Il Cantù nelle sue _Relazioni e reminiscenze intorno gli ultimi cinque

giorni degli Austriaci_ in Milano racconta altri fatti degni di esser

riportati: «Una signora disarmò tre Poliziotti; un’altra uccise

altrettanti Croati, nè fu la sola che in quel giorno facesse prodigi di

tiro; un gruppo d’inermi ragazzi dagli otto ai dieci anni spogliarono

delle bajonette alcuni soldati. Sul Carobbio un uomo combatteva a

fucile colla sinistra mano, dopo perduta la destra; c’era chi gli

caricava lo schioppo, egli se ne serviva. All’assalto della Corte

imperiale un giovine fu colpito da quindici palle nell’istante che pel

primo invadeva il palazzo gridando: Viva l’Italia! Cadde gridando: Viva

l’Italia! Assistito dal sacerdote, spirò gridando: Viva l’Italia! Un

morente scriveva col proprio sangue sulla parete: Coraggio, fratelli!

Sangue e azioni da martiri, che Iddio avrà compensate nelle sue

altissime regioni, mentre anche qui in terra le corona col trionfo del

nostro paese».

XIII.

ALTRE ATROCITÀ

COMMESSE DAGLI AUSTRIACI

ESTRATTE DA DOCUMENTI OFFICIALI

Codardi coi pugnanti

Fèr segno ai colpi lor

I bamboli lattanti,

Gl’inermi genitor.

Se sorpassar d’Uraja

L’antica crudeltà,

Son degni di mannaja,

Non degni di pietà.

O. TASCA.

Amico lettore, tu ti farai la più alta maraviglia, dopo quanto hai

letto ne’ miei cenni storici della gloriosa nostra rivoluzione,

trovando un capitolo apposito per _altre atrocità commesse dagli

Austriaci_ nei funesti ultimi cinque giorni di lor dimora in questa

bella città d’Italia.

In vero che hanno dell’incredibile, tanto che qualcuno potrebbe anche

accusarmi di esagerazione. Ma pure vi assicuro che colla stessa verità

con cui vi narrava gli eventi delle Cinque Giornate io ora vi narro

questi nuovi fatti, alcuni dei quali tolti da Gazzette Officiali, e

da me verificati sul luogo, altri a me raccontati da tali che furono

dolorosi spettatori delle orrende scene che troverete descritte; di

altri infine fui testimonio io stesso, e raccapriccio di orrore al solo

risovvenirmi.

Vi furono uomini e donne barbaramente mutilati ed uccisi, fanciulli

sbranati, case incendiate. I sobborghi ed i punti interni più vicini

alle porte furono il principale teatro della più esecrabile barbarie, e

conserveranno a lungo le tracce del ferro e del fuoco nemico.—L’interno

del Castello, appena fu sgombro, presentò ai visitatori il più orribile

spettacolo. La nostra Gazzetta Officiale riferisce che si trovarono

numerosi corpi di cittadini trucidati e mutilati in mille guise,

giacenti nel fossato interno del terzo cortile, nei sotterranei e negli

angoli del cortile, ove furono od abbrustoliti od affogati o morti di

bajonetta e di fucile. Tra questi vi erano pure alcuni cadaveri di

donne che i barbari trucidarono e denudarono a fine di poter poi cogli

abiti di queste travestirsi e occultare la loro fuga.—Il cittadino

Carlo Viviani dal comandante Lissoni ebbe l’incarico d’esplorare i varj

luoghi del Castello, trovò nella seconda corte a destra una diligenza

con un calesse d’aggiunta, la prima svaligiata e il secondo abbruciato.

In un orto ivi presso trovò sette cadaveri d’uomini, seminudi e

barbaramente mutilati ed insultati; trovò due gambe di diversa

dimensione, che non appartenevano a nessuno dei suddetti cadaveri, e

che dalle forme apparivano chiaramente essere gambe femminili e di

persone distinte dalla delicata lor carnagione. In un’acqua corrente

attigua si trovarono molte membra di corpi umani, probabilmente

appartenenti alle due donne. I cadaveri erano malconci per calce, le

due gambe annunziavano una morte non più lontana di 24 ore[47].—I

nostri cittadini caduti nelle mani degli Austriaci furono rinchiusi

nelle più anguste e fredde carceri del Castello, e in sì gran numero

per ogni camerotto, che tutti non potevano contemporaneamente sdrajarsi

per riposare.

Privi d’ogni più meschino giaciglio posavano sul nudo terreno, e

lasciati senza cibo a stento poterono per mezzo di danaro dividere

il tozzo di pane nero colle sentinelle che li guardavano.—Di questi

prigionieri quelli che non furono sacrificati ebbero a soffrire le

più acerbe torture, e minacciati di morte vennero essi tolti dalle

carceri, legati a due a due e condotti in giro pel Castello al suono

del tamburo velato a lutto fra lo spettacolo dei cadaveri che d’ogni

dove l’ingombravano, indi fatti inginocchiare ed appuntati i fucili

al loro petto fu sospeso il comando di far fuoco allora soltanto che

tutto ebbero assaporato lo spasimo di una lenta agonia. Questa scena fu

ripetuta più volte finchè il nemico fu padrone del Castello, e quando

sgombrò la città sedici di questi infelici furono da lui condotti in

ostaggio legati innanzi le bocche dei cannoni con miccia accesa[48].

«Un Croato ferito fu recato all’Ospedale; in un piccolo involto che

teneva presso di sè, gelosamente guardato, si trovarono (orribile

tesoro) due gentili mani di donna coperte le dita di preziosi anelli.»

Nella casa a Porta Vercellina del negoziante e fabbricator di stoffe

signor Fortis, un’orda di Croati invasero ogni piano, ogni camera, e

non bastantemente paghi di aver uccisi molti inquilini e rapite grosse

somme di danaro, devastarono i magazzini, fracassarono i telai,

lacerarono ed insozzarono le stoffe, e misero ogni cosa a soqquadro

e rovina. Un ben dettagliato quadro di questo eccesso di barbarie lo

togliamo dal giornale il _Lombardo_ del 28 Marzo, ove colle seguenti

parole è espresso:

«Vicino a Porta Vercellina facendo angolo coi bastioni dello stesso

nome, trovasi la grandiosa manifattura nazionale di stoffe di seta dei

negozianti Fortis.

«Erano le ore una e un quarto passato il meriggio, quando un centinajo

di Croati sfondata e gittata a terra una porta, che dai baluardi agli

orti e quindi allo stabilimento conduce, entrarono per essa invadendo

tutto il locale.

«Il primo loro saluto fu una fucilata, che sgraziatamente colpì

ed uccise un miserello che là trovavasi. Continuando ad avanzarsi

incontrarono il signor Ernesto Fortis, figlio del proprietario delle

manifatture. Per salvare la vita questi subito presentò loro ed

orologio, e spille, e tutto quanto si trovava avere indosso, poi

cercò rifugio nella bottega di un fabbricatore di statuette di gesso

attenente a quel locale. Rinvenuto colà da una parte degli invasori,

che gli tenevano dietro, ed additato da un suo spaventato servitore,

quale padrone, venne da quelli ripreso. Li conduceva allora il giovine

Fortis alla cassa del danaro, ed essi lo accompagnavano tenendogli

sempre appuntate al dorso e bajonette e schioppi, presti a far fuoco,

gridando continuamente con voce gutturale _gurr, gurr, gurr, moneta,

moneta_. Arrivati che furono alla stanza dello scrigno, quello trovando

chiuso, e non avendo con sè il signor Fortis la chiave onde aprirlo,

già stavano per ucciderlo, quando fortuna volle che quelle immani fiere

intendessero il gesto che loro faceva il Fortis di rompere il forziere.

Scassinata la serratura, nel mentre che stavano intenti a depredare

le ivi rinchiuse ventidue mila lire dell’abborrito nome, tentava il

Fortis di fuggire per una vicina scala seguito da quel servo che lo

aveva già additato agli invasori qual padrone.

«Accortosi i Croati di tale fuga spararono dall’alto della scala varie

fucilate, e colto da quelle l’uom di servizio cadde estinto. Allora il

Fortis gettandosi in una stanza laterale, riparavasi sotto il letto

del suo cuoco. Gli assassini venivano a lui ricercandolo, ed egli

trepidante li sentiva avvicinarsi. Anzi due o tre di quei masnadieri

postisi a sedere sul letto, sotto il quale egli stavasi nascoso,

incominciarono colà a dividersi il depredato danaro.

«Quando piacque a Dio alla fine partirono, ed il Fortis potè allora

discendere nella cantina, che per essere già stata invasa due volte,

era allora la parte più sicura della casa. Infatti quietamente postosi

colà dietro una botte potè per più e più ore aspettar senza pericolo il

tardo allontanamento dei ladri.

«Intanto che accadevano le narrate cose, la maggior parte dei Croati

che si era colà introdotta, saccheggiava e devastava tutto il grande

fabbricato, commettendo mille nefandi delitti, ed inumanamente

uccidendo operai, donne e fanciulli.

«Il padre del giovane Ernesto Fortis, che fino dal primo entrare degli

assassini era stato spogliato di sue vesti, vedendo ognora aumentare la

ferocia di quelli, si gettò boccone a terra fra morti, ove stette per

ben quattro ore immobile. Così creduto morto da quelli, campò la vita.

«Una giovinetta di circa 13 anni venne scannata, e così pure

qualch’altra donna che lavorava in quello stabilimento.

«Un infelicissimo padre si trascinava avanti ai barbari traendo per

ciascuna mano un fanciulletto. L’ingannato genitore credeva che quella

vista avrebbe ammansato la furibonda sete di sangue di quei vigliacchi

masnadieri, e quindi sarebbero state risparmiate le loro vite. Fu

colmo di raffinata barbarie in vero se quelli non l’uccisero, poichè

tagliarono a pezzi sotto il di lui inorridito sguardo le due innocenti

vittime.

«Dopo quattro ore e più di devastazione e saccheggio si ritirarono quei

feroci cannibali seco traendo vistoso bottino di denaro, argenterie,

merci, cavalli e carrozze; lasciando quindici cadaveri e sette persone

malamente ferite.

«Per colmo di sventura condussero seco loro il dottor fisico Benigno

Longhi ed il capo delle manifatture Enrico Turpini.—

«Fuori di Porta Tosa s’introdussero i Croati in una osteria, e veduto

il padrone gli domandarono da mangiare, e siccome non ne aveva, lo

legarono insieme con suo figlio, ed attaccatili ad un cannone li

trascinarono qua e là per la strada, ed in tal modo dovettero bere a

sorsi a sorsi la morte. Portatisi in altra casa e sentendo un tenero

pargoletto che vagiva in culla, lo levarono da di là, presente la

propria genitrice che era spaventata, ed appoggiate le mani del bambino

contro il muro, ne lo inchiodarono come fosse un pipistrello od altra

bestia, e poscia con un colpo di bajonetta contro il cuor della madre,

la stesero morta a terra.—

»Nell’osteria dell’Angelo vicino alla strada ferrata di Treviglio, si

trovarono otto cadaveri abbruciati, fra cui due ragazzi dai dieci ai

dodici anni non più riconoscibili. In vicinanza della stazione della

strada ferrata fu pure trovato il cadavere dell’inglese Klyn, lavorante

di macchine, consunto anch’esso dalle fiamme. Venne incendiata la casa

presso l’osteria del Leon d’Oro ed il caffè Gnocchi.—

«Spuntava l’alba del 22 marzo allorchè 200 Croati circa, prorompendo

furibondi ed affamati da questa Porta, spaccavano con accette la porta

del caffè Gnocchi, vi entravano forsennati da lì a pochi minuti.

«I padroni del luogo, Leopoldo e Luigia Gnocchi (notate che questa

era incinta da circa quattro mesi) in ginocchione e colle braccia

incrociate al petto pregavano da quei mostri la vita. I soldati nulla

rispondevano, ma afferrando diverse bottiglie e succhiandone avidamente

i liquori, ghignavano e ferocemente urlando cantarellavano. I due

officiali che li capitanavano in cattivo ma pure chiaro italiano

risposero; _Sì, sì salvare la vita: ma dare robe._—E quelli ecco le

chiavi—_Venire voi per di sopra: dara tutto: noi Todisch stare Patroni

Milan: noi Todisch an occi, o domani bruciare tutta Milano, porca

Taliana._

«Dopo che gli sventurati sposi speravano (coll’aver dato tutto che

possedevano) aver sfogata la cruda fame di quelle belve, eccoti che

gli ufficiali staccano a forza la moglie dalle braccia dello sposo, la

violentano, la fanno inginocchiare, le appuntano le bajonette alla gola

e le dicono: _Tacete voi; tua marita, come tutti uomina Taliana dovere

essere mazzata; tutta Milano cenere domani._

«E dopo tali parole colla spada trafiggono il marito avanti gli occhi

della moglie, lo calpestano e il fanno a brani, poscia appiccarono il

fuoco all’edificio.

«Dopo tali atrocità incredibili al secolo nostro, ed appena credibili

fra feroci cannibali, cacciano via la misera Luigia più morta che

viva, la quale, errando attraverso prati e varcando fossati riuscì

di giungere alla strada ferrata presso la cascina _Ortighe_, dove

fu accolta benignamente in vagoni di prima classe, fatta adagiare e

consolata durante il cammino dallo scrittore del presente racconto,

Bissoni Pietro da Cremona, il quale udì dalla bocca istessa della

Luigia il miserando scempio del marito.»

Fu allora che egli (sebbene ignarissimo dell’arte di maneggiare armi)

fattosi dare uno spiedo e scultevi le lettere V. M. _vincere o morire_,

giurò, o di entrare il domani in Milano o di morire sotto i suoi

bastioni, martire della causa santissima dell’italiana indipendenza.—

«In una casa al mercato Vecchio in Porta Comasina la barbarie della

soldatesca giunse al colmo, perocchè quivi dopo avere spaventati

gl’inquilini con tre cannonate, le cui palle caddero tutte nelle

stanze, vi entrarono essi pure improvvisamente, e poichè tutti,

uomini, donne, vecchi, fanciulli ed infermi eransi ridotti in un sol

locale a piano terreno, ne atterrarono la porta, e (cosa orribile a

narrare!) con una scarica di molti fucili fatta sulla massa di quegli

infelici, ne uccisero di un sol colpo diciassette, ne ferirono otto,

e ne trassero dodici prigionieri al Castello; e, quasi non ancor sazj

di quella carnificina, nel breve tragitto al vicino Castello, ne

infilzarono due altri sulle bajonette».—

Nella Domenica, giorno 19, essendosi portate molte persone ad udire

la santa Messa in S. Simpliciano, circa le ore 9 e mezza, nel mentre

che il Sacerdote celebrava, si cominciò a tirar moschettate contro

le persone che entravano e uscivano di chiesa; quel buon prevosto

Carlo Ferrario, procurava ogni modo a persuadere la gente a fermarsi

in chiesa per non arrischiare la vita. Quand’ecco un certo Luigi

Bocciolini vedovo, padre di 4 teneri figli, essendo uscito per

recarsi a casa ed unirsi ai medesimi, appena arrivato al portone

venne colpito da una palla nel braccio destro. Ritorna in chiesa. In

essa si trovavano 131 persone, tra le quali il sacerdote ex parroco

Lorenzo Denna, ed il sacerdote Ambrogio Decio. Il Denna accoglie[49]

il Bocciolini, e coll’ajuto di altri lo sveste, rincorandolo, e

siccome dalla ferita veniva una quantità di sangue ed il misero non

poteva reggere al dolore, essendo il braccio rotto, si procurarono

subito delle bende e de’ panni, e lavando la ferita si procurò di

medicarla alla meglio. Il sig. Prevosto apprestò tutto l’occorrente

per allestire un letto sul quale si fece coricare, aspettando che si

aprissero i passi per farlo trasportare allo Spedale. Si pensò infatti

di parlare da una finestra della chiesa al casermiere, che mandò un

chirurgo con un ufficiale; sfasciò il braccio, e ponendo sulla ferita

alcune filacce, partirono dicendo, che appena fosse stato possibile

l’avrebbero tradotto all’Ospitale, ciò che non venne eseguito se non

verso le ore 4 pomeridiane.

Partiti il chirurgo e l’ufficiale, indi a poco s’udirono varj colpi di

fucile contro la chiesa e lo scoppio di due bombe, pel quale andarono

a un tratto in pezzi i vetri dei finestroni. Tutti rimasero istupiditi

credendosi perduti, ma dopo alcun tempo data calma al timore,

s’incominciò a proporre il modo di alimentare quelle persone mentre

erano la maggior parte digiune. Il sig. Prevosto, il Denna ed il Decio

deliberarono di chiamare da una finestra della casa parrocchiale verso

i giardini, gli abitanti della vicina casa, i quali uditi dal vicino

fornajo cominciarono a fornire di pane, che venne distribuito a quegli

infelici schierati in mezzo alla chiesa, ed in tal modo si continuò

fino alle ore 4 pomeridiane, nel qual tempo essendosi spiegato un

momento propizio, tutti sen corsero alle loro case a consolare i proprj

parenti.

Ancor più barbaro è il caso successo alle ore 6 pomeridiane del giorno

19 nella casa posta al N. 2047, che vado a narrare. Entrati i soldati

in quella casa, e dopo di aver saccheggiato e rovinato tutto nelle

abitazioni dei diversi inquilini che si erano salvati colla fuga,

passarono al piano superiore, ove sgraziatamente si trovavano ancora

in casa un certo Giovanni Roncari, accenditor di lampade del Comune,

uomo onestissimo, colla moglie Giuseppa Zamparini, una figlia, ed un

loro conoscente per nome Paolo Morari, lavoratore in seta, ancora

nubile. Essi si raccolsero nello stretto fra il letto ed il muro, ma

tosto che furono sorpresi dai soldati, i due uomini caddero a terra

trucidati da alcuni colpi di accetta, e la moglie e la figlia non

ebbero che alcune busse. Svaligiarono quindi la camera di quei pochi

risparmi della famiglia, di alcuni arredi preziosi della moglie e

di tutta la lingeria, e se ne partirono.—La moglie disperata sulle

agonizzanti spoglie del marito si dava ogni cura per adagiarlo su di

alcuni cuscini onde meno tormentosi gli riescissero gli ultimi momenti

della vita; ma rientrati alcuni soldati nella camera martoriarono di

nuovo il semimorto Roncari, e con inaudita barbarie afferrando la

mano della moglie, fuori di sè per la disperazione, la costrinsero di

strappare le cervella al marito, che per le fattegli ferite le cadevano

sul volto.—

Verso le ore 12 e mezza dei giorno 20, parimenti a Porta Comasina, nel

momento, come ho raccontato in quel giorno, che un Maggiore Ungarese

verso il Ponte Vetro andava gridando pace e persuadeva gli abitanti

a cessare dalle ostilità, due studenti di legge venendo dalla Foppa

furono sorpresi ed inseguiti da alcuni soldati che li minacciavano

della vita perchè avevano la coccarda al cappello. Ad uno di essi

riescì di fuggire. L’altro, che si conobbe poi per certo Pirinoli

Giuseppe nativo di Cunardo, comune di Luino, onde evitare il pericolo

che gli sovrastava entrò in una bottega di prestinajo che si trovava

socchiusa, e salite le prime scale che gli si affacciarono giunse al

piano superiore, e dal solajo salendo sul tetto discese nella vicina

casa N. 2189. Avvertiti i soldati andarono a spaccare la porta, e dopo

di aver perquisita tutta la casa trovatolo nascosto sotto un letto

nell’abitazione di Giovanni Larghi, gli scaricarono adosso alcune

fucilate, e quindi lo trascinarono fuori e lo presentarono ai vicini

dalla finestra, e dopo di avergli preso tutto il denaro lo gittarono in

corte, gridando, va a trovar _Pio Nono_.—

«Nel vicolo del Sambuco, ove è l’antichissima osteria detta della

Palazzetta, recossi una mano di assassini. Chiesto ed ottenuto da

mangiare e da bere, legarono l’oste colla moglie e la figlia. Fattone

un fascio, buttaronli vivi sul camino, ove furono arsi. Prima di

partire lasciarono sfuggire dalle botti tutto il vino che era in

cantina.—

«Guidati da certo Hansek, già loro commilitone, altri soldati

penetrarono dal borgo di Viarenna nella stretta Calusca, e dopo di

aver saccheggiato e commesso ogni sorta di orrori in quelle case,

trucidarono tre infelici, che furono: Giuseppe Gambaroni d’anni 58

circa, ammogliato, venditore delle così dette _robbiole_ da fuoco;

Antonio Piatti d’anni 28, fabbro, e Giuseppe Belloni, cuojajo. Presi

e condottili nel vicino orto, e come se fosser ad una festa da ballo

ghignazzando e cantando, se li gettavano contro urtandoli e ricevendoli

a colpi di bajonetta, e mentre gli infelici in questo modo crudele

venivano straziati, parte degli assassini, per godere più a lungo

di quella scena orribile, andarono in traccia di paglia e di legna,

e gittatele addosso a quei moribondi vi appiccarono il fuoco. Ed

allorquando i pazienti per l’ardor delle fiamme tentavano agonizzanti

d’allontanarsi, quei feroci assassini li respingevano nelle fiamme

colle punte delle bajonette, così seguitando fra le acclamazioni di

allegria sino a che furono persuasi di averli spenti; e dopo d’aver

obbligati i superstiti parenti ad esser testimonj di una scena così

straziante, abbandonarono quel luogo.—

«In una stanza, fra le molte di cui si compone la caserma di

sant’Eustorgio, si vedeva una panca, sotto la quale eranvi delle scarpe

che apparivano chiaramente essere appartenenti ad un cittadino. Su

questa panca eravi del sangue raggrumato. Di questo sangue si trovò

pure intrisa una penna. Probabilmente sarà stato un prode Austriaco

che avrà dissetato la sua sevizie scrivendo note di sangue con sangue

italiano.—»

XIV.

RIVOLUZIONE DELLE PROVINCIE

(_Dalla Gazzetta Officiale il 22 Marzo_).

Non sappiamo se nella meravigliosa rivoluzione della Lombardia sia

stato maggiore il coraggio o la concordia universale. Come gli

individui qui in Milano, così le diverse provincie si levarono ad un

tratto risolute, formidabili, con un solo proposito. «Liberiamoci,

dissero esse, liberiamoci prima dai presidii che ci tengono soggette,

facciamolo presto per accorrere subito dopo in soccorso di Milano:

vinta quella città la causa è vinta». E così fecero, e per tal modo

mostrarono come le provincie, stringendosi intorno al centro comune,

volevano innanzi tutto l’unità politica, e come era loro intento di

compiere quell’opera di concordia e d’amore che da più mesi avevano

incominciata con tanta spontanea virtù. Quell’antica peste degli

odj, delle diffidenze municipali non è più, e, poichè disparve, ecco

adempirsi la liberazione di Italia. Forza, intelligenza, che sempre

ci hanno distinti, disgregate ci condussero alla ruina, appena unite

fecero la nostra gloria. Fummo già perduti per un eccesso di vigoria,

giacchè, sentendo la nostra forza, volevamo esser soli per quanto

fossimo pochi; ora invece siamo tutti, ed assieme, ed abbiamo vinto.

Nella profusione di atti di sacrificio e di valore sarebbe difficile il

distinguere una piuttosto che un’altra provincia. Milano è riconoscente

a tutte, invia a tutte il bacio della fratellanza e della gratitudine,

perchè tutte s’adoperarono a giovare Milano e con essa la causa

comune, e, ciò che è più singolare, hanno quasi tutte un titolo diverso

alla nostra gratitudine.

Bergamo che, fin da quattro mesi or sono, ebbe l’onorevole e pericoloso

ardire di stendere e presentare alla già Congregazione Centrale una

energica protesta della sua Congregazione Provinciale contro le

vessazioni dell’Austria e la sua nessuna fedeltà alle date promesse,

appena seppe che Milano stava combattendo, insorse tosto, ordinò la

guardia civica, inviò trecento armati a Milano, ed assediò la caserma

di sant’Agostino, dove erano 800 Croati. L’arciduca Sigismondo, che ivi

comandava, diede la sua parola che non sarebbe partito; ma la violò e

fuggì abbandonando vilmente le truppe. Intanto a Bergamo si continua ad

ordinare la guardia civica nelle città e nelle vallate, e si preparano

le difese ai monti, onde intercettare agli Austriaci la via del Tonale.

Molti volontarj sono partiti per Crema, altri si dispongono a formar

parte dell’esercito mobile: la linea che si distende fino a Chiari,

Soncino ed Antignate è sorvegliata da molti che spiano i moti delle

orde nemiche. Maggior previdenza, maggior sollecitudine non poteva

usarsi, poichè, mentre Milano appena liberata stava in forse dei moti

dell’esercito nemico, ecco Bergamo che volontario difensore vegliava

già alla nostra sicurezza. Noi, tre mesi fa, avevamo fatto feste ai

Bergamaschi, destinando loro il ritratto d’uno dei più grandi loro

scienziati e cittadini, il Mascheroni, ed essi ora hanno voluto farci

risovvenire che non sanno trattare le sole arti della pace, e e che

si conservano pur sempre degni discendenti del Colleoni. Ma se nel

cinquecento Bergamo fu valida difesa dello Stato a cui era unito, or si

unisce a noi con ben altra eguaglianza di diritti, e perciò con ben più

spontaneo accorrere d’armi e d’armati.

Cronaca della rivoluzione di Milano · 第 11 / 20 段