Confesso di essere sempre maravigliata, quando depongo la penna dopo
avere scritto pagine come queste ultime. Io, la donna frivola per
eccellenza, non direi nata, ma predestinata a vivere dei miei gusti,
col mio carattere e col mio temperamento lungi da tutti gli intrighi
politici, come una farfalla o come un uccello in un mondo di gioia,
di piaceri, di canti e di armonie, trascrissi questo pesante rapporto
lordo di sangue che grida guerra e vendetta ai popoli. Non vi sembro
forse una Venere Afrodite colla maschera di Nemesi, col suo viso
atteggiato ai dolci sorrisi, cogli occhi alle dolci promesse, e colla
bocca che s’apre a teneri giuramenti?
Ma ho incominciato il racconto degli avvenimenti ai quali presi parte,
e non mi posso ritirare dal compito che mi sono imposto; la voce della
coscienza e fors’anche quella del pentimento mi grida: — avanti, — e
obbligata ad obbedire a questa voce che mi giunge dall’alto, continuo.
Questo rapporto di Giuseppe Bonaparte produsse a Parigi una sensazione
profonda. Bonaparte era il Dio del momento; offendere uno dei suoi
fratelli era più che un delitto di lesa maestà, era un delitto di lesa
divinità.
Osservate pure la lettera con cui il cittadino Talleyrand, il
termometro dello spirito pubblico rispondeva al suo rapporto:
«11 Gennaio 1793
«Ho ricevuto, cittadino, la lettera straziante che mi avete scritto
sugli orrendi avvenimenti che succedettero a Roma l’8 nevoso.
Malgrado la cura che avete posto nel nascondermi tutto ciò che vi
ha di personale per voi in questa terribile giornata, non avete
potuto lasciarmi ignorare che avete manifestato al più alto grado
l’intrepidezza, il sangue freddo, e quell’intelligenza a cui nulla
sfugge, e che avete sostenuto con magnanimità l’onore del nome
francese. Il Direttorio m’incarica di esprimervi nel modo più ampio
e sensibile la sua viva soddisfazione intorno alla vostra condotta.
Comprenderete facilmente, lo spero, quanto sia felice di essere
l’organo di questo sentimento.»
Il Direttorio cominciò col chiedere la punizione degli assassini;
ma fosse negligenza o complicità, nessuno fu arrestato e nemmeno
punito; si seppe che il capo degli assassini, nominato Amadeo, si era
impossessato della spada e della cintura del morto, che il curato della
parrocchia vicina si era ritenuto l’orologio, e che gli altri infine si
erano divisi fra loro il denaro e gli abiti.
Il Direttorio ordinò al generale Berthier, che nell’assenza di
Bonaparte comandava in Italia, di marciare su Roma.
Berthier ricevette l’ordine a Milano, e si mise in marcia il giorno
seguente. Al 29 gennaio la sua avanguardia era a Macerata, al 10
febbraio tutte le truppe erano riunite sotto le mura di Roma, e con un
distaccamento prendeva possesso di Castello S. Angelo, che i soldati
pontificj non tentarono nemmeno di difendere.
Ma il generale Berthier impedì che si andasse più lungi; prevenne
soltanto i capi degli agitatori, che potevano contare sul di lui
appoggio.
Il 16 febbraio, il venti-treesimo anniversario della esaltazione di
Pio VI al trono pontificio, un attruppamento di sediziosi si riunì nel
Foro Romano, e di là s’incamminarono al Vaticano sotto le finestre del
Sovrano Pontefice, e fecero intendere le grida di Viva la Repubblica.
Per rispetto — dicevano essi — non pel papa ma pel vecchio, non
invasero il Vaticano; ma occuparono tutta la città, e scrissero un
manifesto che constatava la ristorazione della sovranità del popolo,
il quale ripudiava ogni complicità nelle uccisioni di Basseville e di
Duphot, aboliva l’autorità pontificia, e riguardo alle cose politiche,
economiche e civili, costituiva un governo repubblicano libero ed
indipendente.
I fondatori della nuova Repubblica si diedero premura d’inviare al
generale Berthier, per consegnargli quell’atto, una deputazione di otto
cittadini.
Egli fece tosto la sua entrata dalla porta del Popolo, e nello stesso
giorno salì al Campidoglio, ove, parodiando gli antichi trionfatori
romani, salutò in nome del Direttorio la nuova Repubblica, riconosciuta
libera ed indipendente dalla Francia, e che si componeva di tutto il
territorio lasciato al papa col trattato di Tolentino.
Il giorno dopo quattordici cardinali, che avevano avuto la viltà
di firmare l’atto di affrancazione e la rinuncia di tutti i diritti
politici, cantarono il _Te Deum_ nella basilica di S. Pietro.
Il generale Cervoni, incaricato di significare a Pio VI la sua
decadenza, penetrò negli appartamenti di quel santo vecchio, e lo trovò
inginocchiato che pregava.
Pio VI ricevette con una perfetta serenità l’annunzio della caduta dei
suoi diritti temporali, ed eccitato a riconoscere il nuovo governo,
rispose:
— La mia sovranità viene da Dio, io non posso rinunziarvi; ho
ottant’anni, e perciò la vita è poca cosa per me: in quanto agli
oltraggi ed ai patimenti non li temo.
Ma siccome la presenza del Santo Padre era incompatibile in Roma col
nuovo governo, ricevette l’invito di lasciare la capitale del mondo
cristiano, ed infatti il 20 febbraio partì per la Toscana.
Tutte queste notizie ci arrivarono quasi nello stesso tempo, e
cagionarono, si comprende bene, un grande scompiglio nella nostra
corte. La Repubblica spinta passo passo dai francesi, faceva ogni
giorno un nuovo progresso in Italia, e non distava che trenta leghe
da noi. Il governo delle Due Sicilie pensò alle precauzioni che doveva
prendere contro un avversario cotanto minaccioso.
Senza occuparsi del trattato che aveva firmato colla Francia nel 1797,
vale a dire quattordici mesi prima, Ferdinando firmò coll’imperatore
suo nipote, al 19 maggio 1798, un trattato che infirmava completamente
il primo.
Con questo trattato l’imperatore doveva tenere sessanta mila uomini nel
Tirolo; e Ferdinando inviarne trenta mila alle frontiere napolitane.
Per un caso singolare il 15 maggio 1798 fu il giorno in cui la flotta
francese salpò da Tolone per la spedizione di Egitto.
Si conoscevano già i preparativi che faceva la Francia, ma s’ignorava
qual paese minacciasse quella flotta formidabile.
Il comandante della flotta inglese sir Jean Jervis, dopo lord conte di
S. Vicent, si ostinò di vedere nei preparativi di Tolone un progetto
di spedizione nell’Oceano, e si accontentò di chiudere lo stretto di
Gibilterra e di bloccare la flotta spagnuola nel porto di Cadice.
Sempre in questa convinzione, spedì Nelson, che serviva sotto i suoi
ordini, con tre vascelli di linea, quattro fregate ed una corvetta per
sorvegliare il porto di Tolone, promettendogli di mandar soccorsi alla
sua prima richiesta.
Al 9 maggio Nelson lasciò la baia di Cadice, ma era già troppo tardi;
arrivato nel golfo di Lione, una tempesta disperse i suoi vascelli, e
disalberò quello su cui si trovava.
Entrò per riparare le sue avarie nel porto di S. Pietro, rimorchiato da
un vascello che aveva sofferto meno del suo.
Durante il suo soggiorno al porto di S. Pietro, apprese la partenza
della flotta francese da Tolone e spedì un bastimento a Lord S. Vincent
per chiedergli il soccorso promesso: ma all’8 giugno, vale a dire tre
settimane dopo che la flotta francese aveva fatto vela, potè riunire
le forze inviategli, nel momento in cui essa era già fra la Sicilia e
Malta.
Questi aiuti si componevano di dieci vascelli da 74 ed uno da 50
cannoni.
Alla testa di questa potenza Nelson si mise alla ricerca della flotta
francese; sulle coste meridionali della Corsica apprese che era stata
veduta fra Capo Corso e l’Italia.
Balenò a Nelson l’idea, e quell’idea aveva una certa probabilità, che
la flotta francese fosse diretta a Napoli.
Egli fece vela per Napoli.
Al 15 giugno, egli era all’isola di Ponza, e c’inviò un suo uffiziale
di confidenza, meglio ancora un suo amico, il capitano Troubridge,
colla corvetta la _Mutine_ per abboccarsi col capitano generale e sir
William Hamilton.
Troubridge era latore di una lettera di Nelson per me.
L’effetto che io aveva prodotto su questo grande uomo non mi era punto
sfuggito, e trovai strano come potendo egli stesso venire a Napoli
avendo così un occasione di vedermi, la lasciasse sfuggire.
La sua lettera mi spiegò tutto.
Eccola:
«Milady,
«Se venissi a Napoli, se discendessi a terra, e se vi rivedessi,
arrischierei di mancare a tutti i miei doveri, che sono d’inseguire
la flotta francese senza perdere un momento.
«Troubridge vi porgerà questa lettera, che invece di essere una
prova d’indifferenza, diventa, per la spiegazione che vi dà, una
prova della violenza del sentimento che provo per voi.
«Appena Troubridge sarà ritornato colle indicazioni che riceverò
dal capitano generale e da sir William, continuerò il mio cammino.
«Fossero all’altro capo del mondo, raggiungerò i francesi; e mi
rivedrete vincitore e degno di voi, milady, o non mi rivedrete più.
«Mille volte il vostro
«ORAZIO NELSON.»
Eccoci a quanto ci trovavamo al 16 giugno 1798 circa al nostro amore
con Nelson; si vede che non eravamo inoltrati di molto.
Questa lettera senza dir molto al mio cuore solleticava il mio
orgoglio. Nelson nei cinque anni che erano passati si era battuto come
un eroe, o piuttosto, come lo diceva egli stesso, come un uomo che si
vuol fare ammazzare. Ho già raccontato come avesse perduto un occhio a
Calvi; non era tutto, a Teneriffa gli venne portato via un braccio.
Questa volta prometteva di ritornare degno di me, o di farsi ammazzare.
Era sicura che egli manterrebbe la sua parola; Nelson non era di quegli
uomini che promettevano invano.
Dal terrazzo del palazzo vidi il maestoso spettacolo della flotta che
difilava innanzi a Napoli; col mezzo d’un cannocchiale, sir William
mi fece distinguere il vascello che portava la bandiera ammiraglia; a
quella distanza non poteva distinguere quanto avveniva a bordo; ma son
certa che Nelson aveva gli occhi fissi sul palazzo, come io aveva fissi
i miei sul suo vascello.
La flotta si aperse lentamente innanzi allo scoglio di Capri; una parte
passò alla sua destra, l’altra alla sinistra; stette tre giorni in
vista, poichè vi era bonaccia.
Questa bonaccia fu causa che al 25 giugno soltanto si trovò al forte di
Messina.
Di là seppe che Bonaparte aveva preso Malta, e passando vi aveva
lasciato una guarnigione di quattromila uomini, ed aveva continuato il
suo cammino verso l’Oriente.
Dal Faro in data del 25 egli scrisse a sir Hamilton per annunziargli
quella notizia, ed a me per rinnovarmi l’assicurazione dei sentimenti
che aveva per me.
Sir William ed io ricevemmo le lettere al trenta dello stesso mese, e
risposi subito:
«Caro signore.
«Approfitto dell’offerta del capitano Hope per scrivervi qualche
riga, e per ringraziarvi della graziosa lettera che mi avete fatto
pervenire col mezzo del capitano Bowen.
«La regina ebbe grandissimo piacere quando le tradussi ciò che
dicevate di gentile per lei, e m’incarica di ringraziarvi, e di
assicurarvi che prega pel vostro onore e per la vostra salvezza: in
quanto alla vittoria essa è già sicura che l’avrete.
«Abbiamo ancora qui il regicida ministro Garat, il più insolente,
il più impudente animale diplomatico, che mai si possa vedere,
e veggo chiaramente che la corte di Napoli dovrà dichiarare la
guerra, se vuole salvare il paese, perchè l’ambasciatore francese
fa tutti i giorni le osservazioni più minacciose.
«S. M. vede e sente tutto ciò che voi dite nella vostra lettera a
sir William datata dal Faro di Messina, e sotto la vera luce che
rischiara i fatti, così fa anche il generale Acton.
«Ma per sventura il loro primo ministro Gallo, uomo leggero,
superficiale ed ignorante, impetrito e stecchito come una cresta
di gallo, non pensa ad altro che al modo con cui gli vanno i
suoi abiti ricamati, ed all’effetto che produce il suo anello
di brillanti; una metà di Napoli lo crede francese, io credo che
l’altra metà s’inganna credendolo napoletano.
«La regina ed Acton non possono soffrirlo; per me poco importa
essendo sostenuto soltanto dal re egli non saprebbe avere un gran
potere; ma un primo ministro, e un puro ministro di forma, è pur
sempre qualche cosa per fare un brutto giuoco.
«A proposito saprete che i tre o quattrocento giacobini, che si
tenevano in carcere, sono stati tutti, dopo tre o quattro anni di
detenzione, dichiarati innocenti. Se credo a tutto ciò che si dice
da loro di me, la metà almeno meriterebbe di essere appiccata. È
Garat che colla sua influenza e Gallo colla sua debolezza, e forse
colla sua simpatia, hanno fatto il bel colpo di rendere questi cari
signori alla società.
«Insomma io ne sono molto spaventata, e considero come tutto
perduto per Napoli. Sono afflitta fino alle lagrime per la nostra
cara e graziosa regina, che merita veramente una miglior sorte.
«Comprenderete, mio caro signore, che vi scrissi tutto ciò in
confidenza e di fretta.
«Spero che non lascerete il Mediterraneo senza prenderci; abbiamo
il nostro congedo, e pronta ogni cosa per partire appena ne avremo
l’avviso; ma intanto spero in Dio che distruggerete questi mostri
di francesi; e prima di partire di qua, il regno di questi empii
non sarà di lunga durata.
«Se avrete qualche occasione, scriveteci; non potete credere qual
balsamo sono le vostre lettere per noi.
«Che Dio vi benedica, mio caro, carissimo signore: credetemi sempre
la vostra sincerissima, obbligatissima ed affezionatissima amica,