III.

_Arona — Le illusioni ed i doganieri. — Una cipolla fra le rose._

Chi tosto giudica, tosto si pente.

_Prov. ital._

Orta! — Angera! — Gozzano! — Varallo! — Domodossola! — Albergo della

Posta! — Reale! — d'Italia! — A me il sacco! — Zolfanelli! — Sigari! —

Ecco le strida che invariabilmente accolgono il viaggiatore all'uscire

dallo scalo della ferrovia d'Arona: vociare che mette in non lieve

imbarazzo il viaggiatore che non ha meta prefissa al suo vagare.

Per mia fortuna, fra tanti vetturali, facchini, camerieri e ciceroni

_pro domo sua_, una voce che partiva dal mezzo di una folta ispidissima

barba, tuonò al mio orecchio, mentre mi sforzava di attraversare quella

ressa di rompiscatole, il nome dell'ottava meraviglia del mondo e

l'unica di Arona, _il S. Carlone_, e mi fece così risovvenire di un

monumento intorno al quale aveva sentito nella prima adolescenza tante

mirabilia. Si vada adunque al S. Carlone! Senza dare risposta ad alcuna

delle insistenti domande — unico modo di liberarsene, a meno però

vogliate farvi in dieci per non far torto a nessuno — mi avvio verso la

cittadina, dando occhiate a destra ed a sinistra, come quegli che senza

soffermarsi troppo vuole spendere poco e vedere molto.

Appena uscito dalla casona dello scalo, un bel giovinotto, dall'assisa

di doganiere — ad Arona vi sono più doganieri che mercanti — con un

garbo da farmi strabiliare, (poichè a me un doganiere era sempre parso

il rappresentante della prepotenza legale, dei pregiudicii economici,

la barriera che impedisce il bacio cosmopolitico dei popoli) mi fece

ricredere pienamente, avvisandomi che se io desiderava imbarcarmi

sopra un piroscafo, il _S. Gottardo_ stava per salpare, aggiunto poi

per soprassello che io avrei potuto girare e rigirare in lungo ed in

largo il lago senza la noia del passaporto. Malgrado il desiderio di

accettare l'invito della tintinnante campanella del _S. Gottardo_, io

non volli partire senza visitare l'interno della città pittoresca — al

di fuori — ed il famoso monumento al suo cittadino, benchè sapessi che

vi sarei ritornato più d'una volta nelle corse ch'io aveva in animo di

fare lungo le spiaggie verbanesi.

Il _S. Gottardo_ diede l'ultimo tocco di squilla, si staccò con tutta

facilità dallo scalo, e descritta una vaga curva, partì avvolgendosi,

come d'un velo per difendersi dal sole cocentissimo, nei vapori della

caldaia fumante.

Serbatomi per la vetta del colle di S. Carlo il giocondo spettacolo del

lago, come un ghiottone serba ultimo il manicaretto più sapido, entrai

in città.

*

* *

Eccomi in Arona! Salve, città dei Borromei!

Seduta a riva del lago, pare tuttavia che tu ne sdegni la paternità,

poichè ti volgi innamorata con occhi desiosi verso i clivi fiorenti di

Oleggio Castello, lasciando al ceruleo nappo l'ammirazione della poco

graziosa tua parte diretana. Almeno ne' calori della state le pendici

superiori inviassero alle tue viuzzole il conforto delle aure profumate

dei loro laureti!

Attraversando la città, contai trentacinque osterie, trenta preti

e ventisette accattoni. Era il meriggio caldissimo, ed io passava

correndo per involarmi all'afa soffocante che, uscita dai canali

sotterranei delle vie inferiori, mi inseguiva minacciosa, quando una

frotta di creature che facevano ressa attorno ad una casa di modesta

apparenza m'impedì di proseguire oltre.

Erano ventisette accattoni.

Voi che avete da accarezzare — in tasca — un _sovrano_, se vi avviene

d'incontrarvi in quella turba, è d'uopo lo consigliate d'addivenire

ad una transazione costituzionale dividendo il potere, salvo a voi suo

ministro di farvi forse rompere le invetriate dai malcontenti — o senza

transigere coll'_esigenze della situazione_, corriate attraverso ai

chiedenti senza ascoltare quelle voci supplichevoli che sono pure una

rampogna....

Io mi arrestai. Qui più d'un ciarlone vi direbbe ch'egli, arrossendo

quasi dell'eccellente salute, intenerito alle lagrime, divise la

borsa coi mendici.... Io che non voglio farvi il torto di credere

che mi stimereste un cicino di più, quando vi dicessi che ho dato a

quegli infelici un obolo — che il più delle volte è un soldo asciutto

come il sistema decimale — non vi dirò nemmeno d'aver fatto alcune

considerazioni economiche sulle trentacinque osterie ed i trenta preti,

e tiro innanzi, cioè mi fermo, poichè la porticina di quella casa

s'aperse e v'apparve....

Chi non l'avrebbe desiderata amante? Che bell'occasione di miniarvi

un ritrattino sì sorridente da mandarvi in visibilio! Ma quest'oggi,

dopo quella certa meditazione sulla fallacia dell'apparenza, temo che

i colori della mia tavolozza diano troppo nel duro, nell'angolare;

per non ripetere adunque su tutte le varianti le forme serene di tanta

bellezza, lascio alla vostra fantasia di pennelleggiare co' rapidi suoi

tocchi una di quelle soavi figure che le donne invidiano e gli uomini

rispettano.

Intanto i re della miseria, coi loro nodosi scettri nella destra,

avvolti nei pidocchiosi palli onnicolori, mi avevano circondato,

levandosi dalle nuche capellute un frusto di berretto spelato, e

succhiavano con avido sguardo la borsa che teneva la fanciulla nelle

mani.

Io pure salutai riverente quell'apparizione che avrebbe potuto

inspirare a Vela una vivissima idea della carità cristiana, ed ella....

ma che? Al vedermi estatico contemplarla, sorrise di guisa che tutto

ne fui scosso. Era derisione? Chi lo sa? Malgrado mio, nella limpida

innocenza di quel volto primaverile, quel sorriso — non ridete —

m'apparve come una cipolla nel bel mezzo d'un mazzolino di rose, quale

io vidi farne dono per celia ad un appassionato cultore di antitesi.

Ella porse agli accattoni le sue monete; una moneta ad ognuno che

venisse ad invocarla un mattino di venerdì a quella porta: indi

rinchiuse la porta senza strepito, senz'impazienza, quasi a tacita

promessa di non negarne giammai l'accesso al mendico. Io, mentre si

recitava attorno un _pater_ ed un'_ave_ per conto della fanciulla — a

cui auguro ottengano un buon marito — dimenticato quel certo sorriso

e la cipolla relativa, intonava fra dolcissimo pianto un inno alla

pietà che ove fosse stato inteso da lei, forse io avrei fatto più lunga

dimora in Arona....

Ma ecco attraverso l'iride d'una lagrima la rosea fisionomia imberbe

del doganiere. Gli racconto la commovente istoria; un'irresistibile

curiosità mi sprona a ricercare chi sia quell'angelo che profonde

le ricchezze di questo mondo per la beatitudine dell'altro, vero

prestito ad usura — se ancor vi fosse usura. — Mi appaga ed aggiunge

che i mendici convengono nella città dai dintorni una volta almeno per

settimana.

— Dunque, diss'io, ella dà loro tanto da alleviare i dolori di chi non

ha sulla terra che la speranza del cielo e la compassione dei generosi

— per una settimana? Oh tremila volte benedetta! Oh santa! Oh terra

fortunata!

— Signor sì, se per essere da tanto basta regalare un quattrino, antica

moneta milanese!

E imperturbabile, colla logica orribile dell'aritmetica, mi dimostrò

che Iddio avrebbe dovuto fare per quegli sgraziati il giorno di cento

ore senz'accrescere i bisogni del ventricolo, onde procurarsi lo

stretto necessario per campare in ragione d'un quattrino ogni due ore;

o, supposto che nelle ventiquattro ragranellassero altrettanto, ch'essi

potessero stare, come i ragni, sei giorni senz'alimento.

— (Mefistofele gabelliere!) Dunque muoiono di fame sei dì per settimana?

— Morrebbero se altri non li soccorresse senza l'ironica ostentazione

di chi dà quello spettacolo poco costoso. Tutto è apparenza! La saluto.

— Tutto è apparenza, anch'esso lo sa! Ora comprendo quel certo

sorriso, la cipolla fra le rose! E come sì giovane e sì presto senza le

confidenti illusioni della verde età?

Ma se n'era andato pe' fatti suoi — o per quelli degli altri,

più facilmente — il che ne torna perfettamente uguale; sicchè

la mia domanda dovette cercare una risposta nelle considerazioni

dell'influenza che il mestiere aveva potuto esercitare sopra di

lui. Ed io non ebbi a meditare gran fatto per accorgermi come in

esso s'avvezzino a guardare ogni cosa attraverso la lente prosaica,

spassionata che conta i fili della stoffa e stabilisce un prezzo alle

creazioni delle arti — tanto che sarei quasi tentato di supporre che

il famoso dilemma di Amleto _essere o non essere_ sia stato suggerito a

Shakespeare da qualche doganiere pensatore.

Povere le illusioni coi doganieri! La donna, quest'angelo che ecc.,

ecc., non è per essi che un portamantello addobbato più o meno di raso;

un ritratto, pegno di un soave affetto ricambiato ed infelice, su cui

scoppiarono pianti sconsolati e baci frenetici, perde tutto il valore

sotto gli occhiali del perito; una treccia di capegli, oh sacrilegio!

può essere considerata concime; che più? il libro a cui pose mano cielo

e terra, vale per essi secondo il peso, la legatura, i fermagli.....

Se nelle lotte letterarie i _realisti_ potevano contare sull'aiuto

dei doganieri, le nebulose fantasticherie alzavano i tacchi come

altrettanti contrabbandieri.

Scrivete la storia della dogana; narrerete quella dell'incivilimento.

Narrate quante castronerie stampate ed illustrate giungono d'oltre

Alpi, quante di queste, con veste nè forestiera nè italiana, cambiato

il titolo con quello di originale italiano, si spargono a sollucherare

la frega del forestierume, e non del buono certamente, ed a fare più

sonnolenta ancora l'indifferenza italiana per il pane casalingo —

narrerete le nostre, e anche un tantino le altrui miserie letterarie.

Enumerate i gingilli, le festuche, i ciondoli, le minuterie e quella

multispecie farragine di coserelle utili e disutili, strane e curiose

che la moda ne manda da lontano, e che accettiamo senza desiderio di

procurarcele da noi stessi — e narrerete che gli Italiani non solo non

le sanno fornire, ma neppure battezzare colla loro lingua. Contate le

armi che valicano le Alpi o varcano i nostri mari ad offesa o per aiuto

— i quadri e le statue ed i manoscritti e gli oggetti che per arte o

memoria i nostri antichi meno vanitosi di noi e più generosi raccolsero

con religioso studio e con principesca magnificenza, e che ogni

anno, senza ritorno o cambio, lasciano la terra che li aveva creati e

venerati; — avrete irrepugnabili argomenti della floridezza e della

decadenza delle genti. Possa l'indipendenza e la libertà far salire

nel futuro a bosco i tanti bruchi che formano la speranza della nazione

artistica!

A proposito delle nazioni, la questione sanguinosa della loro

indipendenza è sciolta dai doganieri — quando si ritrarranno ai

confini naturali. Tuttavia, penso, se in quest'età meravigliosa in

cui ogni dì annienta un secolo di tradizioni senza che si possano

prevedere i prodigi della domane, la famiglia umana si confondesse in

un fratellevole amplesso — concedetemi un istante l'ipotesi stranissima

— dove, domando io, dove n'andrebbero le miriadi dei doganieri che

incorniciano i mille regni?

Proporrò il quesito alle disquisizioni degli economisti, degli

umanitari, e di quanti s'avvisano di riformare la commedia comico-seria

del mondo — a meno che in questo frattempo si scopra mezzo di rilegarli

(parlo dei doganieri, è chiaro) nel mondo dei miti in compagnia di

tante altre anticaglie.

È tempo di fare ritorno alla nostra cittadina, da cui mi fece digredire

il mal vezzo di camminare balenando corpo e mente, peccato di cui farò

penitenza d'or innanzi col correre per qualche giorno la carreggiata

della strada _maestra_, senza neppure guardare colla coda dell'occhio

quanto m'invitasse a varcare la siepe ed a visitare ciò che non è nel

programma tracciato sul nostro portafoglio. Ritornando adunque alla

cittadina, dirò che nelle successive visite appresi che non solamente

poche città hanno relativamente tante caritatevoli instituzioni

quant'Arona, ma che io avrei preso un solenne granciporro se l'avessi

giudicata dalla scena di cui io stesso era stato testimone.... tanto è

vero che tutto è apparenza!

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 11 / 54 题