IV.

_Viaggio al naso del S. Carlone. — Angera. Dalle corti d'amore al

mormonismo._

La più bella passeggiata nei dintorni d'Arona è la salita del poggio

su cui s'erge il monumento a S. Carlo, che per la mole il popolo suole

chiamare il _S. Carlone_. Esso appare da quasi tutto il bacino da

Taino a Belgirate, ed è bello vedere dal lago quel titano disegnare

sull'azzurro del cielo la sua figura tranquilla.

Ammezzo la salita incontrai un cortesissimo Bavarese che si recava

pure lassù, per giudicare co' proprii occhi se la colossale statua

della _Bavaria_ nel Valhalla presso Monaco la cedeva in fatto d'arte

alla rivale italiana: ammirai la suscettibilità del Tedesco, il quale,

poichè d'improvviso ne apparve sulla vetta il _S. Carlone_, dopo

attento esame, colpito dalle mirabili proporzioni di tanta effigie, e

dalla dignitosa e ad una soave espressione dell'immortale che benedice

alla sua patria, confessava candidamente che se il monumento italiano

era condotto meno splendidamente del bavarese, di contro per valore

artistico e per situazione gli era di gran lunga superiore. Gloria

adunque al Crespi che lo disegnò!

Anch'io volli sedermi nell'interno di quel naso famoso; e quel dovermi

arrampicare per un camino oscuro e pieno di schifosi ragnateli e di

pipistrelli svolazzanti, spingendomi in su colle mani e coi piedi

per certi piuoli di ferro — pericolosa ginnastica che meriterebbe

all'ascensore almeno un'indulgenza — mi suscitò il dubbio che il Santo

abbia suggerito all'artefice questa paurosa scala, onde ognuno pensando

alla probabilità di rompersi se non altro il collo, sia richiamato ai

giovevoli pensieri della morte dal tripudio fascinatore della natura

che festeggia attorno lo sguardo. Chi lo sa!

È vero che il dabbenuomo che dal vicino collegio vi reca una lunga

scala per salire sul piedistallo e di là ad un buco — non posso

assolutamente dirla una porta, nè una finestra — ripete a tutti che per

privilegio concesso dal Santo nessuno mai si ruppe il surriferito osso

del collo. Chi sarà il primo? Non io senz'alcun dubbio, avendo dopo la

fortunata mia discesa giurato di non cimentare mai più la buona fede

del dabbenuomo sulla validità del suo privilegio. Del resto — senza

danno del privilegiato — direi che di lassù la vista non corre più

lungi gran cosa che dalla vetta del poggio.

Sotto e sopra il quadro che ti si para distoglie assai presto

dall'osservare il monumento, se non dal pensare a chi raffigura,

quantunque meritamente S. Carlo sia il personaggio storico-religioso

più popolare nella Valle del Po, per non dire in tutta l'Italia.

La collina del Vergante che alla mia sinistra abbraccia il lago

declinando a Belgirate, tutta verzura e fiori, è sì vaga nelle sue

curve; alla destra i facili poggi di Dormeletto e di Borgoticino corsi

dalle vaporiere fumanti mi traggono col pensiero ai giardini liguri; il

cielo e le onde quete sorridono con tanta armonia, che — se uno zingaro

potesse gonfiare vesciche — direi che la natura canta sì bene le glorie

dell'immortale che la melodia v'assorbe interamente a scapito del

soggetto!

Volete voi una scena pittoresca, una scena degna delle sponde del

Reno? Guardate là — in prospetto d'Arona. Il castello d'Angera tutto

fiero de' suoi sette od otto secoli, irto di merli che sfidano i denti

adamantini del tempo, la fronte rugata dal fulmine, sta accoccolato

senza barcollare, pensoso come un veterano, sopra una rupe sfiancata

sotto cui si acquatta il villaggio, quale un pulcino sotto l'ali della

chioccia. Lo direste un quadro _dal vero_ — vi sfido io a contraddirmi!

— del medio evo, in cui appare con vivissimo contrasto la schizzinosa

protezione del feudatario e la mormorante docilità dei vassalli. Il

palazzo conta cinquecento anni.... Quant'acqua corse giù pel Ticino!

— La torre però non novera che tre secoli circa, m'hanno detto.

— E' bastano per formare un abisso fra noi e quei dì. Quante antitesi!

Asili infantili e giochi di borsa; manicomii e crinolini; vetture,

congegni, libri e legislazione a vapore; corrispondenza elettrica

d'idee e di passioni, e.... tutto quel resto che voi sapete e che

taccio per non romperla in viso alla modestia: mentre allora! Il po'

di buono che quella tempra d'omacci aveva noi l'abbiamo cresciuto,

raffinato, sublimato coi lambicchi del progresso....

— Meno le lettere, le arti, e l'amore della famiglia....

— Eh! Eh! La non mi conta nulla per le lettere questo turbinio di

_riviste_, di giornali e di romanzi? E per le arti l'è forse cosa

da smorfie la fotografia? Quanto al culto della donna, la verginità

sospettosa delle idee dei nostri babbi semplicioni ha fatto luogo

con altre credenze all'analisi razionale, la quale — a dirvela in un

orecchio — tende in ciò dritto al mormonismo...

— Messere, m'accorgo che non siete ammogliato...

— Quest'aria frizzante mi persuade di parlare liberamente — ad essa

la colpa. Il tempo delle corti d'amore, dei tornei, dei trovatori

non è più; e lo sanno le donne. L'uomo ha capito che cantare e farsi

sbudellare per l'incerta virtù d'una bella — sovente brutta — sarebbe

un vero sciupìo di tempo.... E chi giura adesso sulla virtù di una

donna, se non quegli che giura ancora sull'amor patrio dei tanti

sollecitatori d'impieghi? — Io però sacramenterei tuttavia per l'onestà

d'una donna con quella buona fede che invoco invano in me per i

mercanti di parole d'ogni colore: che ciò stia fra parentesi.

Quanto ai trovatori con qualche piccola variante, se non la chitarra,

hanno cambiato metro; ma neppure quegli antichi cavalieri della

bellezza giungerebbero al delirio platonico di accontentarsi, dopo

la lizza, di portare i colori della signora. — Se io vi dicessi che

uno dei meglio famosi poeti del giorno, che cantò tutti i santi del

cielo e della terra, fu trovato poco tempo fa ginnocchioni innanzi

all'arrendevole fantesca della sua bella rigorosa? — Oh?! — Sentite gli

echi: Oh! oh! oh! —

Per fortuna questi due ciarloni, nostri compagni di viaggio nella testa

di S. Carlo, di piuolo in piuolo scomparvero giù del camino.

Nel mirare dietro le torri del vecchio castello i monti di Varese,

e più in là sfumanti nell'azzurro dell'aria quelli del lago di Como;

attorno in semicerchio le vaghe colline di Lesa e di Arona dalle curve

chiomate fra cui spicca nel verdoscuro della vegetazione qua e là una

casa, un campanile, una chiesuola; dappertutto scoprendo varietà, sotto

e sopra, nelle sponde e nei diversi toni dell'orizzonte e delle acque,

compresi il perchè anche agli abitatori delle rive marine il lago

inspira amore di sè.

L'oceano se placido t'infonde quella malinconiosa riflessione che

compenetra l'uomo all'aspetto d'ogni cosa infinitamente grande —

riflessione da cui sorgono meditazioni profonde di cui a tutti non è

dato l'assaporare l'intima voluttà — se burrascoso t'atterisce; il

mare imponente nel golfo di Napoli come sulle sparute scogliere di

Gibilterra o contro le dighe d'Olanda parla sempre — come Giove fra gli

Olimpici — troppo grandiosi verbi perchè tutti li comprendano.... ma

il lago riverbera sempre colla varietà de' suoi aspetti la vivacità, la

piacevolezza; se una tempesta si scatena la notte sulle sue onde, essa

ti fa prevedere come l'indomani le piante ritemprate dall'acquazzone

saranno sfavillanti ai primi raggi del sole colle foglie ancora

gemmate, e le frutta ed i fiori — se la grandine li risparmiò —

più coloriti. Dopo la burrasca marina — tremo al solo rammentarne

le orrende scene — scendi alla ghiaiosa spiaggia, e trovi fra gli

scogli tuttora echeggianti dei sinistri ululi dell'aquilone il fusto

d'una pianta divelta, sfrondata da un colpo di mare, una tavola — che

servì forse ad una lavandaia — che t'evoca dagli abissi il naufrago

disperato che un maroso divelse da essa, mentre la folaga pare s'aggiri

turbinando per scoprire sui fiotti il cadavere che il mare ributta.

Sulle sponde dell'oceano mediti, su quelle del lago sorridi: là

l'eternità, qui la vita.

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 12 / 54 题