di difficoltà e pericolo, pervenne Dunant a trasportare sul Duomo un
grandioso stendardo tricolore fisso alla rispettiva asta, il quale
precedentemente era stato dal popolo portato in trionfo intorno alla
piazza, e benedetto dal sacerdote Luigi Malvezzi. Questo stendardo
fu dal Dunant inalberato in faccia all’inimico sulla sommità della
guglia maggiore di fianco alla statua della Madonna. Questo fu il
primo vessillo nazionale che siasi veduto sventolare anche da lontani
paesi, in quelle cinque giornate, sulla Cattedrale; avendo rispettabili
persone ivi addette dimostrato l’insignificanza di altre due banderuole
bicolori, cioè bianche e rosse, che con la maggiore facilità furon
trasportate per la scaletta interna e collocate ad un ripiano inferiore
alla posizione dello stendardo innalzato esternamente a vista e sotto
le cannonate dei torrioni del Castello[46].
«_Riassumendo_ quanto sopra oprato in piena luce, e dettagliato nei
relativi documenti in mano del Governo, che confermiamo veridici in
tutte le loro particolarità, risulta:
«Che Dunant coraggiosamente prese parte attiva e significante alla
rivoluzione fin dal suo scoppiare, sebbene incertissimo e pericoloso
fosse l’esito della prima sommossa, e dopo dato uno dei più
significanti segnali della rivolta efficacemente la sostenne;
«Che personalmente, con mezzi pecuniarj e cogli individui al suo
servizio contribuì ad una valida difesa, indi all’attacco, alla
sconfitta ed all’inseguimento delle orde austriache».
«Suoi scritti, i palloni e la gran bandiera tricolore sul Duomo, non
poco dovettero eccitare ed incoraggiare i circonvicini paesi a muovere
in ajuto della città».
«Finalmente fu quello, che al cospetto dei barbari, dava ben alto nel
cielo il segnale della vittoria del popolo milanese, proclamava il
trionfo della libertà sulla tirannia ed il risorgimento della civiltà;
che in mezzo alle palle ed alle bombe piantò il primo stendardo della
nazionalità e della gloriosa indipendenza d’Italia tutta».
LEONCINI ANTONIO, pregato che si tenesse dall’assalire il Castello
assiepato di Tedeschi, rispose: Lasciate fare, le palle non ci toccano:
portiamo in fronte il nome di Pio IX.
Il capitano MANARA LUCIANO prese ed incendiò la Porta Tosa, difesa da
sei pezzi di cannone.
MESCHIA GIOVANNI, lattivendolo di Porta Ticinese, va distinto tra i
più valorosi combattenti delle barricate durante i cinque giorni. Egli
tormentò il nemico ora in Viarenna, ora al bastione, uccidendo alcuni
cannonieri sull’atto che stavano per dare il fuoco al loro micidiale
istrumento. Apportatosi dietro un camino sul tetto, davanti al
campanile di S. Eustorgio, uccise con dieci colpi altrettanti soldati
che s’erano impadroniti di quella torre, e da dove moschettavano
sopra i cittadini. Il suo ritratto viene egregiamente descritto nella
seguente sestina tolta da una poesia fatta in suo onore:
Si chiama questo tal _Meschia Giovanni_,
E vende il latte a Porta Ticinese,
È grande di persona ed ha trent’anni,
Se non sbaglio però di qualche mese,
È snello, pronto, ardito molto e destro,
E nel tirar a segno un ver maestro.
MONTANARA N., capo della forza di Finanza, è da commendare per esser
venuto il primo tra il popolo, e recato la sera di martedì al
ponte Beatrice per impedire a’ Croati di congiungersi alle truppe
stanziate al Comando Militare. La qual cosa egregiamente riescitagli,
sollecitamente accorse a Porta Vercellina a fine di tentare un assalto
alla caserma di S. Francesco; indi alla chiesa di S. Vittore, per
disperdere un corpo di Cacciatori e Croati disseminati per quelle
ortaglie. Negatogli l’accesso alla chiesa da quei preti custodi, salì
per violenza sul campanile, ove facendo suonare a martello, dall’alto
della torre e dalli spiragli sostenne una lunga fucilata, nella quale
il nemico lasciò molti morti. Poi di là, sempre guidando i suoi,
inseguì la truppa e l’artiglieria, che costretta a ritirarsi, si mosse
verso Porta Ticinese; passando internamente di casa in casa, le tenne
dietro sino al Borgo di Viarenna, ove s’appostò nell’edifizio della
Dogana, dalle cui finestre maltrattò siffattamente la fanteria e
cavalleria che combattevano dai bastioni, che le costrinse a fuggire
più presso all’Arco Ticinese. Le inseguì colà tuttavia, perchè pareva
mirassero impossessarsi del Mulino delle Armi, ove erano magazzini di
vettovaglia, e quivi da un cittadino generoso avuto un cannone, lo
appuntò sulla barricata della via della Vettabia, onde tenere lontane
e snidar quelle che già s’erano sparse pei campi. In questo fatto si
distinse pure la guardia Borroni che fu de’ primi a salire il bastione
affrontando le palle tedesche. Chiesto ajuto, la sera del mercoledì,
da quelli di Porta Comasina, il Montanara s’affrettò al luogo detto
la Foppa, ove per due ore sostenne un doppio fuoco contro i soldati
stanziati sul bastione e quelli ch’erano a guardia del magazzino di S.
Teresa. Fu il Montanara che gridando ad alta voce: Vittoria! giunse
a tempo di troncare il fuoco impegnato per equivoco tra i nostri e
quelli accorsi dal di fuori in nostro soccorso. Non credo di dover
finire senza un ricordo di gratitudine all’infelice e valorosa guardia
Capra, la quale, alla presa della caserma de’ Croati a Sant’Apollinare
entrata in battello per darle l’assalto, si espose sì coraggiosamente
ai colpi degli assaliti, che vi perde la vita, ferita da due palle nel
capo.—Una nota posta a queste notizie ci fa sapere come il signor capo
Montanara non trovò ostacolo alcuno da parte dei preti della Basilica
prepositurale di San Vittore al Corpo, giacchè, fin dal fatale mattino,
appena sentito il suono a martello della vicina Basilica Ambrosiana
(già evasa dai nemici la Caserma attigua di s. Vittore), i sottoscritti
due fratelli in persona salirono immediatamente sul campanile di
quest’ultima chiesa, e con non poca fatica e grave pericolo della vita,
ivi suonando più forte e sollecitamente più che poterono per maggior
dispetto all’accanito nemico, e più coraggio ai nostri valorosi, pel
continuo suono furono fatti bersaglio dei cannoni postati sul bastione
della prossima Porta Vercellina, ed una palla fra le altre fu sì ben
diretta a noi soli, che dessa ci passò framezzo, fatti consapevoli di
tal graziosa e gentil visita dal polverìo in cui ci trovammo avvolti
pei mattoni percossi, dal traversotto spostato, e dalla palla istessa
di cannone che rinvenimmo a’ nostri piedi. Da quel momento in poi non
si cessò un istante e dagli inservienti della chiesa istessa, e da
altri ancora accorsi, dal suonare con energia e di giorno e di notte.
_Il cittadino prete_ Belli Vincenzo, _coadiutore
in detta Basilica di San Vittore._
_Il cittadino_ Belli Angelo, _promotore de’ LL.
PP. Elemosinieri ed Uniti di Milano._
NOVA GIUSEPPE. Il primo che entrò nelle sale del palazzo di Governo,
il primo che espose ai membri della radunata congregazione Centrale
i troppo giusti lagni dei Milanesi, il primo a dichiarare che un
ulteriore indugio a riconoscere i loro diritti sarebbe stato il segnale
della rivolta, lo abbiamo nel signor Nova. Egli diede l’esempio del
massimo eroismo e della massima moderazione quando coll’ardire della
persona, e colla forza della parola arrivò a far piantar il vessillo
tricolore in quel medesimo palazzo dove la tirannide straniera si
celava e raccoglieva a Consiglio, ed accorse a salvare il sig. Kolbs,
in allora segretario della presidenza, da un colpo di pistola che
gli veniva diretto. Lo stesso Nova va distinto tra i più coraggiosi
nell’assalto di S. Apollinare, ed al suo valore ed al suo senno si
deve principalmente la buona riuscita di quest’impresa. La presa di
questo magazzino militare, presidiato da una quarantina di uomini fu
difficilissima per la sua costruzione quasi forte castello, ed il
combattimento durò tre giorni, nel quale noi ebbimo a piangere un
solo morto e tre feriti. A provare quanto fossero barbari i Croati,
e crudeli con loro stessi vi basti questo fatto: Il martedì sera
quando i nostri s’erano già in parte impossessati del locale, uno di
essi conoscendo la lingua slava stava interrogando un Croato ferito
(che veniva portato in corte implorando la vita) per sapere quanti di
loro vi fossero a presidio, e per farlo parlare gli prometteva che lo
avrebbe fatto trasportare allo spedale e medicare. Egli stava appunto
confessando il tutto, quando due o tre moschettate gli furono scaricate
da’ suoi compagni, che lo stesero morto.
OMOBONI TITO. Questo personaggio godeva già fama fra noi per i
suoi viaggi in Affrica e nelle Indie, e per aver combattuto nelle
guerre della Spagna e del Portogallo. Allo scoppio della Rivoluzione
intraprese a costruire delle barricate a difesa della contrada del
Durino, e quindi diresse il piano d’attacco di Porta Tosa, nella quale
impresa fu mirabilmente secondato dal conte Luigi Belgiojoso e dai
suoi figli Cesare ed Alberto. L’Omboni passò poi tra le prime file dei
Volontarii, ai quali potrà giovare colla spada e col consiglio.
PIROVANO PAOLO, d’anni 17, di professione falegname, fu il primo a
superare la barriera di Porta Tosa. Egli consegnò una quantità di
munizioni da guerra, e specialmente palle di mitraglia da lui raccolte
sotto il fuoco dei cannoni. Domandatogli qual ricompensa si sarebbe
potuto proporre al Governo in premio del suo coraggio, rispose non
ambire altro che l’onore d’esser ammesso alla Guardia Civica. Egli
fu inoltre il primo a portar fuori di Milano la bandiera italiana
tricolore.
SIMONETTA ANTONIO, ora capitano della Milizia nazionale del rione
di S. Eufemia, che seppe aggiungere al nostro partito il Corpo dei
Finanzieri, i quali dalla domenica a tutti gli altri giorni della
Rivoluzione si distinsero per zelo e per coraggio dispersi per la
città. Avrei avuto a narrare qualch’altro fatto che onora il distinto
cittadino Simonetta, se la somma modestia dello stesso non me ne avesse
imposto silenzio intorno ai medesimi.
SOTTOCORNO PASQUALE, che pel primo incendiò le porte del palazzo del
Genio, e diede altre prove di valore, ottenne dal Governo Provvisorio
il seguente attestato che fu affisso su tutti gli angoli della città.
CITTADINI!
_Onore al popolano Pasquale Sottocorno, che nel palazzo del Genio
appiccò primo il fuoco alla porta e irruppe a disarmare e far
prigionieri 160 soldati. Quest’oggi ei rinnovò la prova di valore
straordinario, assaltando la pia casa di ricovero e disarmando i
soldati che vi stavano a guardia. Il nome del Sottocorno suoni glorioso
sulle bocche di tutti i prodi, e resti esempio ed eccitamento alle
generazioni venture._
Milano, 22 marzo 1848.
(_Seguono le firme del Governo._)
SUZZARA GAETANO. «È debito di riconoscenza l’annoverare fra i prodi
Milanesi questo nostro concittadino, che sprezzando ogni pericolo, con
tanta solerzia difese la cara nostra patria. Fu il terzo che prese
d’assalto il locale del Genio, portando in trionfo fra le acclamazioni
del popolo le spoglie di un iniquo croato. Da questa impresa
rapidamente passò ad altra nel giorno susseguente, presentandosi
all’attacco della Caserma di S. Eustorgio. L’approssimarsi a questo
locale fu assai malagevole: i dintorni erano troppo scoperti, e quindi
assai pericolosi. La casa Bolognini allora gli aprì il varco, e due
muratori perforando le pareti delle abitazioni gliene procurarono
l’accesso di casa in casa passando per giardini, per case maestose
e per umili tuguri, finchè giunse ad appostarsi di contro a quel
formidabile baluardo.»
«Ma l’ingegnere Suzzara, non meno prode nei fasti militari quanto
solerte ed instancabile per guarentire la cosa pubblica, entrò fra
i primi nel Castello, in quel nido di sevizie e di nefandità, e vi
scoperse in luogo appartato, 24 casse di polvere, una cassa di palle
da obizzi, una cassa di racchette (razzi alla Congrève). Per tale
importante scoperta e per la consegna da lui fatta di questo geloso
materiale, venne incaricato dal Comitato Borromeo di praticare ovunque
ricerche per rinvenire arme e munizioni. Adempiuta con ogni diligenza
possibile una tale missione, il Comitato di guerra lo autorizzò
a ritirare e custodire tutti gli arredi d’abbigliamento che si
trovavano in Castello. È inutile il dirlo, conviene aver veduto quel
luogo siccome noi che ne fummo testimonj poco dopo la fuga di quelle
orde di barbari, perchè si possa immaginarne o descriverne l’orrido
aspetto. Tutto era disperso per le corti, spezzati i bauli, infrante
le casse ed il contenuto in balía del popolo, che, ancor furente, in
grandi masse rovistava, per disprezzo e scherno, quei miseri avanzi,
il cui succidume infettava l’aere, e respingeva perfino i più caldi
investigatori dal penetrare in quelle stanze, ove tutto era confusione
e disordine. Ma il Suzzara fece tosto espurgare da ogni immondizia
più di 400 locali; fece praticare suffumigi in ognuno di essi, e
poscia incominciò a separare gli oggetti varj: or tu vedi magazzini di
monture, di ferramenta, di giberne, di coperte di lana, di piumaccini,
di pelli, ecc., tutti disposti in bell’ordine, e quindi questo locale,
mercè la sua indefessa attività e diligenza si può visitare, come lo
visitammo jeri con gentili signore, senza alcun ribrezzo, tanto egli
seppe renderlo accessibile anche alle persone più schive.»
«La patria per così magnanime azioni gli sarà riconoscente.»
Destrani.—(Dai _Racconti di 200 e più testimoni oculari_).
TERZI GIOVANNI FEDERICO, studente di legge d’anni 19, si distinse
combattendo al Genio, ai portoni di Porta Nuova, dove uccise un
austriaco, ed in ispecie a Porta Tosa, dove trovata una famiglia in
mano de’ Croati, trasse loro di mano un ragazzo di circa sei anni, che
sugli omeri portò al Comitato di pubblica Sicurezza non senza pericolo
della vita, giacchè una palla nemica portavagli via il cappello.
VILLA MARIA. Circa alle ore 11 antimeridiane del giorno 22 una banda
di soldati composta di Croati entrarono, dopo d’averne spaccata la
porta con scuri, nella casa numero 2203, ma se ne partirono dopo
d’avere spogliate alcune stanze, intanto che tutti gl’inquilini si
erano nascosti chi nei tombini, e chi frammezzo gli ordigni delle
mollazze che ivi si trovano. Il padrone di casa, sig. Franzini, fu
quegli che avvisò la propria famiglia e gli inquilini che gl’invasori
erano partiti, onde potevano uscir sicuri dai loro nascondigli. Dopo
un’ora circa ecco una nuova banda di Croati che corre verso quella
porta; al rumore tutti cercano guadagnare i primieri posti di scampo,
calandosi nei tombini, e tra i 15 o 16 circa ch’erano ivi discesi,
trovavasi certa Villa Maria, moglie di Garolini Agostino, con un figlio
unico lattante, di 12 mesi, il quale per l’oscurità del luogo si mise
a piangere, e nulla valsero della madre e del padre le cure onde
farlo tacere. Allora la generosa donna deliberò d’uscire dal luogo di
sicurezza onde non mettere a repentaglio la vita di tutti. Esce dal
buco del tombino, il marito gli porge il figlio, ed abbandonandosi
alla Provvidenza attraversa la corte e si reca in una stanza dove si
trovavano altre otto o dieci desolate madri, che tutte seco avevano
innocenti e teneri pargoletti. Non appena ivi giunta ecco arrivarvi
la masnada dei suddetti barbari soldati, che minacciano la vita a
tutti questi, e specialmente ad un povero vecchio malaticcio che
ivi trovavasi. Tutto misero in opera quelle infelici onde impetrare
la vita, non risparmiando persino le carezze, ma i crudeli non
volevano arrendersi, e continuavano colle minacce di morte, dicendo:
venga ora Pio IX a liberarvi; dov’è Pio IX, e volendo ad ogni costo
estirpare il figlio dal seno della Villa, già s’erano apparecchiati
a infilzarlo sulle bajonette per rappresentare con esso il ritratto
di Pio IX. Figurisi ognuno le angoscie ed i timori della madre, la
quale tenendoselo stretto al seno, tanto resistette e tanto pregò, in
un colle compagne, che finalmente s’arresero. Ciò fatto chiesero la
sicurezza della vita, ed essi risposero che solo in Castello potevano
essere sicure; ed intanto che gli altri mettevano a soqquadro la
casa, dove erano anche due Ungaresi in un filatojo di seta, alcuni
scortavano, circa alle ore 2 pomeridiane, le misere a quella volta, i
quali incontratisi per la via con alcuni loro compagni, sogghignavano
tra loro alla vista della fatta preda. Giunti alla porta del Castello
verso il Sempione, venne lor proibito d’entrare da un poliziotto
che eravi di guardia, così che per ben due ore dovettero rimanersi
colà spaventate dai tanti orrori che allo sguardo loro dovunque lo
rivolgessero si presentavano; quand’ecco alle ore 4 circa esce una
carrozza; era Radetzky preceduto da un grosso corpo di Raisingher, e
soffermatosi un momento il legno, la Villa fattosi coraggio si presentò
alla portiera chiedendo carità. Ed egli non sapendo cosa volesse,
distrattamente trasse il borsellino per offrirle una moneta, e la
Villa disse, non carità di denaro chiedo, ma sibbene carità per questo
mio innocente bambino: a queste parole rivoltò altrove lo sguardo, si
mossero i cavalli, ed egli rimise la borsa nella scarsella e partì
senza proferire parola.
Ciò avvenuto le misere si recano nel Castello, ed ecco nella prima
corte ritrovano un nipote di una delle donne che componevano la
piccola carovana, il quale era militare; figuratevi la sua sorpresa
nel vedere la zia e le sue compagne. Narrano a quel fratello in breve
l’accaduto, e cercano salvezza. L’Italiano disse loro di colà rimanere
sino al suo ritorno. Portasi costui dal suo Comandante ad implorare
per quelle sventurate, ed infatti ottenne di condurle tutte in una
stanza al secondo piano, dove eranvi 6 o 7 pagliaricci, quindi le
provvede di una secchia d’acqua, e raccomandando a loro un rigoroso
silenzio, e specialmente alla Villa per riguardo al bambino lattante.
Le persuase a non aver timore se sentissero lo sparo del cannone nella
notte, mentre questo era il segno della loro andata, disse loro di
serrarsi nella stanza e se ne partì. Donne che già avevano patito
i disagi di 5 terribili giornate, pure nella loro stanza rinchiuse
recitando il SS. Rosario a poco a poco andavano acquistando coraggio,
e benchè in quel giorno non avessero potuto mangiare, pure la Villa
continuò tutta la notte ad allattare ora ad una mammella ora all’altra
il bambino, che non mise più un gemito, anzi la Provvidenza fu a lei
e alle sue compagne tanto propizia che alla mattina quando i nostri
fratelli Milanesi entrarono nel Castello e che fecero echeggiare quelle
squallide mura di italiche grida, uscir poterono dalla stanza, e si
portarono tosto a casa loro, dove la maggior parte, e specialmente la
Villa non trovarono se non i loro mariti, senza avere onde adagiarsi e
provvedersi del necessario alimento, non essendo loro restato che que’
pochi panni che avevano indosso.
VIMERCATI OTTAVIANO. «Fra i rifuggiti Lombardi che erano in Piemonte
quando scoppiò la rivoluzione di Milano, si trovava il signor Ottavio
Vimercati da Crema, quel valoroso giovane che s’era distinto nei moti
anteriori di Milano, e che aveva inutilmente sfidato alcuni codardi
ufficiali tedeschi instigatori delle stragi del gennajo. Egli a Torino
s’era aggregato all’animoso ed intelligente drappello dei Lombardi che
spingevano il Sovrano Piemontese al soccorso dei fratelli di Lombardia,
ed appena udita la nuova dei moti di Milano volò sotto le di lei
mura. Egli militò quattro anni ufficiale negli Spachi nell’esercito
francese dell’Algeria; quindi per trarre miglior partito delle sue
cognizioni militari pensò diriger le bande d’armati accorsi dai paesi
e dalle città vicine sotto le mura di Milano per molestare i nemici
esternamente, e, ponendoli fra due fuochi, tentare di aprire una via
di corrispondenza fra i cittadini e i fratelli esterni. Nel 21 marzo
raccolse una colonna di circa quattrocento dei meglio armati, fra cui
erano molti Bergamaschi eccitati da un frate, tenente da una mano un
crocifisso, dall’altra una spada, e disposti rapidamente in ordine di
guerra tentò di abbruciare la porta Vigentina o di dare la scalata.
Fece recar legne e scale sotto le mura colla massima precauzione, e
parendogli più spedita la scalata, giacchè le mura erano esplorate
e sguernite di truppa, la tentò ed egli salì il primo; ma il nemico
avea spiato le mosse della sua colonna e l’attendeva in agguato con
oltre un migliaio di soldati. Vimercati, scopertili ritirossi co’ suoi
dopo alcune scariche, e s’appostò di dietro i muri delle case vicine
ai bastioni, costretto a ritirarvisi dalla sortita di truppe dalle
due Porte Romana e Vigentina che volevano toglierlo in mezzo. Ivi si
impegnò un combattimento, in cui restarono feriti tre cittadini e morto
uno, ma dei nemici furono uccisi undici, nè egli si ritirò più lontano
sino a che venne fulminato dal cannone.»
Non vanno pure dimenticati i nomi dei valorosi Cusani, figlio del
marchese Francesco, del conte Gianforte Secco Suardi, di Luigi
Piccinini Rossari, di Luigi Ronchi, di Antonio Cristofori, maestro di
musica, di un Rusca, di Giuseppe Pezza. Va distinto ancora il nome del
dott. Carlo Osio (autore dell’opuscolo, _Alcuni fatti delle cinque
gloriose giornate_), che col fratello Enrico trovatosi a faccia il
nemico in molti scontri sempre combattè con eroica prodezza. Egli
pure nel citato opuscolo ha motivo di lode, fra i tanti valorosi che
vanta Milano in queste cinque giornate, i seguenti: Monteggia Antonio,
Balzaretti Giovanni, Scalfi N., Bononi N., Suini Sigismondo e Giuseppe,
Ceresa N., Vicenzino Paolo, i fratelli Mangiagalli Alessandro e
Battista, Rossi Giuseppe, Bertarini N., Quadri N., Torricelli Pietro,
Scarafoni N., Furi Francesco, Appiani Giuseppe, Manzotti, Aluisetti
Giuseppe, Caramelli Domenico, Tagioli Vittore, Lorini, fratelli Giacomo
e Giovanni, Morini Serafino, Trabattoni Giuseppe, Vassalli Giacomo,
Lorini Gaetano, Leoni Claudio da Cerano, ecc. ecc.
Vorrei poter conoscere tutti que’ prodi per registrarne a sussidio
della storia gli onorandi nomi. Non dimenticherò tuttavia i fratelli
Lazzati, Virginio Cozzi, i fratelli Luigi e Gaetano Strigelli, il dott.
De Luigi, i fratelli De Cristoforis, i fratelli Paladini, Albino Parea,
Giuseppe Osio, Vernay ed Emanuele Pironi prontissimo a combattere in
que’ giorni di maggiore pericolo, ed ora ufficiale della Guardia Civica
fra i più zelanti, e invigilava per la pubblica sicurezza. Nè tacerò
i nomi di Enrico ed Emilio fratelli Dandolo, Attilio Mozzoni, e di
Emilio Morosini, che coraggiosamente pugnarono in quelle giornate,
e i più pugnano ancora tra i Volontarii con molti altri giovinetti
loro compagni.—Non devo terminare questi cenni senza un tributo di
lode anche per la Giuseppina Lazzaroni. Mentre la Sassi adoperava il
suo coraggio in una parte della città, in altra Giuseppina Lazzaroni
fatta maggiore di sè stessa s’invogliava anch’ella della gloria delle
armi fra le dolcezze domestiche nel punto istesso che i cuori più
virili e le volontà più ferme abbisognavano di conforto. Armatasi
quest’avvenente giovane di moschetto, volle pugnare sempre accanto
al fratello Giovanni Battista, e non poche furono le vittime del suo
eroico coraggio. (Dal _Mondo illustrato_).