_Viaggio al naso del S. Carlone. — Angera. Dalle corti d'amore al
mormonismo._
La più bella passeggiata nei dintorni d'Arona è la salita del poggio
su cui s'erge il monumento a S. Carlo, che per la mole il popolo suole
chiamare il _S. Carlone_. Esso appare da quasi tutto il bacino da
Taino a Belgirate, ed è bello vedere dal lago quel titano disegnare
sull'azzurro del cielo la sua figura tranquilla.
Ammezzo la salita incontrai un cortesissimo Bavarese che si recava
pure lassù, per giudicare co' proprii occhi se la colossale statua
della _Bavaria_ nel Valhalla presso Monaco la cedeva in fatto d'arte
alla rivale italiana: ammirai la suscettibilità del Tedesco, il quale,
poichè d'improvviso ne apparve sulla vetta il _S. Carlone_, dopo
attento esame, colpito dalle mirabili proporzioni di tanta effigie, e
dalla dignitosa e ad una soave espressione dell'immortale che benedice
alla sua patria, confessava candidamente che se il monumento italiano
era condotto meno splendidamente del bavarese, di contro per valore
artistico e per situazione gli era di gran lunga superiore. Gloria
adunque al Crespi che lo disegnò!
Anch'io volli sedermi nell'interno di quel naso famoso; e quel dovermi
arrampicare per un camino oscuro e pieno di schifosi ragnateli e di
pipistrelli svolazzanti, spingendomi in su colle mani e coi piedi
per certi piuoli di ferro — pericolosa ginnastica che meriterebbe
all'ascensore almeno un'indulgenza — mi suscitò il dubbio che il Santo
abbia suggerito all'artefice questa paurosa scala, onde ognuno pensando
alla probabilità di rompersi se non altro il collo, sia richiamato ai
giovevoli pensieri della morte dal tripudio fascinatore della natura
che festeggia attorno lo sguardo. Chi lo sa!
È vero che il dabbenuomo che dal vicino collegio vi reca una lunga
scala per salire sul piedistallo e di là ad un buco — non posso
assolutamente dirla una porta, nè una finestra — ripete a tutti che per
privilegio concesso dal Santo nessuno mai si ruppe il surriferito osso
del collo. Chi sarà il primo? Non io senz'alcun dubbio, avendo dopo la
fortunata mia discesa giurato di non cimentare mai più la buona fede
del dabbenuomo sulla validità del suo privilegio. Del resto — senza
danno del privilegiato — direi che di lassù la vista non corre più
lungi gran cosa che dalla vetta del poggio.
Sotto e sopra il quadro che ti si para distoglie assai presto
dall'osservare il monumento, se non dal pensare a chi raffigura,
quantunque meritamente S. Carlo sia il personaggio storico-religioso
più popolare nella Valle del Po, per non dire in tutta l'Italia.
La collina del Vergante che alla mia sinistra abbraccia il lago
declinando a Belgirate, tutta verzura e fiori, è sì vaga nelle sue
curve; alla destra i facili poggi di Dormeletto e di Borgoticino corsi
dalle vaporiere fumanti mi traggono col pensiero ai giardini liguri; il
cielo e le onde quete sorridono con tanta armonia, che — se uno zingaro
potesse gonfiare vesciche — direi che la natura canta sì bene le glorie
dell'immortale che la melodia v'assorbe interamente a scapito del
soggetto!
Volete voi una scena pittoresca, una scena degna delle sponde del
Reno? Guardate là — in prospetto d'Arona. Il castello d'Angera tutto
fiero de' suoi sette od otto secoli, irto di merli che sfidano i denti
adamantini del tempo, la fronte rugata dal fulmine, sta accoccolato
senza barcollare, pensoso come un veterano, sopra una rupe sfiancata
sotto cui si acquatta il villaggio, quale un pulcino sotto l'ali della
chioccia. Lo direste un quadro _dal vero_ — vi sfido io a contraddirmi!
— del medio evo, in cui appare con vivissimo contrasto la schizzinosa
protezione del feudatario e la mormorante docilità dei vassalli. Il
palazzo conta cinquecento anni.... Quant'acqua corse giù pel Ticino!
— La torre però non novera che tre secoli circa, m'hanno detto.
— E' bastano per formare un abisso fra noi e quei dì. Quante antitesi!
Asili infantili e giochi di borsa; manicomii e crinolini; vetture,
congegni, libri e legislazione a vapore; corrispondenza elettrica
d'idee e di passioni, e.... tutto quel resto che voi sapete e che
taccio per non romperla in viso alla modestia: mentre allora! Il po'
di buono che quella tempra d'omacci aveva noi l'abbiamo cresciuto,
raffinato, sublimato coi lambicchi del progresso....
— Meno le lettere, le arti, e l'amore della famiglia....
— Eh! Eh! La non mi conta nulla per le lettere questo turbinio di
_riviste_, di giornali e di romanzi? E per le arti l'è forse cosa
da smorfie la fotografia? Quanto al culto della donna, la verginità
sospettosa delle idee dei nostri babbi semplicioni ha fatto luogo
con altre credenze all'analisi razionale, la quale — a dirvela in un
orecchio — tende in ciò dritto al mormonismo...
— Messere, m'accorgo che non siete ammogliato...
— Quest'aria frizzante mi persuade di parlare liberamente — ad essa
la colpa. Il tempo delle corti d'amore, dei tornei, dei trovatori
non è più; e lo sanno le donne. L'uomo ha capito che cantare e farsi
sbudellare per l'incerta virtù d'una bella — sovente brutta — sarebbe
un vero sciupìo di tempo.... E chi giura adesso sulla virtù di una
donna, se non quegli che giura ancora sull'amor patrio dei tanti
sollecitatori d'impieghi? — Io però sacramenterei tuttavia per l'onestà
d'una donna con quella buona fede che invoco invano in me per i
mercanti di parole d'ogni colore: che ciò stia fra parentesi.
Quanto ai trovatori con qualche piccola variante, se non la chitarra,
hanno cambiato metro; ma neppure quegli antichi cavalieri della
bellezza giungerebbero al delirio platonico di accontentarsi, dopo
la lizza, di portare i colori della signora. — Se io vi dicessi che
uno dei meglio famosi poeti del giorno, che cantò tutti i santi del
cielo e della terra, fu trovato poco tempo fa ginnocchioni innanzi
all'arrendevole fantesca della sua bella rigorosa? — Oh?! — Sentite gli
echi: Oh! oh! oh! —
Per fortuna questi due ciarloni, nostri compagni di viaggio nella testa
di S. Carlo, di piuolo in piuolo scomparvero giù del camino.
Nel mirare dietro le torri del vecchio castello i monti di Varese,
e più in là sfumanti nell'azzurro dell'aria quelli del lago di Como;
attorno in semicerchio le vaghe colline di Lesa e di Arona dalle curve
chiomate fra cui spicca nel verdoscuro della vegetazione qua e là una
casa, un campanile, una chiesuola; dappertutto scoprendo varietà, sotto
e sopra, nelle sponde e nei diversi toni dell'orizzonte e delle acque,
compresi il perchè anche agli abitatori delle rive marine il lago
inspira amore di sè.
L'oceano se placido t'infonde quella malinconiosa riflessione che
compenetra l'uomo all'aspetto d'ogni cosa infinitamente grande —
riflessione da cui sorgono meditazioni profonde di cui a tutti non è
dato l'assaporare l'intima voluttà — se burrascoso t'atterisce; il
mare imponente nel golfo di Napoli come sulle sparute scogliere di
Gibilterra o contro le dighe d'Olanda parla sempre — come Giove fra gli
Olimpici — troppo grandiosi verbi perchè tutti li comprendano.... ma
il lago riverbera sempre colla varietà de' suoi aspetti la vivacità, la
piacevolezza; se una tempesta si scatena la notte sulle sue onde, essa
ti fa prevedere come l'indomani le piante ritemprate dall'acquazzone
saranno sfavillanti ai primi raggi del sole colle foglie ancora
gemmate, e le frutta ed i fiori — se la grandine li risparmiò —
più coloriti. Dopo la burrasca marina — tremo al solo rammentarne
le orrende scene — scendi alla ghiaiosa spiaggia, e trovi fra gli
scogli tuttora echeggianti dei sinistri ululi dell'aquilone il fusto
d'una pianta divelta, sfrondata da un colpo di mare, una tavola — che
servì forse ad una lavandaia — che t'evoca dagli abissi il naufrago
disperato che un maroso divelse da essa, mentre la folaga pare s'aggiri
turbinando per scoprire sui fiotti il cadavere che il mare ributta.
Sulle sponde dell'oceano mediti, su quelle del lago sorridi: là
l'eternità, qui la vita.