Anfossi Augusto.
Annovazzi Felice.
Arosio Giuseppe.
Baj Maria.
Bandirali Giuseppe.
Bardelli Desolina.
Bari Francesco.
Barioli Rosa.
Barzanò Tomaso.
Battioli Giuseppe.
Beltrami Giovanni.
Benzi Bernardo.
Beretta Alessandro.
Bernacco Gennaro.
Bernasconi, falegname,
Bernasconi Innocente.
Bertoglio Giuseppe.
Bertoglio Giosuè.
Bertolio Giacomo.
Bertolotti Luigi.
Besesti Giuseppe.
Besozzi Francesco.
Bianchi Angelo.
Bianciardi Alessandro.
Bolotti Giuseppa.
Bombaglio Carlo.
Bona Angelo.
Bonella Felice.
Bontempelli Gaetano.
Borella Giuseppe.
Boselli Antonio.
Bosisio Domenico.
Brenzia N.
Broggi Giuseppe.
Brunetti Roberto.
Buontempelli Gio. Batt.
Bussolari Geminiano.
Caccia Giacomo.
Cagnoni Francesco.
Cagnoni Teresa.
Caimi Giuseppe.
Calderara Gabriele.
Calini Amanzio.
Campati.
Candiani Maria.
Cantaluppi Maria.
Capella.
Carati PaoJo.
Cardani Giuseppe.
Carones Carlo.
Casati Apollonia.
Casati Michele.
Castelli Angelo.
Castelli Ferdinando.
Castiglioni Dionigi.
Cattaneo Camilla.
Cazzamini Andrea.
Chiambranni Giuseppe.
Chiambranni Rosa.
Chiapponi Luigi.
Colombo Clelia.
Colombo Paolo.
Comi, speziale in Saronno.
Comolli Francesco.
Confalonieri Carlo.
Confalonieri Giuseppe.
Consonni Giovanni.
Corbella Francesco.
Crenna Andrea.
Crespi Antonio.
De Ceppi Carlo.
De Giovanni Giuseppe.
Delmati Gaetano.
De Martini Benedetto.
Dubini Cesare.
Fasanotti Giuseppe.
Felicetti.
Ferrari Leonardo.
Ferrario Leopoldo.
Filghera Giuseppe.
Filippini Giuseppe.
Folcia Mauro.
Fossati Carolina.
Fossati Giuseppe.
Fossati Giuseppe, stalliere.
Francisco Camillo.
Franzetti Giuseppe.
Frontini Angelo.
Galleani Giovanni.
Gaj Camillo.
Gaj Gaetano.
Gaj Giuseppe.
Galimberti Felice.
Galli.
Galloni Teresa.
Gatti Francesco.
Gianotti Francesco.
Gilardi Giuseppe.
Grandi Francesco.
Grugni Teresa.
Kling Giovanni.
Lambruschini Filippo.
Larghesi Apollonia.
Lattuada Carlo.
Lazzarini Antonio, sacerd.
Locarna Gio. Batt.
Lomazzi Luigi.
Locatelli Luigia.
Locatelli Stefano.
Longoni Pietro.
Magni Carlo.
Magni Giovanni.
Magnini Giuseppe.
Magnoni Cesare.
Malnati Domenico.
Manfredi Angelo.
Marchesi Camillo.
Mari Giuseppe.
Martignoni Francesco.
Martignoni Pasquale.
Mascagni, dottore in med.
Mauri Gio. Batt.
Mazzi Giuseppe.
Mazzola Andrea.
Mercantini Domenico.
Minetti Gaetano.
Migliavacca Francesco.
Migliavacca Isidoro.
Miglio Enrico.
Misdaris Celestino.
Mognoni N. sarto.
Mognoni Cesare.
Moll Maria.
Mollini Amadeo.
Monti Claudio.
Monti Luigi.
Moraja Paolo.
Motta Angelo.
Motti Maria.
Mussatti Angelo.
Muselli Giuseppe.
Nardi Luigi.
Nicolini Camillo.
Orlandi Defendente.
Orio Marietta.
Orrigoni Angelo.
Ottolini Cesare.
Paganetti Girolamo.
Pajarino Giovanni.
Pariani Marianna.
Parigini Rosa.
Pasquè Pasquale.
Pecoroni Antonia.
Pedotti Giuseppe.
Perelli Giacomo.
Perelli Rocco Giacomo.
Perinolli Pietro.
Perotti Angelo.
Perotti Gio. Antonio.
Piccaluga Pietro.
Picozzi Alessandro.
Picozzi Giuseppe.
Pilati Girolamo.
Pirazzi Giuseppe.
Polletti Carlo.
Pomè Antonio.
Poretti Gio. Antonio.
Porro Luigi.
Prada Maurizio.
Pozzi Giovanni.
Radice Natale.
Rainoldi Gaetano.
Rainoldi Pietro.
Ratti Apollonia.
Rebolini Ferdinando.
Ricotti Antonio.
Rigamonti Annibale.
Rigo N.
Rocco Giacomo.
Romanino N.
Roncalli Francesco.
Ronzoni Giovanni.
Ronzoni Giuseppe.
Ronzoni Maria.
Rovelli Giuseppe.
Rovida Pietro.
Sacchi Antonio.
Sala Caterina.
Saldarini N.
Sanvitori Giuseppe.
Saronico Gilardo o Gerardo
Scotti Marianna o Maria.
Segale Carlo.
Serimolli Pietro, studente.
Silvestri Luigi.
Stelzi Luigi.
Tamborini Luigi.
Tarditti Filippo.
Tavazzani N.
Tenca Gio. Batt.
Tornaghi Enea.
Trivaldi Carlo.
Usman Caterina.
Valentini Alessandro.
Valtolina Gio. Battista.
Vanotti Francesco.
Velati Pietro.
Venegoni Giuditta.
Verga Francesco.
Vigo Agnese.
Villa Giacomo.
Vismara Felice.
Volontieri Giovanni.
Zabadini Giulio.
Zanaboni Ettore.
Zavatteri N.
Zopis Maria.
In tutto N. 218.
Ignoti notificati dall’Ospitale Maggiore, 47 maschi e 5 femmine.
Ignoti notificati dall’Ufficio Sanitario, 19 maschi.
3 abbruciati all’Ufficio del Dazio di Porta Comasina.
2 maschi ritrovati in un giardino presso l’Ospedale di Sant’Ambrogio.
CENNI NECROLOGICI
DI ALCUNI
=MARTIRI DELLA PATRIA.=
=Anfossi Augusto=[51].
Nacque in Nizza nel 1812; ne andò esule nel 1831, reo dell’amare
immensamente, sinceramente la patria, il popolo, la libertà: passò
in Francia, e di colà, dove allora era un gran ciarlare ed un far
pochissimo, impaziente dell’ozio e di quel vano arrabattarsi che è
peggio dell’ozio, si trasmutò in Egitto, ove di quei giorni poco si
parlava e si faceva molto; militò negli eserciti di Ibraim Bascià, e ne
uscì colonnello. Ridottosi alle Smirne, vi aprì una casa di commercio,
che in pochi anni crebbe a maravigliosa prosperità; ed ivi, lieto
del clima dolcissimo e delle memorie omeriche, avrebbe forse chiuso
i suoi giorni, se nol venivano a suscitare i recenti casi d’Italia.
Perspicace dell’ingegno, quanto era forte del braccio, s’accorse
subito che un moto italiano, benedetto, anzi iniziato dal Pontefice,
non poteva venir meno, e quindi si diede a secondarlo coll’energia del
pensiero e del cuore. Tornato in Italia, alla grand’opera dell’italico
riscatto offrì la persona e le sostanze, dichiarandosi disposto ad
assoldar volontarj a proprie spese; e si mise in comunicazione con
tutti quei generosi che nel Piemonte, nella Liguria e nella Lombardia
aspettavano il momento d’insorgere. In questa città nostra capitò
pochi dì prima del cominciamento del nostro gran dramma, e subito
ebbe a sè i cuori di tutti ed in particolare de’ giovani pel suo
piglio franco e militarmente severo, per la sua energica parola, e pel
calore dell’anima. Come appena fu deciso che noi dovevamo conquistar
coll’armi la nostra libertà, egli offrì i suoi servigi che vennero con
riconoscenza accettati. Destinato ad organizzare la guardia civica, e
quindi a comandar tutte le forze attive della nostra rivoluzione, diè
tali saggi di capacità, di coraggio, di nobile dignità, che lo fecero
conoscer tosto e riverire da tutti. Nessuno nei giorni dell’eroica
nostra lotta mostrò maggiore attività di lui; egli era da per tutto a
consigliare, ad operare, ad erigere barricate, a confortar cittadini,
a preparar mezzi di difesa, a studiar posizioni, ora capitano ed ora
soldato, ora meccanico, ora strategico, sempre esempio chiarissimo
del più fervente patriottismo. E da lui s’inspirava, ed a vicenda
eragli inspiratore Giuseppe Torelli, datogli ad ajutante; anime degne
d’intendersi, intelletti degni d’associarsi alla difesa di questa
carissima patria. Altri narreranno i fatti particolari di lui: qui
ci basta riferire come dagli altri di Porta Nuova, monumento della
sconfitta del Barbarossa, respingesse un drappello di granatieri ed
un cannone, e vi piantasse, baciandola, la bandiera tricolore, e come
nell’assalto del locale del Genio, appuntato un cannoncino alla porta
principale di esso, nell’atto che la sfondava, fosse colpito in fronte
da una palla di moschetto. Morì come Epaminonda, lieto della vittoria
de’ suoi: morì invocando Dio e la patria.
=Borgazzi Girolamo.=
Il giorno 7 dello scorso aprile nella chiesa parrocchiale della
Fontana fuori di Porta Comasina mi trovai presente alle pompe funebri
che si celebravano in suffragio di questo martire della Rivoluzione,
passai quindi coll’eletta compagnia delle guardie civiche de’ CC. SS.,
delle guardie civiche a cavallo condotte da Antonio Litta, con alcuni
rappresentanti della Strada ferrata Lombardo–Veneta con due numerose
bande e con innumerevole popolo al cimitero, furono tumulate le onorate
spoglie del Borgazzi, ivi assistetti alle seguenti commoventissime
parole lette dal sig. Direttore Grassi.
«Dirò brevi parole per onorare la memoria del valoroso Borgazzi, che
con pietoso consiglio meco qui accompagnaste alla terra dell’eterno
riposo. Severo e nobile però sia il nostro dolore per questa vittima
della tirannide, e anzichè a lagrime imbelli, esso ci commova a
magnanimo esaltamento, rammentando in lui un generoso immolatosi
alla salvezza della cara patria. Fu egli che oltre a prodezze molte
e svariate fra i primissimi tolse le porte della città al nemico, e
l’eletta schiera condusse de’ fratelli di Lecco e della Comasina per
dare l’ultimo crollo alla pertinace prepotenza del barbaro duce, che
da noi già vinto anelava pure a vendette maggiori, e se possibile più
nefande!
«Mi è di conforto pertanto, nella piena del dolore che m’invade nel
perduto amico, di avervi qui raccolti, e che mi concediate di parlarvi
di lui, dolce essendo la rimembranza dei cittadini eroici, che
devoti fin dalla prima età al culto di una grande idea, quella della
patria indipendenza, ne procacciarono col loro sangue il trionfo. E
l’interesse della patria comune richiede che di un sospiro e di una
lagrima venga onorato il loro sagrificio! una lagrima adunque ed un
sospiro per la eroica salma del Borgazzi!
«Dai lievissimi cenni che vengo a toccarvi della sua ahi! troppo
breve vita, vedrete essere egli stato sempre fra i non pochi che
luminosamente concorsero alle grandi gesta che segnarono l’epoca del
terzo e del più glorioso risorgimento d’Italia.
«Borgazzi nacque in Milano nel 1808 da nobile ed onorata famiglia. Le
prime idee alle quali informossi l’animo suo furono che la distinzione
suprema dell’uomo consiste nella moralità e nella intelligenza.
L’educazione sua fu liberale, e inspiratrice di nobili sentimenti.
Terminati gli studj di ginnasio e liceo, e trovatosi compresso ed
infelice sotto un governo pel quale i sentimenti generosi e la
rettitudine di carattere erano sì spesso insormontabili ostacoli
all’avanzamento dell’italiana gioventù in qualunque pubblica carriera,
si determinò nel 1829 di recarsi in Francia. Ma ivi soffrì dopo la
rivoluzione del luglio crudeli disinganni. Le nobili speranze concette
pel risorgimento delle nazionalità europee e specialmente dell’italiana
e della polacca gli vennero annientate, non già dalla nazione francese,
ma da quel governo.
«Accortosi il Borgazzi che non era a sperarvi nessun appoggio, e
tentata invano con altri pochi valorosi la spedizione di Savoja nel
1833, stette alcun tempo in Francia in ansiosa aspettativa di tempi
migliori, a ciò lusingato dalla conservatasi riunione degli emigrati
italiani, che per ordine del ministero dovevano organizzarsi in legione
a Mont–Brison. Si aggregò diffatti al primo battaglione di essa, e
sospirava al momento di entrare in Italia, come a quelli illustri
giovani si lasciava credere. Ma Luigi Filippo voleva ben diversamente
diretti quei prodi a Tolone, ed imbarcati con ordini suggellati, quando
giunsero in alto mare, traditi tutti nelle loro più care speranze,
videro volgersi all’Algeria le prore delle navi! L’amico di Metternich
rapiva quelle anime generose all’Italia; e traditore ed egoista se ne
giovava per sè sulle ardenti sabbie dell’Africa.
«Per tre anni dal 1833 al 1836 servì dunque il Borgazzi con distinto
onore nella legione straniera, e fra le continue zuffe ed i più ardui
disagi a quella malaugurata legione riservati ottenne avanzamento, ed
arrivò al grado di sergente–maggiore.
«Poi fu mandato colla sua legione in Ispagna in soccorso della regina
Isabella II. Ivi nella più fortunosa guerra acquistò col suo valore
e con due gravi ferite nuovi gradi onorevoli, prima di sotto–tenente
e poi di tenente, infine venne insignito delle due decorazioni di
Isabella II e della Civica.
«Per non prender parte all’anarchia che invadeva il governo e l’armata
dell’infelice Spagna, si disciolse nel 1843 dal servizio, abbandonando
la propria legione presso che distrutta dall’aspro e lungo combattere,
e venne a risalutare il sacro suolo d’Italia, dopo avere condotto
in moglie una spagnuola fornita d’ogni virtù, e capace quindi di
comprendere la rara nobiltà del di lui animo.
«Ma alla gioventù distinta per sentimenti di patriottismo e di
progresso, trovavasi sempre precluso dal governo Austriaco ogni adito
a qualunque impiego. Pieno però di vita e di energia, il Borgazzi non
volendo rimanersi inoperoso, accettò il modesto impiego di Ispettore
alla strada ferrata. E quivi per la sua rara attività, svegliata
intelligenza, e urbanità amorevole di maniere, procacciossi la stima
e l’affezione della Direzione, mantenne la disciplina la più severa
negli impiegati, acquistossi tanti amici e ammiratori quanti ebbero a
trattare con lui.
«S’avvicinavano intanto le gloriose giornate del Marzo, ed il cuore
ardente del Borgazzi già presagivagli essere egli destinato ad operare
grandi cose per la sua patria.
«Prima sua impresa fu di affrontare impavido la pena di morte
minacciata dal Radeztky a qualunque impiegato delle strade ferrate che
avesse mosso un convoglio, avendo egli ardito di condurre una mano
di coraggiosi a Sesto, ove raccolse una schiera di ben quattromila
volontarj con cui si diresse alla Porta Comasina.
«Altro fatto di grande coraggio fu il tentato violamento della
polveriera di Lambrate, che ben riuscito dapprima, dovette essere
abbandonato per soccorso di nuove truppe.
«Mentre le mura stavano guardate da innumerevoli soldati, chi le
scalava ben sei volte per comunicare col Governo provvisorio? Era il
Borgazzi, era un padre di famiglia, che tra i figli proprj comprendeva
tutti gli assediati cittadini, bisognosi di comunicazioni esterne.
«Quando vinte le soldatesche, e disprezzati i cannoni della porta
Comasina entrava in Milano coi fratelli dei borghi e della campagna;
quando, infelice! lo scopo degli eroici suoi desiderj stava per
essere raggiunto, e l’ora di compiuto trionfo era suonata, egli cadde
mortalmente ferito nel petto! e nelle poche ore che sopravvisse, in
un breve istante di animo presente a sè stesso, chiedeva: Come vanno
le cose della patria? Rispotogli, _la patria vinse_: Muojo contento,
soggiungeva quel magnanimo, e spirava! Ah, preghiam tutti insieme la
requie eterna all’anima di Borgazzi! La terra che gettiamo nella fossa
che lo racchiude accompagniamola col grido che egli alzava nel fervore
della pugna, e che sempre troverà un eco sui nostri labbri e nei nostri
cuori.—Viva l’indipendenza d’Italia! Viva l’unione Italiana!—Prima di
partire da questa tomba gridiamo:—Vivano nei nostri cuori gli eroi
vindici della cara patria! Vivano!
«I tuoi figli, o Borgazzi, ai quali non potesti legare che la ricchezza
di una grande gloria domestica, troveranno nella patria che se gli
adottò, quella predilezione d’amore e quell’ajuto di nazionale
educazione che varranno a renderli un giorno emuli delle tue virtù.
«L’Italia è pia, è generosa, è magnanima, ed il modo con cui tutelerà
il sacro deposito lasciatole da coloro che versarono il proprio sangue
per la sua redenzione, mostrerà quanta sia la differenza che passa fra
la riconoscenza dei despoti, e quella dei grandi popoli.
«Vi ringrazio, amici e fratelli, per la riconoscente pietà con cui
voleste onorevolmente accompagnare la salma dell’immortale Borgazzi a
questa funerea campagna. Ora ritorniamo ad occuparci con maggior lena
delle cose della patria nostra: Viva la patria!—Viva questo vessillo
tricolore riconquistato a prezzo di sì nobile sangue!»
=Boselli Antonio.=
Nato in Milano nel 1803 da onesta famiglia popolana, lasciati appena
i banchi della scuola si diede alla pratica del ragioniere, ed
all’insegnamento privato elementare e ginnasiale, prima nella scuola
di Giovanni Racheli, poi in una sua propria, che in breve divise con
quella i primi onori tra le moltissime della nostra città. Più tardi
alla scuola unì un collegio convitto ordinato a nuova disciplina, ed
in servigio di esso acquistò e rifabbricò il convento di S. Salvatore
sopra Erba. Costretto dalla pedanteria de’ regolamenti austriaci
a chiudere il collegio vi sostituì una pensione domestica. Studiò
privatamente le leggi, e fu dottorato.
Il 18 marzo accorse alla difesa del Palazzo Civico. In mezzo al
trambusto di quegli istanti che precedettero l’assalto de’ Croati, fu
udito gridare: _Alle finestre, alle finestre_! fu veduto farsi col
moschetto alla finestra, e tirarvi di molti colpi sul nemico. Ma non
volle aspettarlo colà: esci coraggioso sulla via e fu subito ferito
d’un colpo di bajonetta presso all’inguine: cercò riparo dietro una
barricata, e poco stante due colpi di moschetto gli aprirono altre
ferite. Pure ebbe animo e lena. Dilungatisi i barbari, procurò di
strascinarsi alla sua casa: vi dolorò sino alla mattina di lunedì,
e spirò con accanto la moglie e le sue due bambine, consolato dalla
speranza del riscatto d’Italia. Dall’elogio di Achille Mauri, inserito
nella _Gazzetta Officiale di Milano del giorno 22 aprile_.
=Broggi.=
_Vedi quanto si è detto alla pag. 104 in nota._
=Guy Giuseppe.=
Fu uno dei primi martiri dell’indipendenza Lombarda, caduto combattendo
sotto le mura di Milano, il secondo giorno della rivoluzione. In
compagnia di suo fratello e di due suoi nipoti studenti di Pavia si
mise alla testa di alcuni suoi terrazzani e di altri valorosi che si
diedero a bersagliare il nemico appostato sugli spalti e ad assalirlo
nelle sue frequenti sortite. Spintosi troppo innanzi l’inimico fu colto
da un colpo di carabina, direttogli da un ussaro, ed immantinenti spirò
nel quarantesimo anno di sua età.
Il giorno 2 di aprile nella terra di Filighera, a un miglio circa da
Belgiojoso si celebrò la funebre pompa, che a renderla più solenne
accorreva una folla di popolo e numerosi drappelli delle guardie
dei comuni circonvicini. Suo cugino, Carlo Reale, pronunciò poche
ma veritiere parole in lode del valoroso estinto, e conchiudeva:
_Fratelli, il nome e l’immagine di questo uomo generoso duri indelebile
nella vostra memoria, e dall’esempio di lui apprendete quanto amore si
debba alla causa santissima della nazione._
=Stelzi Luigi.=
Fra le vittime della rivoluzione dobbiamo annoverare anche Luigi Stelzi
pel quale si celebravano le esequie nella chiesa di S. Carlo la mattina
del giorno 28 marzo. Basta a sua lode l’epigrafe commoventissima che si
leggeva alla porta del tempio:
FUNEBRE POMPA
PER L’INGEGNERE LUIGI DI GIOACHIMO STELZI
CHE
SOLERTE NELLO STUDIO, PRODE NELLE ARMI
VITTIMA AHI! TROPPO IMMATURA DI PATRIO AFFETTO
MORIVA
NEL CONFORTO DI RELIGIONE NEL COMPIANTO DI TUTTI
SALUTATO DAL GRIDO ESULTANTE DELLA PATRIA
RIVENDICATA NE’ VIOLATI DIRITTI
FIGLI REDENTI D’ITALIA
IL NOME DI LUI CHE A PREZZO DI SANGUE
VI MATURAVA A PIU’ GLORIOSI DESTINI
BENEDETTO PER SEMPRE VI RISIEDA NEL CUORE
PER OTTENERVI UNA PREGHIERA UN VOTO
CHE ACCELERI A LUI IL GAUDIO DEGLI ELETTI.
XVII.
INNI DIVERSI.[52]
CANTICO
Cantiam lieti Osanna! Osanna!
Al Signor della vittoria.
Non s’aspetta a noi la gloria,
Solo al tuo nome, o Signor.
Che i portenti rinnovasti
Operati in Israele,
Noi, retaggio tuo fedele,
Visitando nel dolor.
Quella fede in un evento
Sospirato e in Ciel maturo,
Quello sdegno ardente e puro
Custodito in ogni cor;
La baldanza spensierata
Del coraggio nel periglio,
La sapienza nel consiglio,
La possanza nell’amor.
Tutto, tutto fu tuo dono:
A fanciulli trepidanti
Prodigasti dei giganti
L’ardimento ed il vigor.
Il superbo condottiere
Forte d’armi e siti e squadre
Truculenti, sozze e ladre
Vaneggiò nel suo furor.
Sterminarci avea giurato:
Dalle ignite instanti rocche
Fulminavan mille bocche
Sullo stretto abitator.
Per le piazze, per le vie
Tuonan rei bronzi omicidi,
Cui risponde in lieti gridi
Dai serragli il difensor
Lungo il vallo una masnada
Imbriaca, e d’ira pazza.
Tetti e colti arde, e gavazza
Tra i singulti di chi mor.
Nella notte il ciel divampa
D’alte fiamme scellerate,
Crollan, piombano sfasciate
Case e torri ad or ad or.
Ma tra i gridi e le ruine,
Tra il rimbombo de’ tormenti,
Un rintocco assiduo senti
Pio, solenne, animator.
A quel suon, quasi a banchetto
Sulle barbare coorti,
Irrompeano i pochi forti,
E tu, Iddio, fosti con lor.
Il tuo soffio li trasporta
Esultanti alla battaglia,
Il tuo soffio apre e sbaraglia
Il barbarico furor.
Mille e mille armati e istrutti,
Qual minuta arena al vento,
Van dispersi in un momento;
Tutto è fuga, ansia e terror.
E tu pur fremente, a queste
Mura audaci il tergo hai volto,
Condottier superbo e stolto,
Invilito nel dolor.
Fuggi: e come avrai dell’Alpi
Guadagnata alfin l’altura,
Volgi un guardo alla pianura
Che hai coperta di squallor.
Sarà l’ultimo che manda
Dalla sacra aerea cresta
Sull’Italia che si desta
Lo straniero usurpator.
Cantiam lieti Osanna! Osanna!
Al Signor della vittoria,
Non s’aspetta a noi la gloria,
Solo al tuo nome, o Signor.
TOMMASO GROSSI.
INNO NAZIONALE
Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?...
Le porga la chioma,
Chè schiava di Roma
Iddio la creò:
Stringiamoci a coorte
Siam pronti alla morte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.
Noi siam da secoli
Calpesti, derisi,
Perchè non siam popolo,
Perchè siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Stringiamoci, ecc.
Uniamoci, uniamoci,
L’unione e l’amore
Rivelano ai popoli
Le vie del Signore:
Giuriamo far libero
Il suolo natio:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamoci, ecc.
Dall’Alpe a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogni uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci, ecc.
Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco,
Bevè col cosacco,
Ma il sen le bruciò.
Stringiamci, ecc.
Evviva l’Italia
dal sonno s’è desta
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria?
Le porga la chioma,
Chè schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci, ecc.
GOFFREDO MAMELI.
CANTO DI GUERRA
I.
Via da noi, Tedesco infido.
Non più patti, non accordi:
Guerra! Guerra! Ogn’altro grido
È d’infamia e servitù.
Su que’ rei, di sangue lordi,
Il furor si fa virtù.
Ogni spada divien santa
Che nei barbari si pianta;
È d’Italia indegno figlio
Chi all’acciar non dà di piglio
E un nemico non atterra:
Guerra! Guerra!
II.
Tentò indarno un crudo bando,
Ribadirci le catene;
La catena volta in brando
Ne sta in pugno, e morte dà.
Guerra! Guerra! Non s’ottiene
Senza sangue libertà.
Alla legge inesorata
Fa risposta la Crociata;
Fan risposta al truce editto
Fermo core, braccio invitto,
Ed acciaro che non erra:
Guerra! Guerra!
III.
Non ci attristi più lo sguardo
L’abborrito giallo e nero;
Sorga l’Italo stendardo
E sgomenti gli oppressor.
Sorga, sorga e splenda altero
Il vessillo tricolor.
Lieta insegna, insegna nostra,
Sventolante a noi ti mostra;
Il cammino tu ci addita,
Noi daremo sangue e vita
Per francar la patria terra:
Guerra! Guerra!
IV.
È la guerra il nostro scampo,
Da lei gloria avremo e regno:
Della spada il fiero lampo
Desti in noi l’antico ardir.
E d’Italia figlio indegno
Chi non sa per lei morir.
Chi tra l’Alpi e il Faro è nato
L’arme impugni e sia soldato;
Varchi il mare, passi il monte,
Più non levi al Ciel la fronte
Chi un acciaro non afferra:
Guerra! Guerra!
V.
Dal palagio al tetto umile
Tutto, tutto il bel paese
Guerra eccheggi, e morte al vile
Che tant’anni ci calcò.
Guerra suonino le chiese
Che il ribaldo profanò.
Vecchi, infermi, donne imbelli,
Dei belligeri fratelli
Secondate il caldo affetto:
Guerra! Guerra! In ogni petto
Che di vita un’aura serra,
Guerra! Guerra!
I CARRER.
CANTO DEL POPOLO PER I MORTI DELLA PATRIA
I.
Per la Patria il sangue han dato
Esclamando: ITALIA e PIO!
L’alme pure han reso a Dio,
Benedetti nel morir:
Hanno vinto, e consumato
Il santissimo martir.
Di que’ forti—per noi morti
Sacro è il grido, e non morrà.
II.
Noi per essi alfin redenti
Salutiamo i dì novelli:
Sovra il sangue de’ fratelli
Noi giuriamo libertà!
E sul capo de’ potenti
L’alto giuro tuonerà.
Di que’ forti—per noi morti
Sacro è il grido, e non morrà.
III.
Uno cadde, e sorser cento
Alla voce degli eroi:
Or si pugna alfin per noi,
Fugge insano l’oppressor;
E lo agghiaccia di spavento
La bandiera tricolor.
Di que’ forti—per noi morti
Sacro è il grido, e non morrà.
IV.
O Signor! sul patrio altare
Noi t’offrimmo i nostri figli:
Scrivi in Ciel, ne’ tuoi consigli
Dopo secoli, il gran dì!
Or dall’Alpi insino al mare
Tutta Italia un giuro unì!
GIULIO CARCANO.
DOCUMENTI CITATI NELL’OPERA
N.º I.
=TRATTATO DI PACE=
SEGNATO A LUNEVILLE
_Milano, li 3 Pratile, anno 9 della Repubblica Francese._
PETIET Consigliere di Stato, Ministro Straordinario del Governo
Francese nella Cisalpina.
_AL COMITATO DI GOVERNO DELLA REPUBBLICA CISALPINA._
_Dirigo al Comitato, giusta l’autorizzazione che ne ho ricevuta dal
Governo Francese, una copia autentica del Trattato di Pace conchiuso in
Luneville il dì venti Piovoso anno 9 tra l’Imperatore e la Repubblica
Francese, e le ratifiche del quale sono state ricambiate._
_Vi prego d’avere la compiacenza di rendere pubblico questo Trattato in
tutti i dipartimenti, acciocchè il Popolo Cisalpino non abbia più ver
un dubbio sulla sua Indipendenza, e sulla sua Sovranità._
_Salute e considerazione_
_Segnat_. PETIET.
Per copia conforme
_Il Segretario Generale_
CLAVENA.
BONAPARTE, PRIMO CONSOLE, IN NOME DEL POPOLO FRANCESE; I Consoli della
Repubblica avendo veduto ed esaminato il Trattato conchiuso, stabilito
e firmato a Luneville il giorno venti Piovoso anno nono della
Repubblica Francese (nove febbrajo mille ottocento uno) dal Cittadino
_Giuseppe Bonaparte_, Consigliere di Stato, in forza di pieni poteri,
che gli erano stati conferiti per tale effetto, col Sig. _Luigi_,
Conte del S. R. I., di _Cobenzl_, Ministro Plenipotenziario di S. M.
l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia, egualmente munito di pieni
poteri; del qual Trattato segue il tenore:
_Milano, 3 Pratile Anno 9 Repubblicano._
IL COMITATO DI GOVERNO AL POPOLO CISALPINO
=PROCLAMA=
Sospirato dall’universale impazienza, rivocato in dubbio da pochi
affatto nuovi ne’ politici arcani, o increduli per malizia, ecco
finalmente in solenne forma comunicato dal Governo Francese il
TRATTATO DI PACE conchiuso in Luneville, ratificato dalle due Potenze
Contraenti. Questo Palladio della Indipendenza, della Sovranità, de’
destini futuri del Popolo Cisalpino, è stato rimesso al Comitato
di Governo dal Cittadino Petiet, consigliere di Stato, Ministro
Straordinario del Governo Francese, in conseguenza dell’autorizzazione,
che ne ha ricevuta, e accompagnato con Lettera di questo giorno, che
vien pubblicata colle stampe nelle due Lingue in fronte al Trattato.