_Ma ora si tratta di combattere, si tratta di ricacciare oltre le Alpi

il comun nemico d’Italia, quel nemico che contristò anche il paterno

Vostro cuore, o Beatissimo Padre, e osò fare del Vostro Nome un segno

di contraddizione e di scandalo. Or dunque a Voi ricorriamo come al

primo Cittadino d’Italia, come all’iniziatore di questo gran moto che

i volonterosi condusse e trascinò i repugnanti, come al nostro padre,

come in Cristo che_ francò tutte le nazioni della terra. _Aggiungete

alla forza delle nostre armi la forza delle Vostre benedizioni:

benediteci nell’effusione della Vostra grand’anima, come avete già

benedetto a tutt’Italia: benediteci nella pugna per benedirci nella

vittoria: vittoria finale che farà sorgere una voce sola a gridare

dall’Alpi ai due mari:_

VIVA L’ITALIA LIBERA ED UNA. VIVA PIO IX.

_Milano, il 25 Marzo 1848._

CASATI, _Presidente_.

BORROMEO—DURINI—LITTA—STRIGELLI—GIULINI

BERETTA—GUERRIERI—GREPPI—PORRO.

Il Sommo Pontefice in seguito ai felici successi della Lombardia

indirizzava ai popoli Italiani le seguenti parole:

PIVS PP. IX.

AI POPOLI D’ITALIA

SALUTE ED APOSTOLICA BENEDIZIONE.

_Gli avvenimenti che questi due mesi hanno veduto con sì rapida vicenda

succedersi e incalzarsi non sono opera umana. Guai a chi in questo

vento, che agita, schianta, e spezza i cedri e le roveri, non ode

la voce del Signore. Guai all’umano orgoglio se a colpa o a merito

d’uomini qualunque riferisse queste mirabili mutazioni, invece di

adorare gli arcani disegni della Provvidenza, sia che si manifestino

nelle vie della giustizia o nelle vie della misericordia: di quella

Provvidenza, nelle mani della quale sono tutti i confini della terra.

E Noi, a cui la parola è data per interpretare la muta eloquenza delle

opere di Dio, Noi non possiamo tacere in mezzo ai desiderj, ai timori,

alle speranze che agitano gli animi dei Figliuoli Nostri._

_E prima dobbiamo manifestarvi, che se il Nostro cuore fu commosso

nell’udire come in una parte d’Italia si prevennero coi conforti della

Religione i pericoli dei cimenti, e con gli atti della carità si fece

palese la nobiltà degli animi, non potemmo per altro, nè possiamo

non essere altamente dolenti per le offese in altri luoghi recate

a’ Ministri di questa Religione medesima. Le quali, quando pure Noi

contro il dovere Nostro ne tacessimo, non però potrebbe fare il Nostro

silenzio che non diminuissero l’efficacia delle Nostre benedizioni._

_Non possiamo ancora non dirvi che il ben usare la vittoria è più

grande e più difficile cosa che il vincere. Se il tempo presente ne

ricorda un altro della storia vostra, giovino ai nipoti gli errori

degli avi. Ricordatevi che ogni stabilità e ogni prosperità ha per

prima ragion civile la concordia: che Dio solo è Quegli che rende

unanimi gli abitatori di una casa medesima: che Dio concede questo

premio solamente agli umili, ai mansueti, a coloro che rispettano le

sue leggi nella libertà della sua Chiesa, nell’ordine della società,

nella carità verso tutti gli uomini. Ricordatevi che la giustizia sola

edifica; che le passioni distruggono: e Quegli che prende il nome di Re

dei Re, s’intitola ancora il Dominatore de’ popoli._

_Possano le Nostre preghiere ascendere nel cospetto del Signore e far

discendere sopra di voi quello spirito di consiglio, di forza e di

sapienza, di cui è principio il temere Iddio: affinchè gli occhi Nostri

veggano la pace sopra tutta questa terra d’Italia, che se nella Nostra

carità universale per tutto il mondo Cattolico non possiamo chiamare la

più diletta, Dio volle però che fosse a noi la più vicina._

_Datum Romæ apud S. Mariam Majorem die XXX Martii MDCCCXLVIII,

Pontificatus Nostri Anno secundo._

PIVS PP. IX.

Tosto avuta in Torino la nuova del fortunato esito della nostra

rivoluzione si ordinò per il giorno 24 dello stesso mese di marzo la

celebrazione di un solenne _Te Deum_ nella cattedrale di quella città,

cui intervennero S. M. il Re colla R. Famiglia e la Corte, li Supremi

Magistrati, il Corpo di città e le regie Università. La Deputazione

Lombarda ebbe un posto distinto. Durante la funzione si sentiva un

continuo e forte cannoneggiare, e le truppe schierate sulla piazza

fecero i fuochi di parata; quindi S. M. con lo Stato Maggiore passò la

prima rivista alle 24 compagnie della Guardia Comunale. Alla sera vi fu

splendidissima illuminazione per tutta la città, che venne rinnovata la

sera vegnente.

A un’ora dopo mezzo giorno della domenica, giorno 26, arrivò fra noi

la milizia Sabauda fra le acclamazioni di un popolo esultante che

affollatissimo si era portato alla Piazza d’Armi e fuori del Sempione

per incontrarla, sebbene il cielo mandasse dirottissima pioggia. V’era

pure la nostra Milizia Civica, divisa già in varj drappelli ed in buon

numero schierata nei due lati della strada a fare il presentat’arm’.

Alcune gentili signore non poteronsi tenere dall’allungare le loro

graziose manine e porgere delle coccarde tricolori a que’ garbati

ufficialetti, che con molta eleganza se le mettevano sul cuore unite

a quella dell’amato loro Sovrano. Le grida di _Viva i fratelli

Piemontesi_, _Vivano i Prodi Lombardi_, _Viva l’Italia libera_,

venivano contraccambiate tra gli spettatori e gli arrivati.

Lo stesso Carlo Alberto, alla testa di altro poderoso esercito partiva

nel medesimo giorno coi Figli, dopo d’aver raccomandati la Regina, la

Duchessa ed i Principini alla Guardia Nazionale. Il nobile disinteresse

di questo magnanimo Principe, che abbandonò così spontaneo la deliziosa

sua reggia per combattere il comun nemico alla testa delle sue truppe,

e divider con esse gli stenti della guerra, gli acquistò tanta simpatia

nei cuori di tutti gli Italiani e particolarmenle dei Lombardi, che

tanto valorosi quanto generosi gli stanno preparando un premio condegno

al suo merito. Egli non degenera da quella dinastia veramente italiana,

che pel corso di nove secoli vegliò sempre a difesa dell’Italia.

Viva il magnanimo e potente Carlo Alberto, la prima e più valorosa

spada nella guerra per la libertà d’Italia!

Venezia, Modena, Reggio, Parma ed altre città inviarono successivamente

al Governo Provvisorio, e le più per mezzo di Deputati, indirizzi o di

adesione, o di congratulazione, o di fratellanza italiana. Il Governo

com’era suo debito rispose loro, e nelle risposte espresse la sua

riconoscenza e dichiarò i suoi principj, le norme della sua condotta e

le sue speranze sull’avvenire. Tanto gl’indirizzi quanto le risposte

furono fatti pubblici per mezzo della Gazzetta officiale.

Pubblichiamo, come documento istorico comprovante un titolo alla

stima dei Milanesi, il seguente indirizzo dell’Autore delle _Melodie

Italiche_, reputandolo opportuno a tramandare la memoria di un fatto

degno di vivere nella memoria di quanti hanno cara la virtù della

gratitudine, il quale spetta al giorno 23 del marzo.

AI VOLONTARJ GENOVESI.

CAPITANATI DA G. DE CAMILLI

E PRECURSORI DEI MILITI ITALICI IN MILANO

_Fratelli!_

_I Lombardi superstiti agli stenti e ai lutti dell’esiglio, quando

nella durata di una generazione fecero le due prove per ricuperare

un bene, che la forza e la frode dei successori dell’Enobarbo resero

infauste, il bene perduto, ma pur sempre caro e sacro retaggio di

memorie e di speranze inalienabili, que’ nostri diletti ritornando

al supplice desiderio dei rimasti leali alla patria nel posto loro

fisso, come a Geremia, tra le desolazioni cittadine, narrarono colla

gioia del pianto, che l’astro dei naviganti scorgevali a scampo dalle

carceri e dai patiboli del nemico sulla spiaggia di quel mare dove

Cristoforo Colombo imparò a governare la vela e il timone per iscoprire

le stelle e le isole divinate dall’Alighieri e dal Petrarca nel cielo e

nell’oceano dell’Atlantide. E parlavano di voi, magnanimi Liguri, colla

esultazione della gratitudine, raccomandandoci la malleveria dì un

debito, che non avremo pur sciolto, se compartecipi non siate di ogni

nostro titolo alla stima delle nazioni, voi primi venuti all’impresa

della fede e dell’amore col generoso fuoruscito, che salutammo l’araldo

di giuliva novella, mentre apparve guidandovi ad esaltare il Signore

degli eserciti sulle mille trincee, portentosi altari di testimonianza

degli oppressi, fatti lioni di Giuda, contro i violenti._

_Di quanto sangue grondassero per molte età le tolde di quelle

galere, che si contendevano il commercio del Mediterraneo per

istipendiare coi tesori dell’Oriente le bande depredanti e struggenti

i figli di una stessa madre, quando le tracotanze degli stranieri si

avvantaggiavano delle nefande discordie, noi più non rammenteremo:

giacchè la fonte delle lagrime fu esaurita da tanta espiazione; e

scese il perdono coll’angelo sterminatore dei barbari nel campo di

Legnano, annunciandoci le giornate della giustizia riparatrice; e

disse al primogenito popolo dell’ultima alleanza, pari all’eletto

dell’antica:—cingi ai fianchi sul lucco la daga degli avi, e col

bordone de’ Romei ti appresta a seguire la fase dell’Onnipotente per

celebrare nella valle di Pontita la pasqua della liberazione, sedendoti

nel cenacolo, in cui si confermi dal re de’ nostri sacrificii la

religione di un patto statuente l’emblema di propizio avvenire._

_E voi sapete, ospiti cordialissimi dei profughi, che il lituo di Pio

era operatore di miracoli come la verga di Mosè per ricondurli alle

liete imbandigioni di quel convito, disserrando i termini fìssi dal

Faraone teutonico alla cattività dell’abbominio. Inesorabile l’odio de’

suoi ministri alla vocazione del nostro destino, ebbe la pena delle

tenebre misteriose, mentre le tribù dei militi votivi al martirio

consumatore della tirannide ivano nello splendore sfolgorante dal

labaro del riscatto; e simili ai Cherubini veglianti l’arca primitiva

le immagini di Ambrogio e di Galdino, domatori delle esorbitanze

imperiali di Teodosio e di Federigo, precedevano i passi della nostra

vittoria. E ai pargoletti chiedenti nel dì delle grazie, perchè le

rombe a stormo delle squille innanzi chiamanti al pericolo espandessero

allora i placidi suoni del giubilo, i vecchi rispondevano:—ecco il dì

della perenne ricordanza, nè opere servili lo profaneranno più mai nel

paese dei grappoli e delle spiche, il paese archetipo della redenzione

di ogni popolo._

_Dolce la lode degli antenati al cuore dei posteri meritevoli di

serbarla negli inni della tradizione, se come voi, o nepoti dei prodi

propulsatori delle ostili masnade dopo un secolo ricacciate da noi,

abbiano una fama loro propria, che stia nel firmamento qual luminare

senza tramonto: ma gli asterismi sono storici monumenti, in cui si

effigiarono i fatti ordinatori del mondo morale, simboli eterei dei

volghi d’Italia, che staranno, come quelli dello zodiaco, permanenti

nella individualità di un nome e di un’orbita con armonia di evoluzioni

successive e simultanee intorno al sole, occhio sol egli della

Provvidenza per noi._

_Benedetta la luce di raggi moltiplici ed una vita della materia e

dello spirito, elemento originario dell’universo, che il Verbo creatore

mise nell’abisso delle cose, e salvatore in quello delle idee! La prima

fiaccola figurativa di questa luce per l’orizzonte civile fu locata da

voi, abitatori di Genova, sul culmino dell’Apennino, nella notte della

veglia dell’armi trionfatrici degli oppressori:—all’erta, gridarono le

vedette, accendendone di giogo in giogo sino alle vampe del Vesuvio e

dell’Etna: all’erta, ripetevano le scolte delle Alpi, udito il tuono

balenante di meteora boreale, fausto presagio delle battaglie degli

umili debellatori dei superbi; e si compiranno da quel Giosuè, che le

arpe dei leviti e le danze delle vergini accompagneranno col cantico

del passaggio dove gli eroi dell’antico carroccio santificavano la

terra della seconda promissione per giurarvi la legge perpetua della

evangelica fratellanza, su quel campo di maggio, nel giorno XXIX, che

ricordi l’anniversario del 1176. E là vi stringeremo la destra, che

impugnava per noi il brando del sacrificio, acclamandovi concittadini

per iscolpire i vostri nomi nei fasti della Insubrica regione._

_Il 12 aprile, 1848._

NOTA

INTORNO ALCUNI DISTINTI INDIVIDUI

Vado riepilogando in quest’ultima nota i nomi di alcuni cittadini che

si distinsero con prove di valore, e d’inaudito coraggio sfidando

intrepidi le palle nemiche e dirigendo col senno la gran causa

nazionale. Cari ci suoneranno mai sempre i nomi dei sacerdoti Volonteri

Giuseppe, cappellano di S. Celso, che liberò dai Croati la caserma

di S. Apollinare; di Besesti Giovanni, coadiutore nella parrocchia

di S. Calimero, uno dei valorosi che sprezzarono ogni pericolo per

accorrere incuorando gli animi ove più vivo ferveva il combattimento,

per disporre l’occorrente alla difesa delle barricate, per prestare

asilo alle famiglie che fuggivano dalle case devastate dal cannone,

per contenere la sfrenata licenza dei Croati.—D. Pietro Mauri, di cui

abbiamo già fatto cenno alla pag. 124, ed ora aggiungeremo che fu

veduto sul tetto della chiesa di S. Tommaso colla croce e colle tegole,

gridando ed eccitando i cittadini alla difesa ed all’offesa; precedere

impavido il trasporto de’ morti; e per ultimo andare di guardia

ambulante col marchese Pallavicini e l’avvocato Turati dal castello

all’Arco del Sempione la sera del 23.—Il Prevosto di Missaglia, signor

de Gaspari, che fino dal primo giorno dell’insurrezione milanese

arringò la popolazione incitandola ad armarsi e ad accorrere in

nostro ajuto.—L’abate Malvezzi (conosciuto pe’ suoi lavori letterarj

ed artistici) che molto si adoperò nel suo ministero, somministrando

gli estremi conforti ai feriti, accompagnando i feriti ed i morti

all’ospedale e sorvegliando alla formazione ed alla custodia delle

barricate. (V. quanto di lui si scrive ne’ _Racconti di 200 e più

testimonj oculari_).

La Gazzetta di Milano ci ricorda degni di memoria e di cittadina

riconoscenza gli ingegneri Silvestri, Zambelli e Villa; gli aggiunti

Locatelli e Pensa; il capo–macchinista Giovanni Miani, ed i macchinisti

Kling, Thyss, Callin, Vergottini, Tohnson, Faenza e Giuseppe Miani;

tutti i conduttori della strada ferrata Lombardo–Veneta, i quali,

scoppiata appena la Rivoluzione Milanese, inalberarono fin dal primo

giorno ad esito incertissimo il colorito vessillo della libertà,

animando in tal modo i campagnuoli ad armarsi per Milano, indi

percorrendo giorno e notte la linea della strada ferrata da Treviglio

sino alla cascina _Ortiglia_ e viceversa, condussero gratuitamente

nei cinque giorni successivi più di 30,000 foresi in sussidio della

Lombarda Capitale. Questi generosi spendevano giornalmente più di

duemila lire italiane in fare procaccio di pane, di polvere, di piombo,

e convertirono in appuntate aste i picconi e gli altri stromenti che

avevano nei magazzini. Essi raccoglievano, copiavano e diffondevano

i diversi avvisi mandati fuori, per mezzo dei palloni volanti, dal

Governo Provvisorio, e raccozzavano i numerosi campagnuoli, condotti

con le strade ferrate, a Calvairate, li fornivano di vettovaglie,

danaro e munizioni, e li guidavano verso i bastioni rispondenti al

borgo di Monforte, e verso i bastioni tra Porta Romana e Porta Tosa,

acciocchè il nemico (trovandosi tra i due fuochi dei Milanesi e dei

Campagnuoli) avesse a sgombrare.

BASSI EUGENIO e FAMBOLI ANTONIO, ambidue studenti, alle ore 10

del giorno 21, armati salirono la mura tra Porta Ticinese e Porta

Vercellina, entrando in città dal borgo di S. Calocero, per dar notizie

dell’armamento della campagna.

BATTISTOTTI–SASSI LUIGIA. Quest’eroina, d’anni 24, nativa della

Stradella in Piemonte, ed abitante al Cavo della Vettabia, dal giorno

18 marzo fino al 22 combattè in abito virile come fuciliere nella

compagnia de’ Volontari sotto gli ordini del comandante Bolognini.

Fu essa la prima a costruire barricate nel suo quartiere abbattendo

alberi. Strappata di mano ad un soldato una pistola obbligò altri

cinque d’arrendersi, e li fece accompagnare nella Caserma de’

Finanzieri a S. Michele alla Chiusa. Quindi stretti al seno i figli e

dato un addio ai congiunti, volò il giorno 19 col marito a dare ajuto

ai combattenti, ed un esempio nuovo alle sue pari. A colpi di carabina

uccise di piè fermo Croati e cacciatori tedeschi, ed insieme a tutta la

compagnia avventossi sul nemico arrestandolo ed inseguendolo sino al

bastione di Porta Ticinese sotto una pioggia di palle che dal campanile

di S. Eustorgio cadevano sul bastione tra Porta Ticinese e Porta S.

Celso. Al borgo di S. Croce arrestò tre guardie della cessata Polizia e

le condusse in casa Trivulzio a S. Alessandro. Recatasi al borgo della

Fontana, sostenne unita a varii Pompieri, una lunga fucilata contro i

Croati colà stanziati. Questa valorosa donna non depose mai le armi se

non per portare farina in città dal vicin mulino di Porta Ticinese con

grandissimo rischio della sua vita. Per tutti questi suoi meriti verso

la Patria, fu dal Governo Provvisorio, in un col prode Sottocorno,

rimunerata con una pensione.

L’eroico coraggio della Sassi merita un posto distinto negli annali di

Milano come fatto straordinario e prodigioso.

BELLONI. Fra i valorosi delle cinque giornate sono meritevoli di

speciale ricordo i quattro fratelli Belloni e i loro compagni. Il 18

marzo furono tra i primi a costruire barricate, gittandovi in copia i

materiali dei propri magazzini, e facendo lavorare i propri dipendenti.

Il 19, avvertiti dal Birigozzi che ferveva la lotta in vicinanza

di S. Celso, accorsero colà, e la sostennero animosamente. Poscia

ingaggiarono accanito combattimento contro le guardie di Polizia,

della cui caserma s’impossessarono il giorno 21. Il 22 ebbero parte

nell’occupazione della caserma di S. Francesco, e poi recatisi nella

contrada di S. Giovanni sul Muro, di là fecero fuoco sui cacciatori

Tirolesi e li obbligarono ad abbandonare il Foro, ed essendosi Luigi

Belloni spinto, dopo il mezzo dì dello stesso giorno 22, sul bastione

tra Porta Ticinese e S. Calocero, in compagnia solamente di Bellovesi,

Fumagalli, e di Antonio Muzziani (il quale era pieno di coraggio,

ma privo di arme), si trovò in breve ora soccorso dai fratelli,

che avevano con sè alcuni tiratori muniti d’archibugio, e parecchi

individui senz’armi diretti dal commerciante Ruffatti. In un baleno

tagliarono una dozzina di alberi, e sotto il fuoco dei Tedeschi, in

faccia a loro sul bastione, e di pieno giorno eressero due barricate,

le tennero per più di tre ore, e così ebbero mezzo di calare dalle

mura della città alcuni portatori di importanti dispacci del Governo

Provvisorio. In quella posizione fecero prigionieri dodici soldati

dell’ex reggimento dell’arciduca Alberto, dai quali seppero che il

nemico si apparecchiava a partire dal Castello, e per conseguenza da

Milano in quella medesima notte. In quasi tulle queste fazioni ebbero

a compagni, oltre ai già nominati, anche Antonio Tamburini, Carlo

Chiodoni e Francesco Menghini. Facevano poi l’ufficio di esploratori il

Muzziani sopra detto, un Ambrogio Leccardi, un Natale Fabbrica, ed un

Carlo Gianbellini, che per grave ferita si dovette ritirare.—Onore ai

Valorosi.—Dal _22 Marzo, n.º 51_.

CALATI CARLO, oste di Corsico, superò due volte le mura in mezzo al

moschettar dei nemici per portare notizie al Governo Provvisorio.

_Cazzamini Andrea_, ingegnere, di Oleggio provincia di Novara,

giovine di ottima ed agiata famiglia. Questi dopo di essere stato in

varj punti della città con altri de’ nostri prodi nei primi quattro

giorni della rivoluzione, nell’ultimo si unì a quelli che entrarono

nello Stabilimento dell’Orfanotrofio maschile, ed attraversati

alcuni giardini si portarono in vicinanza al bastione di Porta Tosa.

Ivi il Cazzamini fece prodigi di valore, avendo, al dire di un suo

compagno, uccisi più di trenta de’ nostri nemici, e sempre noncurante

della propria vita, perchè tutto intento alla sant’opera della

liberazione, fu colpito da una palla di fucile. Ferito mortalmente,

venne trasportato nel detto Stabilimento, ove, nonostante le cure

prodigategli, dopo ore ventiquattro dovette morire, benedicendo con

l’ultime parole, prima di chiudere gli occhi per sempre, Iddio che gli

aveva lasciato vedere la città liberata dalla presenza de’ suoi iniqui

oppressori.

CURTI AMBROGIO. Fra gli episodi della nostra rivoluzione, quello va

ricordato specialmente in cui figura l’avvocato Pier Ambrogio Curti,

membro del Comitato di pubblica sicurezza. La mattina che il palazzo

del Tribunale Criminale fu evacuato dal presidio austriaco, e che i

detenuti politici furono posti in libertà, nel parapiglio erano state

forzate le porte degli stanzoni carcerarj. Trovavasi l’avvocato Curti

nella corte del palazzo Criminale quando ad un tratto vide una turba di

detenuti, ancora coperti dalle carcerarie schiavine, lanciarsi fuori

dalla terrena _Guardina_, e muniti di grossi bastoni e sassi tentar

l’evasione. Coraggiosamente vi si oppose il Curti armato di pistola

e squadrone, se non che que’ detenuti alla di lui voce non fecero

resistenza, ma d’un tratto si buttarono ginocchioni e colle mani giunte

baciando la terra imploravano la libertà, promettendo si adoprerebbero

alla difesa della patria. Fu risposto dal Curti che sarebbe provisto

perchè fossero più presto spicciate le procedure, e che intanto si

ritirassero ne’ loro camerotti. Quegli sgraziati si lasciarono per

allora ammansare, forse anche intimiditi pei sorvenuti borghesi armati,

onde di bel nuovo vennero rinchiusi nelle carceri. Fu tosto provveduto

con organizzarvi una guardia stabile. (Dal _Lombardo_.)

DUNANT, profumiere. «Il 18 marzo di eterna memoria, al comparire

della prima sommossa, che dal palazzo del Municipio recavasi a quello

dell’ex–Governo, il Dunant spiegava una bandiera tricolore di seta.

Questa era la seconda che compariva in mezzo al popolo, e fu tale

l’entusiasmo destato a quella vista che tumultuosamente la turba se ne

rese padrona; nello stesso tempo fece gettare dalle finestre della sua

abitazione che danno sul Corso gran quantità di coccarde nazionali, già

ivi preparate, le quali vennero pure con gran giubilo raccolte, poste

nei cappelli e portate con pompa alla testa dell’attruppamento.»

«Siccome poi la Galleria poteva e doveva essere sotto ogni rapporto un

punto di mira pel nemico, il Dunant mise in opera tutto il suo sapere

per fortificarla, e renderne mortali al Tedesco gli accessi, e in un

col concorso degli altri inquilini questo edifizio si vide trasformato

in una quasi inaccessibil fortezza.»

«Oltre il numeroso personale addetto al proprio stabilimento, lo stesso

radunò molti altri individui, che ben forniti d’armi da fuoco e di

munizioni appostò ai balconi di sua abitazione nel piano inferiore

della Galleria verso la facciata. Tali disposizioni si accordavano

con quelle prese da altri inquilini, e già presentavano al nemico una

difesa validissima. Intanto il Dunant collocava ad un piano superiore

una batteria infernale di nuovo genere, consistente in ben cinquecento

libbre d’acido solforico distribuito in varj recipienti da versare e

scagliarsi sul nemico e sui loro cavalli da una numerosa vicinanza.

Questo liquido micidiale avrebbe fatto strage dei combattenti Tedeschi.

I cavalli colpiti sarebbonsi impennati e volti in fuga, precipitando

cavalieri e cannoni sulla truppa medesima che doveano proteggere.»

«Preservata in tal modo la Galleria da ogni nemica invasione, gli

uomini raccolti dal Dunant si sparsero per la città, volando a

combattere dove più urgeva, e al dir loro, fecero gran strage di

Austriaci. Anzi quattro di essi, seguendo le loro orde fuggitive, sono

partiti per andarli a combattere in aperta campagna.»

«Nelle cinque giornate di blocco lo stesso Dunant dirigeva

un’organizzata corrispondenza areostatica nella Galleria medesima

per mezzo di palloni, e fra questi uno di forma colossale adorno di

quattro bandiere a tre colori, rinchiudente gli Avvisi che giornalmente

faceva pubblicare il Governo Provvisorio intorno agli avvenimenti della

città. Ne fece anche stampare degli altri separati in caratteri grandi

ed intelligibili ad ogni villico, e tutti convenientemente collocava

nei palloni, e poscia li spediva traverso le linee degli assedianti

portatori della nostra corrispondenza ai campagnuoli, facendo

sventolare nel libero aere sulla testa dei primi l’italiana bandiera.»

Cronaca della rivoluzione di Milano · 第 9 / 20 段