Il tuo reggimento e il battaglione di Brodiani hanno una bellissima

presenza; anche Windischgrätz è bello, e gli uomini che io vidi hanno

buonissime cavalcature. Sento in questo punto che fra un’ora incomincia

l’inscrizione della Guardia Civica, dove vi saranno certamente delle

liti per la preminenza; alcuni dicono che in questa circostanza si

benediranno le bandiere, naturalmente tricolori, al che assisterà anche

il Vicerè! E ciò accade in una città di provincia austriaca!

RANIERI.

CARO ERNESTO!

_Verona, 20 marzo 1848._

Ti sovviene degli scritti che ti spedii già a Lodi e delle descrizioni

che contenevano dell’esercitarsi che facevano le persone, della

introduzione delle armi, ecc.; ora finalmente crederà la Polizia che

queste deposizioni lasciate completamente inconsiderate erano vere, ma

troppo tardi. Ora tutto è finito, e noi dobbiamo la conservazione della

città di Milano per la monarchia solo all’avvedutezza del F. M.[53] ed

al valore delle truppe. Il capitano Huyn passò da questa città andando

come corriere a Vienna. Era stato in Castello, aveva uditi i rapporti,

ed alla sua partenza (alle undici della sera del 18) aveva veduto tutto

il disordine fatto nella città. Al Broletto i cannoni da 12 avranno

fatto dei magnifici buchi. Egli però non conosceva l’esito dell’affare,

perchè F. M. lo spedì mentre, certo della vittoria, faceva bivaccare

i soldati sulle piazze. Huyn, disse essere morti circa 40 soldati e

molti feriti, anche un ufficiale superiore. Si dovevano fucilare tutti

i prigionieri, non esclusi _Casati_ e duca _Litta_, che si dicano pure

del numero. La _Legge marziale_ è già stata spedita jeri a Milano per

mezzo di un uffiziale con due bersaglieri Brodiani; ed oggi alle due

può già essere pubblicata e messa in attività. Questo è l’unico mezzo.

Bisogna dire che i Milanesi debbono attribuire tutto ciò a sè medesimi,

giacchè F. M. ha avuto bastantemente pazienza. Ne fosse almeno rimasto

morto un bel numero, che ciò infonderà loro un poco di rispetto per

la truppa. I soldati avranno mostrato poca moderazione nell’assalto:

va benissimo. Casati è pure un vero _baron fottuto_[54]. La posta non

arrivò nè jeri nè oggi da Milano, nè si vide alcun corriere. In Venezia

tutto tornò tranquillo; qui si grida assai, e Gerhardi temeva qualche

cosa in causa degli avvenimenti di Milano, essendosi qui sparsa la

nuova essere F. M. con tutta la guarnigione prigioniero nel castello,

ed i Milanesi vincitori; ma sono già le due ore, e sembra che non

voglia accadere nulla. F. M. ha scritto perchè si spedisca a Milano

sotto buona scorta la munizione consumata[55] in cannoni ed obizzi per

il rispettivo completamento. Almeno conoscono i Milanesi a quest’ora

la musica dei cannoni da 12. Il general Woyna e Prelot erano ancora

nel palazzo di Corte; avranno sofferto un bel spavento. Il battaglione

di granatieri italiani deve aver commesso degli eccessi in Brescia;

non deve avere nessuna disciplina. Quelli del reggimento Haugwitz

dicesi vadano sempre abbracciati cogli abitanti, e fraternizzano con

essi, cosicchè non si possa aspettar nulla da quel reggimento. Qui

si dice che abbiano rifiutato di far fuoco, ma sino ad ora non si

venne a questo passo; può però succedere. Ora vorrei assumermi di

pettinare ben bene la città di Milano. Anche in Parma devono esservi

disordini. I Piemontesi dovevano nel medesimo giorno occupare Pavia,

ma non lo fecero. Secondo tutte le notizie che sino a questo punto ci

arrivarono, non devono esser penetrati contadini nella città; del resto

F. M. avrebbe spacciati anche questi. A Vienna non deve esservi ancora

quiete, perchè sembra che la Corte voglia partire ed abbandonare la

città al militare. Certo ciò sarebbe l’unico mezzo per acquietarla, ma

credo che si voglia piuttosto far concessioni che usar rigore.

Ora abbiamo una Costituzione, per cui non possiamo più servire nel

civile, ed il militare perde il suo rango. Io domando cosa dobbiamo

fare? Solo oggi papà mi disse in segreto, e non lo disse nè a mamma,

nè ad Enrico, che appena vi sarà un po’ di quiete, egli deporrà la sua

carica, e si ritirerà alla campagna, pretestando la sua avanzata età,

per non restare sotto la Costituzione. Ma io che debbo fare? Nulla,

non voglio, e se non è più possibile nel civile, andrò anch’io nel

militare, per farmi uccidere alla prima occasione, perchè allora non

avrò più a pensare al resto. Ciò noi lo dobbiamo al nostro governo

donnesco; un idiota per imperatore, una tignuola per successore

presuntivo, e un ragazzo prepotente per suo principe ereditario; e in

coda a questi...... l’imperatrice madre, Sofia, Tabarro e tutti....[56]

appartenente ad ognuna di esse.

In questo modo, e per questa gente precipiterà la Monarchia che

era tanto forte. Metternich è fuggito; Kollovrat e zio Luigi, e

probabilmente anche gli altri ministri si ritireranno; nè se ne

troveranno altri senza ulteriori concessioni, e così cadremo nel

precipizio che tutti ci ingojerà. Pensando a un tale andamento delle

cose si rizzano, come dico, i capelli sulla fronte. Non manca altro

fuorchè la Russia ci nieghi il denaro promesso e ci dichiari la

guerra, che allora possiamo dire: _adieux_ all’imperatore, e farci

inscrivere come _citoyens_ nella Guardia Civica. Domani arriva il

reggimento Fürstenwäter, e il tuo marcerà verso Brescia; arriverà qui

un battaglione del Banato, e i Brodiani alla loro volta marceranno

verso il Po. La Civica fa già pattuglie co’ suoi schizzetti tutti rossi

dalla ruggine. Due signori, fra i quali Giusti, che avevano abbandonato

il servizio riservandosi la qualifica, lo abbandonarono ora interamente

per poter entrare in essa. Essi fanno diligentemente la ronda di

giorno, quando non piovve. Tutto il giorno non s’ode altro che gridar:

Viva l’Italia e Libertà, e cantar canzoni liberali. In casa noi abbiamo

sempre due guardie di loro. Oggi pretendevano già di mettere un posto

di guardia ad ogni Porta e ad ogni Castello, e dicesi che invece di

400 ne siano già armati 1500, i quali alla prima occasione agiranno

contro la truppa. Dovresti vedere come il tenente maresciallo Gerhardi

è indispettito da tutto questo. F. M. avrà una bella compiacenza nella

Guardia Civica. In questo momento arrivano notizie di nuovi subbugli

a Venezia, Trento e Roveredo, ma non si sa cosa sia accaduto. Addio.

Finisco, perchè devo andare a passeggio; manda le mie lettere, questa

e quella di jeri a Sigismondo, perchè non ho il tempo di scrivergli in

particolare.

RANIERI.

N.º XX.

AVVISO

DEL GOVERNO PROVVISORIO.

Allorchè ne’ primi giorni della nostra liberazione dalla tirannide

dello straniero i nostri cuori si sollevarono a Dio che benedisse

la causa della giustizia, sentimmo desiderio amarissimo de’ perduti

fratelli; e la memoria presente de’ prodi che per i primi fecero

getto della vita per la Patria, o furono immolati dalla barbarie

dell’oppressore, scemava la pienezza della letizia cittadina.

Molte e molte famiglie piangevano; a non poche era tuttora ignota la

sorte dei loro cari: la Città non sapeva ancora tutta l’opera crudele

del nemico.

Alcune delle nostre nobili e belle contrade sono tuttavia pronte al

sagrificio, per la santa causa che noi vincemmo.

Paghiamo frattanto il tributo della riconoscenza e del dolore a quelli

che morirono per la Patria: finita la santa guerra, conosceremo tutto

quello che ci costava il riacquisto de’ nostri diritti.

Giusta l’invito già fatto a’ Cittadini con altro Avviso del Governo

Provvisorio, giovedì 6 corrente aprile saranno celebrate nella

Metropolitana le solenni esequie dei morti ne’ cinque giorni della

battaglia.

Affinchè cotesta pietosa e patria funzione proceda con quell’ordine

severo che la solenne circostanza richiede, le diverse Magistrature

e Rappresentanze si raccoglieranno in tre diversi luoghi, cioè nel

Palazzo _Marino_, nel Palazzo Municipale al _Broletto_ e nella

Residenza della Società d’incoraggiamento delle arti e mestieri alla

_Piazza de’ Mercanti_, alle ore 10 della mattina precise, per recarsi

in ordinate schiere alla Metropolitana, ove si disporranno ne’ posti

a ciascuna di esse prefissi. Dal Palazzo Marino, ove siede il Governo

Provvisorio, partiranno alla detta ora:

Il Ministero della Guerra e i quattro Comitati di Finanza, Sicurezza,

Sanità e Sussistenza;

I Consoli delle Potenze estere sedenti in Milano;

Il comandante e lo Stato Maggiore della Guardia Civica;

Il Presidente e il Vicepresidente del Consiglio di Stato, e

l’Intendente generale delle Finanze;

Il Dirigente della Giunta del Censimento;

I Presidenti dei Tribunali d’Appello di III.ª e II.ª Istanza ed i

Presidenti di I.ª Istanza Civile, Criminale e di Commercio;

Il Presidente e i Membri effettivi dell’Istituto, i due Bibliotecarj di

Brera e dell’Ambrosiana e il Direttore del Gabinetto Numismatico;

Il Presidente e i Consiglieri dell’Accademia di belle Arti;

Il Prefetto del Monte;

Il Direttore delle Poste nazionali;

La Congregazione Provinciale;

L’Intendente Provinciale delle Finanze;

I due Capi delle sezioni della Contabilità;

Il Direttore del Censo;

I Direttori dei due Licei;

La Direzione dei Ginnasj:

Il Direttore della Scuola Tecnica;

Il Direttore e il Censore del Conservatorio di musica;

L’Ispettorato delle Scuole Elementari;

L’Amministrazione e il Direttore dello Spedale;

L’Amministrazione e la Direzione de’ Luoghi pii elemosinieri;

Il Direttore delle Pie Case d’industria;

La Commissione straordinaria di beneficenza;

Una Deputazione de’ Patrioti degli altri Stati Italiani;

L’Ispettore della Stamperia Nazionale.

Dal Palazzo Municipale al _Broletto_, procederanno i diversi Uffici e

le Rappresentanze che seguono:

Il Corpo Municipale;

Una Rappresentanza delle Cittadine che si prestarono alla visita

dei feriti nella difesa della patria, e di quelle che lavorano per

l’armamento;

Una Deputazione de’ volontarj Liguri, Piemontesi e Svizzeri; Una

Rappresentanza dei Parrochi, de’ Sacerdoti dell’Ospedale e delle

Ambulanze, de’ Padri Fatebenefratelli e delle Suore di Carità dette

Fatebenesorelle;

La Presidenza degli Asili di Carità per l’infanzia e quella del

Patronato de’ liberati dal carcere;

Una Rappresentanza della Società Patriotica, del Teatro Patriotico,

degli Artisti, dell’Unione, del Commercio, de’ Nobili e del Giardino.

Una Deputazione de’ Notaj, degli Avvocati e degl’Ingegneri;

La Presidenza del Pio Istituto de’ Medici e Chirurghi, e quella

dell’Accademia fisio–medico–statistica;

Una Deputazione de’ Giornalisti;

Una Rappresentanza degli orfani maschi e femmine, ed un’altra de’

ricoverati nel Pio Luogo Trivulzio;

Una Deputazione de’ Farmacisti;

Dalla residenza della Società d’incoraggiamento alla _Piazza de’

Mercanti_ dovranno partire:

La Rappresentanza della Società stessa;

Una Deputazione de’ Commercianti;

Una Rappresentanza delle Arti e Mestieri del popolo.

L’ordine col quale si succederanno le Rappresentanze e Deputazioni

verrà determinato per estrazione a sorte.

In questa funzione patriotica e popolare le diverse Deputazioni della

cittadinanza saranno precedute da una bandiera con un segnale di lutto.

Nel Tempio poi, all’ingiro del feretro, formerà una guardia d’onore una

schiera della milizia civica, alla quale si associerà, per onorevole

distinzione, uno scelto drappello della _Compagnia della morte_,

comandata da F. Anfossi, fratello dell’Augusto Anfossi che divenne uno

degli eroi della Patria nostra.

La funerea solennità sarà altresì resa più augusta dalla presenza delle

famiglie cittadine di coloro che fecero sacrificio di sè stessi per la

liberazione del nostro paese: esse già n’ebbero pubblico invito, e non

mancheranno di rendere anche questa testimonianza alla Patria, della

quale formano oggimai la parte più cara.

CITTADINI! L’educazione del dolor forte e sincero, e la parola

della Religione che suscita l’eroismo patrio vi daranno conforto e

rassegnazione in questo giorno del comune cordoglio. È un sacro dovere

quello che noi adempiamo, un dovere che legheremo ai nostri figli, come

sacra e preziosa eredità.

Il canto funebre che prega la requie de’ valorosi insegna ed impone le

virtù cittadine, ed è più sublime e più santo dell’Inno della Vittoria.

Milano, il 5 aprile 1848.

_Ai Lettori._

_Scorrendo il mio lavoro vi sarete fatti persuasi della scarsità de’

miei talenti alla quale ho voluto supplire con altrettanta buona voglia

di accontentarvi tutti con un libro che racchiudesse quanto giovi ad

illustrare i vostri gloriosi fasti, decantati non solo dalle storie

Lombarde, ma da tutto il mondo, e ultimamente per la falsa e tenebrosa

via dal tirannico Governo Austriaco prescritta per gli studi storici

nelle scuole della Lombardia oramai dimenticati. Oh! gloriose gesta

de’ nostri avi, come mai abbiamo potuto per sì lungo tempo mettervi in

oblìo? Come mai non abbiamo saputo mantenerci quella santa libertà da

essi conquistata sui campi di Legnano, ove a migliaja caddero sotto il

ferro dello straniero, anzichè sopportarne il giogo? Ma ora vi siamo

tornati a quella bell’epoca, ed i fatti dei Cinque Giorni di marzo ne

rendono eterna testimonianza. Ma leggendo il mio libro avrete trovato

ancora come le civili discordie furono mai sempre la nostra ruina,

e come poco dopo alla stessa battaglia di Legnano ci siamo da noi

stessi dati nelle braccia di nuovi padroni, e da questi ora ceduti,

ora venduti ad altri; e dopo simili esempi vi sarà ancora chi ardisca

d’innalzare altro grido fuori di quello che c’invita alla guerra?_

UNIONE e GUERRA! _La prima per l’Italia, la seconda al Tedesco che

ancora preme le nostre belle contrade, e che tuttora è riscaldato dai

coccenti raggi del nostro sole._ Guerra e sterminio _al sacrilego

assassino di Castelnuovo. Oh se le ombre di tante vittime di quella

barbara ferocia sorgessero dai loro sepolcri, allora sentireste

qual grido_: VENDETTA, VENDETTA. _Non basta scacciare il Tedesco

dall’Italia, fuggarlo fino a Vienna, fare trattati, accettar mediatori:

bisogna disfarne la razza, disperderla. Ed anche questo l’avrete

trovato nel mio libro leggendo della pace di Campoformio firmata da

Francesco I, la quale non doveva servire se non a mettere l’Imperatore

in istato di ritornare le sue truppe centuplicate sul campo._

_Ho procurato in secondo luogo di unire in diverse note alcuni

fatti del settembre 1847 ed altri del gennaio sino al giorno della

Rivoluzione, non per ricordarvi tristi avvenimenti, de’ quali foste

pur troppo testimonii oculari, ma perchè abbiano a conoscere tutti gli

altri Italiani e stranieri fino a qual punto si abusarono della nostra

sofferenza ed il Gabinetto di Vienna e l’infame Polizia de’ suoi fieri

ordini più fiera interprete ed esecutrice._

_Ma già mi par di sentirmi dire: E le biografie di Metternich, Radetzky

e Bolza, che non si leggono nel libro, dove sono? Si ricordi, signor

Autore, che_ promissio boni viri est obligatio. _Anche in questo avete

ragione, ma dopo quanto di spregevole fu pubblicato ad infamare questi

tre personaggi, io non saprei che aggiungere. Del resto tutti li

conoscete meglio di me; Metternich è un uomo che figura nel Gabinetto

di Vienna fino dai primi trattati con Napoleone, dunque vecchio,

vecchia anche la sua politica, e non più adatta ai nostri tempi.

Egli ora si trova a Londra insieme con Luigi Filippo e Guizot, altre

buone lane, che hanno dovuto abbandonar la Francia. Di Radetzky ci

è grato affermare che non appartiene alla generosa nazione Polacca.

Bolza poi era un povero uomo, privo di mezzi di fortuna, privo di

talenti e di un’educazione che lo elevasse a sostenere decorosamente

la carica affidatagli, quindi era divenuto una macchina, nelle mani

del dispotismo, che si moveva a forza d’oro o a forza di minacce.

Costretto a trovarsi troppo sovente al cospetto di persone, alle quali

era grave delitto giustificare la propria coscienza, era diventato

il terribile Bolza, che se una sua visita era annunciata a qualche

signore, gli produceva l’effetto dell’etere._

_Sebbene poi io abbia fatto di tutto per raccogliere quanto avvenne

d’interessante nelle Cinque Giornate, posso nondimeno aver dimenticato

qualche cosa, come i nomi dei più valorosi, alcune atrocità de’

Tedeschi e simili; onde mi saranno carissime e riceverò per un sommo

favore quelle indicazioni che mi venissero comunicate in appresso dai

consapevoli, che io farò di pubblica ragione colle stampe. Intanto chi

è vago di saperne più di quanto ho scritto, può rivolgersi agli stessi

libri dei quali mi sono servito, oltre alle notizie inedite da me

raccolte_[57].

_Devo in ultimo avvertirvi, come l’arcivescovo Romilli, arrivasse al

Palazzo di Governo prima del Podestà, e non dopo come fu da me scritto,

e che il cammino tenuto da quest’ultimo uscendo dal Broletto in

compagnia degli assessori Greppi e Beretta, fu quello della contrada

degli Orefici anzichè della Piazza Mercanti, donde attraversata la

Piazza del Duomo, presero, sempre uniti, la via dietro il Coperto de’

Figini, e seguendo il Corso giunsero al palazzo di Governo. Arrivata

la comitiva sull’angolo de’ Fustagnari si divise in due colonne, una

seguì il Podestà, e l’altra attraversò dalla Piazza Mercanti, ove alla

gran Guardia trovavansi tutti i soldati col fucile abbassato, pronti a

scaricare le loro armi, ma non fecero fuoco, incerti forse e confusi

alla vista de’ fazzoletti bianchi, che in segno di esultanza e di pace

la folla veniva agitando._

INDICE

Dedica _Pag._ 3

Prima rivoluzione di Milano ” 7

Giuramento di Pontida ” 11

Battaglia di Legnano ” 16

Girolamo Olgiati ” 26

Spagnuoli, Francesi e Tedeschi, o il giro di tre secoli ” 31

Gli ultimi 34 anni della dominazione Austriaca ” 46

_Nota_ intorno alla censura del cessato dominio Austriaco ” 49

” dei fatti successi in Settembre 1847 ” 52

” dei fatti successi in gennaio, ed altri che precedono

la rivoluzione ” 55

Le Cinque gloriose giornate, coi fatti successi durante i

medesimi, la corrispondenza tra il maresciallo Radetzky e i

Consoli esteri, Lettere segrete dell’ex Polizia, ecc. ecc. ” 66

La vittoria ” 158

_Nota_ intorno alcuni distinti individui ” 176

Altre atrocità commesse dagli Austriaci ” 190

Rivoluzione delle Provincie ” 202

Il _Te Deum_ per la scacciata degli Austriaci ” 208

Le pompe funebri pei martiri della patria ” 211

Cenni necrologici di alcuni martiri della patria ” 222

Inni diversi ” 231

Documenti citati nell’opera ” 237

Ai Lettori ” 277

NOTE:

[1] Bianchini, Cose rimarchevoli della città di Novara, p. 36.

[2] Quest’avvenimento non fu veramente nè di gloria all’Imperatore,

nè di biasimo a Milano. Con un’armata immensa, atta a conquistare un

regno, doveva certamente prendersi una città abbandonata e sola in

mezzo a tanti e sì potenti aggressori. Nè l’Imperatore scortato da

tanti e sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigore militare che

caratterizza un gran generale.

Verri, Cap. VII.

[3] GOVEAN, _Il Giuramento di Pontida_.

[4] Verri, Muratori, Govean ed altri.

[5] Verri, Cap. VIII.

[6] Felice Govean, _L’Assedio di Alessandria_.

[7] Costò ben caro a Federico II l’aver ritentato contro di noi la

sorte del Barbarossa, suo avolo, non avendo guadagnato alla fine che di

rendere celebre e rinomata anche la _Coorte degli Incoronati_ condotta

da Enrico da Monza, e la compagnia di eletta gioventù dei dintorni di

Trezzo diretta da Ottobello Mairano o Mariano, dal quale si riportò

strepitosa vittoria nelle vicinanze di Cassino Scanasio.

[8] Govean, la _Battaglia di Legnano_, pag. 8 e seg. Torino, tipografia

Baricco ed Arnaldi, 1848.

[9] Stando però alla storia troviamo che Federico non rimase fra gli

estinti sul campo di Legnano, ma che cinque giorni dopo mentre si

facevano accurate ricerche della sua salma e l’imperatrice sua moglie

vestiva a lutto, comparve quasi per incanto nella città di Pavia vivo

e sano tutto baldanzoso ed involto nel suo manto imperiale. Da questa

terribile sconfitta conobbe però Federico il bisogno di riconciliarsi

col Capo della Chiesa, e più tardi colla pace di Costanza lasciò alle

città della Confederazione Lombarda il possesso della libertà e dei

diritti che da gran tempo avevano, riservando a sè l’alto dominio con

alcune appellazioni.

_L’autore._

[10] Ai 14 agosto del 1339 fu riconosciuto Signore di Milano, dopo che

erasi distinto in molte guerresche imprese viventi i fratelli ed i

nepoti. Dapprima ebbe compagno nel potere Giovanni suo fratello, che

vi rinunziò spontaneamente per essersi dato allo stato ecclesiastico.

La durezza del governo di Luchino forma un mirabile contrasto con

quello di Azzone, e fu perciò causa nel 1340 di una congiura ordita

da due Aliprandi e da Francesco Pusterla, con intenzione di porre in

luogo di lui i suoi nipoti, figli del suo fratello Stefano. La trama

fu scoperta: i due Aliprandi vennero lasciati morire di fame, ed il

Pusterla perì sul patibolo colla moglie e due figli adolescenti. Da

indi in poi Luchino divenne vie più crudele, e da quel momento la

camera ove dormiva fu sempre custodita da due enormi cani. Egli morì di

veleno procuratogli dalla moglie Isabella dal Fiesco, donna sfrenata

ne’ suoi amori.

[11] Barnabò, al dire degli scrittori contemporanei, fu crudele perchè

avaro, superstizioso perchè immerso nei delitti.

[12] _Milano osservato in tutte le sue vicende dall’epoca della sua

fondazione, fino all’istallamento del nuovo governo della repubblica

Italiana_, di G. D.

[13] Morto nell’anno 1447 il duca Filippo Maria Visconti, la famiglia

sovrana di questo nome si spense, e la città di Milano si trovò divisa

in vari partiti. Vi era chi voleva darsi al Re di Napoli, che Filippo

Maria aveva dichiarato nel suo testamento successore al ducato; chi

allo Sforza, perchè era marito di Bianca Maria (figlia naturale del

duca), e perchè questo guerriero poteva liberare la città dal nemico

con lo strano suo indomabile valore; ed altri partiti tendevano invece

a proclamare loro signore il Duca di Savoja, fratello della vedova

Duchessa, amata e venerata da tutti per le sue virtù. Ma i partigiani

del re Alfonso in sulle prime emersero sugli allri, a cagione che

alcune squadre di Aragonesi state spedite in ajuto del Duca sotto il

comando di Raimondo Boysì, entrarono nel castello e nella rocchetta,

ed i capitani ducali Guido Antonio Manfredi da Faenza, Carlo Gonzaga,

Lodovico dal Verme, Guido Torelli ed i fratelli Sanseverino, giurarono

concordemente ad Alfonso devozione e fedeltà. Compiutisi frattanto

i tumultuosi funerali del duca Filippo Maria, gli affari politici

presero un ben diverso aspetto. Antonio Trivulzio, Teodoro Bosso,

Giorgio Lampugnano e Francesco Cotta, personaggi tutti che avevano

molta autorità nella patria, conosciuto il vero stato delle cose

rivolsero ogni cura al debito provvedimento e convocati tosto i

cittadini delle sei porte e dei quartieri della città, li persuasero

a non sottomettersi ad alcuno, poichè uomo non v’era che arrogar si

potesse su di loro validi diritti. Elessero quindi per ciascheduna

porta quattro deputati, col cui voto formarono un supremo consiglio

ed un governo repubblicano. I deputati che ascendevano al numero di

ventiquattro, dovevano esser rinnovati ogni due mesi, ad esempio della

repubblica di Firenze, e denominarsi _capitani e difensori della

libertà_. In appresso i Milanesi sentirono il bisogno dell’elezione

di un capitano generale, che con valore positivo in prima, e poi

colla fama di fatti celebri incutesse spavento ai vicini nemici, e

precipuamente ai Veneziani, che più degli altri li tormentavano. La

scelta non poteva cadere che sopra il conte Francesco Sforza, uomo

nel quale concorrevano tutte le qualità e prerogative personali per

richiamare sovra di sè lo sguardo di una potenza qual’era lo Stato

di Milano. Oltre che Francesco era in grido del miglior capitano del

suo secolo, era capo di un esercito, le cui bandiere venivano ognor

salutate dalla vittoria.

[14] Vedi in fine documento I.

[15] Vedi documento n. II.

Cronaca della rivoluzione di Milano · 第 17 / 20 段