L’immenso portico del palazzo Calabritto era trasformato in un arco
di trionfo, ai cui lati erano collocate delle antenne con bandiere,
portanti il nome di Nelson: fino al primo piano lo scalone offriva
veramente una volta di lauri e di fiori.
Una tavola di novanta coperte era posta nella sala dei quadri. Alle
frutta i centoventi professori di musica di S. Carlo suonarono l’aria
del _God save the king_, interrotto da una voce meravigliosa che
cantava le strofe.
Una nuova strofa era stata aggiunta in onore di Nelson.
Eccola:
Join we in Great Nelson’s Name
First on the Rolls of Fame
Him let us sing
Spread we his fame around
Honour of British ground
Who made Nile’s shores resound
God save the King.
Si comprende l’entusiasmo con cui fu accolta questa strofa: il re, la
regina, il principe reale e tutti i convitati l’ascoltarono in piedi.
E le acclamazioni — Viva Nelson, viva il vincitore del Nilo, viva il
Salvatore d’Italia — proruppero dapprima dalle labbra reali, e poscia
dai commensali.
Perchè non mi son io inebbriata in mezzo a tutti questi onori, a tutte
queste gioie, a tutti questi canti, lo dirò altamente, spinta, come lo
era dalla regina, autorizzata quasi dal silenzio di sir William che non
fece nulla per sostenermi, nessun’altra donna avrebbe avuto la forza di
resistere.
Ciò che però si disse, che fin dal primo giorno quasi al primo
incontro, io mi sia abbandonata a lui senza alcuna resistenza, è una
calunnia, come se ne dissero tante sul conto mio; sventuratamente il
passato autorizzava i maligni a credervi e ad accusarmi. Fu soltanto
dopo sei mesi, che lasciai indovinare a Nelson, lontano da me, che
avrei potuto corrispondere al suo amore.
In prova di ciò che dico presento queste due lettere di Nelson.
La prima è del 24 ottobre 1798, un mese dopo l’entrata di Nelson a
Napoli — Eccola, e proverà che assolutamente non esisteva ancor nulla
fra noi.
«_Dal Vanguard_ — MALTA
«Cara Signora.
«Eccoci arrivati dopo una lunga traversata, e trovai le cose come
già le supponeva; i ministri di Napoli non conoscono assolutamente
nulla della posizione in cui si trova quell’isola; non vi è nè una
casa, nè un bastione di Malta che sia in possesso degl’Italiani, ed
il marchese di Nizza mi ha detto che erano nel più gran bisogno di
munizioni, di armi, di viveri, e di soccorsi infine. Non sa nemmeno
se vi sieno uffiziali napoletani nell’isola, e siccome io ho un
elenco dei loro nomi, essi non sono ancora arrivati. Ciò che vi ha
di certo si è che il marchese di Nizza afferma, che non gli è stato
inviato nessun soccorso dai governatori di Messina e di Siracusa.
«Però voglio saper tutto. Appena sarà partito il marchese dimani
mattina me ne informerò. Egli mi dice che desidera ardentemente di
servire sotto il mio comando; lo credo anch’io, dal momento che si
accontenta di cambiar bastimento; lo vedremo poi come si piegherà
alla nostra disciplina.
«Ball, dopo la mia partenza, avrà il comando del blocco; dico dopo
la mia partenza, atteso che, sembra alla corte delle Due Sicilie
che la mia presenza sia necessaria a Napoli al principiare del
novembre.
«Spero che ciò avvenga. Però sento che il mio dovere mi chiama in
Oriente, benchè sappia che la flotta francese sia stata distrutta
in Egitto. Non sono sicuro che l’armata possa ancora ritornare in
Europa.
«Prima di tutto il mio scopo è di servire e di salvare il Regno
delle Due Sicilie, e di fare ciò che le Loro Maestà Siciliane
_desidereranno ch’io faccia, foss’anche contro la mia opinione_.
Quando verrò in Napoli e che il paese sarà in guerra, desidero di
avere su questo punto una conferenza positiva col generale Acton.
«Sono certo che mi renderete giustizia presso la regina, atteso
che, ne chiamo Dio in testimonio, il mio solo desiderio è di
meritare la sua approvazione.
«Che Dio protegga voi e sir William e credetemi per sempre, col più
affettuoso rispetto, vostro obbligatissimo e fedelissimo amico,
«O. NELSON.»
Nessuno, lo spero, riconoscerà in questa lettera una sola parola, che
non sia di un amico, di un amico tenero, affettuosissimo, ma che non è
ancora che un amico.
Certamente io non m’ingannava, e neppur la regina, intorno a questo
grande affetto di Nelson per lei e per suo marito. Se Nelson ritornava
a Napoli, era per vedermi. Se non andava in Oriente ove il suo dovere
lo chiamava, e le sue previsioni sull’Oriente erano così vere, che se
non fosse rimasto a Napoli, quando il generale Buonaparte s’imbarcò al
22 Agosto 1799, per ritornare in Francia, egli forse avrebbe impedito
quel ritorno che mutò l’aspetto dell’Europa; ma al 22 Agosto 1799
egli era a me vicino a Palermo, e credo che non mi avrebbe lasciata un
giorno da sola, anche colla certezza di prendere Bonaparte.
Ecco nella seconda lettera di cui ho parlato, Nelson conosce già che io
l’amo, ma egli non ha altra prova del mio amore, che quanto gli aveva
detto o scritto.
«12 Maggio 1799.
«Cara Lady Hamilton,
«Ricevete i miei sinceri ringraziamenti per la vostra egregia
lettera: nessuno scrive come voi, non ditemi dunque più che non
scrivete bene. E poichè lo pretendete, vi ripeterò anch’io ciò che
talvolta voi mi avete detto colla vostra bocca «I l..... y...»[4]
No. Io so leggere e comprendo perfettamente ogni parola che
scrivete.
«Abbiamo fatto un brindisi alla vostra salute ed a quella di sir
William — Troubridge Hallowell ed il nuovo capitano portoghese
pranzarono da me. Io sarò presto a Palermo, poichè l’affare che mi
tiene lontano non tarderò ad essere accomodato.
«Credete che nessuno è più di me sensibile alla vostra bontà.
«Vostro obbligatissimo e riconoscente
«O. NELSON.»
«Sono contento della piccola Maria, abbracciatela da parte mia,
vi ringrazio tutti per la vostra affezione per me, e che Dio vi
benedica tutti.
«Dimani, se il tempo è bello, mando a terra, poichè le feluche
partono, ed io ho il mal di mare.
«Ho il pezzo di legno per far una scatola da thè, ve lo manderò
subito.
«Vi prego di presentare i miei umilissimi ossequi e l’espressione
della mia più profonda riconoscenza a Sua Maestà, per tutte quelle
prove di favore che mi dà; siate sicura che la semente non cade
sopra suolo ingrato.»
Lo vedete che non è ancora il linguaggio di un amante; del resto non
avrei bisogno di dir nulla ai miei lettori: essi ne apprezzeranno la
differenza di stile.
E non si dirà che era freddezza da parte di Nelson, perchè in tutte
le sue lettere, sia all’ammiraglio Saint Vincent, sia a sua moglie,
egli parla di me. I termini con cui egli ne parla davano anche dei
sospetti a Lady Nelson, ed io fui obbligata di scriverle per calmare
questi sospetti; siccome le lettere di Nelson sono le mie scuse, mi si
permetterà di citare tre sue lettere, una che racconta il suo arrivo
a Napoli, l’altra una festa che io diedi per l’anniversario della sua
nascita, e l’altra le sue impressioni ad un pranzo dal generale Acton.
Ecco come Nelson racconta da parte sua il mio arrivo sul _Vanguard_,
arrivo che ho già raccontato dalla mia.
«Nella notte del 25 settembre 1798.
«_A Lady Nelson_
«Il povero e miserabile _Vanguard_ è giunto qui il 22 settembre.
«Io tenterò di farvi conoscere qualche cosa di quello ch’è
successo; ma se quanto è accaduto ha tanto commosso coloro che mi
erano solo affezionati pei legami dell’amicizia, cosa sarà per la
mia carissima moglie, per la mia amica, per tutto ciò che v’ha di
più caro per me in questo mondo?
«Quando sir William e lady Hamilton furono in mare, erano talmente
stivati, che furono seriamente ammalati, prima d’ansietà, quindi
di gioia. La cosa era stata raccontata imprudentemente a lady
Hamilton, e l’effetto era stato quello di un fulmine. Per un
momento, la si potette credere morta, ed essa non è ancora
ristabilita da quest’accidente. Quando i miei degni amici salirono
a bordo, la scena sul vascello fu terribilmente commovente. Sua
Signoria esclamò: «Dio mio, è egli possibile,» e cadde nelle mie
braccia più morta che viva; ma tosto le lagrime cominciarono a
scorrere. Quando il re venne sul vascello, la scena diventò delle
più interessanti. Mi prese per la mano chiamandomi suo liberatore
e suo protettore, aggiungendo amabili espressioni; in una parola
tutto Napoli mi chiama, _il nostro liberatore_, ed i contrassegni
di affezione che mi danno tutte le classi sono veramente tali da
fare intenerire.
«Io spero avere un giorno il piacere d’introdurre presso voi Lady
Hamilton. È dessa una delle migliori donne del mondo; l’onore
del suo sesso, la sua amabilità e quella di sir William per me
vanno al di là d’ogni credere. Io abito in casa loro, e posso ora
confessarvi che è mestieri di tutta la tenerezza dei miei amici,
per collocarmi tanto in alto, come fanno. Lady Hamilton deve
scrivervi.
«Che Dio onnipossente vi benedica, e ci dia a suo tempo una felice
riunione.
«O. NELSON.»
La seconda lettera è del 28 settembre.
«28 settembre 1798.
«_A Lady Nelson_
«I preparativi di Lady Hamilton per celebrar domani il giorno
della mia nascita mi riempiono di vanità: tutti i nastri, tutti i
bottoni, tutte le bandiere portano il nome di Nelson; il servizio
ha le cifre O. N. Glorioso 1. agosto!
«Le canzoni ed i sonetti piovono in maggiore abbondanza di quel
ch’io credeva meritare. Io vi domando una strofa aggiunta al _God
save the king_ che voi canterete con piacere. Quando io esco a
piedi o in carrozza, la folla m’impedisce di fare un passo. Ieri
la regina, che è sempre inferma, mandò il suo figlio prediletto[5]
per visitarmi, e per rimettermi da parte di lei una lettera nella
quale ella mi esprimeva la sua riconoscenza, e mi faceva i suoi
complimenti.
«Tutta la gloria sia rivolta a Dio; più io penso, più io sento
dire, maggiormente la mia meraviglia aumenta sull’importanza, e sui
risultati di questa vittoria.
«_Vostro_ — O. NELSON.»
Darò soltanto un frammento della lettera di Nelson a lord S. Vincent.
«... Noi pranziamo tutti oggi in compagnia del re, a bordo
d’un vascello. Sono stato a veder la regina, la quale è
preoccupatissima.
«Ella è veramente la degna figlia di Maria Teresa. A me di
rincontro è seduta Lady Hamilton, onde non siate sorpreso dalla
gloriosa confusione che regna in questa lettera. Se la vostra
signoria fosse al mio posto, dubito ch’ella potesse scrivere con
tanta calma, come io fo. Il nostro cuore e la nostra mano son
sempre in moto. Decisamente Napoli è pericoloso, ed è ben ch’io me
ne allontani al più presto.
«Sono ec. ec. — O. NELSON.»
Che mi si perdoni almeno un poco per aver saputo resistere più di sei
mesi a un tale amore.