III.

Confesso di essere sempre maravigliata, quando depongo la penna dopo

avere scritto pagine come queste ultime. Io, la donna frivola per

eccellenza, non direi nata, ma predestinata a vivere dei miei gusti,

col mio carattere e col mio temperamento lungi da tutti gli intrighi

politici, come una farfalla o come un uccello in un mondo di gioia,

di piaceri, di canti e di armonie, trascrissi questo pesante rapporto

lordo di sangue che grida guerra e vendetta ai popoli. Non vi sembro

forse una Venere Afrodite colla maschera di Nemesi, col suo viso

atteggiato ai dolci sorrisi, cogli occhi alle dolci promesse, e colla

bocca che s’apre a teneri giuramenti?

Ma ho incominciato il racconto degli avvenimenti ai quali presi parte,

e non mi posso ritirare dal compito che mi sono imposto; la voce della

coscienza e fors’anche quella del pentimento mi grida: — avanti, — e

obbligata ad obbedire a questa voce che mi giunge dall’alto, continuo.

Questo rapporto di Giuseppe Bonaparte produsse a Parigi una sensazione

profonda. Bonaparte era il Dio del momento; offendere uno dei suoi

fratelli era più che un delitto di lesa maestà, era un delitto di lesa

divinità.

Osservate pure la lettera con cui il cittadino Talleyrand, il

termometro dello spirito pubblico rispondeva al suo rapporto:

«11 Gennaio 1793

«Ho ricevuto, cittadino, la lettera straziante che mi avete scritto

sugli orrendi avvenimenti che succedettero a Roma l’8 nevoso.

Malgrado la cura che avete posto nel nascondermi tutto ciò che vi

ha di personale per voi in questa terribile giornata, non avete

potuto lasciarmi ignorare che avete manifestato al più alto grado

l’intrepidezza, il sangue freddo, e quell’intelligenza a cui nulla

sfugge, e che avete sostenuto con magnanimità l’onore del nome

francese. Il Direttorio m’incarica di esprimervi nel modo più ampio

e sensibile la sua viva soddisfazione intorno alla vostra condotta.

Comprenderete facilmente, lo spero, quanto sia felice di essere

l’organo di questo sentimento.»

Il Direttorio cominciò col chiedere la punizione degli assassini;

ma fosse negligenza o complicità, nessuno fu arrestato e nemmeno

punito; si seppe che il capo degli assassini, nominato Amadeo, si era

impossessato della spada e della cintura del morto, che il curato della

parrocchia vicina si era ritenuto l’orologio, e che gli altri infine si

erano divisi fra loro il denaro e gli abiti.

Il Direttorio ordinò al generale Berthier, che nell’assenza di

Bonaparte comandava in Italia, di marciare su Roma.

Berthier ricevette l’ordine a Milano, e si mise in marcia il giorno

seguente. Al 29 gennaio la sua avanguardia era a Macerata, al 10

febbraio tutte le truppe erano riunite sotto le mura di Roma, e con un

distaccamento prendeva possesso di Castello S. Angelo, che i soldati

pontificj non tentarono nemmeno di difendere.

Ma il generale Berthier impedì che si andasse più lungi; prevenne

soltanto i capi degli agitatori, che potevano contare sul di lui

appoggio.

Il 16 febbraio, il venti-treesimo anniversario della esaltazione di

Pio VI al trono pontificio, un attruppamento di sediziosi si riunì nel

Foro Romano, e di là s’incamminarono al Vaticano sotto le finestre del

Sovrano Pontefice, e fecero intendere le grida di Viva la Repubblica.

Per rispetto — dicevano essi — non pel papa ma pel vecchio, non

invasero il Vaticano; ma occuparono tutta la città, e scrissero un

manifesto che constatava la ristorazione della sovranità del popolo,

il quale ripudiava ogni complicità nelle uccisioni di Basseville e di

Duphot, aboliva l’autorità pontificia, e riguardo alle cose politiche,

economiche e civili, costituiva un governo repubblicano libero ed

indipendente.

I fondatori della nuova Repubblica si diedero premura d’inviare al

generale Berthier, per consegnargli quell’atto, una deputazione di otto

cittadini.

Egli fece tosto la sua entrata dalla porta del Popolo, e nello stesso

giorno salì al Campidoglio, ove, parodiando gli antichi trionfatori

romani, salutò in nome del Direttorio la nuova Repubblica, riconosciuta

libera ed indipendente dalla Francia, e che si componeva di tutto il

territorio lasciato al papa col trattato di Tolentino.

Il giorno dopo quattordici cardinali, che avevano avuto la viltà

di firmare l’atto di affrancazione e la rinuncia di tutti i diritti

politici, cantarono il _Te Deum_ nella basilica di S. Pietro.

Il generale Cervoni, incaricato di significare a Pio VI la sua

decadenza, penetrò negli appartamenti di quel santo vecchio, e lo trovò

inginocchiato che pregava.

Pio VI ricevette con una perfetta serenità l’annunzio della caduta dei

suoi diritti temporali, ed eccitato a riconoscere il nuovo governo,

rispose:

— La mia sovranità viene da Dio, io non posso rinunziarvi; ho

ottant’anni, e perciò la vita è poca cosa per me: in quanto agli

oltraggi ed ai patimenti non li temo.

Ma siccome la presenza del Santo Padre era incompatibile in Roma col

nuovo governo, ricevette l’invito di lasciare la capitale del mondo

cristiano, ed infatti il 20 febbraio partì per la Toscana.

Tutte queste notizie ci arrivarono quasi nello stesso tempo, e

cagionarono, si comprende bene, un grande scompiglio nella nostra

corte. La Repubblica spinta passo passo dai francesi, faceva ogni

giorno un nuovo progresso in Italia, e non distava che trenta leghe

da noi. Il governo delle Due Sicilie pensò alle precauzioni che doveva

prendere contro un avversario cotanto minaccioso.

Senza occuparsi del trattato che aveva firmato colla Francia nel 1797,

vale a dire quattordici mesi prima, Ferdinando firmò coll’imperatore

suo nipote, al 19 maggio 1798, un trattato che infirmava completamente

il primo.

Con questo trattato l’imperatore doveva tenere sessanta mila uomini nel

Tirolo; e Ferdinando inviarne trenta mila alle frontiere napolitane.

Per un caso singolare il 15 maggio 1798 fu il giorno in cui la flotta

francese salpò da Tolone per la spedizione di Egitto.

Si conoscevano già i preparativi che faceva la Francia, ma s’ignorava

qual paese minacciasse quella flotta formidabile.

Il comandante della flotta inglese sir Jean Jervis, dopo lord conte di

S. Vicent, si ostinò di vedere nei preparativi di Tolone un progetto

di spedizione nell’Oceano, e si accontentò di chiudere lo stretto di

Gibilterra e di bloccare la flotta spagnuola nel porto di Cadice.

Sempre in questa convinzione, spedì Nelson, che serviva sotto i suoi

ordini, con tre vascelli di linea, quattro fregate ed una corvetta per

sorvegliare il porto di Tolone, promettendogli di mandar soccorsi alla

sua prima richiesta.

Al 9 maggio Nelson lasciò la baia di Cadice, ma era già troppo tardi;

arrivato nel golfo di Lione, una tempesta disperse i suoi vascelli, e

disalberò quello su cui si trovava.

Entrò per riparare le sue avarie nel porto di S. Pietro, rimorchiato da

un vascello che aveva sofferto meno del suo.

Durante il suo soggiorno al porto di S. Pietro, apprese la partenza

della flotta francese da Tolone e spedì un bastimento a Lord S. Vincent

per chiedergli il soccorso promesso: ma all’8 giugno, vale a dire tre

settimane dopo che la flotta francese aveva fatto vela, potè riunire

le forze inviategli, nel momento in cui essa era già fra la Sicilia e

Malta.

Questi aiuti si componevano di dieci vascelli da 74 ed uno da 50

cannoni.

Alla testa di questa potenza Nelson si mise alla ricerca della flotta

francese; sulle coste meridionali della Corsica apprese che era stata

veduta fra Capo Corso e l’Italia.

Balenò a Nelson l’idea, e quell’idea aveva una certa probabilità, che

la flotta francese fosse diretta a Napoli.

Egli fece vela per Napoli.

Al 15 giugno, egli era all’isola di Ponza, e c’inviò un suo uffiziale

di confidenza, meglio ancora un suo amico, il capitano Troubridge,

colla corvetta la _Mutine_ per abboccarsi col capitano generale e sir

William Hamilton.

Troubridge era latore di una lettera di Nelson per me.

L’effetto che io aveva prodotto su questo grande uomo non mi era punto

sfuggito, e trovai strano come potendo egli stesso venire a Napoli

avendo così un occasione di vedermi, la lasciasse sfuggire.

La sua lettera mi spiegò tutto.

Eccola:

«Milady,

«Se venissi a Napoli, se discendessi a terra, e se vi rivedessi,

arrischierei di mancare a tutti i miei doveri, che sono d’inseguire

la flotta francese senza perdere un momento.

«Troubridge vi porgerà questa lettera, che invece di essere una

prova d’indifferenza, diventa, per la spiegazione che vi dà, una

prova della violenza del sentimento che provo per voi.

«Appena Troubridge sarà ritornato colle indicazioni che riceverò

dal capitano generale e da sir William, continuerò il mio cammino.

«Fossero all’altro capo del mondo, raggiungerò i francesi; e mi

rivedrete vincitore e degno di voi, milady, o non mi rivedrete più.

«Mille volte il vostro

«ORAZIO NELSON.»

Eccoci a quanto ci trovavamo al 16 giugno 1798 circa al nostro amore

con Nelson; si vede che non eravamo inoltrati di molto.

Questa lettera senza dir molto al mio cuore solleticava il mio

orgoglio. Nelson nei cinque anni che erano passati si era battuto come

un eroe, o piuttosto, come lo diceva egli stesso, come un uomo che si

vuol fare ammazzare. Ho già raccontato come avesse perduto un occhio a

Calvi; non era tutto, a Teneriffa gli venne portato via un braccio.

Questa volta prometteva di ritornare degno di me, o di farsi ammazzare.

Era sicura che egli manterrebbe la sua parola; Nelson non era di quegli

uomini che promettevano invano.

Dal terrazzo del palazzo vidi il maestoso spettacolo della flotta che

difilava innanzi a Napoli; col mezzo d’un cannocchiale, sir William

mi fece distinguere il vascello che portava la bandiera ammiraglia; a

quella distanza non poteva distinguere quanto avveniva a bordo; ma son

certa che Nelson aveva gli occhi fissi sul palazzo, come io aveva fissi

i miei sul suo vascello.

La flotta si aperse lentamente innanzi allo scoglio di Capri; una parte

passò alla sua destra, l’altra alla sinistra; stette tre giorni in

vista, poichè vi era bonaccia.

Questa bonaccia fu causa che al 25 giugno soltanto si trovò al forte di

Messina.

Di là seppe che Bonaparte aveva preso Malta, e passando vi aveva

lasciato una guarnigione di quattromila uomini, ed aveva continuato il

suo cammino verso l’Oriente.

Dal Faro in data del 25 egli scrisse a sir Hamilton per annunziargli

quella notizia, ed a me per rinnovarmi l’assicurazione dei sentimenti

che aveva per me.

Sir William ed io ricevemmo le lettere al trenta dello stesso mese, e

risposi subito:

«Caro signore.

«Approfitto dell’offerta del capitano Hope per scrivervi qualche

riga, e per ringraziarvi della graziosa lettera che mi avete fatto

pervenire col mezzo del capitano Bowen.

«La regina ebbe grandissimo piacere quando le tradussi ciò che

dicevate di gentile per lei, e m’incarica di ringraziarvi, e di

assicurarvi che prega pel vostro onore e per la vostra salvezza: in

quanto alla vittoria essa è già sicura che l’avrete.

«Abbiamo ancora qui il regicida ministro Garat, il più insolente,

il più impudente animale diplomatico, che mai si possa vedere,

e veggo chiaramente che la corte di Napoli dovrà dichiarare la

guerra, se vuole salvare il paese, perchè l’ambasciatore francese

fa tutti i giorni le osservazioni più minacciose.

«S. M. vede e sente tutto ciò che voi dite nella vostra lettera a

sir William datata dal Faro di Messina, e sotto la vera luce che

rischiara i fatti, così fa anche il generale Acton.

«Ma per sventura il loro primo ministro Gallo, uomo leggero,

superficiale ed ignorante, impetrito e stecchito come una cresta

di gallo, non pensa ad altro che al modo con cui gli vanno i

suoi abiti ricamati, ed all’effetto che produce il suo anello

di brillanti; una metà di Napoli lo crede francese, io credo che

l’altra metà s’inganna credendolo napoletano.

«La regina ed Acton non possono soffrirlo; per me poco importa

essendo sostenuto soltanto dal re egli non saprebbe avere un gran

potere; ma un primo ministro, e un puro ministro di forma, è pur

sempre qualche cosa per fare un brutto giuoco.

«A proposito saprete che i tre o quattrocento giacobini, che si

tenevano in carcere, sono stati tutti, dopo tre o quattro anni di

detenzione, dichiarati innocenti. Se credo a tutto ciò che si dice

da loro di me, la metà almeno meriterebbe di essere appiccata. È

Garat che colla sua influenza e Gallo colla sua debolezza, e forse

colla sua simpatia, hanno fatto il bel colpo di rendere questi cari

signori alla società.

«Insomma io ne sono molto spaventata, e considero come tutto

perduto per Napoli. Sono afflitta fino alle lagrime per la nostra

cara e graziosa regina, che merita veramente una miglior sorte.

«Comprenderete, mio caro signore, che vi scrissi tutto ciò in

confidenza e di fretta.

«Spero che non lascerete il Mediterraneo senza prenderci; abbiamo

il nostro congedo, e pronta ogni cosa per partire appena ne avremo

l’avviso; ma intanto spero in Dio che distruggerete questi mostri

di francesi; e prima di partire di qua, il regno di questi empii

non sarà di lunga durata.

«Se avrete qualche occasione, scriveteci; non potete credere qual

balsamo sono le vostre lettere per noi.

«Che Dio vi benedica, mio caro, carissimo signore: credetemi sempre

la vostra sincerissima, obbligatissima ed affezionatissima amica,

Memorie di Emma Lyonna, vol. 6/8 · 第 9 / 26 题