_Arona — Le illusioni ed i doganieri. — Una cipolla fra le rose._
Chi tosto giudica, tosto si pente.
_Prov. ital._
Orta! — Angera! — Gozzano! — Varallo! — Domodossola! — Albergo della
Posta! — Reale! — d'Italia! — A me il sacco! — Zolfanelli! — Sigari! —
Ecco le strida che invariabilmente accolgono il viaggiatore all'uscire
dallo scalo della ferrovia d'Arona: vociare che mette in non lieve
imbarazzo il viaggiatore che non ha meta prefissa al suo vagare.
Per mia fortuna, fra tanti vetturali, facchini, camerieri e ciceroni
_pro domo sua_, una voce che partiva dal mezzo di una folta ispidissima
barba, tuonò al mio orecchio, mentre mi sforzava di attraversare quella
ressa di rompiscatole, il nome dell'ottava meraviglia del mondo e
l'unica di Arona, _il S. Carlone_, e mi fece così risovvenire di un
monumento intorno al quale aveva sentito nella prima adolescenza tante
mirabilia. Si vada adunque al S. Carlone! Senza dare risposta ad alcuna
delle insistenti domande — unico modo di liberarsene, a meno però
vogliate farvi in dieci per non far torto a nessuno — mi avvio verso la
cittadina, dando occhiate a destra ed a sinistra, come quegli che senza
soffermarsi troppo vuole spendere poco e vedere molto.
Appena uscito dalla casona dello scalo, un bel giovinotto, dall'assisa
di doganiere — ad Arona vi sono più doganieri che mercanti — con un
garbo da farmi strabiliare, (poichè a me un doganiere era sempre parso
il rappresentante della prepotenza legale, dei pregiudicii economici,
la barriera che impedisce il bacio cosmopolitico dei popoli) mi fece
ricredere pienamente, avvisandomi che se io desiderava imbarcarmi
sopra un piroscafo, il _S. Gottardo_ stava per salpare, aggiunto poi
per soprassello che io avrei potuto girare e rigirare in lungo ed in
largo il lago senza la noia del passaporto. Malgrado il desiderio di
accettare l'invito della tintinnante campanella del _S. Gottardo_, io
non volli partire senza visitare l'interno della città pittoresca — al
di fuori — ed il famoso monumento al suo cittadino, benchè sapessi che
vi sarei ritornato più d'una volta nelle corse ch'io aveva in animo di
fare lungo le spiaggie verbanesi.
Il _S. Gottardo_ diede l'ultimo tocco di squilla, si staccò con tutta
facilità dallo scalo, e descritta una vaga curva, partì avvolgendosi,
come d'un velo per difendersi dal sole cocentissimo, nei vapori della
caldaia fumante.
Serbatomi per la vetta del colle di S. Carlo il giocondo spettacolo del
lago, come un ghiottone serba ultimo il manicaretto più sapido, entrai
in città.
*
* *
Eccomi in Arona! Salve, città dei Borromei!
Seduta a riva del lago, pare tuttavia che tu ne sdegni la paternità,
poichè ti volgi innamorata con occhi desiosi verso i clivi fiorenti di
Oleggio Castello, lasciando al ceruleo nappo l'ammirazione della poco
graziosa tua parte diretana. Almeno ne' calori della state le pendici
superiori inviassero alle tue viuzzole il conforto delle aure profumate
dei loro laureti!
Attraversando la città, contai trentacinque osterie, trenta preti
e ventisette accattoni. Era il meriggio caldissimo, ed io passava
correndo per involarmi all'afa soffocante che, uscita dai canali
sotterranei delle vie inferiori, mi inseguiva minacciosa, quando una
frotta di creature che facevano ressa attorno ad una casa di modesta
apparenza m'impedì di proseguire oltre.
Erano ventisette accattoni.
Voi che avete da accarezzare — in tasca — un _sovrano_, se vi avviene
d'incontrarvi in quella turba, è d'uopo lo consigliate d'addivenire
ad una transazione costituzionale dividendo il potere, salvo a voi suo
ministro di farvi forse rompere le invetriate dai malcontenti — o senza
transigere coll'_esigenze della situazione_, corriate attraverso ai
chiedenti senza ascoltare quelle voci supplichevoli che sono pure una
rampogna....
Io mi arrestai. Qui più d'un ciarlone vi direbbe ch'egli, arrossendo
quasi dell'eccellente salute, intenerito alle lagrime, divise la
borsa coi mendici.... Io che non voglio farvi il torto di credere
che mi stimereste un cicino di più, quando vi dicessi che ho dato a
quegli infelici un obolo — che il più delle volte è un soldo asciutto
come il sistema decimale — non vi dirò nemmeno d'aver fatto alcune
considerazioni economiche sulle trentacinque osterie ed i trenta preti,
e tiro innanzi, cioè mi fermo, poichè la porticina di quella casa
s'aperse e v'apparve....
Chi non l'avrebbe desiderata amante? Che bell'occasione di miniarvi
un ritrattino sì sorridente da mandarvi in visibilio! Ma quest'oggi,
dopo quella certa meditazione sulla fallacia dell'apparenza, temo che
i colori della mia tavolozza diano troppo nel duro, nell'angolare;
per non ripetere adunque su tutte le varianti le forme serene di tanta
bellezza, lascio alla vostra fantasia di pennelleggiare co' rapidi suoi
tocchi una di quelle soavi figure che le donne invidiano e gli uomini
rispettano.
Intanto i re della miseria, coi loro nodosi scettri nella destra,
avvolti nei pidocchiosi palli onnicolori, mi avevano circondato,
levandosi dalle nuche capellute un frusto di berretto spelato, e
succhiavano con avido sguardo la borsa che teneva la fanciulla nelle
mani.
Io pure salutai riverente quell'apparizione che avrebbe potuto
inspirare a Vela una vivissima idea della carità cristiana, ed ella....
ma che? Al vedermi estatico contemplarla, sorrise di guisa che tutto
ne fui scosso. Era derisione? Chi lo sa? Malgrado mio, nella limpida
innocenza di quel volto primaverile, quel sorriso — non ridete —
m'apparve come una cipolla nel bel mezzo d'un mazzolino di rose, quale
io vidi farne dono per celia ad un appassionato cultore di antitesi.
Ella porse agli accattoni le sue monete; una moneta ad ognuno che
venisse ad invocarla un mattino di venerdì a quella porta: indi
rinchiuse la porta senza strepito, senz'impazienza, quasi a tacita
promessa di non negarne giammai l'accesso al mendico. Io, mentre si
recitava attorno un _pater_ ed un'_ave_ per conto della fanciulla — a
cui auguro ottengano un buon marito — dimenticato quel certo sorriso
e la cipolla relativa, intonava fra dolcissimo pianto un inno alla
pietà che ove fosse stato inteso da lei, forse io avrei fatto più lunga
dimora in Arona....
Ma ecco attraverso l'iride d'una lagrima la rosea fisionomia imberbe
del doganiere. Gli racconto la commovente istoria; un'irresistibile
curiosità mi sprona a ricercare chi sia quell'angelo che profonde
le ricchezze di questo mondo per la beatitudine dell'altro, vero
prestito ad usura — se ancor vi fosse usura. — Mi appaga ed aggiunge
che i mendici convengono nella città dai dintorni una volta almeno per
settimana.
— Dunque, diss'io, ella dà loro tanto da alleviare i dolori di chi non
ha sulla terra che la speranza del cielo e la compassione dei generosi
— per una settimana? Oh tremila volte benedetta! Oh santa! Oh terra
fortunata!
— Signor sì, se per essere da tanto basta regalare un quattrino, antica
moneta milanese!
E imperturbabile, colla logica orribile dell'aritmetica, mi dimostrò
che Iddio avrebbe dovuto fare per quegli sgraziati il giorno di cento
ore senz'accrescere i bisogni del ventricolo, onde procurarsi lo
stretto necessario per campare in ragione d'un quattrino ogni due ore;
o, supposto che nelle ventiquattro ragranellassero altrettanto, ch'essi
potessero stare, come i ragni, sei giorni senz'alimento.
— (Mefistofele gabelliere!) Dunque muoiono di fame sei dì per settimana?
— Morrebbero se altri non li soccorresse senza l'ironica ostentazione
di chi dà quello spettacolo poco costoso. Tutto è apparenza! La saluto.
— Tutto è apparenza, anch'esso lo sa! Ora comprendo quel certo
sorriso, la cipolla fra le rose! E come sì giovane e sì presto senza le
confidenti illusioni della verde età?
Ma se n'era andato pe' fatti suoi — o per quelli degli altri,
più facilmente — il che ne torna perfettamente uguale; sicchè
la mia domanda dovette cercare una risposta nelle considerazioni
dell'influenza che il mestiere aveva potuto esercitare sopra di
lui. Ed io non ebbi a meditare gran fatto per accorgermi come in
esso s'avvezzino a guardare ogni cosa attraverso la lente prosaica,
spassionata che conta i fili della stoffa e stabilisce un prezzo alle
creazioni delle arti — tanto che sarei quasi tentato di supporre che
il famoso dilemma di Amleto _essere o non essere_ sia stato suggerito a
Shakespeare da qualche doganiere pensatore.
Povere le illusioni coi doganieri! La donna, quest'angelo che ecc.,
ecc., non è per essi che un portamantello addobbato più o meno di raso;
un ritratto, pegno di un soave affetto ricambiato ed infelice, su cui
scoppiarono pianti sconsolati e baci frenetici, perde tutto il valore
sotto gli occhiali del perito; una treccia di capegli, oh sacrilegio!
può essere considerata concime; che più? il libro a cui pose mano cielo
e terra, vale per essi secondo il peso, la legatura, i fermagli.....
Se nelle lotte letterarie i _realisti_ potevano contare sull'aiuto
dei doganieri, le nebulose fantasticherie alzavano i tacchi come
altrettanti contrabbandieri.
Scrivete la storia della dogana; narrerete quella dell'incivilimento.
Narrate quante castronerie stampate ed illustrate giungono d'oltre
Alpi, quante di queste, con veste nè forestiera nè italiana, cambiato
il titolo con quello di originale italiano, si spargono a sollucherare
la frega del forestierume, e non del buono certamente, ed a fare più
sonnolenta ancora l'indifferenza italiana per il pane casalingo —
narrerete le nostre, e anche un tantino le altrui miserie letterarie.
Enumerate i gingilli, le festuche, i ciondoli, le minuterie e quella
multispecie farragine di coserelle utili e disutili, strane e curiose
che la moda ne manda da lontano, e che accettiamo senza desiderio di
procurarcele da noi stessi — e narrerete che gli Italiani non solo non
le sanno fornire, ma neppure battezzare colla loro lingua. Contate le
armi che valicano le Alpi o varcano i nostri mari ad offesa o per aiuto
— i quadri e le statue ed i manoscritti e gli oggetti che per arte o
memoria i nostri antichi meno vanitosi di noi e più generosi raccolsero
con religioso studio e con principesca magnificenza, e che ogni
anno, senza ritorno o cambio, lasciano la terra che li aveva creati e
venerati; — avrete irrepugnabili argomenti della floridezza e della
decadenza delle genti. Possa l'indipendenza e la libertà far salire
nel futuro a bosco i tanti bruchi che formano la speranza della nazione
artistica!
A proposito delle nazioni, la questione sanguinosa della loro
indipendenza è sciolta dai doganieri — quando si ritrarranno ai
confini naturali. Tuttavia, penso, se in quest'età meravigliosa in
cui ogni dì annienta un secolo di tradizioni senza che si possano
prevedere i prodigi della domane, la famiglia umana si confondesse in
un fratellevole amplesso — concedetemi un istante l'ipotesi stranissima
— dove, domando io, dove n'andrebbero le miriadi dei doganieri che
incorniciano i mille regni?
Proporrò il quesito alle disquisizioni degli economisti, degli
umanitari, e di quanti s'avvisano di riformare la commedia comico-seria
del mondo — a meno che in questo frattempo si scopra mezzo di rilegarli
(parlo dei doganieri, è chiaro) nel mondo dei miti in compagnia di
tante altre anticaglie.
È tempo di fare ritorno alla nostra cittadina, da cui mi fece digredire
il mal vezzo di camminare balenando corpo e mente, peccato di cui farò
penitenza d'or innanzi col correre per qualche giorno la carreggiata
della strada _maestra_, senza neppure guardare colla coda dell'occhio
quanto m'invitasse a varcare la siepe ed a visitare ciò che non è nel
programma tracciato sul nostro portafoglio. Ritornando adunque alla
cittadina, dirò che nelle successive visite appresi che non solamente
poche città hanno relativamente tante caritatevoli instituzioni
quant'Arona, ma che io avrei preso un solenne granciporro se l'avessi
giudicata dalla scena di cui io stesso era stato testimone.... tanto è
vero che tutto è apparenza!