«In mezzo ad un vivo fuoco d’artiglieria, ed affrontando ogni specie

di difficoltà e pericolo, pervenne Dunant a trasportare sul Duomo un

grandioso stendardo tricolore fisso alla rispettiva asta, il quale

precedentemente era stato dal popolo portato in trionfo intorno alla

piazza, e benedetto dal sacerdote Luigi Malvezzi. Questo stendardo

fu dal Dunant inalberato in faccia all’inimico sulla sommità della

guglia maggiore di fianco alla statua della Madonna. Questo fu il

primo vessillo nazionale che siasi veduto sventolare anche da lontani

paesi, in quelle cinque giornate, sulla Cattedrale; avendo rispettabili

persone ivi addette dimostrato l’insignificanza di altre due banderuole

bicolori, cioè bianche e rosse, che con la maggiore facilità furon

trasportate per la scaletta interna e collocate ad un ripiano inferiore

alla posizione dello stendardo innalzato esternamente a vista e sotto

le cannonate dei torrioni del Castello[46].

«_Riassumendo_ quanto sopra oprato in piena luce, e dettagliato nei

relativi documenti in mano del Governo, che confermiamo veridici in

tutte le loro particolarità, risulta:

«Che Dunant coraggiosamente prese parte attiva e significante alla

rivoluzione fin dal suo scoppiare, sebbene incertissimo e pericoloso

fosse l’esito della prima sommossa, e dopo dato uno dei più

significanti segnali della rivolta efficacemente la sostenne;

«Che personalmente, con mezzi pecuniarj e cogli individui al suo

servizio contribuì ad una valida difesa, indi all’attacco, alla

sconfitta ed all’inseguimento delle orde austriache».

«Suoi scritti, i palloni e la gran bandiera tricolore sul Duomo, non

poco dovettero eccitare ed incoraggiare i circonvicini paesi a muovere

in ajuto della città».

«Finalmente fu quello, che al cospetto dei barbari, dava ben alto nel

cielo il segnale della vittoria del popolo milanese, proclamava il

trionfo della libertà sulla tirannia ed il risorgimento della civiltà;

che in mezzo alle palle ed alle bombe piantò il primo stendardo della

nazionalità e della gloriosa indipendenza d’Italia tutta».

LEONCINI ANTONIO, pregato che si tenesse dall’assalire il Castello

assiepato di Tedeschi, rispose: Lasciate fare, le palle non ci toccano:

portiamo in fronte il nome di Pio IX.

Il capitano MANARA LUCIANO prese ed incendiò la Porta Tosa, difesa da

sei pezzi di cannone.

MESCHIA GIOVANNI, lattivendolo di Porta Ticinese, va distinto tra i

più valorosi combattenti delle barricate durante i cinque giorni. Egli

tormentò il nemico ora in Viarenna, ora al bastione, uccidendo alcuni

cannonieri sull’atto che stavano per dare il fuoco al loro micidiale

istrumento. Apportatosi dietro un camino sul tetto, davanti al

campanile di S. Eustorgio, uccise con dieci colpi altrettanti soldati

che s’erano impadroniti di quella torre, e da dove moschettavano

sopra i cittadini. Il suo ritratto viene egregiamente descritto nella

seguente sestina tolta da una poesia fatta in suo onore:

Si chiama questo tal _Meschia Giovanni_,

E vende il latte a Porta Ticinese,

È grande di persona ed ha trent’anni,

Se non sbaglio però di qualche mese,

È snello, pronto, ardito molto e destro,

E nel tirar a segno un ver maestro.

MONTANARA N., capo della forza di Finanza, è da commendare per esser

venuto il primo tra il popolo, e recato la sera di martedì al

ponte Beatrice per impedire a’ Croati di congiungersi alle truppe

stanziate al Comando Militare. La qual cosa egregiamente riescitagli,

sollecitamente accorse a Porta Vercellina a fine di tentare un assalto

alla caserma di S. Francesco; indi alla chiesa di S. Vittore, per

disperdere un corpo di Cacciatori e Croati disseminati per quelle

ortaglie. Negatogli l’accesso alla chiesa da quei preti custodi, salì

per violenza sul campanile, ove facendo suonare a martello, dall’alto

della torre e dalli spiragli sostenne una lunga fucilata, nella quale

il nemico lasciò molti morti. Poi di là, sempre guidando i suoi,

inseguì la truppa e l’artiglieria, che costretta a ritirarsi, si mosse

verso Porta Ticinese; passando internamente di casa in casa, le tenne

dietro sino al Borgo di Viarenna, ove s’appostò nell’edifizio della

Dogana, dalle cui finestre maltrattò siffattamente la fanteria e

cavalleria che combattevano dai bastioni, che le costrinse a fuggire

più presso all’Arco Ticinese. Le inseguì colà tuttavia, perchè pareva

mirassero impossessarsi del Mulino delle Armi, ove erano magazzini di

vettovaglia, e quivi da un cittadino generoso avuto un cannone, lo

appuntò sulla barricata della via della Vettabia, onde tenere lontane

e snidar quelle che già s’erano sparse pei campi. In questo fatto si

distinse pure la guardia Borroni che fu de’ primi a salire il bastione

affrontando le palle tedesche. Chiesto ajuto, la sera del mercoledì,

da quelli di Porta Comasina, il Montanara s’affrettò al luogo detto

la Foppa, ove per due ore sostenne un doppio fuoco contro i soldati

stanziati sul bastione e quelli ch’erano a guardia del magazzino di S.

Teresa. Fu il Montanara che gridando ad alta voce: Vittoria! giunse

a tempo di troncare il fuoco impegnato per equivoco tra i nostri e

quelli accorsi dal di fuori in nostro soccorso. Non credo di dover

finire senza un ricordo di gratitudine all’infelice e valorosa guardia

Capra, la quale, alla presa della caserma de’ Croati a Sant’Apollinare

entrata in battello per darle l’assalto, si espose sì coraggiosamente

ai colpi degli assaliti, che vi perde la vita, ferita da due palle nel

capo.—Una nota posta a queste notizie ci fa sapere come il signor capo

Montanara non trovò ostacolo alcuno da parte dei preti della Basilica

prepositurale di San Vittore al Corpo, giacchè, fin dal fatale mattino,

appena sentito il suono a martello della vicina Basilica Ambrosiana

(già evasa dai nemici la Caserma attigua di s. Vittore), i sottoscritti

due fratelli in persona salirono immediatamente sul campanile di

quest’ultima chiesa, e con non poca fatica e grave pericolo della vita,

ivi suonando più forte e sollecitamente più che poterono per maggior

dispetto all’accanito nemico, e più coraggio ai nostri valorosi, pel

continuo suono furono fatti bersaglio dei cannoni postati sul bastione

della prossima Porta Vercellina, ed una palla fra le altre fu sì ben

diretta a noi soli, che dessa ci passò framezzo, fatti consapevoli di

tal graziosa e gentil visita dal polverìo in cui ci trovammo avvolti

pei mattoni percossi, dal traversotto spostato, e dalla palla istessa

di cannone che rinvenimmo a’ nostri piedi. Da quel momento in poi non

si cessò un istante e dagli inservienti della chiesa istessa, e da

altri ancora accorsi, dal suonare con energia e di giorno e di notte.

_Il cittadino prete_ Belli Vincenzo, _coadiutore

in detta Basilica di San Vittore._

_Il cittadino_ Belli Angelo, _promotore de’ LL.

PP. Elemosinieri ed Uniti di Milano._

NOVA GIUSEPPE. Il primo che entrò nelle sale del palazzo di Governo,

il primo che espose ai membri della radunata congregazione Centrale

i troppo giusti lagni dei Milanesi, il primo a dichiarare che un

ulteriore indugio a riconoscere i loro diritti sarebbe stato il segnale

della rivolta, lo abbiamo nel signor Nova. Egli diede l’esempio del

massimo eroismo e della massima moderazione quando coll’ardire della

persona, e colla forza della parola arrivò a far piantar il vessillo

tricolore in quel medesimo palazzo dove la tirannide straniera si

celava e raccoglieva a Consiglio, ed accorse a salvare il sig. Kolbs,

in allora segretario della presidenza, da un colpo di pistola che

gli veniva diretto. Lo stesso Nova va distinto tra i più coraggiosi

nell’assalto di S. Apollinare, ed al suo valore ed al suo senno si

deve principalmente la buona riuscita di quest’impresa. La presa di

questo magazzino militare, presidiato da una quarantina di uomini fu

difficilissima per la sua costruzione quasi forte castello, ed il

combattimento durò tre giorni, nel quale noi ebbimo a piangere un

solo morto e tre feriti. A provare quanto fossero barbari i Croati,

e crudeli con loro stessi vi basti questo fatto: Il martedì sera

quando i nostri s’erano già in parte impossessati del locale, uno di

essi conoscendo la lingua slava stava interrogando un Croato ferito

(che veniva portato in corte implorando la vita) per sapere quanti di

loro vi fossero a presidio, e per farlo parlare gli prometteva che lo

avrebbe fatto trasportare allo spedale e medicare. Egli stava appunto

confessando il tutto, quando due o tre moschettate gli furono scaricate

da’ suoi compagni, che lo stesero morto.

OMOBONI TITO. Questo personaggio godeva già fama fra noi per i

suoi viaggi in Affrica e nelle Indie, e per aver combattuto nelle

guerre della Spagna e del Portogallo. Allo scoppio della Rivoluzione

intraprese a costruire delle barricate a difesa della contrada del

Durino, e quindi diresse il piano d’attacco di Porta Tosa, nella quale

impresa fu mirabilmente secondato dal conte Luigi Belgiojoso e dai

suoi figli Cesare ed Alberto. L’Omboni passò poi tra le prime file dei

Volontarii, ai quali potrà giovare colla spada e col consiglio.

PIROVANO PAOLO, d’anni 17, di professione falegname, fu il primo a

superare la barriera di Porta Tosa. Egli consegnò una quantità di

munizioni da guerra, e specialmente palle di mitraglia da lui raccolte

sotto il fuoco dei cannoni. Domandatogli qual ricompensa si sarebbe

potuto proporre al Governo in premio del suo coraggio, rispose non

ambire altro che l’onore d’esser ammesso alla Guardia Civica. Egli

fu inoltre il primo a portar fuori di Milano la bandiera italiana

tricolore.

SIMONETTA ANTONIO, ora capitano della Milizia nazionale del rione

di S. Eufemia, che seppe aggiungere al nostro partito il Corpo dei

Finanzieri, i quali dalla domenica a tutti gli altri giorni della

Rivoluzione si distinsero per zelo e per coraggio dispersi per la

città. Avrei avuto a narrare qualch’altro fatto che onora il distinto

cittadino Simonetta, se la somma modestia dello stesso non me ne avesse

imposto silenzio intorno ai medesimi.

SOTTOCORNO PASQUALE, che pel primo incendiò le porte del palazzo del

Genio, e diede altre prove di valore, ottenne dal Governo Provvisorio

il seguente attestato che fu affisso su tutti gli angoli della città.

CITTADINI!

_Onore al popolano Pasquale Sottocorno, che nel palazzo del Genio

appiccò primo il fuoco alla porta e irruppe a disarmare e far

prigionieri 160 soldati. Quest’oggi ei rinnovò la prova di valore

straordinario, assaltando la pia casa di ricovero e disarmando i

soldati che vi stavano a guardia. Il nome del Sottocorno suoni glorioso

sulle bocche di tutti i prodi, e resti esempio ed eccitamento alle

generazioni venture._

Milano, 22 marzo 1848.

(_Seguono le firme del Governo._)

SUZZARA GAETANO. «È debito di riconoscenza l’annoverare fra i prodi

Milanesi questo nostro concittadino, che sprezzando ogni pericolo, con

tanta solerzia difese la cara nostra patria. Fu il terzo che prese

d’assalto il locale del Genio, portando in trionfo fra le acclamazioni

del popolo le spoglie di un iniquo croato. Da questa impresa

rapidamente passò ad altra nel giorno susseguente, presentandosi

all’attacco della Caserma di S. Eustorgio. L’approssimarsi a questo

locale fu assai malagevole: i dintorni erano troppo scoperti, e quindi

assai pericolosi. La casa Bolognini allora gli aprì il varco, e due

muratori perforando le pareti delle abitazioni gliene procurarono

l’accesso di casa in casa passando per giardini, per case maestose

e per umili tuguri, finchè giunse ad appostarsi di contro a quel

formidabile baluardo.»

«Ma l’ingegnere Suzzara, non meno prode nei fasti militari quanto

solerte ed instancabile per guarentire la cosa pubblica, entrò fra

i primi nel Castello, in quel nido di sevizie e di nefandità, e vi

scoperse in luogo appartato, 24 casse di polvere, una cassa di palle

da obizzi, una cassa di racchette (razzi alla Congrève). Per tale

importante scoperta e per la consegna da lui fatta di questo geloso

materiale, venne incaricato dal Comitato Borromeo di praticare ovunque

ricerche per rinvenire arme e munizioni. Adempiuta con ogni diligenza

possibile una tale missione, il Comitato di guerra lo autorizzò

a ritirare e custodire tutti gli arredi d’abbigliamento che si

trovavano in Castello. È inutile il dirlo, conviene aver veduto quel

luogo siccome noi che ne fummo testimonj poco dopo la fuga di quelle

orde di barbari, perchè si possa immaginarne o descriverne l’orrido

aspetto. Tutto era disperso per le corti, spezzati i bauli, infrante

le casse ed il contenuto in balía del popolo, che, ancor furente, in

grandi masse rovistava, per disprezzo e scherno, quei miseri avanzi,

il cui succidume infettava l’aere, e respingeva perfino i più caldi

investigatori dal penetrare in quelle stanze, ove tutto era confusione

e disordine. Ma il Suzzara fece tosto espurgare da ogni immondizia

più di 400 locali; fece praticare suffumigi in ognuno di essi, e

poscia incominciò a separare gli oggetti varj: or tu vedi magazzini di

monture, di ferramenta, di giberne, di coperte di lana, di piumaccini,

di pelli, ecc., tutti disposti in bell’ordine, e quindi questo locale,

mercè la sua indefessa attività e diligenza si può visitare, come lo

visitammo jeri con gentili signore, senza alcun ribrezzo, tanto egli

seppe renderlo accessibile anche alle persone più schive.»

«La patria per così magnanime azioni gli sarà riconoscente.»

Destrani.—(Dai _Racconti di 200 e più testimoni oculari_).

TERZI GIOVANNI FEDERICO, studente di legge d’anni 19, si distinse

combattendo al Genio, ai portoni di Porta Nuova, dove uccise un

austriaco, ed in ispecie a Porta Tosa, dove trovata una famiglia in

mano de’ Croati, trasse loro di mano un ragazzo di circa sei anni, che

sugli omeri portò al Comitato di pubblica Sicurezza non senza pericolo

della vita, giacchè una palla nemica portavagli via il cappello.

VILLA MARIA. Circa alle ore 11 antimeridiane del giorno 22 una banda

di soldati composta di Croati entrarono, dopo d’averne spaccata la

porta con scuri, nella casa numero 2203, ma se ne partirono dopo

d’avere spogliate alcune stanze, intanto che tutti gl’inquilini si

erano nascosti chi nei tombini, e chi frammezzo gli ordigni delle

mollazze che ivi si trovano. Il padrone di casa, sig. Franzini, fu

quegli che avvisò la propria famiglia e gli inquilini che gl’invasori

erano partiti, onde potevano uscir sicuri dai loro nascondigli. Dopo

un’ora circa ecco una nuova banda di Croati che corre verso quella

porta; al rumore tutti cercano guadagnare i primieri posti di scampo,

calandosi nei tombini, e tra i 15 o 16 circa ch’erano ivi discesi,

trovavasi certa Villa Maria, moglie di Garolini Agostino, con un figlio

unico lattante, di 12 mesi, il quale per l’oscurità del luogo si mise

a piangere, e nulla valsero della madre e del padre le cure onde

farlo tacere. Allora la generosa donna deliberò d’uscire dal luogo di

sicurezza onde non mettere a repentaglio la vita di tutti. Esce dal

buco del tombino, il marito gli porge il figlio, ed abbandonandosi

alla Provvidenza attraversa la corte e si reca in una stanza dove si

trovavano altre otto o dieci desolate madri, che tutte seco avevano

innocenti e teneri pargoletti. Non appena ivi giunta ecco arrivarvi

la masnada dei suddetti barbari soldati, che minacciano la vita a

tutti questi, e specialmente ad un povero vecchio malaticcio che

ivi trovavasi. Tutto misero in opera quelle infelici onde impetrare

la vita, non risparmiando persino le carezze, ma i crudeli non

volevano arrendersi, e continuavano colle minacce di morte, dicendo:

venga ora Pio IX a liberarvi; dov’è Pio IX, e volendo ad ogni costo

estirpare il figlio dal seno della Villa, già s’erano apparecchiati

a infilzarlo sulle bajonette per rappresentare con esso il ritratto

di Pio IX. Figurisi ognuno le angoscie ed i timori della madre, la

quale tenendoselo stretto al seno, tanto resistette e tanto pregò, in

un colle compagne, che finalmente s’arresero. Ciò fatto chiesero la

sicurezza della vita, ed essi risposero che solo in Castello potevano

essere sicure; ed intanto che gli altri mettevano a soqquadro la

casa, dove erano anche due Ungaresi in un filatojo di seta, alcuni

scortavano, circa alle ore 2 pomeridiane, le misere a quella volta, i

quali incontratisi per la via con alcuni loro compagni, sogghignavano

tra loro alla vista della fatta preda. Giunti alla porta del Castello

verso il Sempione, venne lor proibito d’entrare da un poliziotto

che eravi di guardia, così che per ben due ore dovettero rimanersi

colà spaventate dai tanti orrori che allo sguardo loro dovunque lo

rivolgessero si presentavano; quand’ecco alle ore 4 circa esce una

carrozza; era Radetzky preceduto da un grosso corpo di Raisingher, e

soffermatosi un momento il legno, la Villa fattosi coraggio si presentò

alla portiera chiedendo carità. Ed egli non sapendo cosa volesse,

distrattamente trasse il borsellino per offrirle una moneta, e la

Villa disse, non carità di denaro chiedo, ma sibbene carità per questo

mio innocente bambino: a queste parole rivoltò altrove lo sguardo, si

mossero i cavalli, ed egli rimise la borsa nella scarsella e partì

senza proferire parola.

Ciò avvenuto le misere si recano nel Castello, ed ecco nella prima

corte ritrovano un nipote di una delle donne che componevano la

piccola carovana, il quale era militare; figuratevi la sua sorpresa

nel vedere la zia e le sue compagne. Narrano a quel fratello in breve

l’accaduto, e cercano salvezza. L’Italiano disse loro di colà rimanere

sino al suo ritorno. Portasi costui dal suo Comandante ad implorare

per quelle sventurate, ed infatti ottenne di condurle tutte in una

stanza al secondo piano, dove eranvi 6 o 7 pagliaricci, quindi le

provvede di una secchia d’acqua, e raccomandando a loro un rigoroso

silenzio, e specialmente alla Villa per riguardo al bambino lattante.

Le persuase a non aver timore se sentissero lo sparo del cannone nella

notte, mentre questo era il segno della loro andata, disse loro di

serrarsi nella stanza e se ne partì. Donne che già avevano patito

i disagi di 5 terribili giornate, pure nella loro stanza rinchiuse

recitando il SS. Rosario a poco a poco andavano acquistando coraggio,

e benchè in quel giorno non avessero potuto mangiare, pure la Villa

continuò tutta la notte ad allattare ora ad una mammella ora all’altra

il bambino, che non mise più un gemito, anzi la Provvidenza fu a lei

e alle sue compagne tanto propizia che alla mattina quando i nostri

fratelli Milanesi entrarono nel Castello e che fecero echeggiare quelle

squallide mura di italiche grida, uscir poterono dalla stanza, e si

portarono tosto a casa loro, dove la maggior parte, e specialmente la

Villa non trovarono se non i loro mariti, senza avere onde adagiarsi e

provvedersi del necessario alimento, non essendo loro restato che que’

pochi panni che avevano indosso.

VIMERCATI OTTAVIANO. «Fra i rifuggiti Lombardi che erano in Piemonte

quando scoppiò la rivoluzione di Milano, si trovava il signor Ottavio

Vimercati da Crema, quel valoroso giovane che s’era distinto nei moti

anteriori di Milano, e che aveva inutilmente sfidato alcuni codardi

ufficiali tedeschi instigatori delle stragi del gennajo. Egli a Torino

s’era aggregato all’animoso ed intelligente drappello dei Lombardi che

spingevano il Sovrano Piemontese al soccorso dei fratelli di Lombardia,

ed appena udita la nuova dei moti di Milano volò sotto le di lei

mura. Egli militò quattro anni ufficiale negli Spachi nell’esercito

francese dell’Algeria; quindi per trarre miglior partito delle sue

cognizioni militari pensò diriger le bande d’armati accorsi dai paesi

e dalle città vicine sotto le mura di Milano per molestare i nemici

esternamente, e, ponendoli fra due fuochi, tentare di aprire una via

di corrispondenza fra i cittadini e i fratelli esterni. Nel 21 marzo

raccolse una colonna di circa quattrocento dei meglio armati, fra cui

erano molti Bergamaschi eccitati da un frate, tenente da una mano un

crocifisso, dall’altra una spada, e disposti rapidamente in ordine di

guerra tentò di abbruciare la porta Vigentina o di dare la scalata.

Fece recar legne e scale sotto le mura colla massima precauzione, e

parendogli più spedita la scalata, giacchè le mura erano esplorate

e sguernite di truppa, la tentò ed egli salì il primo; ma il nemico

avea spiato le mosse della sua colonna e l’attendeva in agguato con

oltre un migliaio di soldati. Vimercati, scopertili ritirossi co’ suoi

dopo alcune scariche, e s’appostò di dietro i muri delle case vicine

ai bastioni, costretto a ritirarvisi dalla sortita di truppe dalle

due Porte Romana e Vigentina che volevano toglierlo in mezzo. Ivi si

impegnò un combattimento, in cui restarono feriti tre cittadini e morto

uno, ma dei nemici furono uccisi undici, nè egli si ritirò più lontano

sino a che venne fulminato dal cannone.»

Non vanno pure dimenticati i nomi dei valorosi Cusani, figlio del

marchese Francesco, del conte Gianforte Secco Suardi, di Luigi

Piccinini Rossari, di Luigi Ronchi, di Antonio Cristofori, maestro di

musica, di un Rusca, di Giuseppe Pezza. Va distinto ancora il nome del

dott. Carlo Osio (autore dell’opuscolo, _Alcuni fatti delle cinque

gloriose giornate_), che col fratello Enrico trovatosi a faccia il

nemico in molti scontri sempre combattè con eroica prodezza. Egli

pure nel citato opuscolo ha motivo di lode, fra i tanti valorosi che

vanta Milano in queste cinque giornate, i seguenti: Monteggia Antonio,

Balzaretti Giovanni, Scalfi N., Bononi N., Suini Sigismondo e Giuseppe,

Ceresa N., Vicenzino Paolo, i fratelli Mangiagalli Alessandro e

Battista, Rossi Giuseppe, Bertarini N., Quadri N., Torricelli Pietro,

Scarafoni N., Furi Francesco, Appiani Giuseppe, Manzotti, Aluisetti

Giuseppe, Caramelli Domenico, Tagioli Vittore, Lorini, fratelli Giacomo

e Giovanni, Morini Serafino, Trabattoni Giuseppe, Vassalli Giacomo,

Lorini Gaetano, Leoni Claudio da Cerano, ecc. ecc.

Vorrei poter conoscere tutti que’ prodi per registrarne a sussidio

della storia gli onorandi nomi. Non dimenticherò tuttavia i fratelli

Lazzati, Virginio Cozzi, i fratelli Luigi e Gaetano Strigelli, il dott.

De Luigi, i fratelli De Cristoforis, i fratelli Paladini, Albino Parea,

Giuseppe Osio, Vernay ed Emanuele Pironi prontissimo a combattere in

que’ giorni di maggiore pericolo, ed ora ufficiale della Guardia Civica

fra i più zelanti, e invigilava per la pubblica sicurezza. Nè tacerò

i nomi di Enrico ed Emilio fratelli Dandolo, Attilio Mozzoni, e di

Emilio Morosini, che coraggiosamente pugnarono in quelle giornate,

e i più pugnano ancora tra i Volontarii con molti altri giovinetti

loro compagni.—Non devo terminare questi cenni senza un tributo di

lode anche per la Giuseppina Lazzaroni. Mentre la Sassi adoperava il

suo coraggio in una parte della città, in altra Giuseppina Lazzaroni

fatta maggiore di sè stessa s’invogliava anch’ella della gloria delle

armi fra le dolcezze domestiche nel punto istesso che i cuori più

virili e le volontà più ferme abbisognavano di conforto. Armatasi

quest’avvenente giovane di moschetto, volle pugnare sempre accanto

al fratello Giovanni Battista, e non poche furono le vittime del suo

eroico coraggio. (Dal _Mondo illustrato_).

Cronaca della rivoluzione di Milano · 第 10 / 20 段