sempre più, ed intrepidi al continuo fuoco del cannone stringono il
nemico da tutti i lati. I contadini al di fuori fanno altrettanto. Il
primo numero del giornale _Fratellanza_, ci riporta il seguente fatto
successo mentre fervea più accanita la pugna. «Un ragazzo di 12 o 14
anni al più, si distingueva fra gli altri, salutando colle beffe e coi
fischi ogni colpo di cannone e la grandine delle palle austriache».
«Allo scherno aggiungeva la disfida; onde arrampicatosi sul ciglio di
una barricata fra le più vicine al nemico, vi si pose a cavalcione, e
col gesto usato dal basso popolo allorchè esprime il piacere _d’averla
fatta o di volerla fare a qualcuno_, andava provocando quei soldati ad
avvicinarsi a coglierlo».
«In quello stesso tempo un altro giovinetto di qualch’anno più
avanzato in età, stava intento come a sollazzo, unitamente a varj
suoi coetanei e più vicini, a raccogliere le palle che d’ogni intorno
piovevano a terra, quando a poca distanza vide cader di rimbalzo dal
muro dell’attigua casa una palla di cannone. Correr dietro a quella,
fermarla e prenderla fu l’opera d’un momento; d’un salto si trasse alla
vicina barricata, e di colà con quanta forza potè adoperare, rigettolla
verso i cannonieri a più riprese, loro gridando: _tornate a mandarla
giacchè non andò bene; sarebbe munizione perduta_.»
Le campane di S. Pietro in Gessate cominciarono a suonare a stormo
verso le ore dieci antimeridiane, ed intanto dietro le barricate verso
il borgo di Monforte, nelle ortaglie e nelle contrade circostanti
al Conservatorio, l’ingegnere Cardani col conte Archinto figlio,
coi fratelli Modorati e con altra scelta gioventù ed alcuni arditi
pompieri, incominciarono un fuoco, che andò sempre crescendo, di
schioppi da caccia e moschetti contro i Croati e la cavalleria, che
in vari drappelli, percorrendo i bastioni dal borgo di Monforte alle
case di questo dazio, e dietro il muraglione del magazzino Cagnola,
moschettavano sui nostri combattenti.
Due volle il nemico tentò di rinforzare questa porta con due altri
cannoni che conduceva da porta Orientale, ed altrettante fu respinto
dal continuato fuoco della compagnia del valoroso Vernay. A più riprese
si combattè dai diversi drappelli de’ nostri contro i Croati. Partiti
i cannoni, Vernay colse l’occasione per correre co’ suoi bravi a dar
l’assalto alla porta e vi giunse vittorioso[40].
PORTA NUOVA. Narra la _Gazzetta officiale di Milano_ del giorno 8
aprile, i seguenti due fatti: Il giorno 20 marzo alle ore otto di
mattina i valorosi della nostra patria costrussero una barricata in
capo alla contrada di S. Giuseppe verso Brera, onde impedire alla
guardia del palazzo del Genio la ritirata, e precludere al presidio
del Comando Militare la via di soccorrerla, indi i pochissimi nostri
tiratori, fra le acclamazioni dei cittadini che dalle finestre
confortavanli a combattere, si avanzarono dirigendo le palle dei
loro archibugi al Palazzo del Comando Militare, cui presidiavano
una compagnia di granatieri ungaresi ed un’altra del reggimento
_Raisinger_. Questi mandarono allora un officiale con bandiera bianca a
chieder pace; ma poscia, tosto che un animoso giovane si fu presentato
al loro capitano intimando che cedessero le armi, venne scoperta
l’insidia di quel messaggio, il capitano ricusò di far deporre le armi
alla soldatesca, e _tradimento_! fu il grido che risuonò per tutta la
contrada, _tradimento_! Nè quel grido falliva, perchè non erasi appena
finita la barricata, che il fuoco della moschetteria nemica si avanzava
dalla contrada dei Fiori, e ne fu colpito alla mano sinistra ed alla
coscia l’ex militare Luigi Perdoni, ultimo a dipartirsi dall’opera:
raccolto però in una casa nella contrada di Brera, il Perdoni ebbe
tosto ajuto, poichè il dottor Buzzi con le cure pronte dell’arte lo
avviò a sicura guarigione.
In questo stesso dì verso le ore due e mezzo dopo il mezzo giorno, una
banda di quei soldati masnadieri sfondò le porte dell’antica osteria di
Brera, _Lorivoli_, sull’angolo del Monte di Pietà, ed entrativi misero
tutto a sacco e ruina sotto la condotta del proprio colonnello.
PORTA COMASINA. Verso il mezzogiorno un Maggiore ungarese,
preceduto da una truppa di gente, dal castello si avanza al Ponte
Vetro, agitando in aria un fazzoletto bianco e gridando _pace, pace_,
ed assicurando che a Porta Comasina aveva fatto sospendere il fuoco a’
suoi Ungheresi, e che non avrebbe riprese le ostilità, purchè le sue
truppe non fossero molestate. Vado dal Generale in Capo in castello
per un accomodamento: chi vuol venire con me si farà persuaso. Il
sacerdote D. Pietro Mauri, della parocchia di S. Tommaso, accompagnò
il Maggiore insieme con un altro ufficiale degli Ussari che era venuto
in quel mentre.—Alcuni asseriscono di aver osservato un Tirolese di
picchetto all’imboccatura della contrada, che dimenando il capo faceva
segno di non fidarsi.—Poco dopo un Poliziotto, disarmato scortato
da tre militari italiani col moschetto abbassato e senza bajonetta,
si porta dal prestinajo in contrada del Baggio a prendere un gran
cesto di pane di formento che fa portare con sè. Questo momento fu
propizio anche per gli abitanti che andarono a provveder pane e
commestibili.—Il Poliziotto ritorna di nuovo per prendere dell’altro
pane, ed intanto quelli che aspettavano il prete, non vedendolo a
ritornare, afferrarono il poliziotto e gliene dimandarono conto. Costui
risponde che stava parlando col Maresciallo; ma le guardie civiche
non fidandosi di queste parole, trattennero il soldato di Polizia,
rimandando gli altri soldati a prendere il Prete, intimando loro che se
non ritornavano presto avrebbero fatto a brani il Poliziotto. Il Prete
ritorna poco dopo dimenando il capo e gridando al consiglier Decio,
che lo stava aspettando: _siamo traditi_! Ed il fatto non andò a lungo
a verificarsi, mentre poco dopo i soldati ripresero le ostilità, e le
moschettate ed i colpi di spingarda ripresero il loro corso[41].
Atroce caso successe nella casa di certo signor Torelli, verso S.
Marco, nella quale tenevasi osteria. Gli Austriaci sforzarono la
porta, ed entrati uccisero il cuoco ed altre tre persone dopo averle
martirizzate in ogni foggia; poi arrostiti vivi due bambini, e cacciata
nel ventre ad una donna incinta a varie riprese la bajonetta, diedero
fuoco alla casa e quindi si ritirarono nel palazzo del General Comando.
PORTA TICINESE. La caserma dei Poliziotti a S. Bernardino alle Monache
cedette al valore de’ nostri, che dopo accanita pugna giunsero ad
incendiar la porta esposti ad una pioggia di moschetteria. Solo il
picchetto che trovavasi a S. Simone in guardia della Polizia, dopo
di avere spiegata una bandiera bianca in segno di pace, colse il
popolo festante sotto le finestre, e quindi i traditori scaricarono
contro i loro fucili, per modo che de’ nostri, due restarono morti ed
uno ferito. Così infame tradimento, invece di avvilire, accrebbe il
coraggio dei cittadini che si portarono sin sotto alle finestre, ed ivi
bersagliando que’ tristi, li costrinse cedere al loro valore.
Siccome in questo giorno, come abbiamo detto, la città venne in
possesso, mercè la prodezza de’ nostri combattenti, di varj palazzi
che si era appropriati il cessato governo Austriaco, il Municipio
pensò bene di metterli tutti con le cose in essi contenute, sotto la
salvaguardia delle Guardie civiche, col seguente proclama:
CITTADINI
_Si pregano istantemente tutte le Guardie Civiche di prendere sotto la
loro immediata protezione tutti i pubblici Stabilimenti e tutti gli
oggetti che vi si contengono e soprattutto le carte che possono essere
preziose per le famiglie._
_D’ora in poi tutte le cose che erano del Governo, sono nostre. Dunque
conserviamole._
ORDINE E CONCORDIA!
In questo stesso giorno si lessero pure affissi sugli angoli della
città i due proclami che seguono, col primo dei quali si stabiliva un
Governo Provvisorio alla direzione d’ogni cosa.
LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
DELLA R. CITTA’ DI MILANO
_Milano, 20 marzo 1848, ore una pomerid._
_Le terribili circostanze di fatto per le quali la nostra città
è abbandonata dalle diverse autorità, fa sì che la Congregazione
Municipale debba assumere in via interinale la direzione d’ogni potere
allo scopo della pubblica sicurezza. Egli è perciò che si fa un dovere
di far noto a’ cittadini che sino a nuovo avviso essa concentrerà
momentaneamente le diverse attribuzioni onde condurre le cose al fine
desiderato dell’ordine e della tranquillità. Ai membri ordinari della
Congregazione vendono aggiunti in via provvisoria i signori._
VITALIANO BORROMEO.
FRANCESCO BORGIA.
ALESSANDRO PORRO.
TEODORO LECCHI.
GIUSEPPE DURINI.
AVV. ANSELMO GUERRIERI.
AVV. ENRICO GUICCIARDI.
GAETANO STRIGELLI.
CASATI, PODESTÀ.
BERETTA, Assessore.
CITTADINI!
_Uomini coraggiosi hanno superate le mura della città e ci hanno recato
notizie delle campagne, e lettere scritte alle porte. Pavia è insorta e
chiuse il nemico nel castello. Anche a Bergamo il presidio si è arreso
col generale, figlio dell’ex–Vicerè. Evviva ai nostri fratelli di
Pavia e di Bergamo! Tutte le popolazioni sulle vie a Gallarate, Busto
Arsizio a Milano si sono levate in armi e hanno disarmato le truppe,
preso sei pezzi di cannone, impedito che il ponte di Boffalora fosse
tagliato. Evviva ai nostri fratelli del contado! Abbracciamoci tutti in
un amplesso! ringraziamo Dio. Gridiamo:_
VIVA L’ITALIA!—VIVA PIO IX!
Il Governo Provvisorio
CASATI.—GIULINI.—GREPPI.—BERETTA.
L’ecclisse totale di luna che successe nella precedente sera, 19 marzo,
spargeva colla cupa sua oscurità lo scoraggiamento ed il terrore nelle
truppe austriache, era cagione di qualche risata tra noi, chè alle
barricate dalle guardie si gridava, _che la luna era dalla nostra
parte, e si aveva messa ella pure la coccarda_. La notte susseguente in
generale fu del continuo agitata da spari d’archibugio per mantenere le
scolte all’erta, e da qualche scaramuccia, ma non di grave momento.
X.
21 MARZO (MARTEDÌ).
Ora che il vil conoscemi
Agghiacciar dovrai d’orror!
Col pugnal dell’assassino,
Al favor di notte oscura,
Egli assale il Pellegrino,
Ove passa incendia e fura....
Da sua man la morte scende,
Ei presiede ad orgie orrende,
Fra i singulti di chi langue
Fa danzare la sua gente,
Nelle tazze mesce il sangue,
Ride ai lagni del morente....
MORTEDO, _Dramma lirico_.
E sempre nuovi tradimenti! Ecco i tristi e codardi capitani austriaci
in maschera, alcuni da prete, altri da donna con grandi coccarde
tricolore al petto, che procurano di penetrare e d’introdursi colla
impostura ove non riescirono colla forza. Quali sono le prove del
vostro coraggio? Fremo d’orrore al solo ricordarle, e lo dicano per
me le tante giovani vituperate, le spose vedove e desolate, i figli
orbati de’ loro genitori, i teneri bambini ed i cadenti vecchi su
i quali, perchè incapaci alla difesa, si scatenò più accanita la
rabbia dell’assassino..... Lo dicano i tanti villaggi e le case arse
e saccheggiate....Lo dicano le tante famiglie che tuttavia si trovano
nel pianto e nello squallore. Chi può risovvenirsi delle atrocità
commesse a Porta Tosa, a Porta Vercellina, a Porta Comasina ed a Porta
Ticinese senza essere compreso d’un tremendo fremito d’orrore, nunzio
di vendetta sterminatrice contro que’ barbari? E come mai l’immortale
Pio IX, in nome del quale combattemmo per l’indipendenza Italiana,
dopo tanti eccessi, come principe temporale e spirituale non ardisce
di apertamente sostenere in faccia all’Austria quanto fu giurato da
lui fino ad ora in secreto. Un raggiro gesuitico o dell’Austria stessa
lo sgomentò forse sotto pretesto d’uno scisma, o furono le frequenti
insulsaggini dell’_Allgemeine Zeitung_ che lo arrestarono sul più
bello della sua impresa? Questo nuovo genere di politica non è in
correlazione co’ suoi fatti. Ritorni Pio IX, _Dio è con noi_ ed il
grido di _viva Pio IX_ sarà il nostro grido di guerra, ed in nome di
Dio noi vinceremo: la nostra patria sarà libera dagli oppressori.
Ritorno al mio officio di narratore:
Alle ore 5 del mattino Radetzky fece suonare a raccolta. Sembrava
che le cose dovessero avere un prospero fine nella giornata. Il Feld
Maresciallo non aveva mai osato mostrarsi alla valorosa gioventù di
Milano durante la pugna dei tre giorni precedenti, poichè i traditori
si guardano molto dal porre in compromesso il loro grado. Egli esponeva
la bandiera bianca e chiedeva un armistizio, ed anche proponeva la
pace e lo sgombro di tutte le sue truppe dalla città a patto che i
Milanesi dovessero levar le coccarde, la bandiera italiana, gridar
viva Ferdinando e dargli trenta milioni di lire austriache. Questa
stolida proposizione venne rigettata dal nostro governo dopo lunga
discussione, come ben si doveva aspettare. Non abbiamo altra prova di
questo che nei _Racconti di 200 testimoni_, negli editti del Municipio
e nella seguente dichiarazione dei Consoli, diretta al Feld Maresciallo
alle ore quattro pomeridiane di questo stesso giorno. È a desiderarsi
che questo sunto di storia risguardante uno dei principali fatti
della rivoluzione sia trattato da penna più dotta della mia: perocchè
infruttuose mi riescirono tutte le indagini in proposito, essendoci chi
la racconta in un modo, chi in un altro, e tutti, secondo loro, furono
testimoni oculari. Ecco dunque l’unica prova che posso dare:
A S. E. IL SIGNOR MARESCIALLO RADETZKY
_Signor Maresciallo_
_Abbiamo il dispiacere di dire a V. E. che la sospensione di ostilità,
dietro la domanda che vi abbiamo fatto nella conferenza di questa
mattina, che ci avete incaricato di proporre all’autorità municipale
della città di Milano, non è stata accettata. I membri componenti la
municipalità dopo averci domandato di deliberare sulle proposizioni,
che noi abbiamo lor fatto da parte vostra, ci hanno or fatto conoscere
questa determinazione. Abbiamo l’onore di trasmettere a V. E. la copia
della loro risposta._
_In tale stato di cose, dietro le grandi manifestazioni di umanità che
V. E. ha voluto farci, e di cui prendiamo nota, speriamo che le misure
che ella vorrà prendere non saranno della natura di compromettere
l’esistenza e le proprietà dei nostri nazionali a Milano, se
diversamente fosse noi stessi saremmo in caso di reclamare quanto ha
promesso questa mattina di accordarci il tempo e i mezzi necessarii
per metterli in sicurezza; noi ci proporremmo di proteggere la loro
uscita accompagnandoli in corpo sino ad una delle porte; e domanderemmo
inoltre a V. E. delle Salvaguardie scritte per le nostre abitazioni e
cancellerie consolari._
_Preghiamo V. E. di risponderci subito in proposito e di aggradire,
ecc._
_Milano, 21 marzo 1848, alle ore 4 pomerid._
(_Seguono le firme dei Consoli_).
La pugna va crescendo, ed in questo giorno che a noi si presenta
vestito di così splendido sole di quali trionfi non saremo noi
testimonj? I nostri cittadini combattono da veterani colle armi, e
colla più fina arte strategica s’impossessano dei posti non ancor
nostri ed impediscono agli Austriaci d’unirsi fra i loro corpi diversi
e già quasi tutti dalle nostre armi decimati e sgominati.
Diversi comitati nelle urgenti circostanze si sono formati, i quali
devono sorvegliare _alla pubblica difesa, alla vigilanza e sicurezza
personale, alla guerra ed alla finanza_[42].
Il bisogno di far conoscere la nostra condizione agli abitanti delle
terre circostanti, ci suggerì l’uso dei palloni areostatici, e ben più
di venti si videro verso le 10 ore antimeridiane svolazzare per l’aria,
i quali portavano i seguenti due proclami:
ITALIA LIBERA
_Ormai la lotta nell’interno della città è compiuta. È tempo che le
città vicine si scuotano e imitano l’esempio di questa. Noi invitiamo
tutte e ciascuna a costituire un consiglio di guerra, che lasci le
cose di consueta amministrazione ai Municipj costituiti in Governi
Provvisori. Per noi vi è un solo ed unico affare, quello della guerra,
per espellere il nemico straniero e le reliquie della schiavitù da
tutta l’Italia. Invitiamo tutti i consigli di guerra a limitarsi a
questo—Ci sarà grato il ricever loro immediate novelle e intelligenze
per mezzo di Commissari che abbiano animo degno dell’impresa.—Noi
domandiamo ad ogni città e ad ogni terra d’Italia una piccola
deputazione di baionette, che guidate da qualche buon Capitano venga
fare una giornata d’assemblea generale a’ piedi delle Alpi, per far
l’ultimo e definitivo nostro comento coi barbari.—Si tratta di ridurli
coi debiti modi a portarsi immantinente dall’altra parte delle Alpi,
ove Dio li renda pure liberi e felici come noi._
VIVA PIO IX.
_Dal Consiglio di Guerra in casa Taverna, 21 Marzo 1848._
CATTANEO.
TERZAGHI.
CLERICI.
CERNUSCHI.
A TUTTE LE CITTA’ E COMUNI
DEL LOMBARDO–VENETO
_Milano vincitrice in due giorni, e tuttavia quasi inerme, è ancora
circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre
formidabile._
_Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte le Città e
tutti i Comuni ad armarsi immantinente in Guardia Civica facendo capo
alle Parocchie, come si fa in Milano, e ordinandosi in Compagnie da 50
uomini, che si eleggeranno ciascuna un comandante e provveditori per
accorrere ovunque la necessità della difesa impone._
_Ajuto e Vittoria._
W L’ITALIA, W PIO IX.
Entro il circuito del naviglio, non rimanevano a prendersi che il
palazzo del Genio Militare, quello del General Comando, e la caserma
di S. Francesco, e questi posti, ad eccezione di quello del General
Comando, furono le conquiste di questa giornata pei nostri valorosi
combattenti. Una lunga serie di editti vengono in oggi pubblicati;
alcuni raccomandano la quiete, altri il coraggio e l’unione, altri
cercano di regolare la formazione della Guardia civica, ed altri infine
vanno pubblicando tutti i nostri vantaggi sul nemico e le circostanze
interne ed esterne della città, onde ogni individuo sia istrutto del
progresso di questa santa guerra. Ne riferirò alcuni de’ principali a
schiarimento della mia storia.
CITTADINI!
_I fratelli persistono nell’eroica loro risoluzione._
_L’armistizio offerto dal nemico è stato rifiutato. Coraggio e
perseveranza; la vittoria è immancabile._
W PIO IX.
_I cittadini si sono impadroniti di tutti gli stabilimenti pubblici
e delle casse tutte. I detenuti politici sono liberati. La Città è
animata dal più vivo eroismo, e va cacciando il nemico alle porte._
_Armatevi e venite a soccorrere i vostri fratelli._
FRATELLI!
_La vittoria è nostra. Il nemico in ritirata limita il suo terreno al
castello ed ai bastioni. Correte; stringiamo una porta fra due fuochi
ed abbracciamoci. Dateci intanto notizia di voi e del mondo politico._
VIVA L’INDIPENDEZA ITALIANA
VIVA L’EROICA MILANO
CITTADINI!
_Il Generale Austriaco presiste, ma il suo esercito è in piena
dissoluzione. Le bombe che egli avventa sulle nostre case sono l’ultimo
saluto della tirannide che fugge.—I nostri bamboli non cresceranno
nell’orrore della schiavitù._
_Molti ufficiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi
avanti al tricolore italiano. Alcuni trattenuti dall’onor militare
domandano un istante a deliberare, applicandoci frattanto di sospendere
il vittorioso nostro fuoco._
_Cittadini, perseverate sulla via che correte. Essa è quella che
guida alla gloria ed alla libertà.—Fra pochi giorni il vessillo
italico poggerà sulla cresta delle Alpi. Colà soltanto noi potremo
stringerci in pace onorata colle genti che ora siamo costretti a
combattere.—Cittadini, fra poco avremo vinto. La patria deciderà de’
suoi destini. Ella non appartiene che a sè.—I feriti sono raccomandati
alle vostre cure,—per le famiglie povere provederà la patria._
=CITTADINI!=
_I nostri avamposti verso Porta Tosa sono già negli orti della
Passione, ove i nostri bersaglieri cominciano a spazzare i bastioni._
_Verso Porta Vercellina i nostri sono giunti vittoriosamente sino alle
Grazie. Alcuni acquedotti, che passano sotto i bastioni, sono stati
asciugati e ci mettono in comunicazione coll’esterno_.
_Il locale del Genio Militare fu preso dai nostri colla baionetta._
_In tre giorni hanno già imparato a battersi come veterani._
_Al di fuori cinquanta uomini di Melegnano hanno sorpreso con
un’imboscata un battaglione di cacciatori, che credendosi in faccia
a un corpo numeroso si diede a precipitosa fuga abbandonando morti e
feriti._
_Il nemico manca di viveri, gli ufficiali furono visti con pezzi di
pane nero in mano._
_Il nemico diede un armistizio, certamente per potersi raccogliere e
ritirare, ma è troppo tardi. Le strade postali sono ingombre d’alberi
abbattuti, la sua ritirata diviene già molto difficile._
_Coraggio, avvicinatevi d’ogni parte ai bastioni; date la mano agli
amici che vengono ad incontrarvi; questa notte la città deve essere
sbloccata da ogni parte._
Alcuni fatti degni d’esser ricordati successero in questo giorno e mi è
grata fatica il poterveli riferire, o benevoli lettori.
PORTA NUOVA. Nella sera del 21 dalle ore 7 alle 10 di notte, moschetti,
cannoni, obizzi, razzi e quanto d’infernale il nemico aveva, tutto
fu volto a vomitar morte e sterminio nella contrada di Brera, e i
nostri prodi gli tengono fronte con soli archibugi da caccia, lo
fanno indietreggiare, e lo costringono a rifuggirsi ignominiosamente
nel palazzo del Comando Militare. Trascorse alcune ore di continua
pugna, i cannoni che, posti avanti alla casa Carpani, sparavan lungo
la contrada, furono rivolti verso quella casa e con tre colpi orribili
giunsero a spezzarne la porta, facendo cadere tutti i vetri della casa
con indescrivibile spavento degli inquilini. Tosto che i soldati furono
padroni della casa incominciarono a devastare, a saccheggiare tutti gli
appartamenti che trovarono vuoti, per essersi tutti i vicini rifuggiti
nell’appartamento Carpani. Entrati poscia in quest’ultimo appartamento
fecero soffrire a tutti gli astanti un’ora e mezza di penosa agonia,
minacciandoli colle bajonette di passarli da una parte all’altra,
mentre un officiale comandante si divertiva suonando dei waltzer sul
piano–forte. Vi volle tutta l’eloquenza dei signori consiglieri Riva
e Salvetti e della signora Carpani, non che tutto l’oro che avevano
con sè tutti gli aggressi per frenare quell’orda di assassini. Nel
mentre che alcuni si erano impossessati degli abitanti della casa, e
che l’offiziale comandante continuava il suo divertimento, gli altri,
scorrendo l’appartamento, fecero un saccheggio generale, e quello che
non poterono portar seco, devastarono e distrussero in modo orrendo.
Si voleva condur prigione il signor Salvetti, come quello che aveva
più denari indosso, ma la moglie, che era incinta, avendolo preso per
un braccio, giurò che non l’avrebbe abbandonato. Titubava l’ufficiale
nel concedergli la libertà, ma il suono della ritirata che dal vicino
Comando Militare si fece sentire, fece ritirare quegli assassini, e
la vita fu miracolosamente a tutti salvata.—Il signor Carpani, mal
reggendo a quella spettacolosa scena d’orrore, colse il destro di poter
fuggire, ed andò a nascondersi arrampicando sulla canna del cammino
della cucina, da dove per un’ora e mezza soffrì, sentendo al di sopra
le grida di tutta la famiglia che credeva di trovar assassinata. Un suo
figlio, con altri trovarono rifugio colla fuga in giardino, sebbene
perseguitati da continue moschettate. Altri si salvarono sui tetti, ed
altri in cantina.