alcun indugio accorsero essi pure a Milano. Giunti a Monza, inoltratisi
fino alla Piazza del Seminario, trovaronsi a fronte un battaglione del
reggimento Geppert, italiano, che erasi formato in quadrato: chiesero
di parlamentare, non ebber risposta, e scambiarono vivamente il fuoco
per ben tre volte. Ma la truppa era scontenta di trovarsi incontro a’
suoi fratelli; ed il Maggiore che la comandava, essendosene accorto,
credette miglior consiglio ritirarsi nel Seminario. Allora gli Italiani
deposero le armi, ed i nostri, munitisi di esse, raccolti con loro
molti Brianzoli, accorsero a Milano, e qui forzarono la Porta Comasina,
dopo una lunga lotta, e si sparsero per la città a combattere l’ultima
resistenza del nemico. Il Comitato eretto in Bergamo non si stancava
intanto di mandare staffette a Como ed altrove, esploratori, eccitatori
all’insurrezione, talchè l’attività di quel Comitato ed il valore dei
combattenti di Lecco valse a noi più che una armata all’inimico. Il
contado di Varese insorse pure ben presto, e potè riunire una bella
colonna d’armati fra abitanti di Varese e volontari della riviera di
Piemonte, i quali sono tutti occupati dalla nostra amministrazione di
guerra. L’impeto, la risolutezza distinsero quei di Lecco e di Varese,
come la previdenza, l’ordine e la celerità distinsero i Bergamaschi.
A Como invece fu, si può dire, un assedio regolare alle Caserme,
condotto quasi colla più esperimentata scienza militare; dopo la
vittoria fu un subito ordinarsi come d’antichi soldati e non d’uomini
nuovi alla guerra. Il giorno 18 stesso, appena si seppe l’insurrezione
di Milano, i Comaschi andarono in armi al Municipio, chiesero la
Guardia civica, l’ottennero e la notificarono ai soldati. Il colonnello
comandante al presidio dichiarò che non vi avrebbe posto alcun
ostacolo, finchè non si fosse fatto violenza a’ suoi. La guardia si
ordinò, prese la polveriera, e nella domenica durò quell’accordo,
leale da parte de’ cittadini, slealissimo da parte de’ capi militari,
i quali, quando le notizie di Milano fossero state loro favorevoli,
si disponevano ad incrudelire con atroce vendetta, come ne facevan
fede le violenti minacce. Ma, visto come Milano teneva fermo, visto
che molti civici partivano a dar soccorso all’assediata capitale,
incominciarono al lunedì a far fuoco dalla maggior caserma esterna
detta di san Francesco, ed uscirono contemporaneamente dalla caserma
interna detta Erba. Respinti dall’uno e dall’altro posto dalle fucilate
de’ nostri, si ritirarono nelle caserme e furono tosto assediati.
Sorsero per ogni dove le barricate; quelle che stringevano la caserma
Erba erano formidabili per varj cannoncini tolti alle ville del lago
da tutti i cittadini accorsi a Como al suono delle campane a stormo.
Varj carabinieri Svizzeri volontarj avevano pure valicato il confine,
ed erano appostati alla caserma Erba, che, visto quelli apparecchi
e quelli uomini, dovette capitolare. Così si arrese questa Caserma,
e dopo lunga resistenza furono pure costretti a cedere e deporre le
armi e a darsi prigionieri quei della caserma san Francesco, battuti
di fronte dai cannoncini e dalle fucilate delle mura, circondati
dalla colonna che, prima avviatasi a Milano, era pure retrocessa,
e minacciati dal fuoco appiccato ad arte in una vicina chiesa. Per
tal modo si fecero 1200 prigionieri, si tolsero loro altrettante
armi e ventiquattro cavalli, si ebbe una ricca preda di munizioni
e di polvere. Il giovedì fu davvero consolante come con quelle
armi in poco più di 6 ore si ordinasse un bel reggimento di mila e
duecento volontari che, capitanati dal generale Arcioni, e provvisti
di munizioni da guerra e da due cannoni, si incamminarono a Milano
in ordine compatto con tutte le cautele dell’arte, coll’ardore e
colla gioja, sicuri della vittoria ed anelanti a gloria maggiore.
Chi asserisce che noi siamo capaci di coraggio individuale ma non di
risoluzioni concertate, osservi quella colonna che s’avanza incontro al
nemico, e si persuada che quell’ordine è possibile anche in esercito
più numeroso; poichè l’Italiano è riluttante alla disciplina che
ammorza lo spirito non a quella che lo asseconda. Intanto il Municipio,
interprete del voto popolare, si unisce anch’esso al Governo di Milano,
e dimanda a tutte le provincie lombarde in compenso dei suoi sacrificj
non altro che libertà e vittoria.
A Brescia pure fuvvi prima l’accordo col generale Schwarzenberg che
acconsentì la Guardia Civica fino dalla domenica, poi il martedì
cedette egli stesso 800 fucili perchè la guardia fosse armata, e
più tardi tentò la lotta; ma scoraggiato ben presto venne a patti,
e il mercoledì sgombrò Brescia, la quale aderì al governo centrale
spontaneamente colle parole più calde d’ammirazione e di gratitudine
per la nostra vittoria.
A Cremona i patti, pur stipulati cogli ufficiali Austriaci, non furono
violati. Quel presidio, composto quasi tutto d’Italiani, si affratellò
ben presto coi cittadini, ed il generale Schönhals dovette ritirarsi
cogli altri. Si avvicinava a quella che il generale Radetzky chiama
così facetamente base delle sue operazioni militari, quando non lungi
da Orsinovi, inseguito dagli insorti dovette arrendersi e darsi
prigioniero, egli, i suoi ufficiali ed i suoi soldati.
A Lodi l’occupazione austriaca durò maggior tempo, perchè ivi erasi
riparato il generale Radetzky. Ora però la città è sgombra, e concorre
anch’essa all’unione lombarda.
Più varie, più sanguinose sono le vicende di Crema, dove al Comitato
provvisorio succedette una seconda occupazione austriaca e il
passaggio delle truppe fuggiasche. Anche i Cremaschi ebbero e vittime e
prigionieri, e la crudele dimora degli Austriaci durò più giorni. Ora
però si sono ritirati, sfiniti d’ogni forza, incapaci quasi a servire,
e costretti a fermarsi ogni tratto sulla strada, piuttosto invalidi che
soldati.
A Pavia gli Austriaci si ritirarono spontaneamente, e un Governo
provvisorio sta pure per consolidarsi in quella città.
All’insorta e libera Valtellina si ordina in ogni paese la Guardia
Civica: molti vegliano al passo dello Stelvio, dove fu tagliata la
strada: molti altri montanari si avviano al piano in difesa dei luoghi
più infestati dal nemico.
Il nostro trionfo è dunque generale, la rapida concentrazione di tutti
i municipj ci fa sperare che lo spirito di isolamento, rattenuto finora
in ogni parte con tanta saggezza, non vorrà rinnovarsi mai più, e che
s’intenderanno i beneficj dell’unione, alla quale dal nostro lato noi
vogliamo concorrere con ogni mezzo, coll’abnegazione di noi stessi, se
vi fosse bisogno. Queste, che noi facciamo, non sono vaghe promesse,
nè parole architettate ad arte: il Governo Provvisorio ha già disposto
perchè tutte le provincie siano rappresentate nella cosa pubblica,
anche prima che il voto comune dia un libero campo a tutte le città
di far valere i propri diritti e di vegliare ai loro interessi. Oh!
questo nome di fratelli non sia una parola ripetuta per abitudine, un
desiderio onesto ma impotente! chi vuole ottenere una cosa ottima non
deve lasciarsela sfuggire, mentre lo può. Tutto in quest’unico momento
è disposto onde ottenere la sospirata fratellanza; e noi l’avremo; ce
l’assicura la bella condotta di tutte le nostre provincie.
XV.
IL _TE DEUM_ PER LA CACCIATA DEGLI AUSTRIACI
(_Dalla Gazzetta officiale_ Il 22 Marzo.)
Sublime e commovente spettacolo presentava questa mattina la nostra
cattedrale. La città intera recavasi per invito del Governo provvisorio
a ringraziare Iddio della miracolosa liberazione ottenuta, e l’Inno
Ambrosiano echeggiava armonioso sotto le vôlte del tempio, ripetuto con
fremito di allegrezza da tutti i cuori. Era questa la prima volta, in
cui il canto di grazie, non più prezzolato nè ipocrita, saliva al cielo
colle più ardenti aspirazioni dell’anima, verace interprete dei voti e
della fede di tutto un popolo. L’altare, addobato a festa colle insegne
nazionali, annunziava il santo connubio della Religione e della patria,
già iniziatore dell’italiana redenzione e promessa di futura grandezza
all’Italia. Un senso profondo di venerazione, di amore e di dolcezza
partiva da quello e diffondevasi nella moltitudine, commossa ancora e
ammirata del recente prodigio. I cuori si gonfiavano e palpitavano; gli
occhi si bagnavano di lagrime: in tutti era un tripudio, un entusiasmo,
che aveva quasi del delirio. Dopo tre secoli e mezzo di servitù, Milano
si sentiva finalmente libera e grande, e poteva pregar Dio colla
coscienza della propria dignità. Qual potenza d’affetti doveva essere
in quella preghiera!
La cerimonia ebbe luogo alle undici del mattino. I membri del Governo
provvisorio e dei diversi Comitati partirono dal Palazzo del Marino,
sfilando accompagnati dalle Guardie civiche. Modesti nel tripudio,
come forti nella lotta, niun segno d’insolito apparato ne distingueva
il corteo: una sciarpa tricolore indicava in loro colla gioja il
sentimento tutto italiano. E la festa non era municipale, era
italiana, come italiana fu la pugna che abbiamo combattuto. Un fascio
di bandiere tricolori li precedeva, e il saluto, e gli evviva e le
grida di tutta la popolazione accorsa sul cammino li accompagnarono
fino all’ingresso del Duomo. Qui l’allegrezza si trasfuse in un senso
universale d’adorazione; la moltitudine stipata ascoltò con religioso
raccoglimento la messa solenne celebrata dall’Arcivescovo, e accompagnò
col cuore i concenti, che dall’altare salivano tripudianti al Dio
datore d’ogni libertà. Nuovo e maraviglioso spettacolo quel vincolo
misterioso che in quel punto confondeva quasi il cielo colla terra, e
rinverginava in tutti la fede coll’aspetto d’una provvidenza redentrice
delle nazioni.
Terminato l’inno, e benedetto il popolo dall’Arcivescovo, il corteo
sfilò di bel nuovo uscendo preceduto dalle bandiere, e, dopo aver
fatto il giro della piazza, s’avviò al Palazzo Marino. Fu allora
che la gioja, non più compressa dalla venerazione, scoppiò in gridi
entusiastici, in applausi, in lagrime, in abbracciamenti. Era un
susulto, un fremito indescrivibile. L’aspetto della Guardia civica,
militarmente schierata, che sfilava sotto i balconi del palazzo,
accrebbe ancor più la comune esultanza. Quella gioventù bellicosa, che
marciava sotto l’armi in bell’ordinanza, a guise di truppe già esperte,
quel contegno animoso e tripudiante, quelle bandiere sventolanti,
quell’insolito suono di tamburi, eccitavano, esaltavano la moltitudine.
Gli eroi delle barricate eransi già trasformati in esercito di soldati,
forte di parecchie migliaia, e il popolo salutava in loro i prodi suoi
difensori. Il grido di «viva l’Italia!» suonava su tutte le bocche; la
concordia e l’amore erano in tutti i cuori. Non mai festa nazionale fu
più bella e più grande di questa.
E alla festa, comechè compiuta nel giubilo, non mancò la pietà. Il
cittadino Angelo Grassi–Marliani aprì sulla piazza del Duomo, appena
terminata la cerimonia, una colletta pei feriti. In pochi minuti egli
raccolse dagli astanti parecchie centinaia di lire, che andranno a
sollievo dei martiri della nostra rivoluzione. Così Milano, anche nei
suoi giorni più lieti, mostra sempre accoppiato il vanto della carità
a quello dell’eroismo, alleanza di virtù, che le assicurano la futura
grandezza.
Sulla maggior porta del Tempio leggevasi l’iscrizione seguente:
A DIO SIGNORE
CHE NE’ GIORNI DELLE SUE GIUSTIZIE
SUSCITA I DEBOLI OPPRESSI
I VIOLENTI CONFONDE E DISPERDE
IL POPOLO MILANESE
ESCITO NEL BRACCIO DI LUI VITTORIOSO
DALLA MIRACOLOSA PUGNA
DE’ GIORNI XVIII XIX XX XXI XXII MARZO
TERMINE ALLA SUA LUNGA SERVITU’
PRELUDIO ALL’AFFRANCAMENTO
DI TUTTA ITALIA
INTUONA CO’ SUOI MAGISTRATI
IL CANTICO DELLE GRAZIE
Intanto che nel Duomo cantavasi il _Te Deum_ in rendimento di grazie
a Dio per la cacciata degli Austriaci da Milano, gli Israeliti
radunati nel loro Oratorio cantavano nell’istess’ora l’Inno di grazie,
susseguito da un apposito discorso di circostanza.
XVI.
LE POMPE FUNEBRI PEI MARTIRI
DELLA PATRIA.
(_Dalla stessa Gazzetta Officiale il 22 Marzo_).
L’augusta e pietosa solennità del giorno 6 aprile, in cui abbiamo
chiamato la Religione a propiziare il Dio delle misericordie per le
vittime della nostra redenzione politica, lascerà per molto tempo
un’impressione profonda. Quel rito funebre era comandato dalla patria
pei figli della patria, ed ogni cittadino vi era associato come a
domestico lutto. Una voluttà amara invogliava al pianto; ma quel pianto
era insieme tributo di pietà, di amore e di riconoscenza. Ciascuno
ripensava seco stesso e i forti che erano caduti per romperci le
catene, e i superstiti alle generose vittime quivi presenti, nei quali
la gioja della patria salvata veniva così dolorosamente in contrasto
colle memorie domestiche, coi cari effetti di parentela e di amicizia,
e la Religione finalmente, suprema consolatrice degli uomini, che
santifica il dolore deposto a’ piè de’ suoi altari.
Secondo il programma, antecedentemente pubblicato per cura del
Governo[50], alle dieci antimer. movevano alla Cattedrale i molti
e varj capi rappresentanti della milanese cittadinanza, preceduti
ciascuno dalla bandiera tricolore velata in gramaglia. Il Governo
provvisorio, seguito dai consoli e dagli inviati esteri, prese posto
nel presbiterio, e quindi lungo la navata maggiore tutti gli altri
ordini in ragione della loro importanza. Monsignor Arcivescovo
pontificò il rito funebre, e, finita la Messa, versò le acque lustrali
intorno al feretro. Il signor Merini, prevosto di San Francesco da
Paola, disse dal pulpito la commemorazione pei cari defunti, a cui
era consacrata l’espiatoria cerimonia. La vasta Cattedrale parata a
luto con parca, ma appropriata magnificenza, sfolgoreggiava di lumi,
di bandiere, di iscrizioni recanti i nomi degli estinti: numero non
grave se pensiamo alla grandezza del trionfo ottenuto, gravissimo se ci
ricordiamo che ci erano fratelli, ancor più caramente diletti adesso
che per loro mercede riposiamo tranquilli sui nostri redenti focolari.
La piazza del Duomo rispondeva all’apparato interno del tempio; tutta
quanta ornata nei veroni e nelle finestre di sandali e di emblemi di
lutto, recante nel suo mezzo il trofeo funebre innalzato alla memoria
dei prodi estinti, stipata, gremita, al par delle vie adiacenti, da una
folla innumerevole di cittadini, sui volti de’ quali potevi leggere
meraviglia insieme e commozione. Reduce dalla solenne pompa, il Governo
rientrò nella sua sede al Marino, e dal maggior balcone fu testimonio
della concorde riverenza, onde i concittadini di lui circondano quel
suo mandato penoso, ma al tempo stesso santissimo, ch’egli si è tolto
di condurre a nobile meta i destini della patria. Numerosi applausi
scoppiarono dalla affollata moltitudine, fatta ancor più lieta dalla
voce del presidente Casati, che con poche e solenni parole si lodò del
nostro contegno, affermando come da esso principalmente il Governo
Provvisorio pigli sempre maggior lena in sobbarcarsi al grave incarico
della cosa pubblica.
_E nella Gazzetta di Milano del signor Lambertini, che prima inviava
all’estero la descrizione di questa commoventissima festa, così si
legge intorno all’apparato esterno:_
Erano le ore 10 antimeridiane che già stretta di folla ogni contrada
che alla Cattedrale conduce, obbligava i sopravvenienti a rallentar
il passo ed a far forza per riescire alla meta. Alzando gli occhi al
Cielo vedeasi a lato della Vergine che s’erge al sommo della guglia del
nostro Duomo sventolare il vessillo tricolore, piantatovi fin dal 20
marzo, e vedeasi lasciar pendere un lembo di velo bruno che indicava
la tristezza dell’animo cittadino pei martiri delle famose cinque
giornate, e l’atto di espiazione che al Sacro Tempio tutti volgevano ad
implorare da uno stesso amor nazionale desiosamente sospinti. Così per
quelle principali vie tutt’addobbati i balconi e quasi ogni pertugio,
di gramaglia, o di neri tappeti a frangia argentea arricchiti, e
padiglioni, e appositi detti, e segnali corrispondenti alla suntuosa
lugubre funzione vedeansi profusi. Tutt’intorno alla piazza del Duomo
era simile e ricco l’apparato, e in mezzo, piantata sopra ampio
piedestallo, sorgeva un’altissima lancia lombarda colla tricolore
bandiera, pur essa di lutto insignita, sorretta quella lancia come da
un rialzo, cui ai quattro angoli stavano corrispondenti statuette e
sopra di esse vasi portanti arbusti di funereo cipresso. Alle quattro
facciate di così tal, direbbesi, improvvisato obelisco leggevansi le
seguenti inscrizioni:
PIO SOLENNE VOTO
DI ETERNA RICORDANZA
AI PRODI TRAPASSATI COMMILITONI
CHE A LIBERAZIONE
DELLA SCHERNITA ED OPPRESSA ITALIA
SORRIDEVANO
BOCCHEGGIANTI SOVRA SANGUINOSE MACERIE
AL CARO PENSIERO
DELLA RISCATTATA PATRIA.
* * * * *
QUI
ALL’ALBERO GLORIOSO DELLA FRATELLANZA E DELLA PACE
VERSIAMO TUTTI
COLLA LACRIMA DEL LUTTO LARGHE OBLAZIONI
A DEVOTO SUFFRAGIO
DE’ NOSTRI CONCITTADINI
CHE
NEL TERRIBILE CONFLITTO ITALICO
MORENDO
IMPRESSERO COL PROPRIO SANGUE
LO STEMMA
DELLA PORTENTOSA MILANESE VITTORIA
MDCCCXLVIII.
* * * * *
OH IL CARO SPETTACOLO DI UNA SANTA COMMOZIONE!
TREGUA AL PIANTO
VEDOVATE SPOSE E DESOLATE MADRI
CHE A GRAMAGLIA VESTITE
ASSISTETE AL SACRO RITO FUNEBRE
IDDIO
VOLLE CON SÈ GLORIOSI
QUE’ CARI VOSTRI
CHE SPENTI PEL SOCIALE COMUNE PROSPERAMENTO
DELLA RIGENERATA ITALIA
VIVRANNO IMMORTALI
NELLE VENTURE GENERAZIONI.
* * * * *
OGNUNO SI TACCIA
E DALLE TENEBROSE TOMBE
DEI TRUCIDATI NOSTRI FRATELLI
ODA
IL CELESTE COMANDO DEL RELIGIOSO SOVVENIMENTO
AD ESSI DOVUTO
CHE VITTIME DI GUERRA INTESTINA
VOLLERO
NOI SALVI DALL’OPPRESSIONE
DELLO STRANIERO ABBOMINATO DOMINIO.
Larga corona intorno a quel rialzo vi faceva la Guardia Civica in
bellissimo aspetto, ed in mirabilissimo ordine, come mirabile oltre
ogni dire era l’ordine mantenuto dalla calca del popolo. Volgendo lo
sguardo al Duomo, tutto gremito vedeasi ad ogni marmoreo parapetto di
affollata gente, spettacolo nuovo senza dubbio per noi; ed abbassando
l’occhio sulla Porta del Sacro Tempio leggevasi su gran cartello
sovraornato da un’urna coperta da strato tricolore e negro velo:
P
X
AI MARTIRI DELLA PATRIA
CHE NELLE V GIORNATE DI MARZO
L’ITALICO RISCATTO SUGGELLARONO
COL SANGUE
SEME FECONDO DI FAMIGLIE NOVELLE
DEVOTE A TUTTI I GRANDI PENSIERI
A TUTTE L’OPERE GENEROSE
IL POPOLO MILANESE
PREGA LA REQUIE ETERNA
ED OFFRENDO AL SIGNORE
L’IMMACOLATA LORO GLORIA
IMPLORA
CHE IL MAGNANIMO SACRIFICIO
SALVI ITALIA TUTTA.
Entrando nel tempio, aperte le ampie cortine di nero drappo frangiato
d’argento con sovrapposto velo, era di tristezza, d’amore, di
riconoscenza, di voti sinceri innalzati a Dio per quelle anime
benedette e generose ogni cuore commosso, perchè con affetto insolito
mirava quelle imponenti colonne, a neri tappeti e argento addobbate,
portar ciascuna uno stemma a guisa di scudo, chiuso da corona
d’alloro e attraversato da negro velo, con impressi i nomi, parte a
parte distribuiti, de’ valorosi che caddero per la gloria del paese,
per la vittoria nazionale alla quale ardentemente agognavano. Le
faci risplendevano perchè legger si potessero, e rimaner potessero
nell’animo nostro scolpiti.
Fra gl’intercolunnii pendevano le tricolori bandiere attraversate
esse pure da un velo, e l’occhio guidato lungo quell’ampio accesso al
funereo monumento, che s’ergeva prossimo all’altar maggiore, restava
meraviglioso e attonito di quella grandiosità che le parole nostre non
saprebbero esprimere.
Quel funebre catafalco che s’alzava a piramide tutto a lutto coperto,
ornato di alti fusti orditi a cipresso sui quattro angoli e con elmi,
emblemi, e scudi, e allori, e bandiere intrecciate da bruno velo,
portava alle quattro facce le seguenti epigrafi:
Nella faccia verso la porta della Metropolitana.
SALVETE
O MARTIRI GLORIOSI
DELL’ITALICO RISORGIMENTO
CADUTI NELL’EROICA PUGNA
O SGOZZATI A TRADIMENTO DAL BARBARO
NELL’IRA DELLA FUGA
SALVETE
IN NOME DI QUESTA CITTA’
PER VOI SCAMPATA ALL’ESTREMO ECCIDIO
IN NOME D’ITALIA
PER VOI SUSCITATA ALL’ENERGIA DELL’OPERE
IN NOME DI TUTTO IL MONDO CIVILE
CHE VI BENEDICE E V’AMMIRA.
Nella faccia verso l’Altar Maggiore.
DIO GIUSTO E CLEMENTE
ACCOGLI NELL’ETERNA TUA LUCE
L’ANIME DI QUESTI NOSTRI FRATELLI
CHE O INERMI CADDERO
ALLA CIECA PERCOSSA DE’ BARBARI
O SOLDATI NELLA GRAN BATTAGLIA
DEL DIRITTO CONTRO LA FORZA
MORIRONO COMBATTENDO:
TU FA CHE IL LORO SANGUE ESPIATORE
LAVI LE COLPE ANTICHE:
TU FA CHE LE ANTICHE GENTI
STRINGANSI INTORNO AL TUO VICARIO
IN AMPLESSO D’AMORE INDISSOLUBILE.
Al lato destro.
ANIMOSE DONNE
NEL VOSTRO CUORE DI MADRI
NELL’ESEMPIO DELLE VOSTRE SORELLE
CHE POSERO PER LA PATRIA LA VITA
VOI TROVERETE IL CORAGGIO
DELLE FORTI VIRTU’ CITTADINE:
EMULATRICI DELLE SICILIANE
VOI CANCELLERETE TRE SECOLI
DI CODARDA MOLLEZZA
E RITEMPRATE A SEVERI DOLORI
A GIOJE SEVERE
VI FARETE DEGNE COMPAGNE D’UOMINI LIBERI.
Al lato sinistro.
MARTIRI PRECOCI
DI QUELLA CAUSA INDEFETTIBILE
CHE AL PIÈ DEI PATIBOLI
E NELLE CUPE SEGRETE
RIFORNI’ PER SI’ GRAN TEMPO
LA COMPIANTA SCHIERA DE’ SUOI SEGUACI
NOBILI VITTIME
DI SPILBERGA E DI COSENZA
VOI NON AVETE SPERATO INDARNO
NON AVETE INDARNO PATITO
IL TRIONFO DI QUESTI LOMBARDI
ASSOLVE LA SUBLIME VOSTRA FOLLIA
LA PATRIA LORO È PUR VOSTRA.
Sulla Bandiera a destra:
IGNOTI DEL NOME NON DEL CUORE
NEGATI ALLE PIETOSE CURE DEL MEMORE AFFETTO
DAI FEROCI OLTRAGGI DE’ BARBARI
I PIU’ DI VOI L’INSEGNARONO
QUANTA È VIRTU’ IN QUELLA TURBA INNOMINATA
CHE PORTA PIU’ GRAVE IL FASCIO
DI TUTTE LE UMANE CORRUTTELE E MISERIE.
Sulla bandiera a sinistra:
PARGOLETTI INNOCENTI
MARTIRI DELLA PATRIA
IGNARI ANCORA
DEL SUO NOME DOLCISSIMO
IL VOSTRO SANGUE
LAVACRO ALLA NOSTRA VITTORIA
È PEI BARBARI MACCHIA NON CANCELLABILE.
MORTI
_nelle cinque gloriose giornate per la liberazione di Milano_
noti fino al 4 d’Aprile; oltre questi vi sono altre cento vittime
finora sconosciute, tra cui donne e bambini.