Nella notte del sabbato alla domenica, il Torresani, vedendo

inevitabile la caduta del suo potere, ordinò che si abbruciassero

le carte, i registri, le relazioni, e tutto quanto poteva mettere

in chiaro le sue ribalderie, e scoprire gl’infami agenti de’ suoi

misfatti[37]. Poco mancò che il fumo di tale incendio non soffocasse

i poveri carcerati della Polizia, alcuni dei quali gridavano a piena

gola che si aprissero le finestre, altri pregavano che si aumentasse

il martirio per essere più presto spacciati, parendo loro men doloroso

il morir soffocati che morir di fame, dopo trentacinque ore senza che

a loro si somministrasse alcuna sorta di vitto. Altra prova della

iniquità del signor Torresani si è l’ordine da lui dato al cavaliere

Palladini, direttore della casa di Correzione, di scarcerare, nel caso

che il tumulto popolare continuasse, i quattrocento sessanta detenuti

che si trovavano nella stessa casa, e di armarli alla meglio, onde

confusi col popolo, uccidessero, assassinassero ed ardessero ogni cosa.

Ma il disegno andò fallito, mentre il Palladini si rifiutò di eseguire

così infame comando.

Abbiamo a piangere la morte di Giuseppe Broggi, uno dei più segnalati

eroi della nostra rivoluzione. Egli morì martire per la patria, la

mattina di questo giorno, colpito da una palla di cannone, mentre

incoraggiando i nostri, incuteva co’ suoi ben diretti colpi lo sgomento

nell’animo de’ nemici[38].

IX.

20 MARZO (LUNEDÌ).

Evviva l’Italia!... tremate o stranieri!

Su... via... ricalcate gli Alpini sentieri;

Fuggite... già l’ora del sangue è suonata...

Reclama vendetta la madre oltraggiata:

E i figli han giurato—nei liberi deschi,

Morte ai Tedeschi.

_I volontari Napoletani in Italia_.

Non ci attristi più lo sguardo

L’abborrito giallo e nero;

Sorga l’Italo stendardo

E sgomenti l’oppressor.

Sorga, sorga e splenda altero

Il vessillo tricolor.

L. CARRER.

Ad una cupa e silenziosa notte interrotta da qualche grido di

_all’erta_, da qualche colpo di fucile tien dietro un giorno che si

presenta a noi sotto un aspetto molto tristo, e per la dirotta pioggia

che cade, e pel continuo suonar a stormo, e per l’incessante tuonar

del cannone. Pure i nostri animi non si abbattono, ed i nostri cuori,

come spinti da forza ignota, si abbandonano ad insolita gioja, foriera

di quella vittoria che andiamo a conquistare.—I trionfi dei due giorni

precedenti han rinfrancato il nostro coraggio. Tutto seconda le nostre

brame. _Iddio è con noi! Pio IX ha benedette le nostre armi! Iddio è

con noi_! ripetiamo questo grido. «La croce sanguigna sia il nostro

vessillo. O Tedesco infesto alla nostra nazione, odi quel funereo suono

de’ sacri bronzi? Egli ti annunzia la tua miserabile fine!—Maledetto

da Dio, maledetto dagli uomini, in chi speri tu ancora? Tu fuggirai,

ma il marchio d’infamia che t’improntarono gli Italiani, al mondo

intero ti farà manifesto e tutti i viventi malediranno e fuggiranno

in te il ladro, l’infame assassino dell’Italia.—E tu, o Radetzky, ben

degno condottiere di questa masnada, saldo appoggio del vacillante

trono Austriaco, perchè non isfoderi quella vantata spada che per

sessantacinque anni sfolgoreggiò a difesa del tuo principe? temi forse

spezzarla contro i nostri petti di bronzo? N’hai ragione, noi non

dobbiamo incontrarci. Tu non devi morire per mano di un prode. Vile

come le orde che tu comandi, te ne stai intanato co’ tuoi satelliti a

preparare la nostra distruzione coll’armi del tradimento.—E chi ponesti

a presidio del Palazzo di Giustizia, dell’Arcivescovile, della Corte,

della Direzione di Polizia, della Piazza de’ Mercanti? Vigliacchi tuoi

pari che rifiutando di combattere, ci presentano il bianco vessillo

di pace per coglierci nella rete e piombarci poi addosso coll’arma

dell’assassino.—Ma la giustizia divina ci ha salvati tutti, noi abbiamo

vinto: voi siete nelle nostre mani! Ora ci domandate la vita in dono,

ci domandate del pane?... Avrete tutto. L’Italia è un popolo di leoni,

tanto valoroso quanto magnanimo. Le vostre ossa andrebbero tritolate

come il grano turco: ma questa fatica l’affidiamo al diavolo, se pure

vorrà addossarsela.

Veniamo alla narrazione storica.

Di buon mattino tutti i soldati che si trovavano di presidio al palazzo

vicereale, e con essi molte famiglie, dietro invito del generale

Radetzky, nel massimo disordine fuggivano a ritirarsi in castello,

preceduti dal generale Ratt. Il popolo a quel rumore si fe’ addosso

alla truppa e si portò al detto palazzo dov’era già entrato un corpo

di Poliziotti, che spaventati dallo strepito dei nostri stivali si

era nascosto in una cantina[39]. I nostri scorrono tutto il palazzo

deserto e svaligiato. Frugano ogni parte per trovar arme da fuoco o

da taglio: ma trovano solo venti alabarde dei Trabanti. I Poliziotti

dietro suggerimento del parroco e del tesoriere di Corte escono dal

loro nascondiglio e depongono vilmente le armi.—Gli ammalati che si

trovavano nelle infermerie di quel palazzo, intimoriti si nascosero

sotto i loro letti, da dove tratti, furono assicurati da qualunque

molestia, e vennero accompagnati all’Ospedale, preceduti da un vessillo

con l’iscrizione, _rispetto ai feriti_. Tutto quanto stava nel palazzo

fu rispettato, e soli sei cavalli che vennero condotti via nel

trambusto, furono restituiti in capo a pochi giorni.

Verso alle ore otto e mezzo la Congregazione Municipale pubblicava i

seguenti due avvisi:

LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE

DELLA CITTA’ DI MILANO.

_Milano, 20 marzo 1848, ore 8 antim._

_Considerando che per l’improvvisa assenza dell’Autorità Politica

viene di fatto ad aver pieno effetto il Decreto 18 corr. della

Vice–Presidenza di Governo, col quale si attribuisce al Municipio

l’esercizio della Polizia, non che quello che permette l’armamento

della Guardia Civica a tutela del buon ordine e difesa degli abitanti,

s’incarica della Polizia il signor delegato Bellati, o in sua mancanza

il signor dottor Giovanni Grasselli, aggiunto; assunti a collaboratori

del Municipio il conte Francesco Borgia, il general Lecchi, Alessandro

Porro, Enrico Guicciardi, avvocato Anselmo Guerrieri e conte Giuseppe

Durini._

Firmato CASATI, Podestà.

Firmato BERRETTA, Assessore.

_Il Municipio ha già decretato lo scarceramento dei detenuti politici

che avrà luogo immediatamente._

Firmato CASATI, Podestà.

LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE

DELLA CITTA’ DI MILANO.

_Milano, 20 marzo 1848._

_In aggiunta all’avviso 18 corrente, col quale venivano invitati tutti

i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero, sono

novellamente invitati i buoni cittadini, compresi in quella categoria,

affine che il numero sia sufficiente a garantire la sicurezza pubblica.

Sono invitati ugualmente a portar seco le armi tutti quelli che ne

avessero._

_Le riunioni delle Guardie si faranno presso ciascuna Parocchia,

ove si organizzeranno in compagnia di cinquanta ed eleggeranno

provvisoriamente il loro capo, il quale si metterà in corrispondenza

col Municipio per le successive disposizioni._

CASATI, Podestà.

BERRETTA, Assessore.

Poco dopo sventolarono i vessilli tricolore sulla maggior guglia del

Duomo, piantati dai valorosi cittadini Luigi Torelli di Valtellina e

Scipione Bagaggia di Treviso, e le campane della Cattedrale fanno eco a

quelle delle principali chiese della città.

L’esempio dato dai soldati posti a custodia del palazzo Vicereale, fu

imitato anche dai Poliziotti, o polizai, come il popolo li chiama,

forte baluardo posto a difesa del palazzo della Direzione Generale

di Polizia. Come s’impossessassero i nostri di questo infame nido,

quali atti magnanimi usassero coi vinti, l’arresto di Bolza e di

Galimberti ci vengono descritti con molto garbo dall’autore delle

lettere che portano il titolo di _Infamie e crudeltà austriache, valore

e generosità dei Lombardi nel marzo 1848_; ed io crederei di far torto

a quel distinto scrittore (che ci vuole tacere il nome) se dovessi

servirmi altrimenti che delle sue parole per quest’importante fatto

della giornata.

«Appena fatto chiaro il lunedì 20 marzo, molti della contrada S.

Margherita fecero occhiolino dalle imposte spiando cautamente lungo la

via, e non veggendo alcun poliziotto, e non scorgendo alcun soldato,

si fecer coraggio ad allungare il capo fuori dalle finestre, e non

conoscendosi assaliti nè minacciati da armi da fuoco, si azzardarono

a farsi brevi domande e brevi risposte coi vicini di contro. _Sono

andati, pare?—Indietro, potrebbero essere in agguato!!—Che vi possa

essere un tradimento?—Sono Tedeschi!—Ei Pietro, Rosina, indietro, vi

è un tradimento_.—Ma un coraggioso che venia ornato di coccarda e

munito di bastone dalla Piazza dei Mercanti, annunziando che le Piazze

del Duomo e dei Mercanti eran vuote, fece sorgere un cicalio, una

gioja, un coraggio da non dire. Giù dalle scale, fuori dalle porte,

eccoti non pochi correre all’ingresso del covacciolo del lupo. Ma....

e se vi è un tradimento?.... Un giovane dello speziale di fianco

all’abbandonata Polizia, si fa animo, entra inerme....Ritorna poco dopo

recando un fucile ed una giberna dei fuggiti Poliziotti: allora non vi

fu più freno; il correre, l’entrare, l’escire, chi con uno schioppo,

chi con una sciabola, chi con una accetta, chi con un piccone, chi

con una pentola, chi con un secchio, chi con una cazzeruola, chi

con una montura da poliziotto fu un punto solo; i portanti le prime

corsero diffilati nelle vicine contrade a chiamar gente, onde vengano

ad armarsi: chi recava le seconde, ed erano robe del custode delle

carceri, le gettano per terra, le calpestano, le stracciano, le

fracassano. Gli antivegenti però ed i più cauti traggono invece subito

a far barricate; tavole, panche, sedie, casse, tutto si pone insieme.

Una mano dei più ardenti prontan le scale per istrappare l’abborrita

aquila, il pesante stemma della Polizia; e senza istrumenti tanto

fanno, che alla fin fine la smuovono, la fanno cadere, e fra i fischi

e gli urli la collocano arrovesciata a far parte della più vicina

barricata. La contrada allora prende un carattere nuovo; dal silenzio,

passa repentina ad un fracasso forsennato: chi con zappe comincia

a strappar i ciottoli, chi con leve cerca alzar i lunghi marmi del

selciato, chi grida, chi ordina, chi consiglia, chi lavora, chi getta

dalle finestre materiali ad ingrossar le barricale, sembra insomma una

vera Babilonia».

«Una voce sonora però nel frastuono si fa sentire a chiedere: _Ed

i prigionieri?—Fuori i prigionieri, libertà ai prigionieri!_—fu la

risposta in coro. E pochi minuti appresso, eccoti le prime vittime.

Chi erano mai? Erano.... quelle donne della gioja.... quella peste

della società.... _No, no, fuori i prigionieri politici_, sentesi a

gridare, _e voi, o donne, a casa_....Vengono invece faccie pallide,

brutte, sinistre, le quali appena sortite da quella porta vi sporgano

la mano cercando pane confessando che sono 40 ore che non mangiano! fra

le quali due, padre e figlio che dicono essere un anno che penano, e

che non fu nemmeno loro cominciato il processo, e che ignorano la causa

della loro carcerazione!!—Ma i prigionieri politici dove sono? Dopo un

quarto d’ora si sente rispondere—_Che s’ignora ove si trovino_.—Allora

l’oste della contrada dei Due Muri, che nel suo commercio vendeva vino

e commestibili ai custodi dei detenuti, e che da loro sapea il numero

della stanza nella quale erano rinchiusi, grida che questi si trovano

nelle carceri ai numeri 18, 30, 36 e 37. Rinvenute le chiavi, eccovi

persone civili, fra le quali il marchese Villani, il sig. Ravizza,

il sig. Marcora ed altri precipitar da quel crudo ingresso. Al loro

apparire grida di gioja gli accolgono, tutti corron loro incontro, i

conoscenti balzan loro al collo, gli baciano con calde labbra, gli

stringon tutti con quella consolante allegrezza, che anche i cuori i

più indifferenti avrebbe mosso a dolci lagrime. Se avesti veduto, o

Torresani, le tue vittime come venivano accolte, e con qual giubilo!

Tu, uom senza cuore, anzi col cuor da tigre, avresti....Ma che dico?

Ti narrerò invece, amico lettore, un altro tratto della bontà di cuore

del prelodato Torresani. Spogliata la Polizia dell’armi da fuoco che

saran state 22, o 15, e di un centinajo di armi da taglio, si passò

a correre le camere degli ufficj, alcune delle quali si trovarono

spoglie di libri, e specialmente la segretaria, che, come dissi, furono

bruciati nella notte della domenica, come ne fanno fede le rinvenute

ceneri, e gli illeggibili avanzi quasi tutti scritti in francese. In

altri locali si trovarono gli effetti rubati, che la paterna Polizia

non restituiva mai, o quasi mai ai proprietarj, e nella chiesuola del

locale 5 cadaveri di poliziotti uccisi, un altro di costoro morto

in sul solajo, e tre feriti, in fine penetrarono i cittadini nelle

eleganti stanze da dove imperava il Torresani: dato mano a rompere

ed a fracassare qualche mobile, passarono di là in un elegante

gabinetto, nel quale trovarono giovine signora vestita di seta nera,

stringentesi al seno una bambina con a lato una cameriera, entrambe

pallide, tremanti stavano ginocchioni. Mandò questa uno straziante

gemito all’entrar del primo, credendosi vicina ad essere sacrificata,

poichè misurato il cuore di questi dal cuore del suo suocero, giacchè

dessa era la giovine contessa Giovio, vedova di un figlio del Torresani

con il frutto di tale malaugurato connubio, si credette perduta e

morta colla sua bambina. Ma l’entrato, che era munito di fucile da

caccia a due canne, il cui nome ignoro e che volentieri pubblicherei

accompagnandolo della lode che bella si merita, confortandola invece, e

dato ordine che con modesto _sciallo_ si coprisse la testa e la faccia

lagrimosa, presala sotto il braccio, e chiamato un altro cittadino

armato in suo ajuto, disceser le scale per escire. Alla insperata

moderazione degli occupanti si fecer animo anche le donne del portinajo

del Torresani e qualche servo di casa a seguire quei pietosi cittadini

armati, i quali apertasi la via tra la moltitudine, guidarono quel

derelitto convoglio alla casa paterna dei conti Giovio, ma trovatala

chiusa, lo ripararono presso la famiglia dei signori Morandi.»

«La moglie poi del Torresani caduta anch’essa in potere dei nostri,

non che una fra le tante concubine dello sporco Radetzky sono trattate

con tanta amorevolezza da chi le ricovera, che se lo sapessero i

nemici nostri, come lo sapranno, dovrebbero non arrossire, ma morir di

vergogna nel confronto. Io qui ti fo riflettere, o cittadino lettore,

se il Torresani avesse almen sentito i dolci vincoli della famiglia,

avrebbe potuto abbandonare, e la propria donna e colei che per unirsi

al suo figlio abbandonò la propria famiglia, i propri parenti, i

propri amici, il proprio nome, il proprio onore, giacchè chi prima

era famigliare della giovine contessina Giovio, non la riconobbe più

fattasi moglie al figlio di un Torresani? Ma non ragioniam più oltre

di lui, se la mano degli uomini non lo potrà afferrare, la mano di Dio

graviterà sicura sul suo capo; ed il rimorso, il più fiero dei martirj,

lacererà a quest’ora quell’anima, se un’anima informa quel crudele.—Chi

lo dice nel seguito della fuggitiva armata austriaca, chi lo dice

nascosto ancora qui in Milano, chi lo dice fuggito per altre vie sotto

mentite spoglie. Ove sarà, un dì lo sapremo.»

«Si posero allora all’opra i sempre crescenti armati cittadini ad

inseguire il nemico che vilmente abbandonava i posti, ed a far caccia

de’ sparpagliati oppressori della caduta Polizia. Primo tra questi

ultimi che smaniosamente si cercava era il famigerato Luigi Bolza.

Scorsero alcune ore avanti averne notizie, ma spiato da due suoi

dipendenti, che coraggioso era corso a nascondersi nel fieno sulla

soffitta in un ripostiglio vicino alla sua dimora, lo trovarono difatto

dopo un’accurata indagine pallido, contraffatto, coi capegli irti,

chiedente, pietà, misericordia, quella pietà e quella misericordia

che mai sentì per gl’infelici che per tanti anni da vero carnefice

tormentò ed uccise. Lo trovaron, dissi, sotto un forte strato di

fieno. Cavatolo di là apparve la sua grottesca figura: e fatte sulla

sua persona le diligenti inquisizioni se avesse armi, onde non potesse

tradire, od uccidersi, giacchè lo si credeva un coraggioso, capace di

bruciarsi le cervella, gli si rinvennero invece le tasche colme di pane

e formaggio!! Figurati, lettore cittadino, la faccia scomunicata di

quel laido vecchio, smorta e sbasita, con quella bocca puzzolente che

grugnisce come il porco, e quella persona tremante, coperta tutta di

pagliuzze di fieno, che colle braccia aperte si lascia frugare nelle

tasche, e ne cavano invece di stili o di pistolle, ne cavano pane e

formaggio!! L’ira dei più accaniti, si volse in riso, e dimenticando

che avrebbe meritato una fine più crudele di quella data al Prina lo si

condusse invece in casa dei Conti Borromeo, ove dimorò sino al giovedì,

dopo fu tradotto in casa Vidiserti, sorvegliato e custodito dal

Marchese Villani, quello stesso uscito poche ore prima dalle carceri

politiche di santa Margherita, e dopo tre giorni, di notte fu tradotto

alle carceri del Criminale, ove, in onta a’ suoi meriti, è trattato

con quella generosità che è propria dell’attuale Governo Provvisorio,

generosità che lo rende a tutta l’Europa chiaro e riverito.»

«Nella contrada dei Due Muri, all’albeggiare della Domenica si

sentirono dei colpi di martello nel muro sopra la prima finestra

dell’abitazione del Garimberti, e poco dopo si vide cader calce e pezzi

di quadrello, poi una mano a strappare un grosso mattone, tenerlo

sospeso nell’aria per qualche tempo, sino a che un passaggiere si

avvicinasse, e credutolo a tiro, fu scagliato, ma non rasentò che

alla distanza di due dita lungi la testa dello sfortunato passante:

era il Garimberti o i servi del Garimberti che da quel momento fatta

pria la breccia, e coi rottami di questa fattine altrettanti mezzi di

morte pei cittadini, finiti questi bersagliarono tutta la domenica

sui passaggieri, come dissi, ed anche nella giornata del lunedì con

armi da fuoco, specialmente da un grosso fumajuolo. Ma corso tutto il

palazzo della fuggita Polizia, e non trovato il Garimberti, alcuni

armati cittadini vennero nella contrada de’ Due Muri, ove aveva la

sua abitazione, tentando con una trave atterrarne la porta: il che

non potendo ottenere perchè era per di dentro ben fortificata, e

sentito un colpo di fucile, che fu scaricato dal buco suddescritto,

posero l’allarme in tutta la stretta contrada. In questo il facchino

dello spedizionere Pezzoni diede ai cittadini una leva a ruota, e

questi poggiandola inclinata verso la porta, e ben assicurata contro

il selciato, con forza tale ne girano il manubrio dell’interna ruota

dentata, che alla fine la sgangherano, e s’impossessano dell’ingresso,

vicino al quale catturano il servo del Garimberti. Minacciato costui,

promise additar loro il padrone, qualora lasciasser loro la vita, ed

assicurato di ciò, li condusse di sopra in una stanza, nella quale

erasi in quel momento riparato il Garimberti. Intimatolo di arrendersi

e costituirsi prigione, mordendosi le labbra, cedette e venne tradotto

nella casa dei Conti Borromeo.—Tu, amico, mi tacciasti che io sono

inviperito contro gli agenti della tirannica cessata Polizia, ma dimmi

tu dopo il detto, che si merita il Garimberti?»

Jeri abbiamo veduto come il Console francese sia stato il primo a

promovere la protesta alle minacce del Radetzky, e come abbia invitato

gli altri consoli ad aderirvi. Qual effetto poi producesse nel gran

Feld Maresciallo, non lo sappiamo, ma è facile immaginarselo. Egli

avrebbe voluto far un mucchio di pietre di questa città ribellata che

non si ricordava più del valore delle sue truppe del gennajo.—Egli lo

avrebbe fatto, ma ostava la responsabilità verso le estere Potenze che

reclamavano; imprudentemente lo avrebbe fatto, ma, signor Maresciallo,

come stavate di munizioni di guerra, che da tutti credevasi vi trovaste

all’ablativo?

Intanto colla seguente lettera spera di prender tempo.

_Signori!_

_Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d’Inghilterra,

di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale

manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non

potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per le

quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse a loro di

provvedere alla sicurezza dei loro compatriotti. Il governo dì S. M.

l’Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate

all’improvvista, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti,

senza che queste avessero fatto nessuna provocazione._

_Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere ed

uccidere parte della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi

della persona del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni

che non era in suo potere di firmare, e che non appartengono che al

Sovrano._

_Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d’onore e da soldato, non

potrò mai compromettere nè l’uno nè l’altro, come obbliga il mio dovere

verso l’Imperatore._

_Sta in voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento

rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile;

perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati

saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che

loro inspira il modo di cui furono assaliti, e a me il sentimento

dell’odiosa sorpresa cui si sono serviti verso di loro._

_Ad ogni effetto, per rispetto ai Governi di cui siete l’organo,

sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere

contro Milano sino all’indomani giorno 21, a patto che ogni ostilità

abbia a cessare dalla parte avversa._

_Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma._

_Milano, il 20 marzo, undici ore antimeridiane._

Conte RADETZKY.

_Ai signori Consoli d’Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio

e della Svizzera._

_Milano._

Nel corso della giornata d’oggi, furono pubblicati ancora i seguenti

proclami:

PRODI CITTADINI

_Conserviamo pura la nostra vittoria. Non discendiamo a vendicarci nel

sangue di que’ miserabili satelliti che il potere fuggitivo lasciò

nelle nostre mani._

_Basti per ora custodirli e notificarli. È vero che per trent’anni

furono il flagello delle nostre famiglie e l’abbominazione del paese.

Ma Voi siate generosi come foste prodi. Puniteli col vostro disprezzo,

fatene un’offerta a PIO IX._

Viva PIO IX! Viva l’ITALIA!

=FRATELLI!=

_La Vittoria è nostra. Il nemico in ritirata limita il suo terreno al

Castello ed ai Bastioni. Correte; stringiamo una porta fra due fuochi

ed abbracciamoci. Dateci intanto notizie di voi e del Mondo politico._

VIVA L’INDIPENDENZA ITALIANA!

VIVA L’EROICA MILANO!

=CITTADINI!=

_La bandiera italiana sventola sui portoni di Porta Nuova. I cittadini

vi si fortificano e fanno prodigi.—Le truppe non osano avvicinarsi.

Costanti saranno vincitori e liberi. Non vi stancate di far barricate

lungo il corso di Porta Orientale e di Porta Nuova siccome sono

le posizioni che più premono ai Tedeschi. Fra un giorno o due i

nostri nemici lasceranno questa sacra terra ai buoni Italiani. Ogni

cittadino questa notte rimanga alla propria barricata, la custodisca,

la rinforzi, che Iddio protegge la nostra causa, e in questo modo

conserveremo i vantaggi di quest’oggi. Vigilanza e coraggio._

ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!

Innumerevoli sono i tradimenti dei nemici in questo giorno, gli

strattagemmi ed i tentativi per incendiar le barricate: ma sono inutili

sforzi; mentre gli uomini cogli archibugi, colle tegole e coi sassi

vi scacciano i soldati, le donne coraggiose vanno gettandovi sopra

dell’acqua.

PORTA ROMANA. Alcuni Croati che si trovavano nella polveriera di S.

Apollinare, messi in fuga da un drappello di cittadini, si rifuggirono

sul far della notte nelle vicine ortaglie di Quadronno. I valorosi

Nova e Grilloni, con altri, li inseguirono, e fermatisi ad una voce

che gridava pietà, entrarono nella casa di un ortolano, dove fecero

prigionieri cinque Croati, che condussero in casa Trivulzio. In quella

casa si trovò mutilato in modo orrendo il corpo di una donna e di tre

suoi figli ancor fanciulli.

Cronaca della rivoluzione di Milano · 第 5 / 20 段