_Lesa e Manzoni. — Ciarle letterarie. — La calma._
Oh! quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull'eterne pagine
Cadde la stanca man!
— Anche voi discendete qui? Mi chiese un biondo Alemanno che m'aveva
udito susurrare a mezze labbra la bella lamentazione del Manzoni alla
morte di quel fatalissimo.
— E perchè no? Risposi a quella simpatica fisonomia. Voi scendete
per...?
— Vedere quel poeta i cui allori furono invidiati dal nostro grande
Goethe.
— Manzoni? qui? Allora ad un tratto mi parve che l'aure ripetessero
in flebile armonia gl'inni, i cori e le scene dell'Adelchi e del
Carmagnola, gli episodii dei Promessi Sposi.... A terra!
Mentre da Belgirate ricorrevamo verso la vicina Lesa, l'Alemanno si
meravigliò meco che gl'Italiani ignorassero dove dimorava l'immortale
cantore. Il poverino ignorava che Manzoni aveva da non pochi anni
pubblicate le opere sue migliori senza che gl'Italiani le avvertissero,
quando Goethe, scopertone per caso il genio, gli schiudeva colle
sue lettere l'immortalità. Ignorava che pochissimi illustri Italiani
debbono la loro fama all'entusiasmo od alla riconoscenza de' paesani,
e moltissimi la devono agli stranieri. Beccaria crebbe tosto in
rinomanza per Voltaire, Morellet, Catterina II. Il Tedesco credeva che
in Italia si leggessero avidamente gli scritti della nazione come in
Germania. Non sapeva che qui, all'infuori de' compilatori e degli altri
racapezzatori di libri, tristo chi aspetta un pane dall'arte!
Quantunque io avessi detto più che non era forse necessario
sull'ingrato tema, il dabben giovane insisteva con mille interrogazioni
sulle abitudini del cantore; sicchè per troncarla, gli sfoderai ad
un tratto che anche in Germania Mozart, il divino Mozart era morto
miserabile. Quelli, a dir vero, erano altri tempi, meno gonfi di
civiltà....... Intanto eravamo pervenuti alla prima palazzina di
Lesa: ivi soggiorna sovente, nell'estiva stagione, il cantore di
don Abbondio. La cera di quell'abitazione è pacata come la figura di
fra Cristoforo. Venne ad aprire un vecchio senza livrea. — Il conte
è in casa? — Egli ne introdusse senza fare motto. Annunciatici come
desiderosi di sue novelle, e, se era possibile senza suo disturbo, di
avvicinarlo, il servo che ne aveva uditi coll'indifferenza di chi sente
spesso la medesima canzone, entrò lemme lemme nelle stanze interne.
L'emozione era tanta che m'impedì di pensare ad ogni altra cosa,
anche a dare uno sguardo alle semplici supellettili che arredavano
l'abitazione. Ma ecco sentiamo nel salotto vicino una pedata: è il
servo che ritorna forse a dirne....... Ne apparve fra la mite luce
della stanza la veneranda dolcissima fisionomia del poeta. Ci movemmo
balbettando verso di lui. Palpitavamo di religiosa riverenza. Il nostro
cuore batteva con sussulto: anche noi vedremo, parleremo con lui!
Non so il come, ma cinque minuti dopo ogni nostra esitazione era
dissipata: nella fuggevolissima ora scorsa al suo fianco, ne parlò
del lago, delle sue passeggiate, delle cose presenti, senza entrare
in quelle disquisizioni critiche, dove sogliono annegarsi i letterati.
Con un semplice motto chiuse la bocca agli elogi dell'Alemanno, senza
quell'affettata modestia, sotto l'usbergo della quale certi professori
di lettere sogliono cicalare due ore difilate delle loro scoperte
Americhe nell'arte.
Alessandro Manzoni ne accordò — quanto non speravamo — una stretta a
quella destra che vergò le pagine ove armonizzano concetto e forma,
ragione e fantasia, la vera essenza del genio! Dio solo sa poi quanto
ne rincrebbe di non poterlo degnamente contraccambiare!
Noto qui come, imperversante l'austriaco in Lombardia, fra gli
assenti la _Gazzetta ufficiale di Milano_ richiamasse _certo Manzoni
Alessandro_. Napoleone, conquistata l'Italia, mirava anzitutto ad
amicarsi gli uomini di merito che il fulgore della sua stella non aveva
abbagliato. Ma gli Austriaci sprezzavano apertamente ogni cosa italiana
— eccetto l'oro.
Manzoni donò all'Italia un libro, il quale, come tutti i veri
capolavori, è ad una miracolo di mente profonda, di cuore appassionato,
e un'azione buona. Da lungo tempo sdolcinate affettazioni d'idilii in
cui attori e natura portavano la parrucca, epilettiche convulsioni di
novellaccie di cui non era italiana nè l'origine, nè l'inspirazione, nè
la veste, aspirazioni evirate alla luna, all'indefinito, avevano fatto
dimenticare come lungi dai salotti profumati, e dalle barocche capanne
dei Titiri incipriati, vivea attorno alle città, nei campi, attiva,
oscura, un'immensa famiglia intenta al lavoro. Il poeta comprese
il valore del popolo, d'una gente che dà il pane ed il soldato, le
antitesi crudeli della forza, della necessità col diritto. Colla
dignità vereconda d'un'arte cristiana, senza le basse adulazioni di chi
fa un Marcello d'ogni villano, bussa alle porte del povero, ne illumina
le poche gioie, ne conforta gli stoici dolori, ne mostra le virtù tutte
sue ed i vizi non del tutto suoi. Colora colle tinte della verità il
quadro, dipinge con sicura potenza di tocco scene gigantesche, e ti
presenta i _Promessi Sposi_, in cui l'arte che tutto fa non si scopre —
un libro fra i pochi che gl'Italiani possono leggere due, tre e quattro
volte senz'annoiarsi.
Poichè il merito dello scrittore italiano venne cresimato oltralpi, i
_Promessi Sposi_ (che altrove avrebbero fruttato strepitose ovazioni
e più strepitose somme) divennero malgrado la sonnolenza apatica
degl'Italiani il libro più popolare della loro letteratura narrativa.
Da Manzoni, Grossi, Azeglio, Cantù, Carcano. Grossi ed Azeglio però
per vivacità di colore e scioltezza di disegno precedono tutti gli
altri. Carcano è il poeta delle più soavi effusioni di cuore, il poeta
della vita intima. Dopo questi buoni un temporale di mediocrità — non
auree — che a passo di lumaca sulla falsariga maestra regalò all'Italia
una moltitudine di buoni curati, di perseguitate, di Don Rodrighi e
d'Innominati in diciottesimo, la quale ebbe per effetto di disviare
sempre più dalla letteratura nazionale gl'Italiani.
*
* *
Manzoni, Rosmini, D'Azeglio sono tre nomi che spargono una bella luce
sul Lago Maggiore. Niuno dei tre nacque sulle sue sponde; ma chi
passando innanzi a Lesa, a Stresa, a Cannero non ricorderà la loro
dimora, le opere per cui il loro nome corre illustre?
Mi ricordo che la prima volta in cui m'apparì Arona, tosto mi corsero
alla mente le lettere di quell'anima sì altamente innamorata della
natura ch'era il Foscolo, nelle quali, scrivendo all'amico Bottelli,
si lagna spesso che i tempi incerti e l'indole irrequieta gli tolgano
di riposare ancor lui in mezzo a tanto sorriso di cielo e di terra e
d'onde.
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* *
=Chi dona al volgo, inimicizia compra.=
_Prov. ital._
Le chiacchere col buon Tedesco mi fecero nascere molte riflessioni
sopra alcune qualità negative — almeno in questi tempi — degli
italiani.
Credo — vorrei ingannarmi — che la gente italiana considerata nelle
masse, fatta astrazione delle individualità, sia appetto delle nazioni
più colte dell'Europa, Francia, Inghilterra e Germania, quella che si
dimostra più apatica per tutto quanto sorge dalle arti.
Non illudiamoci col passato. Tanto le individualità sotto ogni aspetto
non patiscono confronto, quanto le moltitudini sono incuranti, senza
alcun entusiasmo o slancio per tutto che non solletica la fregola
animale dei sensi.
Spogliamoci una volta di quel falso amore di patria che pretende un
primato in ogni cosa.
Un dì — giova sperarlo ed augurarlo come grande ventura per la nazione
— conquistata da senno l'indipendenza e la libertà, sotto le rugiade
feconde della pace, rigermoglierà fra gl'Italiani raccolti finalmente
ad un solo focolare la religione delle arti; allora forse le sapranno
onorare con quella riconoscenza a cui hanno diritto. Esse sole
mitigarono colle divine illusioni della speranza l'acerbità di grandi
dolori; per esse eterne le glorie, sacre le sventure della nazione.
Mercede al genio fu quasi sempre sola la coscienza. Onoriamo la memoria
dei nostri grandi: sbattuti dai tempi fortunosi e dall'ingratitudine
non s'avvilirono. Siamone alteri — Se uno dimenticò che il dolore e
la miseria avvivano lo splendore del vero merito, cento elessero il
soffrire.
Siamone superbi — nessuna nazione può forse menarne sì giusto vanto.
Ma non dimentichiamo mai come finora fummo ingrati verso di loro.
*
* *
=Arco sempre teso si rompe.=
_Prov. Ital._
M'inganno, o tu non hai sentito il cuore battere così tranquillamente
come oggi. Ho spinto la mia barchetta nel bel mezzo lago fra il golfo
di Feriolo e quello di Laveno: i remi giacciono stillanti in fondo ad
essa — quasi immobile fra la calma delle onde. Il corpo abbandonato
a poppa sul tappeto, sorreggendo il capo con ambe le mani, puntati
i gomiti sull'orlo della navicella, guardo l'acqua che s'increspa
leggermente attorno alla carena, l'ampia pianura che riflette gli
albori del tramonto — e sto pensando — a niente — o meglio al tutto.
Una brezza sottile sfiora con ali delicate l'onda e mormora un mondo
di cose. L'ascolto confusa colla voce delle campane stormenti a riva —
poi il tintinnare cessa: il cielo è sereno, l'aria tranquilla, tutto è
pace, armoniosa tranquillità — e allora sento più distinto il sommesso
ciarlìo della brezza.
— Tranquillità! Voi vi anelate nell'intimo dell'anima, mentre il
vostro orgoglio fa della vita una continua battaglia! Un dì trovate la
quiete che bramaste — il dì che per voi si schiude una tomba. — Nel
giovin cuore avvampa la fiamma d'amore con slanci al settimo cielo
— o trova ripulsa, ed erompe un grido disperato — o corresponsione,
e dopo qualche tempo l'amore non è più che un'affinità simpatica
di traspirazione. Dall'amore aspira alla gloria. Avversa fortuna,
impotenza d'ali, impazienza la negano — o l'ottiene — morto. Deluso,
la patria gli stende le braccia come la donna che sola si ama senza
sazietà e senza rimorsi.... Ne ha — forse — ricchezze ed onori che
galvanizzano il cuore sfibrato.... Ma dove la quiete che pure la natura
v'insegnò ad amare? — Non nei trasporti dell'amore — non nella lotta
contro l'invidia dei consorti Farisei — non nelle allucinazioni delle
notti studiose — non nel tripudio dei baccanali. Bada, veh! a quanto ti
dicono le onde sfiorate: fuggi la tempesta; — gli ombrosi declivi dei
colli: quiete; — il cielo sereno: purità di desiderii....
Ma che sarebbe degli uomini se tutti li compenetrasse questo soave
linguaggio della natura?
La tempesta è adunque necessaria nell'armonia del tutto?