Il re e la regina salirono dopo di me, e mi trovarono nello stato
che ho detto, quasi svenuta sul petto di Nelson, appoggiata sul suo
cuore dal suo unico braccio; il suo cappello era caduto sul ponte, e
nell’estasi della felicità, teneva la sua testa rovesciata in dietro
guardando il cielo.
Rimase un istante senza veder nulla di ciò che avveniva intorno a lui.
Finalmente gli urrà dei marinai saliti sui pennoni lo richiamarono in
sè, abbassò lo sguardo sulla terra e vide ciò che avveniva.
Aveva intorno il re, la regina, i ministri, i cortigiani; tutti
rendevano omaggio all’eroe d’Aboukir come se fossero venuti a rendere
omaggio al Dio stesso della Vittoria.
Il re aveva in mano una magnifica spada ornata di diamanti, il cui
valore materiale era di cinquemila lire sterline, ma aveva inoltre
un valore storico incalcolabile. Era la spada che Luigi XIV diede a
Filippo V quando partì per la Spagna, e fu data poi da Filippo V a suo
figlio Don Carlos quando partì per Napoli.
Il re Filippo V aveva detto mentre gliela porgeva: — «Questa spada
appartiene al conquistatore di Napoli» — e Don Carlos lasciandola a
suo figlio aveva detto: — «Questa spada appartiene al difensore ed al
salvatore del Regno che ho conquistato.»
Ferdinando considerava Nelson come il salvatore del regno, e gli dava
quel magnifico retaggio di Luigi XIV, pervenutogli da suo avo e da suo
padre.
Da parte sua la regina gli presentò il brevetto di duca di Bronte
— magnifica allusione, poichè Bronte era uno dei tre ciclopi che
fabbricavano il fulmine, e lo chiamava veramente duca del folgore; — a
questo Ducato era unita una rendita di tre mila lire sterline.
Inoltre il re gli annunziò che egli aveva l’intenzione di creare un
ordine militare del merito di San Ferdinando, e gli promise il primo
gran cordone di quell’ordine che si sarebbe distribuito dopo i brevetti
di famiglia.
Per facilitare a’ suoi nobili visitatori la salita a bordo del
_Vanguard_, lo aveva messo in panna. Credetti che l’adulazione più
aggradevole a Nelson fosse quella di pregarlo di farci vedere le
cicatrici del suo bastimento, non meno mutilato del suo capitano.
Questa ispezione lo forzava a raccontarci la battaglia, e per
conseguenza a parlare di lui.
Cominciammo dalla cabina di Nelson: appena entrati dalla porta, un
piccolo uccello, del genere del beccafichi, entrò per la finestra, e
venne a posarsi sulla sua spalla; maravigliata dalla famigliarità di
questo nuovo ospite, stava per interrogare Nelson, quando egli mise un
grido di gioia.
— Oh! diss’egli, che tu sii il benvenuto e oggi più che mai, mio caro
compagno.
E prese il piccolo uccello dalla sua spalla, lo baciò e lo fece baciare
pure a me. Poi se lo ripose sulla spalla, ove se ne stava tranquillo
senza parere nemmeno preoccupato della nostra presenza.
Ciò che Nelson faceva e mi diceva, mi dava una curiosità sempre
crescente, e per conseguenza un desiderio ancor più grande di avere
una spiegazione intorno a quel gentile animaletto, il quale sembrava
che anche egli volesse fare i suoi complimenti a Nelson; io vedeva la
stessa curiosità negli occhi della regina, in quelli del re e degli
altri spettatori.
— Ascoltate quanto vi dirò, disse Nelson, e non credetelo poi un
racconto delle mille ed una notte; — questo piccolo uccello è il mio
buon genio.
— Come, milord? dimandai.
— Gli antichi non combattevano mai senza consultare gli auguri, ed io
pure non dovrei mai combattere senza consultare il mio piccolo uccello;
egli è il mio augurio.
— Oh! raccontatecelo, milord, disse la regina.
— Davvero non so se una tale puerilità valga la pena di essere
raccontata innanzi a Vostra Maestà, disse Nelson.
— Oh! sì, sì, — dicemmo simultaneamente noi pure, io e la regina.
— Ebbene Maestà, ebbene Milady, in qualunque paese del mondo mi trovi,
quando mi deve toccare qualche fortuna o che debbo riportare qualche
vittoria, un uccello di questa specie, non oserei dire che sia quello
stesso, viene a riposarsi sulle mie spalle, e all’opposto quando mi
tocca qualche sventura dispare. Così la prima volta che lo vidi fu
nell’America del Nord: al Canadà inseguito da quattro fregate francesi,
non aveva altra uscita che un passo che era giudicato impraticabile;
egli venne a posarsi sulle mie spalle, io spinsi il mio brick a
traverso gli scogli ed uscii dal passo; — superato che fu il passo,
egli volò via. La vigilia del giorno in cui vi vidi per la prima volta,
quando venni da Tolone a Napoli, attraversava il canale di Ischia, io
era sul ponte, ed egli volò sulle mie spalle. Il giorno seguente S. M.
il re di Napoli degnavasi di ricevermi come un amico, sir William come
un figlio, la regina mi dava la sua mano da baciare, e voi mi dicevate,
«questa casa è vostra,» offrendomi un appartamento nel palazzo
dell’ambasciata. Allo assedio di Calvi, ove ho perduto un occhio,
all’assedio di Taneriffa ove ho perduto un braccio io non l’ho veduto.
Alla mattina di Aboukir è venuto a riposarsi sulla mia spalla; ed ecco
che ora entra nello stesso tempo in cui entrate nella mia cabina; —
ho dunque ragione di dire che questo uccello è il mio buon genio. Il
giorno o alla vigilia di una battaglia, in cui non lo vedrò, farò il
mio testamento, perchè con tutta probabilità sarà il mio ultimo giorno.
Vi chieggo perdono di avervi intrattenuti in simili follie; — voi lo
sapete, signora, i marinai hanno lo loro superstizioni; il mio caro
uccellino ne è una, ed ora vi credo più che mai.
— E, chiesi a Nelson, non si è mai appoggiato su altra spalla
all’infuori della vostra?
— Mai.
— Mai si lascia prendere da altra mano se non dalla vostra?
— Mai — se però volete provare....
Stesi la mano, l’uccello si lasciò prendere; non so perchè io era tutta
giuliva di aver qualche cosa di comune con questo eroe.
Lo lasciai andare e si fermò sulla spalla di Nelson.
— Ah, signora, dissi alla regina, provate anche voi.
La regina stese la mano, ma il beccafico mise un piccolo grido di
spavento, volò verso la finestra e disparve.
Nelson tenevami la mano nella sua, me la strinse: io non potei
trattenermi dal rispondergli stringendogli la sua.
Questo incidente, al quale ci pensai dopo, tanto sovente, ci distolse
per qualche istante dalla visita che avevamo incominciato. La
riprendemmo in tutti i particolari contando i buchi delle palle che
avevano crivellato la carena del _Vanguard_; tutti chiedevano come il
bastimento non si fosse sommerso, come tutto l’equipaggio dal primo
uomo fino all’ultimo non fosse morto.
Era un’ora, ci volevano almeno due ore e mezzo per ritornare a Napoli.
Poi dovevamo assistere al _Te Deum_, e sir William che aveva comandato
un pranzo degno di un principe, temeva pel suo pranzo; ed avvertì il re
che restando ancora a bordo del _Vanguard_, si arrischiava di mangiar
tutto freddo o tutto abbrucciato.
Il re Ferdinando era sensibile a questa specie di osservazioni, disse
due parole alla regina, che invitò Nelson a discendere a bordo della
galera capitana.
Spettava ora all’ammiraglio Caracciolo di fare gli onori della galera:
ritto in piedi al basso della scala del _Vanguard_, ricevette prima
il re, la regina ed io; poi il principe e la principessa reale, sulla
quale, sia con intenzione o senza, mi si concedeva sempre il passo, poi
i ministri, gli ambasciatori, i grandi uffiziali, e quelli che erano
stati inviati sulla capitana oltre a Nelson.
Lo scambio di cortesie fra i due ammiragli fu breve e freddo.
Caracciolo non parlava inglese, e Nelson non comprendeva una parola
d’italiano; Caracciolo gli fece un complimento sul combattimento delle
bocche del Nilo, Nelson non potendo rispondere sorrise e salutò.
Si volse la prora verso Napoli. Caracciolo salì sul suo banco di
quarto. La regina fece sedere Nelson fra lei e me.
Appena si scorse dai forti che la flottiglia si separava dal _Vanguard_
e cominciava a vogare verso Napoli, i cannoni cominciarono a tuonare, e
le campane facevano udire i loro suoni a festa.
Dal momento in cui Nelson aveva messo il piede a bordo della galera,
la musica ad un segno di Domenico Cimarosa aveva cominciato il _God
save the king_, magnifico canto, comandato, come è noto, da Luigi XIV a
Lulli per far onore a Giacomo II esiliato a Saint Germain.
Nelson semplice figlio di un pastore di Burnham Thorpes, che non aveva
mai messo piede a corte, che, dietro ogni probabilità, non aveva mai
parlato ad un re, ad una regina, e nemmeno ad un principe reale, era
ebbro quasi alla pazzia: i miei occhi, che non cercavano certamente di
nascondergli tutto l’interesse che m’ispirava, terminavano di fargli
perdere la testa.
Questo ritorno a Napoli sembrava una risurrezione di quei giorni
storici quando rientrava vincitore ad Atene Milziade o Temistocle.
Ma fu ancor più quando ci avvicinavamo a terra, quando Nelson potè
vedere il molo, le banchine, le piatteforme delle torri, i terrazzi
delle case coperte di spettatori che davano in iscoppi di acclamazioni,
di evviva, di urrà, quando l’artiglieria raddoppiò le sue salve, quando
le campane raddoppiarono i loro squilli, quando infine tutta Napoli,
quella città così rumorosa in ogni tempo, triplicò, quadruplicò,
quintuplicò ogni specie di rumori, che nelle occasioni straordinarie
sono l’espressione della gioia o della collera dei suoi cinquecento
mila abitanti.
Debole ancora per la sua recente ferita, lo vidi impallidire due o tre
volte, e quasi sul punto di sentirsi male.
Prima di lasciare la galera capitana, dietro preghiera della regina,
invitai l’ammiraglio Caracciolo a prendere la sua parte alla festa che
noi davamo al suo collega inglese; ma fosse che il principe napolitano
ci considerasse di una compagnia troppo meschina per lui, o che la
scusa fosse veramente reale, mi rispose con molta cortesia che la notte
minacciava di essere cattiva, ed il porto di Napoli essendo di mediocre
sicurezza, doveva vegliare personalmente all’ancoraggio dei legni di
sua Maestà Britannica che, già assai malconci dal combattimento, non
sarebbero forse stati in caso di lottare contro la tempesta.
Buona o cattiva accettai la scusa; ma siccome sua sorella e sua nipote
Cecilia erano invitate al ballo che seguiva il pranzo, gli dissi che
sperava almeno di avere il piacere della loro compagnia; ed egli,
sempre colla stessa cortesia, ma anche colla stessa freddezza, mi
rispose, che da tre giorni sua sorella era talmente indisposta che
le era impossibile di uscir dalla camera, cosa, che con suo grande
rincrescimento, gl’impediva di accettare il mio invito.
Io aveva accolto la prima scusa con sangue freddo e col sorriso
sulle labbra; ma al secondo rifiuto non potei trattenermi dal fare un
movimento d’impazienza.
La regina lo osservò e si avvicinò a noi.
— Il principe Caracciolo — disse — è troppo gentiluomo per avervi dato
una risposta scortese, cara Emma, e pure sembrerebbe, guardandovi in
viso, che avreste qualche rimprovero da fargli.
Invece di affrettarsi a rispondere ed a scusarsi, l’ammiraglio mi
lasciò il tempo di prendere la parola.
— No, signora, ripresi, non mi lagno dell’ammiraglio, ma della fatalità.
— Voi sapete, cara Emma, che non mi piacciono gli enigmi, così
spiegatevi, vi prego — con quel tuono di voce che indicava in lei il
principio di una tempesta.
— Certamente, signora, la sola fatalità può fare, mi sembra, che siamo
privi così del piacere di ricevere Sua Eccellenza, perchè il tempo che
è magnifico in quest’ora, minaccia dl essere cattivo questa sera, e non
è meno una fatalità, che fa sì che la sorella del signor ammiraglio
trovasi colpita da una indisposizione tanto grave per obbligarla a
stare nella sua camera, e che costringe la gentile Cecilia, da quella
buona fanciulla che è, a curare sua zia, per cui le nostre feste ad un
ammiraglio vincitore de’ Francesi, si daranno senza che vi sia una sola
persona della famiglia dell’illustre ammiraglio Caracciolo, per fare in
nome della marina napolitana un brindisi alla marina inglese.
La regina divenne molto pallida, e il suo sopracciglio si corrugò.
— Guardatevene bene, signor ammiraglio, disse, le persone che
avranno trovato delle scuse buone o cattive per non andare alle feste
dell’ambasciatrice d’Inghilterra, non saranno invitate a quella che
darà la regina di Napoli.
— Signora, rispose l’ammiraglio senza commuoversi, l’indisposizione
della mia povera sorella si è mostrata con tale intensità, che se
queste feste durassero anche un mese, non credo che nemmeno per tutto
questo tempo non potrebbe rimettersi in modo da parteciparvi.
La regina s’impazientava. Ignorando qual fosse l’oggetto di questa
lunga conversazione col suo ammiraglio, Nelson vedendomi rossa per la
vergogna, e scorgendo la regina livida per la collera, si avvicinò a
noi con inquietudine.
La regina, volendo evitare a Nelson ogni cosa che potesse offenderlo,
ed a me tutta la umiliazione che avesse potuto farmi perdere di
considerazione ai suoi occhi, mi distolse vivamente, dicendomi:
— Vieni, Emma, vieni la salute della sorella del principe c’interessa
tanto che tutti i giorni manderemo a prendere sue notizie, finchè
sapremo che stia meglio.
— È un’attenzione che le sarà tanto più preziosa, signora, rispose
il principe, perchè non sapendo come essa abbia potuto meritarla, vi
scorgerà un favore tutto particolare di Vostra Maestà.
L’ammiraglio pronunziava queste ultime parole con una garbatezza tanto
rispettosa, che la regina che non accettava tanto facilmente l’ultima
replica da parte d’un avversario qualunque egli fosse, non trovò di che
rispondergli, e si allontanò conducendomi seco.
Confesso che la seguii colle lagrime agli occhi e col cuore infranto,
come quei trionfatori romani, che udivano in mezzo al trionfo la voce
dello schiavo che loro ricordava che erano mortali; in mezzo al mio
trionfo una voce mi gridava: favorita della regina, ambasciatrice
d’Inghilterra, Milady Hamilton, ricordati del letto d’Apollo e delle
strade di Haymarket.
Non si aspettava che la regina per sbarcare. Quantunque avessi il mio
braccio appoggiato sul suo, e non il suo sul mio, ciò che era il segno
del più alto favore, attraversai colla testa bassa le file di quei
cortigiani che m’invidiavano. Aveva il sorriso sulle labbra e la morte
in cuore.
Non aveva mai odiato, non aveva mai desiderato di vendicarmi di
nessuno; ma da quel momento, sentii il doppio morso del serpe, l’odio
ed il desiderio della vendetta filtrarono nel mio cuore.
Finalmente sbarcammo. Le carrozze di corte e quella dell’ambasciata
aspettavano nell’arsenale. L’ammiraglio Nelson salì nella prima col re,
colla regina e me; il principe e la principessa reale fecero gli onori
della seconda a sir William. Ognuno si sedette poi a volontà, nelle
altre, non senza però qualche discussione d’etichetta.
Si diede ordine ai cocchieri di portarsi alla chiesa di S. Chiara, ove
si doveva cantare il _Te Deum_ dal cardinale arcivescovo di Napoli,
monsignor Capece Zurlo, assistito dal cardinale Fabrizio Ruffo, di cui
ho già avuto occasione di parlare, e che senza che egli ci pensasse, e
senza che nessuno pur vi pensasse, si avvicinava l’epoca in cui doveva
rappresentare una gran parte.
Ma quest’ordine di andare alla Chiesa di Santa Chiara era un ordine
più facile a darsi dai padroni, che ad eseguirsi dai domestici;
le vie erano talmente ingombre di gente, le carrozze circondate da
una moltitudine così numerosa, che sembravano scialuppe investite
dalle onde del mare e scosse dai cavalloni. Quanto poco la regina
era popolare, lo era invece al contrario di molto il re. Mai quando
usciva, nè truppe, nè gendarmi nè guardie si frapponevano fra lui e la
popolazione; l’ultimo lazzarone poteva giungere fino a lui e toccarlo,
per parlargli, chiedergli sue notizie, informarsi quando venderebbe il
suo pesce a Mergellina, o mangerebbe i suoi maccheroni a S. Carlo, e
come si comprende bene, questa razza così famigliare approfittava del
permesso in tutta la sua estensione, ed era raro che nelle solennità
del genere di quella che andava a compirsi, il re non avesse tre o
quattro lazzaroni sul sedile davanti della carrozza col cocchiere,
altrettanti sul sedile di dietro insieme ai domestici, e altrettanti
ancora sugli scalini a guisa di paggi.
Nelson abituato alla maestosa dignità dei sovrani della Gran
Brettagna, alla calma ed al freddo entusiasmo del popolo di Londra
era maravigliato; queste rumorose esplosioni meridionali gli davano le
vertigini: del resto, in quel momento, il re e la regina non avevano
pel suo cuore che un interesse secondario; seduto in faccia alla
regina come io era seduta in faccia al re, la sua mano sinistra si era
impossessata della mia destra, e me la stringeva con fremiti febbrili,
che indicavano la commozione del suo animo, e mi dicevano quali
emozioni violente facevano risalire il sangue al cuore.
Ci volle più di un’ora, io credo, per andare alla banchina a Santa
Chiara. Il _Te Deum_ durò anch’esso una mezz’ora, ed il ritorno circa
tre quarti d’ora. Finalmente giungemmo al palazzo dell’ambasciata
d’Inghilterra ed era tempo; io era morta di fatica, di emozione e di
collera.