V.

_Il Monterone. — Studi fisiologici sopra i cinque sensi. — Il lago a

volo d'uccello. — La prima idea._

Mentre c'incamminiamo verso la vetta del Monterone per facili ed

ombrosi sentieri, compagno mio, facciamo quattro chiacchere.

Tu hai da sapere — prima ancora di descriverti le veramente inudite

meraviglie di Intra e Pallanza — che ieri nelle ore pomeridiane mi sono

rannicchiato fra alcuni scogli dell'isoletta di S. Giovanni, e godendo

ad una la frescura vespertina dell'inverno ed il rezzo di alcune piante

protendentesi ad ombrello sopra il mio capo, me ne stava pensando come

fra tutti i libri il meno intelligibile sia l'uomo, questa edizione

_princeps_, direbbe un bibliofilo, che fa sì splendida mostra nella

biblioteca della natura. Dopo di avere scartabellato nella mia mente

tante pagine non sempre terse, confortevoli, del misterioso volume,

finii per domandare a me stesso quale dei sensi maggiore relazione

avesse coll'anima.

La fantasia volò coll'ali della memoria ai momenti fuggitivi, in cui

una voce armoniosa colla parola che nega e promette m'avea scosso tutte

le fibre del cuore; alle notti tumultuose in cui le briose note de'

balli vertiginosi m'avevano tratto nella ridda quasi allucinato; alle

sere in cui il _Barbiere_, il _Tell_, la _Lucia_ ed il _Rigoletto_

versavano un fiume di melodìa nel mio animo, ed il rincrescimento che

il tempo m'involasse sì presto quei divini concenti in mezzo a cui

dimenticava le miserie e le prose della vita per slanciarmi ebbro di

poesia nei mondo delle illusioni.... Oh! l'udito è pure il prezioso

senso! Mercè sua comprendo l'espressione più viva del mondo: tutto

parla; beato chi sente!

Sennonchè tosto mi ricorse al pensiero come la voce dell'amata s'era

fatta dopo poco tempo aspra, sarcastica; poichè ella troppo presto

dimenticando quanto m'era costata la felicità effimera di pochi dì,

mi piantava colla solita sua buona grazia un pugnale nel bel mezzo

del cuore. È vero che non corse gran tempo che la civetta pietosa —

s'era forse già annoiata del mio successore — volle svellerlo; ma il

modo fu così gentile, delicato, che la tarda carità invece di guarire

la ferita non fece che inasprirla. Strida da una e dall'altra parte,

smanie e stridori di denti...... ancora mi suonano nell'aria orrende

parole....... Lo credereste? A questo punto mi giunsero da ogni parte

cigolì di ruote, e una miriade di stonazioni venne a grandinarmi

intorno dal non lontano teatro di Intra dove si torturava non so quale

delle opere più faticose di Verdi, con tanto strazio che dalla pietà

e dal terrore mi si rattrappivano i nervi.... Benedetto l'udito, senso

preziosissimo; ma tu non sei certo l'eccellente.

Non aveva finito ancora questa frase che le rose, i gelsomini, le

acacie, i limoni, i millefiori del giardino botanico di Rovelli

m'inviarono una nebbia di sì acute fragranze ch'io allargando le nari

per meglio aspirarne gli effluvii, imparadisato chiusi gli occhi e

credetti d'essere volato all'olimpo di Maometto, in mezzo alle urì,

sulla sponda d'un lago d'acqua di rosa.... O incostanza della fortuna!

Un alito di vento involò ratto l'olezzo; sparì l'acqua di rosa, ed il

lago senza moto, senz'aura, apparve come una conca immensa stagnante

da cui emanava un fetore orribile di pesci imputriditi. Dubitai che la

bella Verbania l'avesse abbandonato colle sue ninfe, m'alzai e pervenni

presso la foce del fiume che bagna la Sassonia.... La Sassonia, qui?

Gnorsì: gl'Intresi costruirono presso l'antica città un sobborgo a

vie spaziose, allineate che corrono fra case più allietate dal sole

e dallo spiro lacustre che non le catapecchie della vecchia parte:

nel centro una piazza e nel mezzo di essa il teatro, il più bello di

tutto il lago. Ora questo sito una volta non tanto lontana era una vera

ciottolaia, un campo di sassi... capite? Gl'Intresi, pratici quanto

gli altri popoli appiedi delle Alpi della lingua nazionale, d'una

ciottolaia fecero una Sassonia, con grave sfregio della patria degli

oficleidi e dei tromboni!

Ma che volete? Io non poteva a nessun conto adagiarmi all'ombra di

quelle mura senza che ne dovessi tosto sloggiare per sfuggire alle

ammorbanti evaporazioni delle molli erbette,... A che serve il naso,

sclamai scappando indispettito, se per l'olezzo d'un fiore ne tocca

assorbire cento esalazioni ingrate o perniciose? Sì, senza dubbio,

l'odorato è l'infimo dei sensi — me ne rincresce assai pei mercanti

d'essenze!

Ignoro se il correre per quelle spiagge sassose — stavo per dire

sassoni — od il desiderio di trovare una soluzione lungi dalle praterie

della parte suburbana d'Intra, mi condussero in un albergo vicino allo

scalo dei piroscafi in Intra. — Compagno mio, tu sospetterai forse

ch'io sia di quelli che giudicano di una terra dal modo con cui vi

soddisfecero l'appetito: ti giuro in nome delle costolette che mangiai

in quell'osteria, che per quanto male io possa dire del paese, io sarò

sempre in credito.

Accetto senz'esitazione l'invito dell'appetito, m'assido ad un desco,

e mentre il cameriere lo apparecchia, fiuto a larghe nari il prosaico

odor d'arrosto che dalla cucina di sotto saliva in quella sala. Dalla

finestra io poteva vedere lo scalo affollato dai soliti fannulloni,

il lago, e di là le capricciose curve dei monti di Laveno. Sennonchè

fra lo zingaro ed il resto v'era una povera melensa creatura, magra,

ossuta, spelata, che attelata ad una sbilenca carrettella stava

menando i denti in un sacco di fieno più paglia che fieno. È innegabile

che l'appetito riceve un notevole stimolo dalla vista di chi trinca

allegramente — in grazia dell'asino il vostro compagno in attesa di

meglio cominciò a mordere in una pagnotta del suo colore.

Mezz'ora dopo quell'io che mi rammentava poc'anzi con sdegno di

quel gastronomo, il quale sclamò al finire della mensa lussuriosa:

felice chi ha fame! quell'io stesso usciva dall'albergo satollo ed

indignatissimo sulla volgare ed animalesca indole del gusto; e sì che

se non aveva assaporato i manicaretti più delicati, l'appetito m'aveva

fatto golosi anche i cibi più anacoretici: l'asino malsazio coglieva

colle labbra penzoloni gli ultimi frusti del pasto insufficiente....

Quel certo gastronomo l'avrebbe — a pancia tesa — invidiato con

ragione, poichè il senso del gusto poco su poco giù desta gli stessi

stimoli e dà la stessa soddisfazione all'uomo ed agli altri animali —

non razionalisti. Nella stessa sera di quel giorno incontrai due tomi;

mi vollero secoloro a cena, cena largamente inaffiata dai vini meglio

spiritosi del Piemonte.

Alla domane mi svegliai tardi, e col capo indolenzito; la prima parola

pronunciata da me fu per chiedere dell'acqua.

. . . . . . .

«Non so veramente quanto le dissi — forse quanto le diceva da un anno

— ma troppo mi rammento com'ella all'inesperto amante, accomiatandolo,

dicesse all'orecchio una parola per cui il povero giovinetto

nell'uscire da quelle stanze, tentennante come un ebbro, fu lì lì per

ruzzolare lungo le scale.

«Domani! Rinuncio a descrivervi le vertiginose aberrazioni della mente

in quelle eterne ventiquattr'ore; vi basti il sapere che quello era

il primo amore e che d'amore non aveva pur anco conosciuto altro che i

tormenti..... Quelle furono ad una le più dolci e le più affannose ore

della mia vita: temeva di vedere giunto l'istante e lo sospirava...

povere illusioni d'un cuore ardente! . . . . . . . . . Alla fantasia

che guidava pei campi eterei i sogni immacolati dell'amore virginale,

in quell'ora fatale si spennarono le ali possenti, e cadde giù

turbinando nelle melmose plaghe della materia....»

Salve, o del cielo primigenia figlia,

O dell'Eterno coeterno raggio,

Se tal nomarti senza biasmo io posso,

O sacra luce!

_Hosanna in excelsis!_ Eccoci sul Monterone!

S'io fossi il re del mondo, avrei tanta fede da trasportare

questo quadro incantevole nei giardini della mia reggia. Il bacino

splendidissimo del Verbano, e le in esso ripetute sponde; i monti

torreggianti dell'Ossola e dell'Intrasca co' loro cappucci di neve; là

in prospetto la punta di Pallanza tutta fiori e verzura, e dietro le

scheggiate vette della Cannobina; qui sotto colli fioriti tempestati

di villeggiature, e le isole incantate; a sinistra le coste ondeggianti

d'Ispra su cui spicca l'eremo di Santa Catterina nell'oscura tinta del

macigno; dietro il lago d'Orta in cui il Monterone bagna le nordiche

pendici; ed attorno le minori conche di Mergozzo, di Varese, di

Bardello, di Monate, di Comabbio; un cielo sereno, freschissime aure

— tutto in tanto mirabile contrasto armonizza a formare una scena, la

quale — se vi molce l'animo la onniloquente bellezza della natura —

adorerete genuflessi.

Se tu credi d'esser poeta e qui non inneggi, non tentare più oltre le

muse — la tua cetra non ha corde.

Che tu sia adunque benedetta, o fonte vitale di tante aspirazioni,

o vista! Per te la creazione è quasi opera nostra: per te nessuno è

compiutamente infelice. Tu ne ravvivi nell'aspetto sereno de' nostri

cari l'amore della famiglia e della patria: per te innanzi ai monumenti

il cuore palpita di entusiasmo e di emulazione. Divina figlia del sole,

come il sole dài gioia agli umani — orrendamente infelice quegli a cui

tu non distrai il pensiero dall'idea fissa, eterna, del suo dolore!...

No, no, Milton come Tamiri ed Omero, Tiresia e Fineo, furono cantori

immortali — ma chi vorrebbe la loro gloria a patto di dover dire

coll'angoscia del britanno:

... il giorno a me non riede: io non veggo

Nè i dolci raggi del mattin che spunta,

Nè quei del sol che cade; io più non veggo

Di primavera i fior, nè rosa estiva,

Non più scherzosi armenti, non più mandre,

E non più volto d'uom, divina imago,

Ma folta nube invece e buio eterno

Mi cinge intorno, e dai piacer che dolce

Fanno la vita, mi divide; invano

Del bel saper, delle grand'opre sue

Apre natura il libro; è per me tutto

Oscuro, vôto, cancellato, e chiusa

M'è a sapïenza una gran via per sempre!

Nessun senso, come la vista, ti mette in comunicazione con Dio.

Dopo d'averti dato il mondo visibile nell'immensa serie delle sue

cose, l'occhio armato di lente scopre all'anima esterrefatta i misteri

della creazione microscopica, dai quali nei muschi, nelle mucilagini,

nelle ninfe, negli insetti effimeri nati ora per morire adesso, nei

milliformi atomi ti si rivela una storia impensata, un nuovo mondo

infinito, nè più nè meno di quello che scopri nelle miriadi dei globi

celesti... cose ed anime che fanno presentire con delirosa vertigine

l'incommensurabilità dell'invisibile, del non sensibile!

Dunque, mentre ti dà il sensibile, lo sguardo ti fa intuire l'ignoto.

Perciò nessun senso più divino della vista.

Chi visitò i luoghi più famosi per la magnificenza, o la serena

bellezza, od il terrore da cui natura li ha improntati, avrà

trovato senza dubbio una folla di visitatori che profonde in punti

d'esclamazione quanto sente, o crede, o finge di sentire. Di questi,

quelli che sentono con palpito le parole del creato, raro è non

tacciano; i secondi si svaporano in iperboliche frasi di romanzo.

I terzi sono però i più curiosi: senza la buona fede dei secondi,

non volendo ammettere in se stessi la negazione delle facoltà più

sensitive, s'abbandonano a rompicollo alle declamazioni d'un lirismo

che in nessun modo può sollevarsi da fior di terra.

A cavaliere di un bel poggio fra le deliziose colline — bellissime

fra quante vedere si possano — che adagiate lungo il Po, formano una

catena lussureggiante di verzura in prospetto di Torino, sta un antico

convento di cappuccini. Di lassù ampia, variata, stupenda la vista:

il Po, Torino incastonata fra i suoi viali, un campo che è un immenso

giardino, e in fondo, in giro, le Alpi, dalle marittime alle pennine

in tutta la loro maestà. Un cotale con cui era salito lassù, dopo una

fiumana di asmatiche declamazioni lardellate di citazioni storiche a

fascio, da Annibale a Napoleone per Carlomagno, tacque ad un tratto

— la vena era esaurita. Terminava l'inneggiare asserendo che chi non

avesse ammirato addovere quel quadro e la stessa cornice, meritava di

subire almeno almeno la sorte di Fetonte.

Dopo qualche istante, a mezze labbra e facendo lo gnorri, gli susurrai:

— Che Creso sarebbe il possessore di questo campo fertilissimo cinto

dall'Alpi ed irrigato da dieci fiumi!

— Veh! la prima idea che mi venne in capo quando m'affacciai a questo

spettacolo...

— E poi dicono, pensai tra me, che la prima idea non è la più giusta!

Non so se questa sarà pure la prima idea che frullerà in capo a voi

infaticabili amatori della natura, sul culmine del Monterone, ove la

prospettiva compensa generosamente la fatica — prospettiva che non la

cede per nulla in estensione ed in varietà a quelle più rinomate dei

monti della Svizzera: — io però a conforto della maggior parte di voi,

vi ho serbato fino a quest'istante una sorpresa la quale non influirà

poco sui giudizi che darete della grandiosa scena... Vi dirò adunque

che certo Cobianchi Intrese ha eretto nel mezzo di amenissima alpe un

eccellente albergo... non vi dico altro...

Buon viaggio; buon appetito non v'auguro... ve n'accorgete quando

sarete giunti lassù. Ammirato il quadro, refocillato lo stomaco

addovere, discenderete giurando che chi visita il Verbano e non il

Monterone gli è come s'andasse a Roma senza vedere il papa — e che

il Cobianchi, considerato il benefico influsso della sua ospitalità,

merita almeno di essere insignito cavaliere... della tavola rotonda.

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 13 / 54 题