[16] A proposito di libertà di stampa è necessario, sebbene fuori del

mio assunto, il far conoscere quanto piccola ed insofferente fosse

divenuta la nostra Censura sotto la direzione del signor Ragazzi

Questo zelante interprete delle disposizioni del cessato dominio

Austriaco, già commesso di Polizia a Pavia, ove dovette battere una

vergognosa ritirata per salvare la vita minacciatagli dagli studenti,

ebbe pochi giorni prima della Rivoluzione la conferma di capo della

Censura ed il titolo di consigliere imperiale, con l’aumento di qualche

centinaja di fiorini, premio delle sue ribalderie. Egli si vantava che

avrebbe messo l’ordine alle stamperie di Milano, che il numero era

esorbitante, e che dovevasi ridurle ad un terzo; che le opere erano

perniciose; e n’aveva ben ragione parlando di quelle che si stampavano

a Milano, perchè ad eccezione di pochi articoli di giornali, il resto

non era che qualche traduzione ed altro di nessuna importanza. Ma non

voglio narrare che un fatto mio, mentre pel corso di nove anni ebbi

sgraziatamente a dipendere da quest’ufficio, e se dovessi pubblicare

tutti i commenti, annotazioni, osservazioni, ec., avrei da far ridere

per qualche ora gli amici. Nel novembre 1846 presentai un mio articolo

a quest’ufficio per essere licenziato: ma dopo lungo esame mi fu

rimandato coll’_a tergo: L’Imperiale Regia Censura non è autorizzata

a permettere la pubblicazione del presente articolo_. Non sapeva a

chi rivolgermi. M’informai da un impiegato della stessa Censura, il

quale mi disse: _può rivolgersi all’Eccelso I. R. Governo, o meglio

all’Ufficio Generale di Vienna_. Accettai questo secondo partito,

ed approfittandomi d’un amico che si portava a quella capitale gli

consegnai lo scritto e glielo raccomandai caldamente. Egli l’affidò ad

uno di quegli agenti aulici, il quale mi promise, dietro un pattuito

premio, che mi avrebbe servito _statim_. Passarono alcuni mesi e

nessuna risposta. Finalmente venne spedito colla massima segretezza

al Governo di Milano, il quale lo mandò alla Polizia, e quindi alla

Censura per le informazioni. La Censura di Vienna domandava la _ragione

perchè non si dovesse permettere quell’articolo_: la Censura di Milano

intese la domanda? il lettore lo giudichi dalla risposta. _Il signor

Tettoni è persona comperata dal sig. N., parla pubblicamente in teatro

ed in caffè che si è fissato di farla dire a quest’I. R. Censura.

Questo è quanto si ha l’onore di partecipare, ec_. Quant’analogia alla

domanda! Questa risposta fatta colla massima cautela venne letta,

copiata e trasmessami dal mio incaricato di Vienna. La suprema Censura

credette bene di non restituirmi più l’originale, nè di parteciparmi le

disposizioni in proposito.

In altra occasione però anteriore a questa, essendo stato favorito

dalla stessa suprema Censura, feci le mie meraviglie coll’ex marchese

Ragazzi, e questi mi rispose _esser avvenuto perchè i Viennesi non

intendevano l’italiano_.

Era giunto a tale il rigore della Censura, che oltre alle ristrettezze

per quanto si stampava nel paese, restava assolutamente proibita

l’introduzione dei fogli politici stampati all’estero, e segnatamente

quei di Piemonte, di Toscana e dello Stato Pontificio, dopo

l’esaltazione del Sommo Pio al Soglio di Pietro; le grandi opere di

Gioberti, le tragedie di Nicolini, gli scritti di Balbo, Azeglio,

Mazzini e Petiti; le poesie del Giusti e di Berchet, e di tant’altri

che per ogni dove sorgevano a predicare l’indipendenza e l’unione

Italiana, portava a chi li possedeva una condanna criminale se

cittadino, lo sfratto di tutti gli Stati se forestiero.

[17] Il giorno 8 di settembre è consacrato dai Milanesi alla festa

della Natività di M. V. titolare della loro cattedrale. A solennizzarla

con maggior lustro ed anche in onore del nuovo Arcivescovo, si volle

rinnovar quell’istessa illuminazione della piazza del Duomo e della

piazza Fontana colla quale aveva tre giorni prima condecorato il di lui

solenne ingresso in questa Metropolitana. Quando verso le ore dieci e

mezzo parecchi cittadini venendo dalla porta Ticinese accompagnati da

gran folla di popolo procederono fino alla piazza del Duomo, cantando

l’inno di Pio Nono. Fermatisi avanti il _Caffè Reale_, ora _caffè Pio

IX_, rinnovarono quel cantico.—Quivi le guardie di Polizia, istigate

dal conte Bolza, si fecero avanti per impedire che si proseguisse di

cantare. Si venne alle mani, ed a’ nostri riescì di far fuggire i

poliziotti. Di poi tranquilli s’avviarono alla piazza Fontana, e dopo

di aver gridato viva Pio Nono, viva l’arcivescovo Romilli, ricominciò

nuovamente il lieto canto. Allora si mosse la truppa a cavallo e collo

squadrone sfoderato tentò dissipare il popolo che affollatissimo si

traeva sotto le finestre dell’Arcivescovo per applaudire.—Non trovando

possibile il farsi strada nella calca i soldati diedero di sperone

al cavallo, e minacciando e ferendo giunsero a farsi largo fra le

disperate grida delle donne, dei fanciulli, degli uomini tutti inabili

alla difesa, mentre non erano provvisti nè anche di un bastone. A tanto

spettacolo atterrito Monsignor Arcivescovo dovette discendere sulla

piazza accompagnato da altro sacerdote, e procurò con acconce parole di

manifestare il suo contento all’amato gregge per quelle dimostrazioni,

pregandolo a volersi contenere e ritornare alla propria abitazione. Da

un lato parole consolanti, dall’altra minacce e sfogo di rabbia; fino a

tanto che Monsignor Arcivescovo fu costretto di far entrare la truppa

nel cortile del suo palazzo. Più di trenta rimasero feriti e tutta

gente che fuggiva, siccome fece provato l’esser feriti o nelle spalle

o nella schiena. Altrettanti furono malconci dall’urto della folla, il

negoziante Ezechiele Abate restò morto non d’asfissia, come asserì la

Gazzetta di Milano, ma da una percossa datagli nel petto da un agente

di Polizia, ed a una donna fu tagliato un’orecchia.

Un articolo pubblicato nella _Gazzetta di Milano_ del giorno 9 di

questo mese, invertendo la cosa a suo modo, fece di questa scena il

più scellerato quadro in nostro svantaggio. Speriamo ora che l’Italia

è fatta libera, sarà pur libera la Gazzetta del signor Lambertini, e

non costretta a pubblicare articoli infamanti la sua nazione ed i suoi

concittadini, siccome usò in questi ultimi mesi.

Per alcune sere la Polizia di Milano raddoppiò le sue pattuglie. Armati

a cavallo, armati a piedi, tutti dovevano minacciare, ferire, ed i

vili non ardivano di attaccare la gioventù attruppata sugli angoli

della città ad aspettarli. Inveivano contro i fuggitivi e contro

quelli che soli e tranquilli si portavano alle loro case. Valga questo

fatto per mille ch’io potrei narrare. Certo signor Olgiati, persona

proba e benevisa da tutti i suoi conoscenti, la sera del giorno 11

ritornando dal Teatro alla Scala alla sua abitazione in contrada di

S. Romano, attraversando il corso s’incontrò in una pattuglia che

correva dietro ad una famiglia fuggente. Soffermatasi all’arrivo

dell’Olgiati, lo minaccia: egli tenta fuggire, ma essi con un colpo di

moschetto lo atterrano e quindi gli danno tre puntate di bajonetta che

fortunatamente poco più gli faceano che scalfirgli la pelle, difeso da

un fascio di carta che aveva nella tasca dell’abito dinanzi al petto.

Riavutosi dallo spavento si portò a casa, ed il giorno dopo avendo

dirette le sue querele ed alla Polizia ed al Governatore, non gli fu

dato ascolto, e poco mancò che non lo trattassero da mascalzone e da

malvivente.

[18] Il malcontento per la tracotante superchieria del governo e della

Polizia austriaca andava di giorno in giorno serpendo negli animi

degli abitanti del regno Lombardo–Veneto. I Giornali italiani ed

esteri procuravano di farci comprendere il bisogno di stringerci, di

unirci insieme, di distruggere quelle gare municipali che pur troppo

furono causa di tanti danni, per poi scacciare il comune nemico. I

primi a darne l’esempio furono i Piemontesi. Il Re Carlo Alberto, il

solo principe italiano, vide il suo Stato in via di progresso stabile

e costante, e seguendo i moti del suo cuore, uniformi ai principi

politici dell’immortale Pio IX, volle con le più ampie concessioni

riformarlo e metterlo a livello delle più incivilite nazioni

d’Europa. Ed allora le città, i borghi ed i villaggi della monarchia

Sabauda, dimenticandosi i torti sofferti a’ tempi delle fazioni, che

le mantennero in continuo odio fra esse fino a questi giorni, si

scambiarono le bandiere, si perdonarono le offese, tra le più esultanti

feste di gioja giurarono stretta unione e vera fratellanza, avendo

compreso la gran massima che nell’unione sta la forza.

Allora gli amici della buona causa italiana vollero vedere se anche

nelle provincie Lombardo–Venete si sarebbe compreso il bisogno

d’unirsi. Era necessaria una dimostrazione manifesta, e si deliberò

l’abbandono dell’uso di fumare. Un gran sacrificio doveva costare

agli abitanti, poichè troppo invalsa era fra loro questa sconcia

consuetudine che fruttava cinque milioni annui all’austriaco erario.

Pur nondimeno tosto che questa deliberazione venne detta fra amici,

essi la propagarono e dalla capitale passò nelle provincie, e quindi

nei piccoli paesi e villaggi sino nel Tirolo Italiano, per modo che

tutta la popolazione giurò in secreto che l’ultimo giorno di dicembre

1847 sarebbe stato l’ultimo per l’uso della pipa. Per facilitare la

diffusione del gran patto si fece litografare l’avvertimento popolare

che riporto tra i documenti il n.º III.

La Polizia di Milano che consumava parecchie centinaja di migliaja

fiorini in ispionaggi, resa consapevole di questo accordo, stette in

aspettativa che si avverasse il fatto e come giunse il 1.º gennajo

fu convinta della realtà. La politica di quest’officio inquisitorio

inappellabile fu sempre quella di voler ridurre la popolazione con

mezzi turpi e violenti a schiavitù. Ora ecco l’argine ch’essa credette

opporre al torrente: il giorno due, a mezzodì fece aprire le prigioni

ad una turba di malviventi e di gente perduta, ingiungendo loro di

andare in frotte fumando e provocando con ogni pretesto tumulti

e collisioni fra la tranquilla popolazione, ed a meglio ottenere

l’intento li fece regalare quattro zigari e tre lire austriache per

ciascheduno. A questi ribaldi si aggiunsero le pattuglie, destinate

a proteggere l’ordine e la vita del cittadino, cui si dava novello

incarico di commettere turbolenze e prepotenti arresti. Pattuglie a

piedi, a cavallo di tutte le nazioni soggette all’Austria e poliziotti,

percorrono le vie più popolose, insultando, minacciando, percuotendo

ed arrestando persone d’ogni qualità e d’ogni sesso. Fra gli arrestati

vi fu pure il nostro podestà Gabrio Casati, mentre arringava al popolo

consigliandolo a quiete e prudenza. La nuova di questo arresto fece

ricapricciare i cittadini che giurarono in un momento di vendicarne

l’affronto.

Questo illustre cittadino sostenendo la primaria carica municipale con

varie prove di virtù seppe acquistarsi l’affetto di tutti i Milanesi,

che in lui salutano un padre, un amico, ed un degno rappresentante e

sostenitore dei diritti municipali, ed ultimamente il primo motore

della liberazione della patria. Sia bastante prova del suo zelo, del

suo amor patriottico la protesta con cui il 9 febbrajo reclamò dal

Governatore della Lombardia contro l’iniquo abuso di potere verso

alcuni cittadini. Vedi documento n.º IV.

Il podestà Casati, cui s’erano aggiunti gli assessori Crivelli, Beretta

e Bellotti, personaggi franchi ed energici, trovatisi davanti al

Direttore di Polizia, esposero con parole di calda verità e di libero

sfogo la misera condizione del paese, gli insulti, le vezzazioni e le

persecuzioni di che i cittadini erano fatti scopo; e l’assessor Beretta

aggiunse francamente esser opinione generale che la provocazione di

tal trambusto partisse dalla Polizia; proposizione questa che mise il

Direttore su tutte le furie; ma non si ebbe altra soddisfazione. In

tutta la notte si continuavano le provocazioni e gli arresti, per modo

che al mattino le prigioni erano talmente stipate di gente d’ogni età

e d’ogni condizione, che gli stessi commissari esaminatori ne facevano

le più alte meraviglie (_Ultimi fatti di Milano ne’ giorni 2, 3 e 4

gennajo_. Losanna, 1848), e così terminò quell’infausto giorno. Il

mattino seguente si pubblicò sugli angoli più frequentati della città

l’avviso della Polizia che riporto tra i documenti al n.º V, il quale

destò ne’ cittadini la più alta indignazione.

Fino al mezzodì di questo giorno non si lasciava presagire sinistri

incontri. Se non che all’apparire delle pattuglie il popolo si affollò

e l’agitazione cominciò più fervente del giorno prima. Dal castello

alla Polizia correvano alquanti messaggi, e tra Radetzky e Torresani si

va tramando l’esterminio della città. L’istessa paga e lo stesso regalo

che si diede il giorno precedente si rinnovò pure in oggi non solo agli

scarcerati, ma ben anco ai soldati di linea del _grande impero_, che

frammischiali ai ladri ed ai borsajuoli vanno a scorribandare per la

Corsia de’ Servi. «Verso le cinque ore Milano (scrive l’autore degli

_Ultimi fatti di Milano_) fu invasa da parecchie centinaja di soldati,

quali per una via, quali per un’altra accorrenti al Corso maggiore:

cavalieri e fanti col zigaro in bocca, colla sciabola snudata,

irrompano sulla quasi muta moltitudine, e menando colpi alla cieca,

offendono qui un braccio, là un cranio, più in là un tergo; e siccome

l’ubbriaco s’infervora nella ferocia, mano mano che essi ferivano,

più le ferite divenivano profonde, più i colpi lesti e vigorosi.

L’inerme popolo così repentinamente assalito grida: non pensa alla

resistenza perchè non sa se invece di cento non siano mille, dieci

mila. I fanciulli strillano, le donne svengono, i vecchi cadono; e sui

fanciulli, sulle donne, sui vecchi, la tedesca ebrietà si disfoga. La

carneficina è fatta generale: nè v’è salvezza per alcuno, imperocchè

in tutta la folla non v’ha nè una spada, nè uno de’ tanti stili che

la fantasia de’ sciocchi romanzatori impresta sempre agli Italiani.

Questo nefando assassinio si commetteva in faccia alle tranquille

pattuglie sulla Corsia de’ Servi. La moltitudine guatava intorno

trasognata ma non fuggiva. Dappertutto i devastatori incontravano un

muro vivo di gente, la quale comecchè inerme, li sfidava. Uno di que’,

che non osiamo ormai chiamare soldati, inviperito dal nessuno spavento

prodotto, acciuffa un fanciulletto di undici anni, spazzacammino

seminudo, lo atterra ginocchione, e lo vuole costringere a fumare, il

fanciullo ricusa d’obbedire; l’altro insiste, e il generoso undecenne

rimane fiero e rincaponito rimpetto alle minacce; e qui la penna a

ritroso scrive che quel fanciullo ebbe spaccato il cranio da ripetuti

fendenti di sciabola, ed orridamente mutilato le membra. Poco oltre

verso la Galleria De–Cristoforis passava un Manganini, consigliere,

frequente convitato a’ pranzi di Torresani, aulico inquisitore in

una delle tetre commissioni austriache contro i carbonari; lo stesso

Salvotti non che il Manganini avrebbe ricapricciato assistendo ai

fatti che insanguinavano le vie di Milano; perciocchè l’ottuagenario

consigliere fremendo alla vista di quelle barbarie della soldatesca,

parlò come parla il cuore nei momenti che l’interesse ed il calcolo

lo lasciano parlare. Di repente, il vegliardo viene agguantato da

un militare, che percuotendolo gli ingiunge di tacersene, da quel

povero vecchio ch’era. Ma il povero vecchio che forse in quell’istante

ricevette da Dio la redenzione alle antiche viltà commesse, ripetè

tremante per la collera che egli, il soldato che l’aveva ingriffato

e tutti i suoi compagni erano altrettanti assassini: e tanto bastò

perchè due terribili colpi di sciabola gli partissero il capo in due,

e stramazzone piombasse a terra. Al caldo cadavere tosto intorno

s’agglomerano sinistre persone, una delle quali fu vista, da due

testimonj che noi potremmo citare, introdurre nella scarsella sinistra

dell’abito del giacente uno stilo; il quale stilo doveva poi figurare

con pompa nei rapporti della Polizia, ed autorizzare le sfacciate

menzogne dell’_Allgemeine Zeitung_.»

«Gli ubbriachi andavan menando colpi a dritta e mancina contro le

persone, e tanta era la rabbia del ferire, che le lame urtavano perfino

ne’ muri, nelle porte, nel selciato. Nella bottega di un noto librajo,

rimpelto alla Galleria De–Cristoforis (Carlo Turati), gli assassini

entrarono, ferirono qual poterono aggiungere, e poi furono visti, da

un giovine che si rannicchiò sotto al tavolo dell’officina, trinciare

colpi disperati contro le scanzie, contro fogli di carta disposti di

fila in fila, contro libri quasi consapevoli che la stampa dev’essere

la ruina di chi protegge consimile soldatesca.»

«Il dì andava imbrunendo. Nelle altre vie della città radi ma forse

ancora più brutali, alcuni soldati s’erano sparpagliati a diffondere

parte di quel terrore che sulla corsia dominava. Due o tre di essi, nel

mentre che il resto dell’orda ferendo e percuotendo batteva il corso di

Porta Comasina, entrarono in una bottega di povero rivenditor di vino,

tagliarono una mano al padrone che l’aveva sposta fuor dell’imposta;

abbrancò l’uno la moglie, l’altro la figlia, e d’inenarrabili insulti

ricoprirono ambedue; ed un terzo scese nella cantina, bevvè quanto

e più che voleva, e risalì barcolando, lasciando tutte le botti

sbarrate, e così tutta la sostanza del poveretto sperduta. Nell’ampia

via dell’Orso la masnada pareva più ebbra che altrove: due perseguono

un onesto cittadino: questi fugge entro una casa, oltrepassa la

dimora della portinaja, e sale la prima scala che gli si offre: i

due persecutori nella loro furia non veggono quasi che fra loro ed

il fuggente v’ha un cancello di ferro: entrano nell’uscio a manca e

vogliono inoltrarsi: la portinaja s’oppone all’invasione, ed ha chiuso

il secondo uscio che mette al cortile: _Aprite Italiana_! gridano

quei feroci dando color d’insulto a sì nobile parola: ma quella si

tien salda. Di repente essi si arrestano a guardarla con disonesto

sogghigno. Duro caso fu ch’ella fosse una bella giovinetta di circa 18

anni. I malandrini vollero bruttarle la faccia con baci puzzanti di

fumo ed acquavite, ma perciocchè ella opponeva loro viva difesa, la

arrestarono e via trascinarono incatenata come ribellata alla legge.

Sappiamo per certo che non se n’è più potuto aver novella: la disperata

madre è corsa dal padrone di casa, il padrone dal parroco, il parroco

alla Polizia; tentennamenti di spalle, ed un che vuole? sono tutte le

soddisfazioni che una madre ha potuto avere».

«Nell’osteria detta della _Foppa_ si contaminò, e poscia si ferì una

donna: la stessa padrona ricevette colpi di fendente; un fanciullo

che strillava troppo forte ebbe tagliato un braccio; un’infelice

ch’erasi ricoverato nella cantina fu ucciso con più di dodici colpi:

e per giunta il poco denaro che si trovava nel piccolo forziere del

tavolo della cucina fu involato; diciamo in fra parentesi che questo

sintomo di ladroneccio si manifestò quasi generalmente. L’ortolano de’

_Fate–bene–fratelli_ ebbe rotta una gamba da un colpo di fucile per

aver dimostrato orrore di simile strage.»

«La strada Sant’Angelo fu teatro di tremenda tragedia. Gli operai del

fabbricator di carrozze Sala, compiuto il lavoro se ne ritornavano

tranquilli alle rispettive loro abitazioni; forse essi non sapevano

pure la strage che correva le vie di Milano. Giunti presso la caserma

di fanteria, già pria chiostro di Sant’Angelo, si vedono repentinamente

impigliati fra due schiere di soldati armati di fucile con bajonette,

ed odono parola che ordina d’investirli senza misericordia. Spaventati

si sbandano disordinatamente, ed ogni fuggente s’ode alle terga un

feroce branco d’inseguenti. Uno de’ miseri venne confitto contro un

albero, e già esanime, la bajonetta andò passando e ripassando il

corpo suo; un altro venne massacrato sotto una panca di bottega nella

quale aveva cercato rifugio: nove altri furono feriti alle spalle; di

diciotto che erano, sette soli riescirono a scamparsela».

«Se l’orrore non fosse già abbastanza efficace noi potremmo venir qui

narrando altri molti fatti, di donne vilipese, di mercanti svaligiati,

e poi appesi col capo all’ingiù nella loro stessa bottega, di

mutilazioni nefande, d’atti insomma soprannaturali di ferocia: ma noi

non registriamo che fatti di cui abbiamo fondata certezza: e davvero

sono fatti che ammettano più incredulità che se fossero inventati».

«Singolare destino è che fra i morti la maggior parte fosse di tal

qualità, qual certo non l’avrebbe voluto la Polizia: il vecchio

Manganini a lei devoto; il cuoco di Ficquelmont; un operaio del Sala,

padre di sei figli; un fanciullo, una donna, e va dicendo. Ricordiamo

pure qui con orrore due circostanze: l’ordine preventivo (!!!) mandato

allo spedale di tener pronti tutti i dottori pei feriti che colà si

porterebbero..... e l’avviso dato alla Somailoff di non lasciar sortire

di casa le persone di servizio dopo le tre».

Tanti nefandi assassinj destarono negli animi dei Milanesi i

sentimenti della più alta vendetta. Si giurò in secreto l’esterminio

degli Austriaci; non vi dovevano essere più accordi fra noi e loro.

Non vi ebbe che un voto: _gli Austriaci dovranno abbandonare non

solo la Lombardia ma tutta intera l’Italia_. I nostri fratelli, di

questa bella nazione prediletta dal sole, si commossero alle nostre

sciagure, e ci promisero ajuto. Al Piemonte, fatto segno della accanita

politica austriaca, si attribuiva l’origine delle tante dimostrazioni

che ad ogni giorno ad ogni ora si andavano facendo. Il teatro alla

Scala, unico sito di convegno della più alta Società di Milano, fu

abbandonato, non vi fu un divertimento straordinario, non una festa da

ballo, non una soirée, non un segno di carnevale.

Ed intanto che si fa, che si spera? petulanti avvisi della Polizia si

leggono affissi ed accomunati coi sinceri proclami del Municipio, e

colle menzognere parole dell’ex Vicerè. Vedi il citato documento n.

V, ed i numeri VI, VII e VIII. Si voleva una soddisfazione: invano la

dimandano il nostro Podestà e gli Assessori municipali. L’insulto alla

popolazione fu pubblico, pubblica ne doveva essere l’ammenda: ma no,

le ricompense tutte furono per gli assassini, per noi le carceri, gli

esili e tutti gli avvilimenti. L’ex Vicerè, Torresani e Radetzky si

scambiarono vicendevolmente le loro congratulazioni, gli agenti della

Polizia ebbero larghe rimunerazioni, ed il Feld–Maresciallo esponeva a’

suoi soldati, coll’Ordine del giorno del 18 gennajo, la persuasione del

suo Principe di conservarsi il regno Lombardo–Veneto fidando nella sua

spada e nel valore delle truppe, di cui avevano già date belle prove in

settembre e nei primi di gennajo. V. documento n.º IX.

Cronaca della rivoluzione di Milano · 第 18 / 20 段