Le cose erano ben mutate in un anno.
Quel piccolo generale Bonaparte deriso da tutti, ma uscito vittorioso
da una campagna che si poteva annoverare fra gli splendidi fatti
d’armi di Alessandro, d’Annibale e di Cesare, era stato appellato dal
Direttorio l’Uomo della provvidenza, e la Repubblica francese gli aveva
dato una bandiera su cui stava scritto in lettere d’oro:
«Il generale Bonaparte ha distrutto cinque eserciti, vinto diciotto
battaglie campali, ed in sessantasette combattimenti ha fatto
centosessantamila prigionieri; ha inviato in Francia censessanta
bandiere per decorare i nostri edificj militari, mille e centottanta
pezzi d’artiglieria per arricchire i nostri arsenali, duecento milioni
al tesoro, cinquantun bastimenti da guerra nei nostri porti, i capi
d’opera d’arte per abbellire le nostre gallerie ed i nostri musei, e
preziosi manoscritti per le nostre biblioteche pubbliche; ed infine ha
dato la libertà a diciotto popoli.»
Si comprende in quale esasperazione mettevano quegli onori resi ad un
nostro nemico, la corte di Napoli, sir William Hamilton ed io; io come
amica della regina di cui parteggiava tutte le simpatie e gli odi; sir
William Hamilton come ambasciatore d’Inghilterra.
La regina fu presa da un accesso di rabbia, come ne vidi in quel giorno
in cui il governo delle Due Sicilie fu obbligato a riconoscere la
repubblica Cisalpina.
Il trattato di campo Formio firmato dalla Francia e dall’Austria
aveva una grande importanza. La Francia estendeva da un lato i suoi
confini fino alle Alpi e dall’altro fino al Reno. L’Austria perdeva
in estensione, ma aumentava di sudditi; in cambio della repubblica
Cisalpina che sorgeva, cadde la Repubblica di Venezia che diventò
proprietà dell’imperatore.
La pace sembrava assicurata, ma sir William rideva col suo riso
diplomatico, quando gli si parlava della durata di quella pace: finchè
l’Inghilterra sarà in guerra, diceva, il mondo e specialmente la
Francia non saranno in pace.
La regina, che non fingeva meno di sir William di credere seriamente
a quella pace, ne approfittò per celebrare le nozze del principe
ereditario coll’arciduchessa Clementina. Poco ho da dire intorno
a questo principe che non ebbe, in tutto il tempo in cui rimasi
alla corte di Napoli, che una parte secondaria e nulla intorno la
principessa, che non ne ebbe nessuna.
Il principe era allora un bel giovanetto di ventun anno, assai grasso,
roseo in viso, molto istruito, accortissimo ed acuto, e senza parole;
cogli occhi fissi sull’Europa non perdeva nemmen uno dei particolari
del gran dramma storico che si compiva, e fingeva di non veder nulla.
Spaventato dalle violenze di sua madre, si studiava, benchè fosse
già in età e capacissimo di dire il suo parere, di starsene lontano
da qualunque questione che si presentava, fosse anche della più alta
importanza pel trono delle Due Sicilie, e principalmente per lui che
ne era l’erede. Nello stesso modo che il re Ferdinando si mostrava in
mezzo a questo scompiglio molto più vago di una caccia ad Astroni o a
Persano, che della caduta o della nascita di una repubblica, egli si
mostrava più preoccupato delle scoperte di Mesmer, di Mongolfier e di
Lavoisier che dell’armistizio di Brescia o del trattato di Tolentino.
Sua madre poco lo amava, anzi lo sprezzava, e in famiglia lo dichiarava
stupido come suo padre.
Il prediletto del suo cuore era il principe Leopoldo, che allora
aveva diciott’anni; è vero che era un adorabile giovanetto, bello
come sua madre, gentile, garbato e spiritoso; l’altro principe era un
garzoncello di sei a sette anni, di pochissima salute, e chiamavasi
Alberto, che ebbi, come racconterò in seguito, il dolore non soltanto
di vedere, ma di sentir morire nelle mie braccia.
Una squadra napolitana andò a prendere la giovane archiduchessa a
Trieste, e la condusse a Manfredonia, ove l’attendeva il principe
Francesco, benchè i cerimoniali del matrimonio si dovessero celebrare a
Foggia, cioè cinque o sei leghe nell’interno.
Il re e la regina avevano accompagnato il loro figlio, e con essi
s’intende, c’era anch’io; sir William Hamilton era rimasto a Napoli.
Era curioso di vedere la fidanzata, che si diceva del resto assai
insignificante, e ciò sarebbe stata la verità, se un pallore che
mai vidi una volta prendere il menomo incarnato, ed una profonda
malinconia, non avessero dato alla sua fisonomia un grande interesse.
Donde provenivano quella tristezza e quel pallore nessuno lo seppe
mai, forse da qualche amore lasciato, ma non dimenticato alla corte dei
Cesari; fors’anche non era che quel segno fatale impresso sul viso di
quelli che sono destinati a morir giovani.
Il matrimonio fu celebrato nella seconda metà del mese di giugno; si
accordarono molti favori ai sudditi; Acton, primo ministro, fu nominato
capitano generale; quarantaquattro sedi episcopali vacanti furono
occupate da quarantaquattro nuovi vescovi, e fu un grande sacrifizio
per il re, perchè durante la vacanza di quelle sedi ne percepiva le
rendite; si accordarono gradi e decorazioni agli uffiziali che nella
guerra d’Italia si erano dichiarati contro la Francia, e finalmente
molti abitanti di Foggia furono creati marchesi, in vista del loro
titolo di abitanti delle Marche, ed in ricompensa delle enormi spese
che avevano fatto in occasione del matrimonio del principe ereditario.
Mi sono lasciata indurre a scrivere molto su questo matrimonio,
malgrado la poca importanza che ebbe, non soltanto nella vita pubblica
del principe Francesco, ma ancora nella sua vita privata; ciò mi svia
dai gravi avvenimenti che si succedettero alla corte di Roma, e che un
anno dopo dovevano avere una influenza tanto grave su quella di Napoli.
Voglio dire dell’assassinio del generale francese Duphot.
Nel rango in cui mi trovava, nulla mi doveva essere ignoto od oscuro,
intorno ad un tal fatto.
Lo racconterò con qualche particolarità, poichè da esso dipendette
l’occupazione di Roma dai francesi, ed in seguito la proclamazione
della Repubblica romana.
Ora che vivo lungi dagli avvenimenti e specialmente dagli odii
dell’epoca, spero di riescire imparziale nel mio racconto, non dirò
come giudice, ma almeno come storico.
Si comprenderà facilmente, riportandosi specialmente allo spirito di
propaganda di quell’epoca, che dopo essersi autorizzate le Romagne a
costituirsi in repubblica, si era formato un partito repubblicano in
Roma.
Questo partito si componeva particolarmente di artisti francesi
dimoranti in Roma, ed avrebbero creduto di mancare in fatti a tutti
i loro doveri di patriotti, se non avessero tentato coi loro mezzi di
fare proseliti al governo da cui dipendevano.
Il fratello di Bonaparte, Giuseppe Bonaparte, era ambasciatore di
Roma. La famiglia erasi elevata presto, sostenuta dalla mano potente
dell’_Uomo della provvidenza_, come lo chiamava il direttorio.
Giuseppe Bonaparte, in cui eravamo lungi dallo scorgere il futuro
usurpatore del trono di Napoli[2], faceva tutto quanto era possibile
per contenerli, dicendo a loro che non era ancor giunto il momento.
Malgrado tutti gli sforzi, il 26 dicembre 1797, i repubblicani
avvertirono l’ambasciatore che si preparava un movimento; egli li
congedò, supplicandoli come sempre di opporsi, se lo potevano, per
qualche tempo ancora a questo movimento.
Essi si ritirarono promettendo di adoperarsi secondo l’intenzione
dell’ambasciatore.
Il giorno seguente il cavaliere Azara, di cui mi ricordo di aver fatto
l’elogio all’epoca del mio passaggio da Roma, diede lo stesso avviso a
Giuseppe Bonaparte.
Difatti il 28 dicembre la dimostrazione annunziata si manifestava;
caricata dai dragoni, presa a fucilate da una compagnia di fanteria,
i repubblicani si rifugiarono sotto i portici del palazzo Corsini, ove
dimorava l’ambasciatore.
Siccome l’avvenimento che segue fu raccontato in modi diversi, mi
accontenterò di trascrivere il rapporto ufficiale del signor Giuseppe
Bonaparte. Essendocene stata inviata una copia, è da questa che
ritraggo quanto ora si leggerà, e come questo documento è ignoto o
quasi, avrà, lo spero, un certo interesse.
Riprendo il racconto dell’ambasciatore in cui lo lascio parlare
liberamente.
«Un artista francese, venendo all’ambasciata, ci prevenne che
l’attruppamento diventava numeroso, e che aveva scorto nella folla
alcune spie del governo, che gridavano più forte degli altri: —
Viva il popolo Romano, Viva la Repubblica, — che si gettavano degli
scudi a piene mani e che la strada era ingombra. Io lo incaricai
di discendere subito e di far conoscere la mia volontà agli
ammutinati; i militari francesi che mi circondarono mi chiesero
l’ordine di dissipare colla forza, cosa che attestava il loro
attaccamento; vestii le insegne della mia carica, e li pregai di
seguirmi. Preferii di parlar io stesso nel loro linguaggio, ed
uscendo dal mio gabinetto udimmo una scarica prolungata di armi;
era un picchetto di cavalleria che entrava nella mia giurisdizione
senza prevenirmene; l’aveva attraversato al galoppo ed aveva fatto
fuoco dai tre vasti portici del Palazzo.[3]
«La folla si era allora precipitata nei cortili e sulle scale;
incontrai sul mio passaggio dei paurosi che fuggivano, dei
frenetici audaci, persone pagate per eccitare e denunziare il
movimento; una compagnia di fucilieri aveva seguito da vicino la
cavalleria, e la trovai che in parte si avanzava sul vestibolo; a
mio apparire si arrestò.
«Dimandai chi ne fosse il comandante; egli si era nascosto in mezzo
alle file, ed io non poteva distinguerlo. Dimandai a quella truppa
con qual ordine fosse entrata nella giurisdizione della Francia.
Le ingiunsi di ritirarsi, e allora si ritirò di pochi passi.
Credetti di essere riuscito da questo lato, e mi rivolsi verso gli
ammutinati che si erano ritirati nei cortili interni; alcuni si
avanzavano già contro la truppa che partiva; allora dissi loro in
modo decisivo che il primo che avrebbe osato di oltrepassare la
metà del cortile l’avrebbe a fare con me. Nel medesimo tempo il
generale Duphot, Scherloek, due altri ufficiali ed io snudammo le
spade per trattenere quella truppa disarmata, di cui alcuni pochi
avevano delle pistole e dei pugnali; ma intanto che noi eravamo
occupati da questo lato, i fucilieri che non si erano ritirati che
per mettersi fuori della portata delle pistole, fecero una scarica
generale. Alcune palle morte andarono a colpire uccidendo alcuni di
quelli che si trovavano indietro. Noi che eravamo in mezzo fummo
rispettati; poscia la compagnia si ritirò ancora per caricare le
armi; approfitto di questo istante, e raccomando al colonnello
Beauharnais, aiutante di campo del generale Buonaparte, che per
caso si trovava vicino a me, dopo il ritorno della sua missione in
Levante, ed all’aggiunto degli aiutanti generali signor Arrighi,
di contenere colla sciabola in mano quella truppa che era animata
da sentimenti diversi, ed io mi avvicinai col generale Duphot, e
coll’aiutante generale Scherlock per persuaderla di ritirarsi e
di cessare il fuoco. Ordinai che si ritirasse dalla giurisdizione
della Francia e che l’ambasciatore s’incaricava di far punire gli
ammutinati. Che essi non avrebbero che a distaccare uno dei loro
uffiziali o sottuffiziali al Vaticano presso il loro generale
il governatore di Roma, il senatore o qualsiasi altra persona
pubblica, e così si sarebbe terminato tutto.
«Il troppo bravo Duphot, abituato a vincere, si slanciò, e in
un salto si trova fra le bajonette del soldati, ed impedisce ad
uno di loro di caricare, e ferma il colpo ad un altro che aveva
già caricato. Noi lo seguivamo, il generale Scherloek ed io,
per istinto nazionale. Egli era l’amico dei due partiti, era
il pacificatore e fu considerato come nemico, ed ingannato dal
suo coraggio fu loro prigioniero, e venne trascinato fino alla
porta della città detta _Settimiana_. Io veggo un soldato che
gli scarica il suo moschetto in mezzo al petto, egli cade e si
rialza appoggiandosi alla sua sciabola. Io lo chiamo, ei vuole
venire verso di me, un secondo colpo lo stende al suolo, e più di
cinquanta colpi sono diretti sull’esanime suo corpo.
«Scherloek resta illeso, vede cadere il suo bravo compagno d’armi,
tutti i colpi sono diretti su noi, e m’indica una stradicciuola
nascosta che ci conduce fino ai giardini del palazzo, e ci sottrae
ai colpi degli assassini di Duphot, ed a quelli di un’altra
compagnia che faceva fuoco dall’altra parte della strada; i due
uffiziali spinti da quest’altra compagnia si riuniscono a noi, e
ci fanno scorgere un altro pericolo. La nuova compagnia potrebbe
entrare liberamente nel palazzo, ove la mia consorte e mia sorella,
che il giorno seguente doveva essere sposa al bravo Duphot, erano
state condotte via dai miei segretari e da due giovani artisti.
Giungemmo nel palazzo dalla parte del giardino, i cortili erano
ingombri da quei vili e scellerati bricconi che prelusero a questa
orribile scena.
«Una ventina di essi ed alcuni pacifici cittadini sono rimasti
morti. Entro in palazzo, le scale sono grondanti sangue, i
moribondi si trascinavano, i feriti gridavano; si giunge a chiudere
i tre portoni della facciata. I lamenti della morte di Duphot, di
quel giovane eroe che costantemente alla vanguardia delle armate
dei Pirenei e d’Italia era sempre stato vittorioso, ed ora scannato
senza difesa da vili briganti; l’assenza di sua madre e di suo
fratello che la curiosità avea allontanato dal palazzo per vedere
i monumenti di Roma, le fucilate che continuavano per la via e
contro le porte del palazzo, le prime sale del palazzo Corsini, ove
io abitava, ingombre di gente di cui s’ignoravano le intenzioni;
queste circostanze e tante altre, resero questa scena più crudele
di quanto mai abbia potuto immaginare.
«Feci chiamare i miei domestici, tre erano assenti, uno era
stato ferito. Feci collocare lo stemma, che avevamo in viaggio,
nell’angolo del palazzo che abitava; un sentimento d’orgoglio
nazionale che non potrei frenare, suggerì ai giovani uffiziali
il progetto di andare a prendere il cadavere del loro infelice
generale, e vi riuscirono coll’aiuto di alcuni domestici fedeli,
passando per una via nascosta, malgrado il fuoco che la vile e
sfrenata soldatesca di Roma continuava sul campo del massacro.
Trovarono il corpo di questo bravo generale, che dianzi era animato
da un eroismo cotanto sublime, spogliato, crivellato dalle palle,
inzuppato di sangue, e coperto da un mucchio di pietre. Erano le
sei di sera, due ore dopo il massacro di Duphot, e nessuno inviato
del governo apparve. Decisi di lasciar Roma, lo sdegno mi aveva
suggerito questo progetto. Nessuna considerazione, nessuna potenza
terrena me l’avrebbe fatto mutare. Però presi la risoluzione
di scrivere al cardinale Doria, segretario di Stato, una prima
lettera; un domestico fedele attraversò la soldatesca attruppata,
si seguì il suo cammino dai colpi di fucile che lo segnavano
nell’oscurità ai suoi compagni, che non senza inquietudine
l’osservavano dalle finestre del palazzo.
«Finalmente si sente battere al portone, ove si era fermata una
carrozza, sarà forse il generale, il governatore, il senatore
o qualche ufficiale romano: erano le sette di sera; no, è un
amico; l’inviato di un principe alleato della Repubblica, il
cavaliere Angiolini ministro di Toscana; egli aveva attraversato
le pattuglie, le truppe di linea, la guardia urbana; si arresta
la sua carrozza; gli si dimanda, se ha udito i colpi di fucile,
e non conosceva il pericolo in cui poteva trovarsi, egli risponde
con coraggio che in Roma non poteva esservene nella giurisdizione
dell’ambasciata francese. Questo rimprovero generoso, era, in
questo momento, una critica amara e vera dei Direttori di Roma
contro l’uffiziale di una nazione, a cui dovevano ancora il resto
dalla loro esistenza politica.
«Il cavaliere Azara ministro di Spagna non tardò a venire;
quest’uomo giustamente onorato dalla sua corte aveva anch’egli
sprezzato tutti i pericoli, e si trattenne molto tempo con me.
Erano le dieci. — Ambedue non potevamo a meno di sorprenderci
altamente vedendo che non veniva nessun uffiziale pubblico. Scrissi
al cardinale una seconda lettera; n’ebbi dopo pochi istanti la
risposta. Finalmente un uffiziale e quarant’uomini, che mi si
assicuravano per bene intenzionati, furono inviati dal segretario
di Stato per proteggere le mie comunicazioni con lui; ma nè lui nè
alcun altro uomo capace di prendere con me delle misure decisive,
per liberarmi dai revoltosi che occupavano ancora una parte della
mia giurisdizione, e dalla truppa che ne occupava un’altra, non
si presentò in nome del governo, malgrado la reitirata dimanda che
aveva fatto.
«Mi decisi dunque di partire. Il sentimento di sdegno aveva
fatto luogo alla ragione, e fattomi più calmo, essa mi dettava la
medesima condotta. Scrissi al segretario una nota chiedendogli un
passaporto, che m’inviò alle due dopo mezzanotte, accompagnato da
una risposta.
«Alle sei di mattina, quattordici ore dopo l’assassinio del
generale Duphot, l’investimento del mio palazzo, il massacro della
gente che lo circondava, nessun Romano si presentò a me incaricato
del governo per informarsi dello stato delle cose. Io partii dopo
avere assicurato lo stato di alcuni pochi Francesi rimasti a Roma.
Il cavaliere Angiolini si era incaricato di dar loro dei passaporti
per la Toscana, dove mi troveranno, e dopo la mia partenza il
cittadino Cacault, presso di cui mi trovo in questo momento, coi
Francesi che non mi hanno lasciato dopo il momento che si manifestò
qualche pericolo.
«Dopo questo racconto crederei di fare ingiuria a dei repubblicani,
eccitandoli alla vendetta, che il governo francese deve esigere
da quest’empio governo, assassino di Basseville, uno dei primi
ambasciatori Francesi che si è degnato d’inviargli, e di un
generale distinto come un prodigio di valore in un’armata ove ogni
soldato è stato un eroe. Cittadino ministro! Non tarderò di recarmi
a Parigi, appena avrò regolato alcuni affari che ancor mi rimangono
da trattare; vi darò nuovi particolari sul governo di Roma, e vi
dirò quale sia la punizione che bisogna infliggergli.
«Questo governo non si mentisce, astuto e temerario per commetter
delitti, vile e strisciante quando li ha commessi; oggi è a
ginocchi del ministro Azara, perchè si rechi a Firenze da me, per
ricondurmi a Roma; ciò è quanto mi scrive questo generoso amico
dei Francesi degno di abitare una terra, dove si sappia meglio
apprezzare le sue virtù e la sua nobile lealtà.
«Firenze, 30 dicembre 1797.
«G. BONAPARTE»