PORTA TICINESE. Verso le ore 5 della sera una mano di soldati irruppe

dal dominante bastione di questa Porta, e per la via di un muro di

cinta dell’ostiere Fossati, che primo colla moglie fu trucidato, invase

la casa posta nel vicolo del Sambuco, num.º 3707, nella quale, trovata

la porta aperta, ebbe facile ingresso. Cominciarono a devastare e

derubare i pochi arredi del portinajo: indi saliti al primo e secondo

piano atterrarono le porte, e trucidate quattro persone le gettarono

in corte, gridando: fatevi_ guarire da Pio IX_, e depredate anche

qui in quasi tutte le stanze le misere suppellettili, e derubati i

pochi danari e le lingerie, unica sostanza degli artigiani che colà

abitavano, discesero le scale fino alle cantine dove la maggior

parte delle donne s’erano rifuggite; e qui vi senz’altro scaricata

una fucilata, colpirono un bambino d’anni tre nelle braccia di suo

fratello, egli pure mortalmente ferito; il morente bambino venne poscia

barbaramente strappato dalle braccia non più valide del fratello, e

gettato sulla siepe della strada confinante.—Pure nella stessa casa vi

abitava certo Migliavacca d’anni 43 circa, ammogliato, con due figlie,

uomo di specchiata probità, vero e caro padre di famiglia, il quale

appena accortosi dei gridi che di subito si sparsero nel vicinato al

furioso entrare delle soldatesche, procurò possibilmente di assicurare

la propria famiglia chiudendosi in casa, ed opponendo tutta quella

resistenza che chiunque avrebbe procurato di tentare nel vedere la

propria vita congiunta alle parti più care di sè stesso minacciate

da sicura morte. Sua disgrazia volle che vani fossero i suoi sforzi,

e riunitisi quei mostri in numero sovrabbondante gli sfondarono la

porta; ed appunto per aver loro usato resistenza, appena entrati

prima cosa fu di percuoterlo spietatamente ed obbligarlo a chiedere

ginocchioni la vita, indi saccheggiarlo di tutto quel poco di meglio

che aveva per l’importo di lir. 653, poi risovvenendosi uno di essi

che avevano dovuto impiegare qualche fatica per rendersene padroni,

senza più riguardo niuno, subito come furia d’averno gli si avventa

addosso, e duro freddo qual marmo alle strazianti lagrime della moglie

e delle figlie, che quasi fuor di sè stesse dallo spavento chiedevano

grazia per l’infelice, gli scaglia un colpo sulla testa e gli altri

lo imitano; indi così lo abbandonano estinto al suolo, lasciando

gli sventurati suoi cari in uno stato di dolore che ci fa pena il

descrivere, bastando il fatto da sè stesso a darne tutto il campo alla

considerazione.

A Giovanni Battista Beltrami si deve la salvezza del borgo di Viarenna.

Dopo di aver recato soccorsi di vitto e di denari agli abitanti di

questa parte della città confinante coi bastioni della Porta, alla

testa di pochi uomini eseguì una barricata mobile con fasci di legna, e

la spinse avanti l’inimico, il quale vi scaricava contro una grandine

di palle ed alcuni colpi di cannone a mitraglia. Infiammati i nostri

di furor patrio non temono la morte, e si spingono tanto sotto che

costringono l’inimico alla fuga, lasciando tre de’ suoi morti sul

campo.—Il Beltrami contribuì ancora alla liberazione di Cittadella.

Narrasi nei citati 200 _racconti_, che una banda di Zingari scesero

verso le ore 11 dalle gradinate verso il tombone di Viarenna, e

schierati portaronsi per ispaccare la porta presso il monumento

Sforza, quando alzati miracolosamente gli occhi verso il monumento

che rappresenta la Madonna del Duomo, e, quasi colpiti da terrore,

proseguirono il loro cammino fino alla casa Dacomo, al civico n.º 3577,

ove trovata sgraziatamente aperta la porta, si introdussero in numero

di nove.—Alcuni dopo di avere spezzato varj usci, si portarono ad

ispiare sul tetto se mai vi fossero persone nascoste; altri discesero

nella cantina, ed ivi rinvenute nascoste più di venti persone,

scaricarono contro loro diversi colpi di moschetto e ne uccisero e

ferirono tre. Uno degli uccisori fu ammazzato dai vicini, e gli altri

fuggirono.

PORTA TOSA. Ad alcuni de’ nostri venne fatto d’uscire dalla città

guadando un’acqua che scorre sotto il bastione tra porta Romana e porta

Tosa, e di concerto con varj paesani entrarono nella casa dell’osteria

_delle Asse_, dalle cui finestre poi fecero fuoco crivellando di palle

anche la casa della Birreria in possesso delle truppe, come abbiamo

veduto.

Circa le ore 4 pomeridiane gli alunni e le alunne del Conservatorio di

Musica per ordine del loro direttore conte Borromeo furono condotti

a ricoverarsi nel palazzo del conte Vitaliano Borromeo scortati da

dieci Guardie Civiche. Fino dalla mattina tutti i ricoverati nel

Conservatorio, non tenendosi sicuri in questo luogo, erano passati

nelle case vicine, e specialmente nella casa Archinto, ove lautamente

venivano trattati il signor Prevosto ed i Coadjutori della Passione, le

famiglie Cardani e Frasi, e molti altri.

Il casamento del Conservatorio, dietro i progetti proposti

dall’ingegnere Grassi, venne destinato a servir di appostamento ai

nostri bersaglieri onde tener di colà distratti i soldati dai due lati,

ed in tal modo facilitare la presa di Porta Tosa. Quello che avvenne

di poi in questo luogo ci viene descritto nei citati _Racconti di 200

testimonj_, dai quali prendiamo quanto segue:

«A undici ore di notte si radunarono molti patriotti in questo locale

per l’esecuzione del suesposto progetto».

«Io con un lumicino accompagnai l’ingegnere Cardani e diversi altri

armati di fucili e carabine nel quartiere delle alunne destinate

all’uopo; le gelosie delle finestre erano state chiuse tutto il giorno,

e nelle diverse scuole e nei dormitorj si apostarono i valorosi.

«Intanto alcuni zappatori diretti dal signor Borgocanti entrarono per

la parte della cucina nel giardinetto sotto posto. Io procurai loro

una leva di ferro ed altri attrezzi necessarj per aprire una breccia

nel muro di cinta; come fecesi colla massima precauzione per non

essere scorti dal nemico. L’ ingegnere Cardani, fattosi loro guida li

condusse colle scale della Chiesa della Passione, per le ortaglie sui

bastioni, ivi furono da noi calate le scale di fuori lungo le mura,

onde avessero ad ascendere quelli che si trovassero esternamente, e

che si dicevano accorsi in aiuto. Sfortunatamente non si vide nessuno,

sia però lode egualmente a quelli che progettarono ed eseguirono tale

operazione tanto arrischiata ed ingegnosa!»

«Ad un’ora di notte si cominciò dai nostri a tirare contro i militari

posti di guardia dietro le piante sul bastione; questi risposero

colle loro solite fucilate, poi si videro dei picchetti partire da

Porta Tosa e dal borgo di Monforte e venire a schierarsi di dietro

le piante su quel punto del bastione, e così a colpi replicati e

frequenti d’archibugi si continuò per più di un’ora, quando a un tratto

cominciarono le cannonate».

«Un cannone di Porta Tosa, appostato dagli Austriaci in capo alla

stradella sul bastione, e un altro al borgo di Monforte nell’atto

opposto, cominciarono a tirar contro le finestre del Conservatorio, e

ne menarono fiera rovina.»

«Ma Dio vegliava su noi, poichè dei tanti nostri, che per ben cinque

ore di seguito continuarono al combattere in questa località, due

soli restarono feriti sul detto quartiere delle alunne: uno fu certo

Poletti Carlo, che, colpito da una palla di fucile, fu trasportato da

prima nella cucina inferiore del Conservatorio, dove gli prestarono

soccorso d’ogni sorta, nel che il signor Preposto Radaelli si distinse

per carità, coraggio e zelo; quindi fu trasportato al deposito ove

morì il 25. Un altro Antonio Donzelli addetto allo studio del signor

avvocato Lissoni restò ferito egualmente, mentre l’ingegnere Cardani

gli caricava il proprio fucile. Il Donzelli però vive tutt’ora

essendogli stata dal chirurgo Valerio levata la palla, e si spera che

guarirà. Alcuni de’ nostri più ardimentosi, dalla breccia del muretto

del giardino del Conservatorio si spinsero nella prossima ortaglia, e

di là sino sul bastione con una scala della chiesa, ma dovettero poi

ritrarsi, restandone alcuni morti sotto le palle nemiche.

«Una cosa che ha veramente del miracoloso si è ammirata e si ammira

tutt’ora da quanti la videro e la veggano, e si è che, mentre nel

detto quartiere delle alunno si raccolsero più di 20 palle di cannone

di vario calibro, e alcuni pezzi di palle di obizzi e di razze alla

Congréve caduti sul tetto e nel dormitorio dov’erano tutt’ora dieciotto

letti coi piumaccini e pagliaricci, pure non vi fu alcun segno

d’incendio».

«Di più un quadretto rappresentante la Sacra Famiglia, attaccato alla

parete di una stanza, che serviva come sala da lavoro o da ballo alle

alunne, dove solevan recitare la terza parte del santissimo Rosario,

si vide tutt’ora intatta; mentre una grossa palla di cannone forò la

muraglia da parte a parte, e colpì la parete opposta della sala.»

«Varj piccoli quadretti ed acquasantelli posti sopra i letti nel

dormitorio si veggono interamente intatti ai loro posti, mentre le

pareti a cui sono appesi è tempestata di ogni sorta di palle di fucili

e di cannone».

«La cappella del Conservatorio che stava al disotto colle finestre

guardanti sul giardino verso il bastione, rimase egualmente intatta,

tranne che fu colta da due palle nelle finestre dalla parte della

cappella delle alunne; e così pure intatte le finestre della sagrestia

della Passione, mentre le altre finestre al di qua e al di là, di sopra

e di sotto sulla stessa facciata, furono tutte guaste e ruinate dalle

archibugiate e dalle cannonate.»

XI.

22 MARZO (MERCOLEDÌ).

Son giunchi che piegano

Le spade vendute:

Già l’aquila d’Austria

Le penne ha perdute.

Il sangue d’Italia,

Il sangue Polacco

Bevè col Cosacco,

Ma il sen le bruciò.

Stringiamci a coorte,

Siam pronti alla morte,

Italia chiamò.

MAMMELI.

Oh giorno memorabile, ultimo della nostra schiavitù, la tua memoria

occuperà la più bella pagina della storia d’Italia! Spezzate sono le

nostre catene, le nostre vittorie progrediscono, e di mano in mano

che i valorosi cittadini petti s’infiammano di quel santo amor di

patria, l’avvilimento s’impossessa delle orde austriache, che estenuate

di forze mal si reggono in piedi. La notte passò in un continuo

all’erta che gridavasi di tratto in tratto da chi stava a guardia

delle barricate, e veniva ripetuto da migliaja di voci. Il cannone

romoreggiava a Porta Tosa, a Porta Comasina, a S. Celso ed in altri

punti importanti dei bastioni, mentre si voleva nella stessa notte

stringere il nemico fra due fuochi e dar l’assalto ad una delle porte.

Il difetto d’accordo nelle mosse faceva andar a vuoto il disegno.

Ordini diversi si succedevano durante il conflitto. Chi gridava: _Colle

armi a Porta Tosa_, chi _S’apre la Porta Romana_, e simili. Intanto

spuntava il giorno sereno e fresco. Una delle prime imprese dei nostri

era quella di assaltare il palazzo del General Comando, quando con

universal sorpresa fu trovato vuoto, essendosi i soldati che v’erano

a guardarlo, vergognosamente giovati dell’oscurità della notte per

rifuggirsi in castello. Allora si presero le carrozze di que’ vecchi

generali e conducendole nella contrada si formarono delle barricate,

come erasi fatto di quelle del _Vicerè_.—Due obizzi e due razzi si

trovarono quella stessa mattina sul balcone dell’attuale Aggiunto

nell’ufficio di pubblica Vigilanza signor Grasselli in contrada di

Brera.

Più tardi si lessero sugli angoli della città, e si facevano anche

circolare i seguenti tre proclami:

CITTADINI!

_Milano, 22 marzo 1848._

_L’armistizio offertoci dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del

popolo che vuole combattere._

_Combattiamo adunque coll’istesso coraggio che ci fece vincere in

questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora._

_Cittadini! riceviamo di piede fermo quest’ultimo assalto dei nostri

oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della

vittoria._

_Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e

vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente

morire._

_La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed

assicura ai feriti gratitudine e sussistenza._

_Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti

in Governo provvisorio, che reso necessario da circostanze imperiose e

dal voto dei combattenti viene così proclamato._

Firmat. CASATI, Presidente.

VITALIANO BORROMEO.

GIUSEPPE DURINI.

POMPEO LITTA.

GAETANO STRIGELLI.

CESARE GIULINI.

ANTONIO BERETTA.

MARCO GREPPI.

ALESSANDRO PORRO.

CITTADINI!

_Mercoledì, 22 marzo._

_La caserma di S. Francesco, il palazzo del Comando Militare e la casa

del Maresciallo Radetzky sono in poter nostro: è una nuova promessa

della nostra vittoria. Sappiatelo per averne la sicurezza che il nostro

nemico non può altro che abbandonare la nostra città. Tutto viene

ad accrescere la nostra fiducia: ne abbia nuovo stimolo il nostro

coraggio!_

Viva l’ITALIA–Viva PIO NONO

=CITTADINI!=

_Viene riferito che alcuni travestiti da Prete siano esciti dal

castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso

perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendono il servigio di dare pronti

schiarimenti quando ne fossero richiesti._

_La spada del maresciallo Radetzky, la spada di sessantacinque anni che

fu tinta nel sangue de’ nostri fratelli, è nelle nostre mani, nuovo

pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri fanciulli._

_Sessanta Croati rifiniti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra

pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria.

Tutti i molti prigionieri che ci si sono arresi sono da noi trattati

come vuole l’onore italiano._

_VIVA L’ITALIA—VIVA PIO IX._

_Dal Comitato Centrale di Guerra in Casa Taverna, 22 marzo 1848._

* * * * *

Diversi fatti meritevoli di menzione succedettero anche in questo

giorno, come vado narrando:

S. LUCA, _Collegio Militare_. Già da tre giorni si dava l’assalto

a questo collegio de’ cadetti, quando costretti per mancanza di

viveri e di forze dovettero arrendersi. Il signor Severus, direttore

dell’istituto, aveva ordinato al maestro Corsich di disporre i 140

alunni sì che sicuri potessero offendere coi fucili e col cannone la

gente del popolo inerme che nel secondo giorno della rivoluzione usciva

dalle sue abitazioni per provvedersi delle cose di prima necessità. A

loro vengono aggiunti 300 cacciatori Tirolesi, e tutti uniti, animati

dalle istigazioni del loro direttore, cercano di uccidere a più potere.

I soli alunni italiani, che raccapricciavano a tale comando, sono

minacciati di 25 colpi di bastone. In questi giorni per non rallentare

il fuoco, viene a tutti proibito di portarsi al refettorio, e dal

sabato al mercoledì sono nutriti con tre once di pane al giorno. Vedi

barbarie del signor Severus, infame satellite di Radetzky!

Verso le ore dodici il marchese Trivulzio, che molto si segnalò in

questi giorni, portandosi con un corpo dei nostri per la consegna, fu

ferito in una coscia e si dovette trasportarlo alla sua abitazione.

I cadetti che appartenevano a famiglie milanesi vennero consegnati a

queste, e gli altri si tennero ostaggi nella casa Barbò. Più estese

notizie intorno alla presa di S. Luca si leggono nell’altre volte

citato libro dei _Racconti di 200 e più testimoni oculari_.

PORTA NUOVA. Reduce alla sera il cavaliere Palladini, direttore

dell’Ergastolo, dal Governo Provvisorio ove erasi recato per le

importanti sue rivelazioni, delle quali si è già toccato più sopra,

presentavasi ai portoni di Porta Nuova con due guardie inermi di quello

stabilimento, instando perchè qualcuno dei combattenti di quel forte

volesse scortarlo. La sera era oscurissima, e benchè corresse voce che

dalla caserma di S. Angelo continuava il fuoco ed incessante fosse lo

sparo dei cannoni in quelle vicinanze, s’offersero immantinenti e senza

tema i cittadini Luigi Rossignoli e N. Perelli. Percorso lo stradone di

S. Angelo ed accortisi che la caserma era già abbandonata dalle truppe,

tranquillamente proseguirono il cammino. Alloraquando arrivati al viale

che mette alla casa di Correzione, d’improvviso vennero scagliati due

colpi di fucile alla distanza di circa sei passi di fronte al Palladini

ed al Rossignoli, che precedevano gli altri tre del seguito; ma fu

volere d’Iddio che ne rimanessero illesi. Imprudenza sarebbe stata

l’avanzarsi più oltre per quella strada, stante l’oscurità della sera,

e per essere invasa dalle soldatesche, che, come venne a conoscersi,

proteggevano la propria ritirata; onde retrocessi d’alcun poco e fatto

aprire un’osteria di contro alla caserma di S. Angelo, fu ivi dato

ricovero al cavaliere Palladini, che vi passò la notte in compagnia

delle sue due guardie, cui il Rossignoli, prima di allontanarsi col

proprio compagno, muniva di due buone pistole perchè vegliassero alla

difesa del benemerito suddetto Palladini.

PORTA TOSA. Il combattimento che fiero e terribile durò in tutti

i cinque giorni a Porta Tosa è uno dei fatti più importanti della

rivoluzione di Milano. L’impeto poi con cui si attaccava oggi da tutti

i punti il nemico, dava a vedere esser questo il giorno decisivo della

battaglia. In questo luogo più che altrove la ferocia delle milizie

austriache diede le più orrende e turpi prove di sua barbarie. In

questo luogo più che altrove il cannone e le bombe, mitragliando e

bombardando, portavano lo sterminio a molti caseggiati. Il saccheggio,

l’assassinio ed il fuoco dominavano in tutte le case ove potè penetrare

il Tedesco; ben nove incendi appiccati nella giornata, entro e fuori

della città, rischiaravano talmente la notte precedente il giovedì, che

gli abitanti potevano attendere alle loro cure domestiche nel più fitto

della notte senza bisogno del lume[43].

In mille modi ci viene raccontato il combattimento di questo giorno

a Porta Tosa dai diversi narratori dei fasti delle gloriose cinque

giornate.

I punti principali dell’attacco furono dalla parte del Conservatorio

di Musica, e dalla parte del Dazio. Io riporterò quanto si legge in

proposito al primo nel n.º 4 nel giornale il _Lombardo_, in quanto al

secondo riferirò le parole del dottor Osio nelle sue _Reminiscenze_,

come quello che più s’accorda colle informazioni da me prese sul luogo

e da persone che v’ebbero parte.

1.º Dal giornale il _Lombardo_:

«Frattanto spuntava il mattino del 22 marzo, rallegrato da un cielo

sereno. Suonano le cinque, e mentre il Dal Bono muove verso il

Conservatorio, i cittadini che il difendevano colti da improvviso

timore, fuggendo esclamano: _Siamo perduti! Siamo perduti!_ Intanto

duemila Croati, una banda di Tirolesi ed il cannone irrompevano con

fragorosi tuoni per atterrare le mura del Conservatorio. Il pericolo

era iminente, imperocchè se fosse stato concesso al nemico di avanzarsi

più oltre, i cittadini erano presi alle spalle. Ma udita la causa di

quella subitanea mossa, e conosciuto il danno che ne sarebbe avvenuto

per l’abbandono di quel posto, il Dal Bono con animoso coraggio rincora

i fuggiaschi gridando: _Chi non è traditor della patria mi segua_, e

precede intrepido verso il Conservatorio. I cittadini, scossi a quelle

parole, il seguono tutti; ed egli gli dispone con molto avvedimento nei

siti meno esposti, parte sulle finestre, parte nei cortili, poscia in

mezzo ad una tempesta di palle attraversa un terreno per recarsi sotto

il muro di cinta vicino al bastione a parteciparvi delle ferritoje.

Il suo esempio è seguito da diversi animosi, ed in breve molti fori

furono fatti, da dove 20 e più fucilieri mantennero un vivissimo

fuoco. Anche dalle superiori finestre le fucilate non cessarono un

istante in tutto il giorno. Durante la mischia il Dal Bono accorreva in

ogni parte: ei provvide anche alla difesa del tempio della Passione,

collocando archibugieri sulle finestre del coro, e nelle prossime

case, per modo che i Croati e i Tirolesi non poterono avanzarsi un

sol passo, e furono d’ogni banda uccisi e molestati. Fra gli animosi

che segnalaronsi in questa giornata vuolsi ricordare un Belgiojoso,

abitante alla Guastalla, un Bianchini, cavallerizzo in casa Archinto,

un Carlo Bordoni, assistente all’emporio di belle arti, un impiegato

del Tribunale, ed alcuni bravi artisti pittori o scultori, il cui nome

non ci è conosciuto, ma che ciò non pertanto meritano la riconoscenza

dei propri concittadini. Mentre più ferveva il combattimento, alcune

guardie di confine insieme ai varj cittadini furono posti dal Dal

Bono alla difesa degli orti che stanno a sinistra della Passione.

Il coraggioso Luigi Archinto era in questo sito tra i primi, e dopo

un lungo alternar di fuoco i Tedeschi dovettero allontanarsi dalla

loro posizione, per cui gli abitanti di quelle case, che già da tre

giorni mancavano di ogni alimento, furono veduti correre verso i loro

liberatori.»

«Sbandato da queste parti il nemico, conveniva scacciarlo anche dal

bastione Monforte, ove erasi del continuo mantenuto malgrado l’accanito

combattere de’ cittadini, che per la seconda volta impadronironsi

dell’antico Palazzo del Governo. Gli abitanti di quelle case erano

già ridotti alla massima ristrettezza: mancanti di alimento, la morte

volava sopra di loro, se il crudo nemico fosse rimasto vittorioso.

Il Dal Bono alla testa di alcuni prodi, che difeso avevano il

Conservatorio, corre verso quella parte: innalza una barricata nel

mezzo della strada; fa praticare diversi fori nei muri dei giardini

di quelle case, ne sottrae gli abitanti, e tale fu l’accorgimento di

quelle operazioni che in breve tempo il nemico dovette anche da quivi

sgombrare».

«Allora un grido di gioja scorse da ogni parte, perchè finalmente

fu veduto compito il grande eccidio. Tutti contribuirono certamente

coll’assidua vece della pugna alla libertà della patria».

2.º Nelle _Reminescenze_ del dottor Osio si legge:

«Spuntò finalmente la tanta sospirata alba del giorno 22, alba

che era segnata l’ultima pei nostri nemici; si impiegarono le

prime ore nell’ispezionare i diversi quartieri di Porta Tosa, a

disporre tutto ordinatamente, e verso le ore sette del mattino si

cominciò il trasporto dei due pezzi più grossi nella casa di fianco

all’Orfanotrofio di fronte al Dazio, di proprietà della città, e

data in affitto a certo Stefano Primo. Fu in quella posizione che

si cominciò a caricare i nostri piccoli cannoni, ad appuntarli un

dopo l’altro rimpetto al Dazio stesso, giacchè nella foga dei nostri

desiderj spingevamo l’ardire fino a credere di poterne atterrare la

porta, E qui meritano di essere grandemente encomiati tutti quelli che

ajutaronmi in questa impresa, mantenendo e l’ordine e la disciplina, e

gareggiando ognuno di vero patrio amore, mostrando un freddo coraggio

degno dei più valorosi capitani d’armata. Era in tutti una vera gara

nell’assicurarsi che il nostro piccolo pezzo fosse bene appuntato, nè

il frequente mitragliarci che facea il nemico valea ad incutere il

più piccolo spavento, chè anzi ad ogni colpo, che per fortuna andava

fallito, anche i meno coraggiosi diventavano arditi, sfidando collo

scherno il Tedesco che, e coi cannoni, e coi moschetti, tentava di

farci ritirare dalla nostra strategica posizione».

«Intanto varj coraggiosi giovani eransi inoltrati per la porta

dell’Orfanotrofio occupandone le ortaglie e le vicine case, mentre

altro drappello si dirigeva verso il lato opposto, ed un terzo verso il

Borgo della Fontana».

Cronaca della rivoluzione di Milano · 第 7 / 20 段