«I primi tiri dei nostri spingardi non furono infruttuosi;

l’artiglieria nemica che stava appuntata al Dazio cominciò a ritirarsi

verso i bastioni, ed i soldati verso i luoghi da loro barricati[44];

veduto che l’effetto corrispondeva almeno in parte ai nostri desiderj,

vennero trasportati i due pezzi più grossi di fianco a casa Besozzi,

appuntandone uno per lato, mentre io manteneva la mia posizione coi

pezzi più piccoli, ajutato da diverse carabine appostate dietro il muro

della casa, appositamente traforato. Fu allora che mi accorsi che la

munizione andava scemando, e che lungo sarebbe stato il combattere:

spedii quindi due giovinotti con un biglietto a mio padre perchè

consegnasse subito loro una provvigione di polvere che mi trovava

avere, consistente in once 33 circa. Intanto si continuava il fuoco

rispondendo vigorosamente al nemico, il che contribuì non poco ad

assicurarlo come eravamo disposti a combattere con tutti i mezzi

possibili, ed a sfidarne intrepidi la rabbia. Nello stesso tempo i

nostri bersaglieri tormentavano i soldati coi loro colpi mortali,

nè più osavano molestarci apertamente, ma solo dietro gli alberi, o

dalle barricate del Dazio, e della casa Tragella. Formai in seguito

il progetto di trasportare anche i piccoli pezzi per appuntarli alla

casa ove stavansi barricati, e che io già conoscevo, ciò che venne

effettuato in un baleno, tanto era caldo il desiderio in tutti di

caricare il nemico da vicino. Si passò di casa in casa per le praticate

aperture; si atterrò pure in quel mentre anche parte della parete di

divisione della casa Borsa colla casa Rossi, ove abitava il Bianchi

già menzionato; di là passammo silenziosi in giardino, si caricarono

i piccoli spingardi, nè saprei dire quanti colpi fossero lanciati, nè

con quale vantaggio; questo solo però posso assicurare che lo spavento

e la confusione del nemico andava aumentando, ciò che contribuiva non

poco ad accrescere il nostro coraggio prorompendo ad ogni poco con

unanime grida di vittoria, vittoria, alle quali grida rispondevano pure

i nostri fratelli che stavano nella posizione opposta, e tanto ne era

l’aere percossa, che in un coll’entusiasmo che tutti ci animava non

vedeasi che il fuoco dei fucili, senza sentirne i colpi, e nemmeno dei

cannoni che continuavano a fulminarci dai vicini bastioni».

«Appena arrivati nel giardino del Bianchi in casa Rossi, come già

si disse, alcuni di noi si appostarono alla porta, mentre altri si

portavano, mediante una sdruscita scala a mano, sul solajo del casino

Cagnola ivi confinante, posizione fortissima, e la cui inspirazione non

so a chi sia venuta primiero».

«Questo è certo che di là si fece una vera strage, non essendo discosti

dal Dazio più di ottanta passi circa, e quindi non più di sessanta

dai bastioni, ove dietro gli alberi si nascondevano que’ valorosi

campioni di marziale aspetto, ne’ quali Radetzky aveva riposte tutte

le sue speranze. Su tutta la linea si continuò il fuoco con ordine e

regolarità ed intrepidezza, fuoco che non cessò che al cessare della

lotta. Divisi in varj drappelli dall’una e dall’altra parte dal Dazio,

non che da diversi altri punti vicini, i nostri colpi mietevano molte

vite fra il nemico, e ben era facile l’accorgersene dai cadaveri

che vedeansi stesi lungo i bastioni, e dalla confusione che andava

crescendo in loro. Le barricate stesse non venivano da noi rispettate,

chè quando non si poteva mirarli all’aperto, si lanciavano colpi fra le

aperture delle stesse, e ben dovettero provarne danni immensi, giacchè

visitato il Dazio il giorno dopo, si trovò sparso di sangue ed il

terreno e le pareti».

«Sbaragliato un primo corpo di linea, credo del reggimento

_Reisingher_, venne a questi in soccorso un corpo di cacciatori;

sempre più animati dai felici successi dei nostri colpi, continuammo

il fuoco su di loro, e buona parte dovettero mordere il terreno, o

farsi trasportare feriti, e fra questi un ufficiale. Irritati, o meglio

spaventati dal vedersi così frequentemente decimati tentarono col

cannone di atterrare le porte ove noi stavamo appostati. Ma Dio era

con noi! In mezzo al loro cannoneggiar frequente io non esitai punto

a barricare la porta dello stesso giardino goduto dal Bianchi, che

potea essere facilmente atterrata, perchè debole, e più delle altre

esposta ai colpi del nemico. Fu poco dopo che mi recai nuovamente in

casa Ratti, premendomi osservare tutti i posti occupati dai nostri; in

quel mentre passando per casa Melas una palla da sedici a dieciotto

libbre cadeami a pochi passi distante, ammaccando fragorosamente il

muro; io la raccolsi religiosamente e la conservo ad eterna memoria,

come pure conservo un pezzo di cartoccio di ferro, entro cui i barbari

racchiudevano la mitraglia, e che cadea poco distante dal muro ove noi

stavamo freddamente a mirarli e colpirli. Fu pure allora che lanciarono

contro di noi dei razzi alla Congrève, tentando di incendiare la casa

che ci difendeva; ma i razzi produssero poco effetto, giacchè male

diretti, uno cadde in un giardino a noi vicino, affatto innocuo, ed un

altro in casa Melas appiccando il fuoco in una sola stanza al secondo

piano, fuoco che venne da noi stessi spento con pochissimo danno; fu

pure in quel momento che maravigliati scorgemmo cominciare il fuoco

anche in casa Tragella, ove il nemico stavasi barricato. Su questo

fuoco che andava mano mano crescendo si formarono varie congetture, da

chi cioè fosse stato appiccato, se dai nostri, o da loro. Certo che i

nostri non lo potevano anche quando lo avessero voluto tentare. Erano

circa le ore due e mezzo pomeridiane, e sino a quel momento nessuno di

noi aveva ancora osato avvicinarsi cotanto. Convien quindi conchiudere

che il fuoco sia stato dato da loro stessi, ed in tal caso è forza

il convenire che fino da quel momento, disperando della vittoria,

vollero suggellare la loro sconfitta con atti dell’innata loro ferocia,

devastando e distruggendo in mille modi quanto non poteano rubare».

«Anche il soccorso dei cacciatori fu di nessun danno per noi, mentre

essi provarono e perdita e vergogna, poichè, molti di loro feriti e

morti, dovettero ritirarsi fuggendo per avere i superstiti salva la

vita».

«Nè posso nè debbo tacere come a questi veramente mirabili successi

abbiano straordinariamente contribuite quelle barricate mobili,

monumento eterno del genio Italiano. Esse avanzandosi lentamente,

spinte dai nostri valorosi armati, nel mentre aumentavano lo spavento

nel nemico, permettean loro di potere impunemente avvicinarsi, e ferire

dietro quei baluardi inespugnabili. Gloria eterna al suo inventore!»

«Animati dalla loro fuga, resi noi arditi anzi che coraggiosi, formammo

il progetto di fare una sortita per caricare il restante colla

bajonetta in canna, della quale eravamo quasi tutti forniti; ma non

appena fatti quattro o cinque passi fuori del giardino del Bianchi, che

vedemmo arrivare correndo, dal lato di Porta Orientale, un drappello

di granatieri da quattro a cinquecento circa, e che appostatisi dietro

gli alberi stavano per colpirci. Ci ritirammo allora di bel nuovo, e

rincominciammo l’attacco, non mai scoraggiati, ma sempre più animati di

prima».

«Dopo una lunga lotta anche i granatieri dovettero abbandonare il

terreno, con perdita dei loro, e nessuno dei nostri, quantunque fossero

essi sempre ajutati dal cannone. Ai granatieri vennero in soccorso i

Croati, altro drappello di 500 circa, che furono pure completamente

sbaragliati. A questo punto, privo di munizioni, avendo consumate circa

150 cartucce, e da 26 a 28 once di polvere pei cannoni, mi ritirai

nel centro cercando alcuni fucilieri freschi, e munizioni per me e

pei compagni che cominciavano pure a scarseggiarne, promettendo a

tutti sicura la vittoria in meno di un’ora. Comparvero subito alcuni

giovani coraggiosi che volentieri si prestarono all’invito, e la

munizione venne favorita dal benemerito cittadino conte Belgiojoso,

della contrada della Guastalla. Feci immantinente ritorno verso le ore

sette e mezza, ma il fuoco era già stato dai nostri appiccato alla

porta; i soldati dispersi continuavano a tirare su di noi, e coi

fucili e coi cannoni, il che non valse a rallentare il nostro valore,

e fortunatamente in una lotta così ostinata, e che non durò meno di

dieci ore, noi non avemmo a deplorare che la perdita di tre individui

e di pochi feriti. Oh! voi tutti fortunati, che combattendo per la

patria incontraste una morte invidiata sul campo della vittoria! La

patria riconoscente perpetuerà i vostri nomi scolpiti, e li tramanderà

gloriosi ai nepoti, perchè, maravigliati dalle vostre eroiche gesta,

e dalle vostre virtù, imparino a sfidare il furore del barbaro che

tentasse di invadere questa nostra bella contrada, sacrificando e beni

e vita anzichè cedere più mai un palmo solo di questa sacra terra,

rigenerata ormai col sangue dei prodi».

XII.

LA VITTORIA.

Le lagrime di gioja, i gridi dei bimbi, dei vecchi e delle donne, che si

precipitavano nelle braccia dei loro vincitori guerrieri e li baciavano

sulla bocca, furono tali e così profondamente sgorganti dall’anima, che

per certo gli angeli del cielo se ne commossero, e toccando le arpe

d’oro cantarono un inno di grazie all’Eterno per la vittoria conceduta

ai loro mortali fratelli d’Italia.

GOVEAN, _La battaglia di Legnano_.

Era trascorsa di due ore circa la mezzanotte quando quel forte

romoreggiare del cannone che doveva coprire la fuga delle truppe del

grand’impero, cessò affatto. Il Feld–Maresciallo credette di usare

questo nuovo ingegno di sua strategica per salvare la pelle. Chiamò

a raccolta tutte le sue truppe e mano mano che faceva il giro di

circonvallazione le raccoglieva, facendo trasportare con esse gli

innumerevoli morti e feriti, di che il valore dei nostri prodi aveva

coperto il terreno.

Prima ad aprirsi fu la Porta Comasina, e vi tenner dietro Porta

Nuova, Porta Orientale, Porta Tosa e Porta Romana. La novella della

riportata vittoria si sparge tosto per tutta la città. I nostri

accorrono al Castello ed alle porte. Un grido di _fuori i lumi, i

Tedeschi sono andati, vittoria, vittoria_, viene ripetuto per tutte

le contrade. Tutti vogliono assicurarsi del fatto. Le contrade vanno

stivate di gente cittadina e forese che era corsa in nostro ajuto.

Qual commoventissima scena di gioja, quegli amici, quei parenti, quei

mariti, quei figli, quei fratelli che durante i cinque giorni di

lotta non s’erano più incontrati, ora si abbracciano, si stringono

insieme, e gridano: _Sì siamo vivi, vivi e redenti, cessino le angosce,

Viva l’Italia libera_! Noi ci siamo battezzati col sangue de’ nostri

fratelli. Noi abbiamo giurato sulle loro esanime spoglie mai più

Tedeschi, mai più stranieri! L’Italia si è emancipata, essa può far da

sè. La patria di tanti eroi, la bella Milano sarà pareggiata all’antica

Roma.

Milano è libera e l’inimico sbandato e fuggiasco si muove in due

colonne verso Lodi e Bergamo. Il Governo Provvisorio ne dà tosto avviso

coi seguenti editti, invitando ancora i nostri prodi a tenergli dietro

onde spegnere del tutto quella razza di barbari e d’assassini.

AI PARROCI

E A TUTTE LE AUTORITÀ’ COMUNALI.

_Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per

Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa,

ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci._

_Il Presidente del Comitato di Guerra_

POMPEO LITTA.

=CITTADINI!=

_Milano, 23 marzo 1848._

_Il maresciallo_ Radetzky _che aveva giurato di ridurre in cenere

la vostra città non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz’armi

avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini

guerresche e di disciplina militare. Il Governo Austriaco è sparito per

sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente

a vincere del tutto, a conquistare l’emancipazione della rimanente

Italia, senza la quale non c’è indipendenza per voi._

_Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare

vivamente di non deporle così presto_.

_Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi

nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà

immediatamente._

_Facciamola finita una volta con qualunque dominazione straniera in

Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro

sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più._

_VIVA L’ITALIA._

_Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli

incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad

eseguirsi immediatamente._

CASATI, Presidente.

BORROMEO VITALIANO.

GIULINI CESARE.

GUERRIERI ANSELMO.

GAETANO STRIGELLI.

DURINI GIUSEPPE.

PORRO ALESSANDRO.

GREPPI MARCO.

BERETTA ANTONIO.

LITTA POMPEO.

CORRENTI, Segr.

COMITATO DI PUBBLICA SICUREZZA

_Milano, 23 marzo 1848_.

=CITTADINI!=

_L’opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata

col _coraggio_, coronata colla =costanza=, ma dev’essere perfezionata

coll’_ordine.

_Per guarentire la Sicurezza delle persone è necessario che certo

numero di que’ cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono

prender parte attiva nei combattimenti, si adoperano a sostenere colla

spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de’ suoi

Comitati._

_S’invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi

presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in

drappelli diretti dai già scelti capitani._

_Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai

malfattori, esser il braccio della giustizia e uffizio onorevole

quant’altro mai, perchè esige valore uguale a virtù._

_Cittadini! Non è lontana l’ora in cui torni l’Italia a ripigliare

l’antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi

riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi

meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli

in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in

mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società._

_VIVA L’ITALIA!—VIVA PIO IX!_

IL COMITATO

FAVA.—SOPRANSI.—RESTELLI.—LISSONI.—CARCANO.—CURTI.

_I Segretarj_, ANCONA.—COMINAZZI.

ITALIA LIBERA

W. PIO IX

ESERCITO ITALIANO

_Milano, 23 Marzo 1848._

_I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico

nel suo seno. D’ogni parte accorrono con ansia dalle altre terre i

combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D’ora in poi

non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna

un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai

cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in

due parti; l’una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con

ogni varietà d’armi la città,—l’altra, provveduta completamente d’armi

da fuoco, e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa, anche

di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo

al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il

nemico fuggente; lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli

precluda lo scampo._

_Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima

delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio

dei secoli segnò per l’Italia, noi la chiameremo_ LEGIONE PRIMA,

_l’Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi._

_I difensori della città si chiameranno_ LEGIONE SECONDA, _e per

uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana:_

GUARDIA CIVICA.

_Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre,

unitevi e all’Esercito, e alla Guardia, secondochè l’imperfetto

armamento v’impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando

fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi._

_Suvvia dunque, viva l’Esercito delle Alpi, viva la Guardia della

città._

Il Comitato di Guerra

POMPEO LITTA—GIORGIO CLERICI—GIULIO TERZAGHI

CATTANEO—CARNEVALI—CERNUSCHI—LISSONI—TORELLI.

Prima di por termine a questa mia narrazione vorrei conoscervi tutti

o valorosi miei concittadini e coraggiose eroine per decantare i

vostri nomi ed i vostri trionfi a tutto il mondo[45]. Sì diciamolo,

nella nostra Rivoluzione vi fu del prodigioso, del sovrumano, ma vi

fu ancora un eroico coraggio, del quale non v’ha esempio nelle storie

dell’incivilita Europa. L’Austria è caduta, e con essa l’infame

sua politica che s’appoggiava sul raggiro e sulla frode. «Caduta è

l’Austria, ripetiamolo con Bianchi Giovini, e noi gettiamoci sopra

di lei, pestiamola, calchiamola, stritoliamola. Vendichiamo tutte le

infamie della sua polizia, tutte le malvagità del suo ministero, tutta

l’ignoranza de’ suoi ministri, tutte le estorsioni, le truffe, le

ruberie, i sacrilegi, le immanità consumate nel troppo lungo periodo di

trentatrè anni: e affamata, conquassata, sbigottita, balziamola al di

là de’ Tarvisj monti e sia maledetta la sua memoria».

Ora che Milano è libero, ma non tutto il territorio, il Governo

Provvisorio continua con energici editti a mantenere in noi

quell’entusiasmo e quell’eroismo che tanto ci distinse durante i cinque

giorni, riportiamo il seguente:

PROCLAMA

IL GOVERNO PROVVISORIO.

_Milano, 25 marzo 1848._

_Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del

nostro valore e della sua viltà. Ma disperso per le nostre campagne,

vagante come frotta di belve, raccozzato in bande di saccomanni, ci

tiene ancora in tutti gli orrori della guerra senza darcene le emozioni

sublimi. Così ci fan essi comprendere che l’armi da noi brandite a

difesa non le dobbiamo, non le possiamo deporre se non quando il nemico

sarà cacciato oltre l’Alpi. L’abbiamo giurato; lo giurò con noi il

generoso Principe che volle all’impresa comune associati i suoi prodi:

lo giurò tutta Italia, e sarà!_

_Orsù dunque, all’armi, all’armi, per assicurarci i frutti della

nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l’ultima battaglia

dell’Indipendenza e dell’Unione Italiana._

_Un esercito mobile sarà prontamente organizzato._

_Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari

del Governo Provvisorio. Soldato d’alto nome dell’antico esercito

italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell’epoca militare

napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all’armi italiane nella

gran lotta della libertà._

_Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l’avete

meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro

coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli

per cui già siete divenuti maraviglia e vanto a tutta la nazione._

_Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior

Guerriero del mondo, anch’esso italiano, accorrete a combattere sotto

le bandiere della libertà: mostrate d’essere ringiovaniti nella nuova

gioventù della patria vostra._

_Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l’angoscioso servigio,

sotto le verghe dell’Austria, venite a dimenticare il passato, a

cancellarlo sotto la bandiera tricolore, che fra breve sventolerà

dall’Alpi ai due mari._

_Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte

le armi impugnate a difesa de’ vostri politici diritti, ripigliatele

per rivendicare con noi i diritti dell’umanità_.

_Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza,

accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi

tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui

risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della

libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo

percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto._

_Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre

braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere._

_Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti

i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di

PATRIA e di LIBERTÀ._

_Dio è con noi: già ne ’l presagiva Pio IX in quella sua benedizione

a tutta Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del

suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di

quest’eroica settimana: Dio è con noi!—All’armi, all’armi! Vinciamo

un’altra volta, e per sempre._

CASATI, Presidente.

BORROMEO VITALIANO—GIULINI CESARE—GUERRIERI ANSELMO STRIGELLI

GAETANO—DURINI GIUSEPPE—PORRO ALESSANDRO GREPPI MARCO—BERETTA

ANTONIO—LITTA POMPEO.

CORRENTI, _Segret._

Quindi lo stesso Governo si volgeva al Sommo Pontefice Pio IX, a colui

che suonò continuamente sul labbro di tutti, come l’iniziatore del

maraviglioso rivolgimento politico dell’Italia, implorando la sua

benedizione nel proseguimento della guerra dell’indipendenza italiana.

Ecco il tenore dello stesso indirizzo:

IL GOVERNO PROVVISORIO DI MILANO

ALLA SANTITA’ DI PAPA PIO IX.

_Beatissimo Padre!_

_La gran causa dell’indipendenza italiana da Vostra Santità

benedetta ha trionfato anche nella nostra città. Noi le abbiamo resa

testimonianza di sangue; e ne andiam lieti nella speranza che questo

sangue sarà lavacro di rigenerazione per noi e per tutt’Italia._

_Nel Nome Vostro, Beatissimo Padre, noi ci preparammo a combattere;

scrivemmo il Nome Vostro sulle nostre bandiere, sulle nostre barricate;

nel Nome Vostro inermi quasi e improvidi d’ogni cosa, fuorchè della

santità pe’ nostri diritti, affrontammo i formidabili apparati del

nemico; nel nome Vostro giovani e vecchi, donne e fanciulli, lietamente

combatterono, lietamente morirono, ed ora nel Nome Vostro apriamo la

gioja de’ nostri cuori a Dio_ che ha vinto in noi la sua battaglia.

_Sì, è Dio che in noi ha vinto: lo proclama la gran voce del popolo,

che in questa certezza dimentica tutti i dolori del passato e li

perdona, mentre pieno di fede contempla nell’avvenire l’avveramento di

quelle magnifiche promesse di che prima gli entrava mallevadrice, o

Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta parola. Intrepidi nella lotta,

noi siamo stati misericordiosi nella vittoria; e devoti al Vostro

Nome che suona mansuetudine e perdono, non ci siamo abbandonati

all’ebbrezza del trionfo, non l’abbiamo macchiato d’alcuna esorbitanza,

e, quanto lo consentono le severe ragioni della guerra, abbiamo

rispettato l’immagine di Dio anche nel nostro spietato nemico._

_Spietato nella pugna, più spietato dopo la pugna; perocchè, volgendo

in fuga dalla città nostra, si gettò sulle terre vicine e fe’ di tutte

le campagne dei nostri contorni all’Adda ed all’Oglio un desolato

deserto. Violate le Chiese, i Sacerdoti dispersi e martoriati, in

fiamme i casali, gli abitatori taglieggiati, assassinati: carnificina e

saccheggio per tutto. Ed anche a noi spietato, pur dopo averci lasciati

tanti segni della cieca ira sua: perocchè trascinò con sè molti

nostri concittadini che aveva già nei dì della lotta soggettati ad

ogni obbrobrio, ad ogni martirio di servitù, Magistrati riguardevoli,

giovani nel fior della vita e delle speranze, padri, mariti, figli.

Sulla sorte loro noi viviamo in ansietà dolorosissima, sapendoli alla

balía d’una sfrenata soldatesca e di sgherri ancor più sfrenati.

Ah! queste son tali angoscie che ci avvelenano anche la gioja della

vittoria. Ma coll’averla deposta nel cuor paterno della Santità

Vostra, ci sembra sentircela già disacerbata, massime che il pensier

nostro corre già a vagheggiar la speranza che in pro’ di questi nostri

disfortunati s’interporrà, Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta

autorità, la Vostra parola propiziatrice._

_Intanto, forti del nostro diritto suggellato dal sangue de’ nostri

combattenti, forti dell’ajuto che ci presta, da noi domandato, il

magnanimo Re di Sardegna, forti del Vostro Nome, noi ci prepariamo

a proseguir quella guerra a cui non può metter fine che la completa

conquista dell’indipendenza italiana. Sinchè ferve la guerra contro

il comun nemico, solleciti di mantener l’ordine, più necessario

dentro, quando si combatte fuori, noi provvederemo insieme ai governi

provvisorj di altre città di Lombardia sgombre dall’austriaco e con noi

affratellate, che dissidj non sorgano sulla forma politica a cui debba

comporsi questa nobil parte della gran Patria italiana. A causa vinta,

la Nazione deciderà; e certo avrà per noi gran peso l’esempio degli

altri nostri fratelli, dacchè siamo fermamente risoluti di rivolgere

tutti gli sforzi nostri a rendere più saldi i legami dell’unica unità,

senza cui l’Italica indipendenza non sarà mai._

Cronaca della rivoluzione di Milano · 第 8 / 20 段