Il Corso Francesco sì perchè ricordava i tristi avvenimenti del gennajo

e sì per il nome che portava divenne odioso a tutti i buoni cittadini,

i quali si rivolsero a Porta Romana, e quivi incominciarono un nuovo

corso che denominarono _Corso Pio IX_. L’universale scontentezza

obbligò la Congregazione Municipale di Milano, sulla proposta fatta

dal signor Nazari, Deputato alla Centrale, a stendere una supplica

a Ferdinando I, nella quale si mostravano i difetti della pubblica

amministrazione ed il modo di correggerli. Fu spedita al trono

coll’organo vicereale, ed in pendenza delle risoluzioni sovrane

il fermento nel popolo andava crescendo. Un giorno si stabiliva

un’adunanza per assistere secretamente a’ divini uffici che si facevano

celebrare per le vittime della rabbia tedesca. Un altro giorno un

gran concorso alla Scala per festeggiare la Costituzione che gli

altri principi italiani davano a’ loro sudditi, e via discorrendo.—Il

Vicerè con un secondo proclama invita alla quiete assicurando che

egli teneva le redini del governo, e che avendo inoltrato nelle vie

legali una dimostranza all’imperatore si lusingava di veder esauditi

i voti dei Milanesi. Vedi documento n.º X. Ma questo secondo proclama

acquistò minor credenza del primo, e non andò molto che ci persuademmo

del vero. Dopo alcuni giorni un proclama di Ferdinando I, spedito

da Vienna, ci avvertiva che l’imperatore aveva sempre trattato il

regno Lombardo–Veneto come tutti gli altri Stati della Monarchia, e

conchiudeva che in ogni caso egli confidava nel valore e nella fedeltà

delle sue truppe, saldo baluardo del trono, e nella maggioranza della

nazione. Vedi documento XI, al quale tien dietro il n.º XII dell’ex

imperiale regio governo.

Frattanto la notizia giunta in Milano della vittoria riportata dai

Palermitani sulle truppe del re recò grande consolazione a noi. Erano

Italiani depressi e conculcati quanto noi, che si erano levato il giogo

dal collo. A dimostrare la nostra gioja si cominciò col recarsi alla

cattedrale per ivi recitare in nostro cuore il _Te Deum_. Più di 16

mila furono, a detta dei più, gli accorrenti, e ben più di 150 carrozze

furono da me contate, che colle spalle voltate verso il palazzo di

Corte erano fatte segno di un commesso di Polizia, il quale colla

matita ed un pezzo di carta andava enumerandoli; ed io facendo mostra

di arricciarmi i mustacchi potei girargli intorno e leggere su quella

carta i marchesi B.... e V.... il primo con tre carrozze, ed il secondo

con due. E sull’interno della cattedrale, che assiepata di gente non

lascia luogo a far un passo, che si fa? La Polizia che ne era stata

avvertita, fece vestire da _Lions_ duecento sgherri ed armatigli di

stili ingiunse loro di cacciarsi nella folla, di eccitar tumulto con

grida sediziose, e nello scompiglio di ferire a destra ed a sinistra.

Il colpo tuttavia andò fallito; ma per questa mascherata spese la

Polizia la somma di 7000 lire austriache.—In appresso per maggiormente

manifestare la nostra contentezza si adottò un cappello alla foggia

de’ Calabresi, e la Polizia sempre più insospettita contro di noi,

sollecitamente pubblica un avviso con cui si proibisce assolutamente

l’uso di tal sorta di cappelli, come qualunque altro distintivo (V.

documento n.º XIII), e fatti domandare tutti i cappellaj li volle

obbligare a ritirarli sotto severe pene. Ai cappelli colla piuma si

sostituì l’antica forma, mettendovi però una piccola fibbia d’acciajo

sul davanti, e da alcuni si faceva inoltre una piuma collo stesso pelo

del cappello. Non andò guari che due proclami ci pervengono da Vienna.

L’uno guarentisce la Polizia contro qualunque diceria del popolo, e le

affida un assoluto potere, l’altro istituisce il giudizio statario pei

delitti politici, la cui procedura sommaria non doveva oltrepassare

quattordici giorni a contare da quello in cui l’imputato si presentava

all’esame, e portava la pena di morte da eseguirsi colla forca. (V.

documenti n.º XIV e XV.)

Non la sola Lombardia si scosse ad una sì vandalica legge, ma l’intera

penisola, la Francia, l’Inghilterra. Quest’ultima nazione col mezzo

del suo ministro Lord Palmerston dirigeva verso la fine di febbrajo

ai primi di marzo una nota all’ambasciatore inglese a Vienna, con cui

gl’imponeva di far valere tutta la sua eloquenza e buon giudizio, onde

indurre il Gabinetto di Vienna a cambiar sistema nell’Austria, onde

conciliarsi tutti li diversi Stati della Monarchia e non aspettare che

una rivoluzione sorgesse in danno della Monarchia stessa. L’Austria

tuttavia fece la sorda, sempre confidente nelle sue truppe, nei mezzi

che la provvidenza gli somministrava aspettava di piè fermo che la

nostra pazienza si stancasse. Non erano però di questo parere l’ex

Vicerè ed il Feld–Maresciallo. Il ministro Ficquelmont li aveva

avvertiti che noi si armavamo, che la nostra pazienza aveva toccata

la meta. E come non accorgersene? La nobiltà aveva abbandonata la

Corte. Il teatro alla Scala, come abbiamo veduto, abbandonato dai

nostri cittadini e frequentato solo dagli uffiziali del presidio

austriaco si chiamava _Caserma alla Scala_; l’allontanamento da

qualunque dimostrazione che desse il più piccolo indizio di contento

o di attaccamento alla Corte era generale. Il Carnevale (per essere

state proibite le feste, maschere, ecc., come dal documento n.º XVI)

si terminò col martedì in luogo della domenica a significare così

l’osservanza del rito romano, nonchè dall’ambrosiano, e una maggiore

osservanza a Pio IX, e via via dicendo che non la si finirebbe più.

Il Vicerè intanto apparecchiasi ad una partenza colla sicurezza che non

avrà più ritorno. Egli fa incassare tutto quello che può e suo e non

suo, sopra diverse carra che lo precedono verso Verona. Radetzky pensa

di chiudersi in castello, e ad onta delle proteste del Municipio (V.

documento n.º XVII) fa erigere alcuni fortini intorno ad esso. Graziosa

fu la satira o piuttosto profezia che riporto, esposta dai Milanesi

sopra alcuni angoli della città e del castello in occasione di questa

fabbrica:

Porchi de Todisch!

El savì che si mal vist:

Vorri fabbricaa

Che si minga vi alter i padron de caa:

Cosa serva che tribulee,

Che prima de Pasqua avii de fa S. Michee.

Molti altri accidenti, che precedono la rivoluzione avrei a raccontare,

i quali a danno della verità vennero svisati dalla nostra Gazzetta

privilegiata: ma se dovessi entrare a fatti particolari sarei

infinito; mentre ben pochi sono quelli di un ceto distinto che non

ebbero a soffrire perquisizioni della cessata Polizia austriaca. Tra

questi sarebbero i due fatti successi il 12 e il 14 febbrajo, narrati

falsamente dalla suddetta Gazzetta, l’esclusione degli Studenti

all’intervento dei funerali del professore di filosofia dottor Carlo

Ravizza, come pure molto vi sarebbe a dire delle stragi commesse a

Pavia ed a Padova, ma sarebbe un correre oltre il segno, avendo io

promesso di parlare solamente degli avvenimenti di Milano.

[19] Vedi documento n.º XVIII.

[20] Fra i primi che accorrevano al ex palazzo Governativo alla testa

di una distinta squadriglia, fuvvi il doltor fisico Paolo Rossignoli.

Egli colle armi che gli somministrava l’amico Ercole Durini toglieva

la vita e le armi ai soldati ivi di guardia. Quindi impossessatosi

della carrozza dell’Arcivescovo, faceva la prima barricata dal lato di

S. Maria della Passione. Si portò poscia alla bottega dell’armajuolo

Colombo, ove potè armare la sua squadriglia. Indi, facendo barricate,

si avanzò sul piazzale delle Galline, ed ivi trinceratosi con quattro

barricate fatte colle vetture del Marzari ed innalzato il vessillo

tricolore nel mezzo della piazzetta, obbligò di poi il prete della

chiesa di S. Protaso a far suonare campana a martello.

Alla presa del palazzo di Polizia gli venne ferito al fianco il

pittore Tenconi, che medicò in casa Mangili e fece quindi trasportare

all’Ospedale. Proseguendo a far eseguire le barricate sino a S.

Marcellino, fu ferito, sull’angolo del Lauro, da una palla che gli

sfiorò l’ultima costola al fianco destro, da molti Croati appostati sul

ponte Vetro nella sera della prima gloriosa e più difficile giornata.

La scelta compagnia del dottor Paolo Rossignoli era composta oltre a’

suoi due cugini Franceseo e Giuseppe Rossignoli, dei conti Guido ed

Emmanuele Borromeo, di Oreste Zaffanelli, di Carati Enrico, Valentino

Rossi, Ermenegildo Fumagalli, Quiroli Bartolomeo, Luigi Zanner,

Pellegata Giuseppe, Santino Sando, Angelo Corsi e Fiando fratelli.

Il primo che dal Broletto portasse al Palazzo di Governo la bandiera

tricolore fu il signor Gio. Battista Grondona, impiegato alla Giunta

del Censo. Egli schivò fortunatamente un colpo di fucile direttogli da

una delle guardie, stesa, poi morta a terra da un nobile cittadino.

Merita speciale ricordanza anche l’avvocato Antonio Negri, che munito

di semplice bastone, fu tra i primi a disarmare il corpo di guardia del

Palazzo di Governo, e tra quelli che fecero prigioniero O’Donell. In

appresso munito di arme da fuoco, a Porta Romana respinse quasi solo

una forte mano di Croati; all’Arco di Porta Nuova tra un nembo di palle

coraggiosamente avanzando incuorò gli altri; finalmente, benchè ferito

in una gamba, salito con alcuni altri sul terrazzino di detto Arco, col

molestare continuamente l’inimico contribuì non poco a farlo sloggiare

di quel punto importantissimo.

Parimente non v’ha dimenticato il coraggioso cittadino Carlo Peroli,

che pure con un colpo di pistola al Governo uccise uno dei soldati di

guardia; e di là in compagnia del conte Durini, passando alla contrada

di S. Paolo fece eseguire la prima barricata in capo a quella contrada,

incoraggiando ed obbligando una turba di cittadini a quel lavoro.

Trovatosi quindi con alcuni suoi compagni al negozio dell’armajolo

Colombo e vedendo che costui cercava di temporeggiare, egli con una

leva di ferro sforzò la bottega, ed armatosi potè in compagnia del suo

amico Cavalieri perseguitare la truppa che passava per la contrada

del Rebecchino. Incaricato del signor Barbò ad andare ai Monforti per

liberare uno zio del medesimo, unitosi ad una squadra de’ nostri, volò

a levare dall’assedio un vecchio rispettabile. Indi scavalcando colle

scale a mano la casa Cicogna, entrò nelle ortaglie, ov’era accampato un

corpo di Croati, contro cui combattè. In questo scontro restò ferito il

cittadino Mariani. _Racconti di 200 e più testimonj oculari_.

[21] Il signor Giuseppe Nova fece prigioniero il vicepresidente

O’Donell, che consegnò al conte Alessandro Greppi. Più avanti avrò

occasione di parlare del coraggioso giovine signor Nova.

[22] _Gli ultimi cinque giorni degli Austriaci in Milano, relazioni e

reminiscenze_. Milano, tipogr. Borroni e Scotti, pag. 13. Come uno dei

primi pubblicati, questo libro manca di qualche fatto, ma non va senza

lode per le notizie esatte ed importanti che racchiude.

[23] Narra l’autore dei _Racconti di 200 e più testimoni oculari

dei fatti delle gloriose cinque giornate di Milano_, «che uscendo

tre carrozze, due a due cavalli, ed una ad un cavallo solo, ed

attraversando la piazza dalla parte della contrada Cusani per recarsi

al dazio di Porta Tenaglia, staccasi un drappello di cavalleria ussera

e si presenta alla portiera scaricandovi diversi colpi di carabina. Nè

contento di questo, adopera lo squadrone per finire di sacrificare le

vittime che in esse si contenevano. Una delle carrozze a due cavalli

prese la fuga dirigendosi verso la casa Dal Verme, e da’ militari

stessi venne condotta in castello, attraversando la linea delle

piantaggioni; l’altra con un solo cavallo, portatasi a carriera verso

la strada che percorreva, tutto ad un tratto soffermossi, e per quanto

facesse il vetturale o qualche cittadino accorso in ajuto, non fu

possibile di rimuovere dal suo posto il cavallo; la terza soffermossi

dirimpetto alla porta del castello, e vi stette per un’ora e mezzo

circa, sotto ad una dirotta pioggia, custodita da due usseri, uno per

parte della portiera, venne poi tradotta in castello, e verso sera si

vide a ritornare il medesimo legno. Asseriscono poi che alla mattina

susseguente si trovarono due cavalli morti da colpi di squadrone

sulla piazza del castello, e furono riconosciuti i medesimi attaccati

al legno fuggitivo. Un cocchiere si vide cadere nel momento che fu

assalito; nulla seppesi di coloro che erano nei legni, sendo che i

colpi di cannone e della fanteria e cavalleria che trovavasi sulla

piazza fecero ritirare tutti gli astanti.

Il _Lombardo_ in proposito ai fatti della prima giornata ci reca la

seguente importante notizia: «Veniamo assicurati che al primo sorgere

della nostra rivoluzione, la mattina del sabbato 18 corr., que’ _buoni

galantuomini_ di Radetzky, Torresani e De Betta avevano formato il

seguente piano: ottomila uomini divisi in cento sessanta compagnie

di cinquanta uomini ciascuna, dovevano invadere la città e portarsi

a saccheggiare duecento case dei più distinti signori di Milano, che

sarebbero state indicate dal Torresani, nel mentre stesso che altri sei

o sette mila uomini avrebbero tenuto a freno il popolo, impadronendosi

delle principali contrade e mitragliando, e fucilando senza

misericordia tutti coloro che avessero opposta qualche resistenza.—Se

questo piano iniquo ed orribile non fu condotto ad esecuzione, lo

dobbiamo all’opposizione energica fattagli dal generale Wallmoden,

che protestò non avrebbe mai preso parte a tal azione che infamasse

per sempre il suo nome e l’armi ch’ei comandava.—Anche il generale

Woyna protestò nel senso medesimo.—Il 20 si trattava di sottoporre il

generale Wallmoden ad un giudizio di guerra.»

«Furono intercettate due lettere famigliari che reciprocamente si

dirigevano i due figli maggiori del ex vicerè del cessato Regno

Lombardo–Veneto.—In queste i due Principini ed Arciduchini d’Austria

si mostravano più che persuasi, e spiegavano il più vivo desiderio

che Radetzky cannoneggiasse la loro diletta Milano con pezzi da

ventiquattro, e che domata la rivoluzione facesse piantare due forche,

che incominciassero il lungo loro esercizio dall’appiccare quel _baron

fottuto_ del podestà Casati».

[24] Narra il citato autore dei _Racconti di 200 e più testimoni_, che

alla testa della gendarmeria precedesse a cavallo il commesso dell’ex

polizia Zamarra.

[25] Onde non tralasciare i fatti principali e più interessanti che

mi guidano sul corso di questi cinque giorni, devo tratto tratto

servirmi anche di notizie già pubblicate da altri, molte delle quali

erano trasmesse anche a me nello stesso tempo che venivano spedite al

raccoglitore Ronchi, e ad estensori di giornali. Fra queste crediamo

degna di riportare la seguente narrazione dell’avvocato Michele

Cavalleri, abitante nella contrada di S. Pietro alla Vigna, n.º 2812.

«Alle ore 5 circa del giorno 18 marzo, sentii di repente numerosi colpi

di fucile in istrada, quindi due palle che ruppero i vetri della mia

stanza e fischiarono poche dita da me discosto.»

«Alla novità del fatto, mi avvicinai alla finestra e mi corse agli

occhi una numerosa schiera di granatieri ungheresi, difilati lungo la

parete opposta della contrada e collo schioppo approntato alla guancia

verso tutti i piani della casa. Repentissimi, violenti colpi di scure

alla porta, grida feroci lungo la strada, un alto lamento nell’interno

della casa mi annunziavano la presenza di una ferale disgrazia.»

«Venni nell’attigua stanza e quivi un’altra fucilata: al repentino

evento tosto pensai, che in tal guisa si desse principio ad una

sistematica distruzione di casa in casa, vedendone gli abitatori

innocui, disarmati e ravvolti fra un diluvio di donne e di figli

correnti, lagrimanti, stridenti.»

«Il servitore mi avvisò, che le scuri avevano già fessa la porta, e

che a momenti i soldati irrompevano; non esservi altro scampo che il

fuggire attraverso i tetti. Grazie alla generosa opera del cittadino

Meresalli, impiegato all’ex–governo, affittuario al terzo piano della

casa Piazza, Torre de’ Meriggi, congiuntamente a 16 altre persone,

padri e madri di famiglia, avemmo, per una finestra laterale al tetto,

ingresso nella sua abitazione, e da questa facemmo passaggio a quella

dei conjugi Perelli, abitanti al quarto piano di detta casa, dove

ospitalmente ricevuto questo profugo stuolo, ebbe per tutta notte asilo

e conforto di cibo: che anzi lo scrivente congiuntamente alla sua

famiglia, e ad altro, tutti depaurati dal saccheggio e tutti sotto la

legge di morte, per molti giorni ancora fruirono di tale asilo che una

benemerente carità aveva con proprio pericolo aperto.»

«Appena chiusa la finestra d’ingresso, appena chiuso l’uscio della casa

di nostra dimora, i granatieri salirono sul tetto dietro le nostre

pedate, collo schioppo alla faccia, determinati ad inseguirci e a far

fuoco contro gli usci e le finestre chiuse; quando una voce dei loro

diede ordine di fermarsi, non presentando il generale silenzio un

sospetto alcuno di nostra vicinissima presenza.»

«Fu in questo stadio, che per la seconda volta il certo pericolo di

morte ancora più acerbamente portava angoscia all’anima, perocchè noi

avremmo inviluppato nella nostra disgrazia i benefattori che ci avevano

raccolti.»

«Non rinvenuta la preda nella parte più alta della casa, corsero i

soldati ungheresi alla più bassa, nelle cantine, dove infatti giacevano

occultate donne e numerosi fanciulli d’ogni età.»

«Ma essi volevano e cercavano gli uomini, s’avvennero in un figlio

del portinajo da tempo infermo, che ferocemente maltrattarono, perchè

inabile a sorreggersi. Corsero ai piani di abitazione, gettate a terra

le porte, ogni cosa misero a soqquadro, con bajonetta o spada forarono

i ritratti, sfracellarono quanto eravi di friabile, gettarono contro

terra e con ogni studio di rovina ciò tutto che non poteva levarsi;

a colpi di sciabola e scure sforarono i mobili, sfondarono armadj,

cassettoni, tavoli; distrussero in una parola quanto loro si presentava

davanti, ponendo mano a danaro, orologi, argenterie e lasciando dietro

di sè quasi dappertutto un caos di rovine, conducendo però seco loro il

portinaio col figlio, il mercante di mobili e due giovinotti.»

«Ma qual fu l’origine di tante angoscie e di tanti disastri! L’essere

caduta in istrada una griglia dal secondo piano, senza offesa di

persona, pochi passi distante da due o tre granatieri. Essi chiamarono

a stormo dalla vicina casa del generale in capo Radetzky, e dalla

vicina caserma di san Francesco, in modo che quasi 100 uomini di

ogni arma e specialmente circa 60 granatieri, vennero a compiere con

frenesia ferina tanto ingloriosa impresa.»

«Meritano quivi una particolare ricordanza i fatti di due donne di

servizio Marianna De–Giuli e Giuseppa Rimondi, che tutti i giorni

dalla domenica in poi, attraverso i colpi di fucile che piovevano

lungo la linea della mia contrada d’abitazione, incaricavansi di far

provvigione per le 32 persone quasi tutte donne e fanciulle che a lei

commettevansi per la mancante provvista del vivere: e della cittadina

Alessio Giuseppina, maestra di scuola, che nel momento del personale

pericolo, non dimenticò l’importanza del suo magisterio, ricevendo di

piede fermo l’uffiziale ed i soldati, cui disse, che essendo donna ed

educatrice, per propria inoffensività e per incolumità delle proprie

educande, aspettavasi esente da ogni militare violenza. L’uffiziale dei

granatieri ungheresi, fatta visita al domicilio, rispose congedandosi,

che egli non aveva sete che di vite maschili, e dappoi ebbe a dire che

era per esso un gran piacere l’uccidere 50 o 60 italiani.»

[26] Baracchi, _Le gloriose cinque giornate dei Milanesi_. Opuscoletto

interessante e scritto con molta verità.

[27] Vedi atrocità commesse dagli Austriaci durante la rivoluzione di

Milano, estratte da documenti officiali.

[28] Il 22 _Marzo_, giornale ufficiale, n. I.

[29] Ad alcuno sembrerà fuori di posto questa risoluzione del Re Sardo,

che a noi non pervenne che il giorno 24, ma quando si avrà riguardo

esser ciò successo in seguito alla rivoluzione del primo giorno cesserà

ogni censura.

[30] Circa alle ore due e mezzo pomeridiane del giorno 22 marzo, una

grossa palla di spingarda, distrusse in parte una torretta di camino

nella casa dello stesso Signor Uboldo in Pantano.

[31] Intorno alle dette maravigliose barricate mobili abbiamo anche

i seguenti particolari nella Gazzetta Officiale del 22 marzo.

«Antonio Carnevali, già professore di matematica e strategia alla

scuola militare di Pavia sotto il cessato regno italiano, nominato

in questi cinque giorni alla direzione delle fortificazioni campali,

fu egli che immaginò il piano di quell’operazione. A quest’uopo

concepì l’idea di alcune barricate mobili che servissero a proteggere

i nostri bersaglieri contro i colpi dell’inimico nell’atto che si

avanzavano verso la Porta. Mentre scriviamo ci sta sott’occhio un

ordine sottoscritto da lui, perchè si formassero delle grosse fascine

cilindriche del diametro di once 60 e lunghe once 40, e quest’ordine

è accompagnato da un piccolo disegno illustrativo. L’incarico di

ridurre ad esecuzione questo pensiero delle barricate mobili, se lo

assunse il pittore Gaetano Borgocarati, giovine oltre ogni credere

coraggioso, che in tutto il tempo dell’assedio prestò utilissimi

servigi alla causa comune, combattendo valorosamente e sprezzando

qualsiasi pericolo. Questi si ridusse sulla piazzetta di S. Pietro in

Gessate, ed ivi raccolto intorno a sè buon numero di operatori, ebbe

ben presto costrutto tre di quelle barricate mobili, quindi due altre

ne condusse a termini nel vicino Orfanotrofio dei maschi. Visitate dal

Carnevali queste enorme fascine, e approvatane la costruzione, egli

stesso insegnava il modo di farle rotolare maestrevolmente ad opportuna

distanza una dall’altra e a scala onde potessero negli intervalli

di esse uscire i nostri combattenti e offendere il nemico. All’atto

pratico furono trovate di grandissimi vantaggi.

[32] L’arresto di un corriere da Verona mise in nostro possesso due

lettere scritte in tedesco da uno dei figli dell’ex Vicerè al suo

fratello Ernesto. Ne diamo la traduzione nel documento n. XIX, stata

pubblicata già nel giornale _Il 22 marzo_.

[33] V. Gazzetta di Milano del giorno 19 aprile.

[34] _La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria_, narrazione di

G. B.

[35] Cosa rincrescevole veramente è per uno storico sincero e

imparziale il non potere, per difetto di notizie autentiche, registrare

i nomi di tutti coloro che in questi gloriosi avvenimenti sia con la

mano sia col senno ben meritarono della patria. D’altra parte il merito

vero, sempre modesto, ripugna da qualunque ostentazione, e solo fa

premio a sè delle opere sue, intantochè colui forse che solo per mostra

impugnò l’armi, o stette nascosto nei momenti del maggiore pericolo,

viene dopo la vittoria ad assordar la città de’ suoi vanti, e a trarre

in inganno la credulità dei più che non potendo o non osando smentirlo,

consacra, divulgando come fatti veri le loro vanterie, sì che il

cronista, indotto dalla voce pubblica, si rende complice involontario

della menzogna, e così come già disse il cantor di Gerusalemme liberata:

_I premj usurpa del valor la frode._

Se non che il tempo vien poi a riparar le più volte questi torti dalla

fama, ed a rendere a ciascuno il suo.

[36] Alle ore tre e mezzo pomeridiane il Console generale Francese

inviava a lutti gli altri Consoli esteri residenti in Milano le

seguenti lettere coll’unita protesta al maresciallo Radetsky che

riportiamo dal Giornale _L’Amico del Popolo_.

Signore e caro Collega!

Si teme d’un bombardamento, e si desidera, nell’interesse dell’umanità,

che il corpo consolare residente in Milano protesti contro un atto così

selvaggio, se è vero tal cosa.

Io ed il Console generale, abbiamo promesso ai membri della

Municipalità, riuniti in casa del signor conte C. Taverna di unirsi a

voi per redigere e firmare se ha luogo questa protesta. Vi prego dunque

di venire da me e tutti i vostri colleghi, per discorrere ciò che si

può fare in interesse dell’umanità e dei nostri nazionali. La riunione

avrà luogo alle cinque pomeridiane.

Aggradite, ecc.

_Il Console Generale_

FERD. DENOIS.

Milano, 19 marzo.

_Al Console di...._

SIG. MARESCIALLO.

Ci venne detto che l’autorità militare ha minacciato la città di un

bombardamento, se, il che non possiamo credere, dovesse essere adottata

una tal misura estrema in una città di 160,000 anime, in una città ove

risiede un sì gran numero de’nostri compatriotti, noi saremo obbligati,

signor Maresciallo, di protestare presso V. E. in nome dei Governi,

contro un atto di tal sorta.

In ogni caso, facciamo conto abbastanza sulla vostra giustizia ed

umanità, per sperare che V. E. ci farebbe avvertiti e ci accorderebbe

il tempo necessario di poter mettere i nostri nazionali e le loro

proprietà al sicuro dei danni a cui potrebbero trovarsi esposti, come

si farebbe certamente in simile caso verso i sudditi austriaci nei

nostri rispettivi paesi.

Aggradite, ecc.

Milano, 19 marzo 1848.

Cronaca della rivoluzione di Milano · 第 19 / 20 段