_Don Bussolini da Mergozzo; capitolo in cui si dimostra chiaramente
come i più beati sieno i poveri di spirito._
=O mente vaga, alfin sempre digiuna!=
=A che tanti pensier? Un'ora sgombra=
=Quel che 'n molti anni appena si raguna.=
_Petrarca._
Quest'oggi fui al lago di Mergozzo, limpido nappo che si stende per
un miglio alle falde del monte Rosso, sulla strada che da Pallanza
corre all'Ossola. Mergozzo poi è una terricciuola sulla sponda del
lago, che da lei prende nome, la quale non ha nulla che possa attrarre
il viaggiatore curioso di monumenti o di spettacoli grandiosi della
natura: dopo le scene del Verbano si rimpicciniscono ben altre bellezze
che non quelle della piccola conca.
Mentre io passeggiava, rincrescevole che il povero zingaro nulla
trovasse da far suo, passando presso la canonica del paese, casa di
mesta apparenza anzi che no, vidi accosciato in atto di dolorosa
meditazione un uomo dai quarant'anni sulla gradinata della porta.
Egli teneva la lunga e scarna cera tra le mani affilate e smorte, e lo
sguardo fiso nella terra, e quando gli passai accanto mormorò in tuon
di lamento:
— Eh! tanto gli è morto!
Ritornai sui miei passi per meglio osservare l'incognito; il quale
vestiva come un prete dei monti, di panni grossi e non troppo lindi;
il cappello dalle tese rilevate e dagli orli spelati giaceva accanto
a lui, come ad uomo che per soverchio calore del capo non lo possa
tollerare sulla fronte. Quando io gli fui dinnanzi, ei levò gli occhi
come smarrito, tolse di terra il cappello, si drizzò e voltosi a me
salutando, mentre due grosse lagrime calavano sulle gote ispide, disse:
— Sento che il poverino non è nemmeno morto qui, in paese! Lontano
dalla sua parrocchia!
Egli mi teneva forse per qualche terrazzano: nondimeno quand'egli seppe
che io non era del paese e che anzi ignorava appuntino di chi parlasse,
aggiunse:
— Non è del paese..... tanto peggio o tanto meglio per lui. Ma, la
senta, io ho un grande bisogno di sfogare con alcuno il mio dolore, e
se il mio presentimento non m'inganna, non la vorrà deridere la fiducia
d'un pover uomo.... Esciamo dai borgo.... la veda; io arrossisco, col
mio abito, di piangere così in mezzo alla strada... E sono anch'io
un uomo, alla carlona, ma un uomo, e il pensiero che quel caro Don
Bussolini sia _morto così male_ mi strozza la parola in bocca.... Ed io
non sapeva niente, io che sarei calato dalle mie montagne a salvarlo,
io che conosceva quell'anima così bisognosa d'un cuore in cui versare
la piena di tanti dolori! Ma io non ho saputo niente!
Queste parole sgorgavano con tale accento di dolore, che io — ignaro
dell'esser suo e dei fieri casi di Don Bussolini, me ne stava ad una
commosso e confuso per non sapere, come avrei desiderato, porgere
conforto a tanta ambascia.
— Io vo' raccontargli come uno splendido ingegno ed un bel cuore
possano perdere miserabilmente un uomo, quando agli studi non abbia
conforto e direzione, e gli slanci del cuore ardente, appassionato, non
vengano temprati dai consigli dell'amicizia.
Don Bussolini era il più bell'ingegno che io m'abbia conosciuto in vita
mia; aggiunga a ciò una perduranza nello studio piuttosto unica che
rara, una memoria straordinaria e la più semplice indole del mondo.
Noi stringemmo dolcissimi nodi di fratellevole affetto nel seminario;
egli sempre il primo a sciogliere un problema, a trovare il motto,
a comprendere coll'acutissima intuizione i passi più difficili, più
oscuri dei Greci e dei Latini; e se noi studiavamo per guadagnarci
un tozzo di pane o per aprire una carriera all'ambizione, se noi
studiavamo quel tanto appunto che era strettamente necessario per
essere promossi la fin d'anno, Bussolini studiava invece per dissetare
l'ardendissima brama d'istruirsi, di sapere quanto più poteva. Tutta
la polverosa biblioteca del seminario di Novara era volume a volume
passata fra le mani del giovine curioso, e ancora quando alcuno di noi
magnificava quella raccolta di opere, egli sorrideva....
Alfine egli fu crismato sacerdote; pensate che festa! Non v'era tra
quegli studiosi un solo che al Bussolini non profetizzasse la più
luminosa carriera, poichè quanti dignitari della Chiesa erano venuti
nel collegio, tutti aveva fatti stupire con quella strapotente facoltà
intellettiva. La parrocchia di Mergozzo era vacante, Bussolini vi fu
nominato, e con grande sua gioia, poichè la tranquillità di quella
sede, la picciolezza della popolazione e la facilità del ministerio
fra gente onesta ed arrendevole, gli promettevano largo campo a' suoi
studii. Egli fu accolto da quella popolazione come un fratello ed in
breve amato come un padre. Chi non lo avrebbe amato? A trent'anni,
nell'età delle passioni, egli non aveva che una cura, un amore, una
passione, lo studio. D'altronde la semplicità elegante de' suoi modi,
la generosità del suo cuore sapevano cattivarsi la comune stima. Un
bel dì, invitato già da lunga pezza a visitarlo nel suo novello eremo,
giungo a Mergozzo; m'accoglie colle maggiori dimostrazioni d'affetto.
— Senti, Giuseppe: non ti pare che io sia più giocondo dell'usato?
In verità i suoi occhi sfavillavano di tanta luce, che io stetti un
istante sopra il pensiero che egli avesse ricevuta la mitra vescovile.
— Ho trovato finalmente, Giuseppe, quella luce, che io andava da tanto
tempo cercando... A furia di brancolare fra le tenebre, giunsi alle
sfere irraggiate del sole della verità, della poesia.... ed io da tanti
anni sentiva mormorare attorno questo nome.... Dante.... questo nome,
che è la lingua, la coscienza, il ciclo intellettuale dell'Italia;
sentiva, dico, questo nome, che mi suonava all'orecchio come un
verbo misterioso senza presentire quanto tesoro io vi avrei scoperto
di civile sapienza, d'arte squisitissima? di sublime poesia! Vedi,
Giuseppe, io non mi accorsi della vita del mio pensiero, se non quando
Dante m'iniziò nei mondi dell'infinito.... Ma la mia ragione fu quasi
per vacillare, allora che da ignaro che io era della vera bellezza,
mi vidi ad un tratto trasportato sì presso al Verbo, che i miei occhi
abbarbagliati da tanto fiume di raggi male reggevano allo spettacolo
nuovissimo che mi si schiudeva innanzi. Dante m'insegna a parlare la
favella della mia nazione; Dante mi scopre i nemici di Dio e della
patria; Dante mi narra con parole di fuoco le ire umane e le giustizie
divine, e mi fa piangere con ineffabile dolcezza sui casi di Francesca,
della Pia e della Piccarda; Dante è ad una Omero e Colombo, Raffaello e
Rossini!
E mi condusse, fra altri parlari consimili, alla sua abitazione. Io
pure aveva letto il poema del cantore immortale, ma l'ignoranza della
storia dei tempi di mezzo annebbiandomi buona parte di quella stupenda
narrazione, faceva sì che io non ne potessi assaporare i pregi più
reconditi. Il poeta mi divinizzava: il filosofo m'atterriva.
Quando noi fummo nel suo studialo, egli diè mano ad un grosso zibaldone
di carte, su parte delle quali era scritto _storia_, ed erano commenti
storici ai poema; su altre _teologia_, e chiarivano le astruserie
di questa scienza in que' tempi; su altre _arte_, che parlavano
dell'antiche e delle nascenti; _lingua_, e mostravano le origini latine
e provenzali ed il successivo fondersi di buona parte dei vernacoli di
tutta Italia, mirabili studi filologici che diceva base ad ogni sapere
di filosofia; e su altri manoscritti altre denominazioni che non mi
ricorda.
Quindi mostrommi sopra uno scaffale una ventina di edizioni della
Divina Commedia commentata dai più rinomati bibliofili, e sopra lo
scaffale un'erma del poeta, cinte le tempia da corona di lauro, e sotto
l'erma, in lettere d'oro: _Onorate l'altissimo poeta!_
Così scorse quel giorno. La domane, accomiatandomi, con indefinibile
slancio d'affetto, proruppe fra le mie braccia: Beppe, io sono felice!
Comprendete voi, o signore, quanto quella parola dovesse poi
suonarmi amara? Felice! Se per essere felice non v'ha che un mezzo
solo, dimenticare la terra, pascersi di larve, Bussolini lo era!
In quell'istante, o per vago presentimento di sventura, o perchè
conoscendo io l'ardenza del carattere dell'amico mio, temessi si
lasciasse trasportare dall'entusiasmo oltre i limiti dello studio
ragionato, risposi:
— Bussolini, guardati dalle passioni: se tu eccedi nella misura, il
disinganno ti sarà atroce, forse mortale!
— Disingannarmi? E come se la mia passione è tutta pel vero, pel bello,
per Dio! Ma a che più rimembro questa storia, o signore, a voi cui
forse nulla cale dell'amico mio, di me e di queste melanconie? Non
v'è uggiosa questa rimembranza? No? Ebbene, quando farete ritorno a'
vostri, raccontate ai giovani studiosi di gloria il doloroso racconto.
Parecchi anni lavorò Don Bussolini attorno ad un nuovo commento della
Divina Commedia, di cui conosceva omai a menadito ogni fase, ogni
allusione, e quando io ritornai a Mergozzo credetti debito d'amico
l'eccitarlo a scendere nella lizza della repubblica letteraria,
pubblicando l'opera sua. Io fidava che l'ansietà febbrile del successo,
gli sdegni per la critica superficiale, la dolcezza della lode, gli
eccitamenti a migliori forme, avrebbero di leggieri tratto a più
vasta sfera l'ingegno inteso in troppo ristretta cerchia d'azione. La
battaglia sarebbe stata la vita per Don Bussolini. S'egli si fosse
animosamente gettato da giovinotto fra la turba che di letterarie
ciancie assorda il mondo, in quel caos di sistemi e di idee e di
parole senza idee, in quel tramestìo di genii e di volgo, le potenze
sue intellettive sarebbero sfuggite a quel soverchio concentramento,
che invece d'affinare il pensiero colla meditazione, lo svia spesso
nell'esagerazione. Avrebbe incontrato l'indifferente sogghigno
dell'ignoranza plebea che crolla le spalle alla favella che solleva
il pensiero dalla materia a più confortevoli aure; avrebbe forse
incontrato l'invidia; sarebbe caduto, e allora, morto il poeta,
rinasceva all'altare il sacerdote. O avrebbe vinto o sarebbe stato una
gloria di più all'Italia. Invece!!
A' miei eccitamenti rispose che da qualche tempo sentiva crescere
nell'anima il bisogno d'espandersi.
Scrisse a diversi librai: risposero i tempi volgere sì nefasti alle
lettere, il mondo curarsi sì poco dei libri, che se Dante istesso
fosse rinato con un nuovo poema, assai difficilmente avrebbe trovato un
editore... Per quanto dura, era verità. Il giornale ammazzò il libro.
A chi legge libri poi gli oltremontani ammaniscono un quotidiano pasto
di oscenità al massimo buon prezzo. Seppi che Don Bussolini, ignaro
di ogni cosa di questo mondo e anzitutto delle miserie di chi vuole
lottare contro all'indifferenza e l'avarizia speculativa di certi
editori, restò talmente sopraffatto da questa inaspettata rivelazione
di cose che non aveva trovato nei libri, che stette molti giorni come
uomo trasognato.
So questi suoi affanni, e vengo a consolarlo. La veda, per ingegno
io in paragone del mio amico era la formica presso l'elefante; ma io
dalla prima gioventù aveva imparato assai sul gran libro della società
umana io sono sempre stato uomo, e lui invece quando di poeta... Ma,
Gesummaria, di questo anche troppo le dirò!
Trovai Don Bussolini chiuso in casa, mentre per l'innanzi egli soleva
studiare passeggiando, perocchè lo spettacolo della natura, egli
diceva, invece di distralo, armonizzava felicemente in lui collo
studio. Allo stropiccìo dei miei piedi si volse, s'alzò in furia dal
tavolo a cui stava tutto intento sopra un librone, e gettatemi le
braccia al collo, avvinghiandosi affettuosamente alla mia persona,
sclamò:
— Benedetto il mio Beppe! Tanto ti aspettava!
— Delusioni, non è vero, o Bussolini?
— No, non delusioni, ma una scoperta, che per me si è una vera America
della mente. Siedi e ascoltami attentamente. Io non so se gli editori
abbiano o no ragione: so però che io non ho acquistato un nome, per
cui mi si debba aprire un varco nella ressa che assiepa il tempio
della gloria! Ma ora il mio buon genio mi additò un mezzo portentoso,
irrepugnabile, per cui il mio nome volerà ben oltre i confini della
povera Mergozzo!
E mi spiegò come il poema dantesco contenesse in se stesso quasi
un altro poema, quando si trovasse il modo di scoprire il senso
recondito in ogni terzina capovolta, rifusa, senza però nulla
togliere, od aggiungere delle parole, conservando così e numero e
dizione: aggiungeva poi che ogni terzina era strettamente legata alla
susseguente pel senso, cosa che ad evidenza dimostrava, che l'Alighieri
aveva impresso ne' suoi canti questa doppia espressione, manifesta
fattura del vate divino, e non frutto di un casuale gioco di parole.
La Divina Commedia, contemplata da questa faccia, non era, al dire del
Bussolini, creazione meno gigantesca per concezione e profondità di
pensieri.....
Poco tempo dopo ricevo novelle dell'amico mio; sì grande per lui la
necessità di trovare un essere che comprendesse il suo trovato, i suoi
studi, che egli partiva per Milano. Ivi bussò alla porta di quanti
avevano fama in capitolo.... mi scriveva:
— Beppe, è venuta l'ora da te profetizzata! A Milano non trovai che
un'anima sola, la quale si sia commossa al mio racconto. Quest'anima
benedicila con me; mi ha ascoltato senza ridere della mia favella
selvaggia; — sì, ho capito di non conoscere il gergo dei sapienti! —
Quest'anima mi ha dette poche e confortevoli parole. È Manzoni.
Torino, Parigi, o signore, risero come Milano di Don Bussolini. I
sapienti non hanno che il loro orgoglio invece d'un cuore; adunque?
A Londra, Rossetti, blandendo l'infelice strapazzato, lo fece di
leggieri travedere Dante sotto la sua gotica lente.... Ahi! come il
rividi! Dove l'occhio sfavillante e scrutatore? Dove la serena fronte?
Dove l'amabile sorriso? La mente tentennava. Disperato delle voluttà
dei mondi intellettuali, da cui lo aveva precipitato con sì amaro
disinganno l'altrui glaciale indifferenza, l'infelice con reazione che
gli costò senza dubbio orrende torture, si gettò nelle braccia della
voluttà della materia.....
Alcune volte, imbandito il desco per sè e due _incogniti_, rinchiuso
nel salotto, favellava con Dante e Beatrice, amaramente dolendosi di
essere stato ingannato dagli uomini.....
Che più?
Rilegato per un anno nel convento d'Arona, quella mente, che forse
avrebbe splendidamente sfolgorato in altra condizione, derisa, in odio
a se stessa, vacilla, non è più!.....
Don Bussolini moriva poco dopo in Isvizzera, miserabile, senza conforto
nè di patria nè di amici.
Signore, l'ingegno è adunque alcuna volta una maledizione?!
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