mio assunto, il far conoscere quanto piccola ed insofferente fosse
divenuta la nostra Censura sotto la direzione del signor Ragazzi
Questo zelante interprete delle disposizioni del cessato dominio
Austriaco, già commesso di Polizia a Pavia, ove dovette battere una
vergognosa ritirata per salvare la vita minacciatagli dagli studenti,
ebbe pochi giorni prima della Rivoluzione la conferma di capo della
Censura ed il titolo di consigliere imperiale, con l’aumento di qualche
centinaja di fiorini, premio delle sue ribalderie. Egli si vantava che
avrebbe messo l’ordine alle stamperie di Milano, che il numero era
esorbitante, e che dovevasi ridurle ad un terzo; che le opere erano
perniciose; e n’aveva ben ragione parlando di quelle che si stampavano
a Milano, perchè ad eccezione di pochi articoli di giornali, il resto
non era che qualche traduzione ed altro di nessuna importanza. Ma non
voglio narrare che un fatto mio, mentre pel corso di nove anni ebbi
sgraziatamente a dipendere da quest’ufficio, e se dovessi pubblicare
tutti i commenti, annotazioni, osservazioni, ec., avrei da far ridere
per qualche ora gli amici. Nel novembre 1846 presentai un mio articolo
a quest’ufficio per essere licenziato: ma dopo lungo esame mi fu
rimandato coll’_a tergo: L’Imperiale Regia Censura non è autorizzata
a permettere la pubblicazione del presente articolo_. Non sapeva a
chi rivolgermi. M’informai da un impiegato della stessa Censura, il
quale mi disse: _può rivolgersi all’Eccelso I. R. Governo, o meglio
all’Ufficio Generale di Vienna_. Accettai questo secondo partito,
ed approfittandomi d’un amico che si portava a quella capitale gli
consegnai lo scritto e glielo raccomandai caldamente. Egli l’affidò ad
uno di quegli agenti aulici, il quale mi promise, dietro un pattuito
premio, che mi avrebbe servito _statim_. Passarono alcuni mesi e
nessuna risposta. Finalmente venne spedito colla massima segretezza
al Governo di Milano, il quale lo mandò alla Polizia, e quindi alla
Censura per le informazioni. La Censura di Vienna domandava la _ragione
perchè non si dovesse permettere quell’articolo_: la Censura di Milano
intese la domanda? il lettore lo giudichi dalla risposta. _Il signor
Tettoni è persona comperata dal sig. N., parla pubblicamente in teatro
ed in caffè che si è fissato di farla dire a quest’I. R. Censura.
Questo è quanto si ha l’onore di partecipare, ec_. Quant’analogia alla
domanda! Questa risposta fatta colla massima cautela venne letta,
copiata e trasmessami dal mio incaricato di Vienna. La suprema Censura
credette bene di non restituirmi più l’originale, nè di parteciparmi le
disposizioni in proposito.
In altra occasione però anteriore a questa, essendo stato favorito
dalla stessa suprema Censura, feci le mie meraviglie coll’ex marchese
Ragazzi, e questi mi rispose _esser avvenuto perchè i Viennesi non
intendevano l’italiano_.
Era giunto a tale il rigore della Censura, che oltre alle ristrettezze
per quanto si stampava nel paese, restava assolutamente proibita
l’introduzione dei fogli politici stampati all’estero, e segnatamente
quei di Piemonte, di Toscana e dello Stato Pontificio, dopo
l’esaltazione del Sommo Pio al Soglio di Pietro; le grandi opere di
Gioberti, le tragedie di Nicolini, gli scritti di Balbo, Azeglio,
Mazzini e Petiti; le poesie del Giusti e di Berchet, e di tant’altri
che per ogni dove sorgevano a predicare l’indipendenza e l’unione
Italiana, portava a chi li possedeva una condanna criminale se
cittadino, lo sfratto di tutti gli Stati se forestiero.
[17] Il giorno 8 di settembre è consacrato dai Milanesi alla festa
della Natività di M. V. titolare della loro cattedrale. A solennizzarla
con maggior lustro ed anche in onore del nuovo Arcivescovo, si volle
rinnovar quell’istessa illuminazione della piazza del Duomo e della
piazza Fontana colla quale aveva tre giorni prima condecorato il di lui
solenne ingresso in questa Metropolitana. Quando verso le ore dieci e
mezzo parecchi cittadini venendo dalla porta Ticinese accompagnati da
gran folla di popolo procederono fino alla piazza del Duomo, cantando
l’inno di Pio Nono. Fermatisi avanti il _Caffè Reale_, ora _caffè Pio
IX_, rinnovarono quel cantico.—Quivi le guardie di Polizia, istigate
dal conte Bolza, si fecero avanti per impedire che si proseguisse di
cantare. Si venne alle mani, ed a’ nostri riescì di far fuggire i
poliziotti. Di poi tranquilli s’avviarono alla piazza Fontana, e dopo
di aver gridato viva Pio Nono, viva l’arcivescovo Romilli, ricominciò
nuovamente il lieto canto. Allora si mosse la truppa a cavallo e collo
squadrone sfoderato tentò dissipare il popolo che affollatissimo si
traeva sotto le finestre dell’Arcivescovo per applaudire.—Non trovando
possibile il farsi strada nella calca i soldati diedero di sperone
al cavallo, e minacciando e ferendo giunsero a farsi largo fra le
disperate grida delle donne, dei fanciulli, degli uomini tutti inabili
alla difesa, mentre non erano provvisti nè anche di un bastone. A tanto
spettacolo atterrito Monsignor Arcivescovo dovette discendere sulla
piazza accompagnato da altro sacerdote, e procurò con acconce parole di
manifestare il suo contento all’amato gregge per quelle dimostrazioni,
pregandolo a volersi contenere e ritornare alla propria abitazione. Da
un lato parole consolanti, dall’altra minacce e sfogo di rabbia; fino a
tanto che Monsignor Arcivescovo fu costretto di far entrare la truppa
nel cortile del suo palazzo. Più di trenta rimasero feriti e tutta
gente che fuggiva, siccome fece provato l’esser feriti o nelle spalle
o nella schiena. Altrettanti furono malconci dall’urto della folla, il
negoziante Ezechiele Abate restò morto non d’asfissia, come asserì la
Gazzetta di Milano, ma da una percossa datagli nel petto da un agente
di Polizia, ed a una donna fu tagliato un’orecchia.
Un articolo pubblicato nella _Gazzetta di Milano_ del giorno 9 di
questo mese, invertendo la cosa a suo modo, fece di questa scena il
più scellerato quadro in nostro svantaggio. Speriamo ora che l’Italia
è fatta libera, sarà pur libera la Gazzetta del signor Lambertini, e
non costretta a pubblicare articoli infamanti la sua nazione ed i suoi
concittadini, siccome usò in questi ultimi mesi.
Per alcune sere la Polizia di Milano raddoppiò le sue pattuglie. Armati
a cavallo, armati a piedi, tutti dovevano minacciare, ferire, ed i
vili non ardivano di attaccare la gioventù attruppata sugli angoli
della città ad aspettarli. Inveivano contro i fuggitivi e contro
quelli che soli e tranquilli si portavano alle loro case. Valga questo
fatto per mille ch’io potrei narrare. Certo signor Olgiati, persona
proba e benevisa da tutti i suoi conoscenti, la sera del giorno 11
ritornando dal Teatro alla Scala alla sua abitazione in contrada di
S. Romano, attraversando il corso s’incontrò in una pattuglia che
correva dietro ad una famiglia fuggente. Soffermatasi all’arrivo
dell’Olgiati, lo minaccia: egli tenta fuggire, ma essi con un colpo di
moschetto lo atterrano e quindi gli danno tre puntate di bajonetta che
fortunatamente poco più gli faceano che scalfirgli la pelle, difeso da
un fascio di carta che aveva nella tasca dell’abito dinanzi al petto.
Riavutosi dallo spavento si portò a casa, ed il giorno dopo avendo
dirette le sue querele ed alla Polizia ed al Governatore, non gli fu
dato ascolto, e poco mancò che non lo trattassero da mascalzone e da
malvivente.
[18] Il malcontento per la tracotante superchieria del governo e della
Polizia austriaca andava di giorno in giorno serpendo negli animi
degli abitanti del regno Lombardo–Veneto. I Giornali italiani ed
esteri procuravano di farci comprendere il bisogno di stringerci, di
unirci insieme, di distruggere quelle gare municipali che pur troppo
furono causa di tanti danni, per poi scacciare il comune nemico. I
primi a darne l’esempio furono i Piemontesi. Il Re Carlo Alberto, il
solo principe italiano, vide il suo Stato in via di progresso stabile
e costante, e seguendo i moti del suo cuore, uniformi ai principi
politici dell’immortale Pio IX, volle con le più ampie concessioni
riformarlo e metterlo a livello delle più incivilite nazioni
d’Europa. Ed allora le città, i borghi ed i villaggi della monarchia
Sabauda, dimenticandosi i torti sofferti a’ tempi delle fazioni, che
le mantennero in continuo odio fra esse fino a questi giorni, si
scambiarono le bandiere, si perdonarono le offese, tra le più esultanti
feste di gioja giurarono stretta unione e vera fratellanza, avendo
compreso la gran massima che nell’unione sta la forza.
Allora gli amici della buona causa italiana vollero vedere se anche
nelle provincie Lombardo–Venete si sarebbe compreso il bisogno
d’unirsi. Era necessaria una dimostrazione manifesta, e si deliberò
l’abbandono dell’uso di fumare. Un gran sacrificio doveva costare
agli abitanti, poichè troppo invalsa era fra loro questa sconcia
consuetudine che fruttava cinque milioni annui all’austriaco erario.
Pur nondimeno tosto che questa deliberazione venne detta fra amici,
essi la propagarono e dalla capitale passò nelle provincie, e quindi
nei piccoli paesi e villaggi sino nel Tirolo Italiano, per modo che
tutta la popolazione giurò in secreto che l’ultimo giorno di dicembre
1847 sarebbe stato l’ultimo per l’uso della pipa. Per facilitare la
diffusione del gran patto si fece litografare l’avvertimento popolare
che riporto tra i documenti il n.º III.
La Polizia di Milano che consumava parecchie centinaja di migliaja
fiorini in ispionaggi, resa consapevole di questo accordo, stette in
aspettativa che si avverasse il fatto e come giunse il 1.º gennajo
fu convinta della realtà. La politica di quest’officio inquisitorio
inappellabile fu sempre quella di voler ridurre la popolazione con
mezzi turpi e violenti a schiavitù. Ora ecco l’argine ch’essa credette
opporre al torrente: il giorno due, a mezzodì fece aprire le prigioni
ad una turba di malviventi e di gente perduta, ingiungendo loro di
andare in frotte fumando e provocando con ogni pretesto tumulti
e collisioni fra la tranquilla popolazione, ed a meglio ottenere
l’intento li fece regalare quattro zigari e tre lire austriache per
ciascheduno. A questi ribaldi si aggiunsero le pattuglie, destinate
a proteggere l’ordine e la vita del cittadino, cui si dava novello
incarico di commettere turbolenze e prepotenti arresti. Pattuglie a
piedi, a cavallo di tutte le nazioni soggette all’Austria e poliziotti,
percorrono le vie più popolose, insultando, minacciando, percuotendo
ed arrestando persone d’ogni qualità e d’ogni sesso. Fra gli arrestati
vi fu pure il nostro podestà Gabrio Casati, mentre arringava al popolo
consigliandolo a quiete e prudenza. La nuova di questo arresto fece
ricapricciare i cittadini che giurarono in un momento di vendicarne
l’affronto.
Questo illustre cittadino sostenendo la primaria carica municipale con
varie prove di virtù seppe acquistarsi l’affetto di tutti i Milanesi,
che in lui salutano un padre, un amico, ed un degno rappresentante e
sostenitore dei diritti municipali, ed ultimamente il primo motore
della liberazione della patria. Sia bastante prova del suo zelo, del
suo amor patriottico la protesta con cui il 9 febbrajo reclamò dal
Governatore della Lombardia contro l’iniquo abuso di potere verso
alcuni cittadini. Vedi documento n.º IV.
Il podestà Casati, cui s’erano aggiunti gli assessori Crivelli, Beretta
e Bellotti, personaggi franchi ed energici, trovatisi davanti al
Direttore di Polizia, esposero con parole di calda verità e di libero
sfogo la misera condizione del paese, gli insulti, le vezzazioni e le
persecuzioni di che i cittadini erano fatti scopo; e l’assessor Beretta
aggiunse francamente esser opinione generale che la provocazione di
tal trambusto partisse dalla Polizia; proposizione questa che mise il
Direttore su tutte le furie; ma non si ebbe altra soddisfazione. In
tutta la notte si continuavano le provocazioni e gli arresti, per modo
che al mattino le prigioni erano talmente stipate di gente d’ogni età
e d’ogni condizione, che gli stessi commissari esaminatori ne facevano
le più alte meraviglie (_Ultimi fatti di Milano ne’ giorni 2, 3 e 4
gennajo_. Losanna, 1848), e così terminò quell’infausto giorno. Il
mattino seguente si pubblicò sugli angoli più frequentati della città
l’avviso della Polizia che riporto tra i documenti al n.º V, il quale
destò ne’ cittadini la più alta indignazione.
Fino al mezzodì di questo giorno non si lasciava presagire sinistri
incontri. Se non che all’apparire delle pattuglie il popolo si affollò
e l’agitazione cominciò più fervente del giorno prima. Dal castello
alla Polizia correvano alquanti messaggi, e tra Radetzky e Torresani si
va tramando l’esterminio della città. L’istessa paga e lo stesso regalo
che si diede il giorno precedente si rinnovò pure in oggi non solo agli
scarcerati, ma ben anco ai soldati di linea del _grande impero_, che
frammischiali ai ladri ed ai borsajuoli vanno a scorribandare per la
Corsia de’ Servi. «Verso le cinque ore Milano (scrive l’autore degli
_Ultimi fatti di Milano_) fu invasa da parecchie centinaja di soldati,
quali per una via, quali per un’altra accorrenti al Corso maggiore:
cavalieri e fanti col zigaro in bocca, colla sciabola snudata,
irrompano sulla quasi muta moltitudine, e menando colpi alla cieca,
offendono qui un braccio, là un cranio, più in là un tergo; e siccome
l’ubbriaco s’infervora nella ferocia, mano mano che essi ferivano,
più le ferite divenivano profonde, più i colpi lesti e vigorosi.
L’inerme popolo così repentinamente assalito grida: non pensa alla
resistenza perchè non sa se invece di cento non siano mille, dieci
mila. I fanciulli strillano, le donne svengono, i vecchi cadono; e sui
fanciulli, sulle donne, sui vecchi, la tedesca ebrietà si disfoga. La
carneficina è fatta generale: nè v’è salvezza per alcuno, imperocchè
in tutta la folla non v’ha nè una spada, nè uno de’ tanti stili che
la fantasia de’ sciocchi romanzatori impresta sempre agli Italiani.
Questo nefando assassinio si commetteva in faccia alle tranquille
pattuglie sulla Corsia de’ Servi. La moltitudine guatava intorno
trasognata ma non fuggiva. Dappertutto i devastatori incontravano un
muro vivo di gente, la quale comecchè inerme, li sfidava. Uno di que’,
che non osiamo ormai chiamare soldati, inviperito dal nessuno spavento
prodotto, acciuffa un fanciulletto di undici anni, spazzacammino
seminudo, lo atterra ginocchione, e lo vuole costringere a fumare, il
fanciullo ricusa d’obbedire; l’altro insiste, e il generoso undecenne
rimane fiero e rincaponito rimpetto alle minacce; e qui la penna a
ritroso scrive che quel fanciullo ebbe spaccato il cranio da ripetuti
fendenti di sciabola, ed orridamente mutilato le membra. Poco oltre
verso la Galleria De–Cristoforis passava un Manganini, consigliere,
frequente convitato a’ pranzi di Torresani, aulico inquisitore in
una delle tetre commissioni austriache contro i carbonari; lo stesso
Salvotti non che il Manganini avrebbe ricapricciato assistendo ai
fatti che insanguinavano le vie di Milano; perciocchè l’ottuagenario
consigliere fremendo alla vista di quelle barbarie della soldatesca,
parlò come parla il cuore nei momenti che l’interesse ed il calcolo
lo lasciano parlare. Di repente, il vegliardo viene agguantato da
un militare, che percuotendolo gli ingiunge di tacersene, da quel
povero vecchio ch’era. Ma il povero vecchio che forse in quell’istante
ricevette da Dio la redenzione alle antiche viltà commesse, ripetè
tremante per la collera che egli, il soldato che l’aveva ingriffato
e tutti i suoi compagni erano altrettanti assassini: e tanto bastò
perchè due terribili colpi di sciabola gli partissero il capo in due,
e stramazzone piombasse a terra. Al caldo cadavere tosto intorno
s’agglomerano sinistre persone, una delle quali fu vista, da due
testimonj che noi potremmo citare, introdurre nella scarsella sinistra
dell’abito del giacente uno stilo; il quale stilo doveva poi figurare
con pompa nei rapporti della Polizia, ed autorizzare le sfacciate
menzogne dell’_Allgemeine Zeitung_.»
«Gli ubbriachi andavan menando colpi a dritta e mancina contro le
persone, e tanta era la rabbia del ferire, che le lame urtavano perfino
ne’ muri, nelle porte, nel selciato. Nella bottega di un noto librajo,
rimpelto alla Galleria De–Cristoforis (Carlo Turati), gli assassini
entrarono, ferirono qual poterono aggiungere, e poi furono visti, da
un giovine che si rannicchiò sotto al tavolo dell’officina, trinciare
colpi disperati contro le scanzie, contro fogli di carta disposti di
fila in fila, contro libri quasi consapevoli che la stampa dev’essere
la ruina di chi protegge consimile soldatesca.»
«Il dì andava imbrunendo. Nelle altre vie della città radi ma forse
ancora più brutali, alcuni soldati s’erano sparpagliati a diffondere
parte di quel terrore che sulla corsia dominava. Due o tre di essi, nel
mentre che il resto dell’orda ferendo e percuotendo batteva il corso di
Porta Comasina, entrarono in una bottega di povero rivenditor di vino,
tagliarono una mano al padrone che l’aveva sposta fuor dell’imposta;
abbrancò l’uno la moglie, l’altro la figlia, e d’inenarrabili insulti
ricoprirono ambedue; ed un terzo scese nella cantina, bevvè quanto
e più che voleva, e risalì barcolando, lasciando tutte le botti
sbarrate, e così tutta la sostanza del poveretto sperduta. Nell’ampia
via dell’Orso la masnada pareva più ebbra che altrove: due perseguono
un onesto cittadino: questi fugge entro una casa, oltrepassa la
dimora della portinaja, e sale la prima scala che gli si offre: i
due persecutori nella loro furia non veggono quasi che fra loro ed
il fuggente v’ha un cancello di ferro: entrano nell’uscio a manca e
vogliono inoltrarsi: la portinaja s’oppone all’invasione, ed ha chiuso
il secondo uscio che mette al cortile: _Aprite Italiana_! gridano
quei feroci dando color d’insulto a sì nobile parola: ma quella si
tien salda. Di repente essi si arrestano a guardarla con disonesto
sogghigno. Duro caso fu ch’ella fosse una bella giovinetta di circa 18
anni. I malandrini vollero bruttarle la faccia con baci puzzanti di
fumo ed acquavite, ma perciocchè ella opponeva loro viva difesa, la
arrestarono e via trascinarono incatenata come ribellata alla legge.
Sappiamo per certo che non se n’è più potuto aver novella: la disperata
madre è corsa dal padrone di casa, il padrone dal parroco, il parroco
alla Polizia; tentennamenti di spalle, ed un che vuole? sono tutte le
soddisfazioni che una madre ha potuto avere».
«Nell’osteria detta della _Foppa_ si contaminò, e poscia si ferì una
donna: la stessa padrona ricevette colpi di fendente; un fanciullo
che strillava troppo forte ebbe tagliato un braccio; un’infelice
ch’erasi ricoverato nella cantina fu ucciso con più di dodici colpi:
e per giunta il poco denaro che si trovava nel piccolo forziere del
tavolo della cucina fu involato; diciamo in fra parentesi che questo
sintomo di ladroneccio si manifestò quasi generalmente. L’ortolano de’
_Fate–bene–fratelli_ ebbe rotta una gamba da un colpo di fucile per
aver dimostrato orrore di simile strage.»
«La strada Sant’Angelo fu teatro di tremenda tragedia. Gli operai del
fabbricator di carrozze Sala, compiuto il lavoro se ne ritornavano
tranquilli alle rispettive loro abitazioni; forse essi non sapevano
pure la strage che correva le vie di Milano. Giunti presso la caserma
di fanteria, già pria chiostro di Sant’Angelo, si vedono repentinamente
impigliati fra due schiere di soldati armati di fucile con bajonette,
ed odono parola che ordina d’investirli senza misericordia. Spaventati
si sbandano disordinatamente, ed ogni fuggente s’ode alle terga un
feroce branco d’inseguenti. Uno de’ miseri venne confitto contro un
albero, e già esanime, la bajonetta andò passando e ripassando il
corpo suo; un altro venne massacrato sotto una panca di bottega nella
quale aveva cercato rifugio: nove altri furono feriti alle spalle; di
diciotto che erano, sette soli riescirono a scamparsela».
«Se l’orrore non fosse già abbastanza efficace noi potremmo venir qui
narrando altri molti fatti, di donne vilipese, di mercanti svaligiati,
e poi appesi col capo all’ingiù nella loro stessa bottega, di
mutilazioni nefande, d’atti insomma soprannaturali di ferocia: ma noi
non registriamo che fatti di cui abbiamo fondata certezza: e davvero
sono fatti che ammettano più incredulità che se fossero inventati».
«Singolare destino è che fra i morti la maggior parte fosse di tal
qualità, qual certo non l’avrebbe voluto la Polizia: il vecchio
Manganini a lei devoto; il cuoco di Ficquelmont; un operaio del Sala,
padre di sei figli; un fanciullo, una donna, e va dicendo. Ricordiamo
pure qui con orrore due circostanze: l’ordine preventivo (!!!) mandato
allo spedale di tener pronti tutti i dottori pei feriti che colà si
porterebbero..... e l’avviso dato alla Somailoff di non lasciar sortire
di casa le persone di servizio dopo le tre».
Tanti nefandi assassinj destarono negli animi dei Milanesi i
sentimenti della più alta vendetta. Si giurò in secreto l’esterminio
degli Austriaci; non vi dovevano essere più accordi fra noi e loro.
Non vi ebbe che un voto: _gli Austriaci dovranno abbandonare non
solo la Lombardia ma tutta intera l’Italia_. I nostri fratelli, di
questa bella nazione prediletta dal sole, si commossero alle nostre
sciagure, e ci promisero ajuto. Al Piemonte, fatto segno della accanita
politica austriaca, si attribuiva l’origine delle tante dimostrazioni
che ad ogni giorno ad ogni ora si andavano facendo. Il teatro alla
Scala, unico sito di convegno della più alta Società di Milano, fu
abbandonato, non vi fu un divertimento straordinario, non una festa da
ballo, non una soirée, non un segno di carnevale.
Ed intanto che si fa, che si spera? petulanti avvisi della Polizia si
leggono affissi ed accomunati coi sinceri proclami del Municipio, e
colle menzognere parole dell’ex Vicerè. Vedi il citato documento n.
V, ed i numeri VI, VII e VIII. Si voleva una soddisfazione: invano la
dimandano il nostro Podestà e gli Assessori municipali. L’insulto alla
popolazione fu pubblico, pubblica ne doveva essere l’ammenda: ma no,
le ricompense tutte furono per gli assassini, per noi le carceri, gli
esili e tutti gli avvilimenti. L’ex Vicerè, Torresani e Radetzky si
scambiarono vicendevolmente le loro congratulazioni, gli agenti della
Polizia ebbero larghe rimunerazioni, ed il Feld–Maresciallo esponeva a’
suoi soldati, coll’Ordine del giorno del 18 gennajo, la persuasione del
suo Principe di conservarsi il regno Lombardo–Veneto fidando nella sua
spada e nel valore delle truppe, di cui avevano già date belle prove in
settembre e nei primi di gennajo. V. documento n.º IX.