettere, il mondo curarsi sì poco dei libri, che se Dante istesso

fosse rinato con un nuovo poema, assai difficilmente avrebbe trovato un

editore... Per quanto dura, era verità. Il giornale ammazzò il libro.

A chi legge libri poi gli oltremontani ammaniscono un quotidiano pasto

di oscenità al massimo buon prezzo. Seppi che Don Bussolini, ignaro

di ogni cosa di questo mondo e anzitutto delle miserie di chi vuole

lottare contro all'indifferenza e l'avarizia speculativa di certi

editori, restò talmente sopraffatto da questa inaspettata rivelazione

di cose che non aveva trovato nei libri, che stette molti giorni come

uomo trasognato.

So questi suoi affanni, e vengo a consolarlo. La veda, per ingegno

io in paragone del mio amico era la formica presso l'elefante; ma io

dalla prima gioventù aveva imparato assai sul gran libro della società

umana io sono sempre stato uomo, e lui invece quando di poeta... Ma,

Gesummaria, di questo anche troppo le dirò!

Trovai Don Bussolini chiuso in casa, mentre per l'innanzi egli soleva

studiare passeggiando, perocchè lo spettacolo della natura, egli

diceva, invece di distralo, armonizzava felicemente in lui collo

studio. Allo stropiccìo dei miei piedi si volse, s'alzò in furia dal

tavolo a cui stava tutto intento sopra un librone, e gettatemi le

braccia al collo, avvinghiandosi affettuosamente alla mia persona,

sclamò:

— Benedetto il mio Beppe! Tanto ti aspettava!

— Delusioni, non è vero, o Bussolini?

— No, non delusioni, ma una scoperta, che per me si è una vera America

della mente. Siedi e ascoltami attentamente. Io non so se gli editori

abbiano o no ragione: so però che io non ho acquistato un nome, per

cui mi si debba aprire un varco nella ressa che assiepa il tempio

della gloria! Ma ora il mio buon genio mi additò un mezzo portentoso,

irrepugnabile, per cui il mio nome volerà ben oltre i confini della

povera Mergozzo!

E mi spiegò come il poema dantesco contenesse in se stesso quasi

un altro poema, quando si trovasse il modo di scoprire il senso

recondito in ogni terzina capovolta, rifusa, senza però nulla

togliere, od aggiungere delle parole, conservando così e numero e

dizione: aggiungeva poi che ogni terzina era strettamente legata alla

susseguente pel senso, cosa che ad evidenza dimostrava, che l'Alighieri

aveva impresso ne' suoi canti questa doppia espressione, manifesta

fattura del vate divino, e non frutto di un casuale gioco di parole.

La Divina Commedia, contemplata da questa faccia, non era, al dire del

Bussolini, creazione meno gigantesca per concezione e profondità di

pensieri.....

Poco tempo dopo ricevo novelle dell'amico mio; sì grande per lui la

necessità di trovare un essere che comprendesse il suo trovato, i suoi

studi, che egli partiva per Milano. Ivi bussò alla porta di quanti

avevano fama in capitolo.... mi scriveva:

— Beppe, è venuta l'ora da te profetizzata! A Milano non trovai che

un'anima sola, la quale si sia commossa al mio racconto. Quest'anima

benedicila con me; mi ha ascoltato senza ridere della mia favella

selvaggia; — sì, ho capito di non conoscere il gergo dei sapienti! —

Quest'anima mi ha dette poche e confortevoli parole. È Manzoni.

Torino, Parigi, o signore, risero come Milano di Don Bussolini. I

sapienti non hanno che il loro orgoglio invece d'un cuore; adunque?

A Londra, Rossetti, blandendo l'infelice strapazzato, lo fece di

leggieri travedere Dante sotto la sua gotica lente.... Ahi! come il

rividi! Dove l'occhio sfavillante e scrutatore? Dove la serena fronte?

Dove l'amabile sorriso? La mente tentennava. Disperato delle voluttà

dei mondi intellettuali, da cui lo aveva precipitato con sì amaro

disinganno l'altrui glaciale indifferenza, l'infelice con reazione che

gli costò senza dubbio orrende torture, si gettò nelle braccia della

voluttà della materia.....

Alcune volte, imbandito il desco per sè e due _incogniti_, rinchiuso

nel salotto, favellava con Dante e Beatrice, amaramente dolendosi di

essere stato ingannato dagli uomini.....

Che più?

Rilegato per un anno nel convento d'Arona, quella mente, che forse

avrebbe splendidamente sfolgorato in altra condizione, derisa, in odio

a se stessa, vacilla, non è più!.....

Don Bussolini moriva poco dopo in Isvizzera, miserabile, senza conforto

nè di patria nè di amici.

Signore, l'ingegno è adunque alcuna volta una maledizione?!

. . . . . . .

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 17 / 54 题