Alla mattina del 22 settembre, verso le sei ore, fummo avvertiti che
due o tre vascelli di alto bordo erano segnalati dalle sentinelle, e
che uno di essi portava la bandiera di vice ammiraglio.
In questi cinque o sei giorni in attesa dell’avvenimento, il re si
era privato del piacere della caccia, cosa che gli faceva mandare dei
grandi sospiri, a cui la regina non prestava la minima attenzione.
Subito dopo furono dati gli ordini perchè tutti si trovassero pronti; i
parrochi furono avvertiti di tener pronte le loro campane; i comandanti
dei forti di caricare i loro cannoni: il ricevimento che si voleva fare
a Nelson era quello che si sarebbe fatto per un re.
L’ammiraglio Caracciolo era incaricato della direzione della piccola
flottiglia che andava incontro a Nelson, e comandava naturalmente
la galera capitana, su cui doveano salire il re e la regina, e per
essere pronto ad ogni ora del giorno e della notte dopo l’arrivo del
_Culloden_ e dell’_Alessandro_ stette costantemente a bordo.
La regina aveva lasciato a sir William Hamilton, nella sua qualità di
ambasciatore d’Inghilterra, e forse anche per qualche altra ragione
che taceva, l’onore di essere l’ospite di Nelson, e particolarmente il
giorno del suo arrivo egli dovea appartenerci interamente.
Sir William aveva fatto dei grandi preparativi, e con mio grande
piacere, e direi quasi con grande orgoglio, aveva posto le mie cure
a tutte le parti di questi preparativi, che avevano bisogno di essere
diretti dall’occhio, e regolati dal gusto di una donna. Del resto per
questa parte del mio racconto ricorrerò alle lettere stesse di Nelson.
Trattenuta sempre tutte le notti a palazzo, la regina mi lasciava
ritornare assai di rado all’ambasciata d’Inghilterra. Sir William che
avrebbe avuto il diritto di querelarsi, non se ne lamentava mai. Egli
aveva allora circa sessantesette anni.
La regina che voleva che fossi bella più che mai faceva i più grandi
progetti sulla mia toletta, ma la mia risoluzione era presa; io non
voleva altra foggia di vestire diversa da quella che Romney aveva
dipinto quando sir William ed io eravamo ritornati a Londra per far
riconoscere il mio matrimonio, e si componeva di una lunga veste di
casimiro bianco fatta a guisa di tunica greca, stretta in vita da
una cintura di marocchino rosso ricamato in oro, e allacciato da un
fermaglio, che rappresentava in un magnifico cammeo il ritratto di sir
William; i miei capelli, pei quali ho sempre detestato ogni ornamento
straniero, cadevano senza polvere ed in anella sulle mie spalle, e mi
avvolgeva in uno sciallo rosso dell’India a grandi fiori d’oro, che
mi era spesso servito per ballare dalla regina e nelle nostre serate
intime la danza dello sciallo, inventata da me, e che poi fu adottata
da tutti i ballerini.
La regina invece fece una toletta reale, e si coperse di diamanti. Il
re anch’esso era in grande uniforme coperto dei suoi ordini di famiglia
di Spagna, Francia ed Austria.
Alle otto tutti erano pronti. Scendemmo al porto militare per la china
dell’Arsenale; la galera capitana ci attendeva. — Francesco Caracciolo
in grande uniforme d’ammiraglio napolitano stava sul suo banco di
quarto.
Appena il re e la regina salirono a bordo, che tutte le coste
rimbombavano di salve dei cannoni dei forti, e le campane delle
trecento chiese di Napoli suonavano alla distesa.
Era veramente qualche cosa di maestoso il vedere tutte quelle torri
coronate di fumo e illuminate da lampi.
La capitana si mise in cammino; essa era fatta sul modello delle
antiche galere romane; sir William Hamilton ne aveva dato il disegno,
e pretendeva che era precisamente quello della galera, in cui Cleopatra
era andata a trovare Antonio.
La regina pretendeva che era un’allusione che faceva l’ambasciatore
d’Inghilterra, e che non si sarebbe opposto che la nuova Cleopatra
amasse un altro Antonio, e spingeva di molto la rassomiglianza colla
regina d’Egitto.
Tutta la flottiglia si mise in cammino; la galera capitana era alla
testa coi suoi quaranta rematori.
Era veramente ammirevole il vedere in questo golfo, ove l’azzurro del
mare disputa in intensità e limpidezza l’azzurro del cielo, e in un
mattino di settembre tutto splendido di luce, queste dodici o quindici
barche più ricche e più eleganti le une delle altre, colle loro tende
di porpora, colle loro bandiere sventolanti, coi loro fiori, che
lasciavano dietro come un solco di profumi, e che si avanzavano tutte
insieme, al suono delle campane ed al fragore del cannone, in mezzo
alle acclamazioni di quell’innumerabile popolazione di Napoli affollata
sul molo e sulle banchine, che agitava i suoi fazzoletti, e gettava in
aria i berretti, gridando freneticamente: — Viva il Re, viva Nelson,
abbasso i Francesi!
La regina si mordeva le labbra con un sorriso di odio, perchè in mezzo
a tutti questi gridi non s’intese un sol grido di — Viva la regina.
Fummo ben presto assai lontani dalla città, e tosto cessarono tutti i
rumori umani; il solo che ancora arrivava fino a noi era quello delle
campane e delle artiglierie.
Dopo la nostra uscita dal porto avevamo distinto all’orizzonte il
vascello, incontro al quale noi andavamo, e veniva col vento in poppa,
cosa che impediva a noi di andare avanti, se privi di remi fossimo
obbligati di andar colle vele.
Da questo doppio movimento ne accadeva che la nostra piccola flottiglia
si avvicinava rapidamente al bastimento, che portava, come avevano
detto le sentinelle, la bandiera di contro ammiraglio; e inoltre
l’ammiraglio Caracciolo col suo occhio infallibile da marinaio
riconobbe il _Vanguard_.
Senza dubbio Nelson da parte sua aveva scoperto e riconosciuto,
malgrado la distanza, la piccola flottiglia; ed indovinando che veniva
incontro a lui e per lui, tirò un colpo di cannone di cui vedemmo il
fumo molto tempo prima di udirne il colpo, e come una fiamma inalberò
la bandiera rossa d’Inghilterra.
Noi non potevamo rispondere colpo per colpo, mancando a bordo di
pezzi di artiglieria; ma all’istante tutta la nostra musica diretta
da Domenico Cimarosa, proruppe in giulive fanfare, e confesso ciò
che mi piaceva di più, quantunque meno rumoroso, questo modo di
contraccambiare gentilezze a Nelson, che di salutarlo colla voce
brutale del cannone.
Confesso che non era senza una grande emozione, mi sentiva trascinata
mio malgrado innanzi all’eroe, che io sapeva innamorato pazzamente di
me: nessun sentimento m’aveva lasciato in cuore un’impressione tanto
decisa per poter dire a me stessa quale sensazione avrei provato
soltanto in vederlo, e già ai fremiti che mi scorreano per tutto il
corpo, al pallore, ed al rossore che successivamente mi salivano al
viso, comprendeva che questa sensazione sarebbe stata violenta.
Il _Vanguard_ aveva superato il capo della Campanella, e noi avevamo
oltrapassato Torre del Greco, eravamo lontano appena tre miglia
l’uno dall’altro; un quarto d’ora o venti minuti ancora, e la galera
capitana sarebbesi trovata accanto al _Vanguard_. La regina vide il mio
turbamento, e siccome io era come al solito seduta ai suoi piedi, essa
si chinò all’orecchio: — Su via, pazzerella, coraggio, ricordati di
Fanny Strung, dell’ammiraglio John Payne, e del marinaio Riccardo; ma
quello che ora ti prega non è più Fanny Strung, è colui a cui andiamo
incontro, non è l’ammiraglio John Payne, ma l’ammiraglio Nelson e in
fine chi si tratta ora di salvare, non è un povero marinaio, ma un
regno.
— Ah! signora, le dissi, è precisamente ciò che mi spaventa; se lo
scopo non fosse così elevato, il mio spavento sarebbe minore, ma è
stato così lontano dal mio pensiero che un giorno, mi si dicesse: La
salvezza d’un regno dipende da te, e che al momento in cui mi è stata
data questa splendida missione, io esitassi e non mi sentissi la forza
di compirla.
La regina mi prese la mano, e me la strinse in modo, che mi comunicò la
sua forza, per una specie di trasmissione magnetica; e infatti finchè
essa mi teneva la mano, mi sentiva forte e quasi esaltata.
Continuammo ad avanzare finchè ci trovammo accosto al _Vanguard_.
Io non ci vedeva nè ci sentiva più, mi trovava in uno stato simile a
quello in cui mi metteva il dottor Graham nelle mie prime sedute di
esposizione sul letto d’Apollo. Compresi che la regina mi diceva di
alzarmi, sentii che mi spingeva verso la scala; macchinalmente e senza
accorgermene salii per la prima, cosa che era contraria a tutte le
regole dell’etichetta; presi il cordone e salii; in cima alla scala
Nelson attendeva col capo scoperto, e là appena ricominciai a vedere,
là mi trovai in faccia a lui che non aveva veduto dopo il suo viaggio
da Tolone a Napoli. Dopo questo tempo, aveva perduto un occhio ed
un braccio, e nascondeva sotto di una fascia nera la ferita che gli
copriva la fronte: vidi tutto questo complesso di mutilazioni, mi prese
tale un immenso sentimento di compassione, che io non dava ascolto che
ad una ricompensa degna dell’eroe che aveva innanzi agli occhi, apersi
le braccia e mi lasciai cadere sul suo cuore, gridando:
— Oh! mio Dio, è possibile? caro e grande Nelson.
Era sul punto di svenire, quando le lagrime uscirono a torrenti dai
miei occhi, i singhiozzi sollevarono il mio cuore, senza di che sarei
stata soffocata.
Da quel momento appartenni completamente a Nelson, come se mi avesse
già posseduta.
Era più ancora di una rassegnazione, più ancora di un affetto, più
ancora di un amore.
Era una fatalità!