Provvisorio, ed ottenne da S. M. il Re le seguenti formali promesse:
1.º La partenza immediata di un esperimentato e patriottico Generale il
Conte Passalacqua, il quale arrivò a Milano la sera del giorno 24 per
cooperare all’ordinamento delle nostre milizie. 2.º Il passaggio del
Ticino d’un corpo di fanteria pronto ad entrare in Milano alla prima
rinchiesta del Governo Provvisorio. 3.º Queste truppe porteranno una
bandiera neutrale, nè Piemontese nè Lombarda, ma l’italiana, in segno
di delicato rispetto verso le future deliberazioni del paese quando
sarà legalmente convocato a decidere i proprj destini. 4.º Finalmente
il Re di Piemonte si propone di venire egli stesso alla testa del
rimanente suo esercito in Lombardia; ma disse al signor Martini queste
parole: _Io non entrerò in Milano prima di avere sconfitti in battaglia
gli Austriaci, perchè a gente tanto valorosa non voglio presentarmi se
non dopo aver ottenuta una vittoria che mi faccia conoscere egualmente
valoroso_».
Ecco il generoso proclama che il magnanimo Carlo Alberto pubblicava in
seguito a questa conferenza il giorno 23[29].
=CARLO ALBERTO=
PER GRAZIA DI DIO
RE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME,
ECC. ECC.
=Popoli della Lombardia e della Venezia!=
_I destini d’Italia si maturano: sorti più felici arridono
agl’intrepidi difensori di conculcati diritti._
_Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti,
Noi ci associammo primi a quell’unanime ammirazione che vi tributa
l’Italia._
_Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già
si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la
liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle
ulteriori prove quell’aiuto che il fratello aspetta dal fratello,
dall’amico l’amico_.
_Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell’aiuto di quel Dio,
che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all’Italia Pio IX,
di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l’Italia in grado di
fare da sè._
_E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento
dell’unione italiana vogliamo che le Nostre truppe entrando sul
territorio della Lombardia e della Venezia portino lo Scudo di Savoja
sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana._
_Torino, 23 marzo 1848._
CARLO ALBERTO.
VIII.
19 MARZO (DOMENICA)
Dal palagio al tetto umile
Tutto tutto il bel paese
Guerra eccheggi, e morte al vile
Che tant’anni ci calcò.
Guerra suonino le chiese
Che il ribaldo profanò.
L. CARRER.
O Tedeschi, tanto le nostre donne, le nostre città, la patria nostra ha
sofferto per voi! Cotanto è il tesoro d’odio contro di voi accumulato
da secoli, da secoli nutrito con sangue, con lacrime, che per voi
sarebbe consiglio di unica salute non che tentare l’ira nostra, ma
ginocchioni pregare Iddio che non faccia spuntare il giorno in cui a
spade c’incontreremo con voi; perchè in quel giorno combatteremo come
gente che non vuole, che non concede quartieri, perchè in quel giorno
avremo da esigere da voi, o Tedeschi, per due vendette. Feroce vendetta
per le madri, per i nostri padri che dormono sonni invendicati nei loro
sepolcri; feroce vendetta per noi loro figli, a cui ora vorreste perfino
contendere la luce del sole.
GOVEAN, _Stamura d’Ancona_.
Ad una notte piovosa, impiegata da tutti i cittadini a formar barricate
d’ogni genere, come anderò descrivendo, successe il più bel mattino,
che irradiato dal sole pareva arridere alla nostra vicina vittoria.
Iddio è con noi. Viva Pio IX, viva l’Italia, morte ai tiranni! Lo
sparo de’ moschetti e di tratto in tratto del cannone, il suono a
stormo delle campane di tutte le chiese, fanno eco a quelle grida
entusiastiche.
I primi movimenti delle truppe sono verso Porta Comasina e S. Giovanni
sul Muro, dove scorrono divisi in vari drappelli. Diverse pattuglie a
cavallo ed a gran trotto fanno lo stesso, e vengono praticati molti
arresti di persone tranquille, le quali sono tradotte in castello e
spinte con pugni e puntate di bajonetta. Quindi vanno a rinforzare
le guardie alle porte della città, munendole di alcuni pezzi di
artiglieria e chiudendone i cancelli onde impedire l’ingresso nella
città dei contadini che a migliaja vi accorrono in soccorso dei
cittadini: molte pattuglie percorrono i bastioni. Non erano i _cento
mila ben agguerriti guerrieri_ che Radetzky ci minacciava colla sua
lettera, ma pure un esercito formidabile, in confronto ai nostri,
che armati di archibugi da caccia non oltrepassavano a quest’ora i
cinquecento, tutti valorosi cacciatori. Questa volta il pigmeo doveva
scacciare il gigante.
Un altro reggimento dei nostri si era formato d’ogni sorta di gente,
armata la maggior parte d’armi da taglio che venivano somministrate qua
e là. Altri portavano, bajonette, altri coltelli da cucina e da tavola,
altri picche, lance, chiodi legati a bastoni altissimi, ed ogni altro
arnese che si potesse servire a offendere. E quando a questi arnesi si
supplì colle carabine e coi fucili? Quando si strapparono di mano al
nemico e si vuotarono le caserme prese d’assalto.
All’avanzarsi della mattina persone d’ogni stato e di ogni età van
procacciandosi arme di qualunque specie, anche antiche, svaligiando
negozi, officine e private gallerie.
Fra quest’ultime ci piange l’animo a veder distrutto, nella galleria
d’arme del cittadino Ambrogio Uboldo, il più bel monumento del medio
evo che esistesse in Milano. Non vi era principe, non sovrano, non
persona cospicua d’ogni nazione che passando per la capitale della
Lombardia non si portasse a visitarla e ad ammirare insieme colla
quantità degli svariati preziosi oggetti di quella bell’epoca il buon
gusto dell’illustre raccoglitore. Alle ore otto di questo giorno,
più di cinquanta individui si portarono a questo venerando tempio
dell’antichità a nome del Municipio per impossessarsi di tutte le armi.
Il cittadino Uboldo accondiscese volentieri a voler distribuire le
armi da fuoco e da taglio meglio servibili. Ed oh quanto sacrificio
gli dovea costare la sua generosità! Ma il popolo non contento penetra
nei corritoi, nelle sale, ed ovunque s’impossessa delle lance, spade,
spadoni, pugnali, brandistocchi delle più scelte fabbriche di Milano
dei secoli XIV e XV, sciabole moderne con intarsiature a pietre
preziose d’ogni nazione, kangiar, archibugi, stutzen, pistole, ec.,
strumenti di valore inestimabile del numero di circa 350 pezzi, dei
quali fino ad ora non arrivò a riacquistare la cinquantesima parte!
Fra le armi moderne, molte, consistenti in sciabole, squadroni,
spade, giberne, ed un cannone con carro completo, appartennero al
cessato governo Napoleonico. In questa specie di saccheggio ebbe pure
a soffrire altri guasti di diversi mobili preziosi, e tra questi un
tavolo con pietra agata fu rovesciato a terra e spezzato. Vollero
inoltre i saccheggianti munizione per le armi da fuoco, ed anche in
questo furono fatti contenti dalla generosità dello stesso signore.
In mezzo alla sala maggiore eravi un trofeo formato di diverse lance
colla tiara ed altri emblemi pontificj, che venne miracolosamente
rispettato[30].
Anche il cittadino Merelli, impresario dei grandi teatri _alla Scala_ e
_Canobbiana_, aprì a chi era privo d’armi la poca armeria del teatro,
consistente in ischioppi vecchi, molti dei quali inservibili, ed in
lance e spade per l’uso della scena e dei mimi, che nelle mani degli
ardenti cittadini diventarono brandi d’eroi.
Furono pure svaligiate le sale d’armi del cittadino Pezzoli,
consistenti similmente in arme antiche e moderne di molto valore; e
alla stessa guisa si andò a prendere tutte quelle da fuoco e da taglio
che si trovavano in alcune botteghe d’antichità.
Le barricate che quasi per incanto si erano alzate nel giorno
antecedente, si formarono col lastricato delle contrade, con casse e
cassoni pieni di ciottoli, con carrozze, carri, panche di chiese e di
scuole, tavole, materassi, sedie, pagliaricci, ed ogni altra sorta di
masserizie. Fra le moltissime furono distinte a porta Romana che si
fecero con tutte le carrozze di Corte trovate nella soppressa chiesa di
S. Giovanni in Conca. Al teatro della Scala con tutte le scranne del
teatro. Al Giardino con tutti ali attrezzi che servirono per le feste
dell’incoronazione dell’imperatore Ferdinando in re della Lombardia
e Venezia di fatale ricordanza, nella contrada del Monte dello Stato
con tutte le diligenze della ditta Franchetti. Al Cordusio con alcune
centinaja di balle di libri bollettarj presi nel cortile dell’ufficio
del Bollo. A Porta Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi
rotoli di fascine[31]. Al Leone di Porta Orientale si trovò pure un
piano–forte a coda, di ottave sei e mezzo, dell’autore Fritz, che il
signor Antonio Vago, fabbricatore e negoziante di piani–forti, volle
somministrare al bisogno; e dopo otto giorni avendolo ritirato lo trovò
intattissimo, sebbene avesse ricevuto ed acqua e sole, e fosse stato
tutto coperto di terra.
Tralascio di parlare e lodare coloro che più o meno si adoperarono
nell’erezione di questi potenti ripari contro il nemico, rimettendo
il lettore a quanto già scrisse il narratore dei _Racconti di 200 e
più testimoni oculari_. Sebbene taccia di molti non devo passar sotto
silenzio fra i valorosi il piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi,
l’ingegnere Tarantola, il geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i
seminaristi Giulio Rimoldi, Rosa Verza, Candiani Luigi, Alessandro
Ponzoni e Valentini Gottardo, dei quali tutti molto si narra nel citato
libro.
A guardia delle barricate restavano intanto giorno e notte quelli
che non avendo arme da fuoco non potevano esporsi al nemico. La più
ricca e la più nobile gioventù, quella che allevata nella mollezza
dalla politica austriaca sembrava effeminata ed indolente, fu la più
coraggiosa ed intraprendente. Nulla curando il pericolo si affacciava
al nemico coll’istessa indifferenza che si sarebbe presentata ad
una festa da ballo, valorosa nel combattimento, generosa coi vinti:
mentrechè quella sorta di gente la più allevata, come si direbbe, alle
risse, al coltello, se ne stava neghittosa e non si moveva che a forza
di denaro. E le nostre damine? Esse riposero il telajo dei ricami per
attendere con le delicate mani a scavar ciottoli per poi portarli ai
piani superiori, a far filacce, a medicar feriti, ad incoraggiar i
combattenti, a sopravvedere le barricate se ben custodite, a fabbricar
cartucce ed altre munizioni da guerra, ed a distribuir coccarde.
La letizia è sul loro volto come nel loro cuore. Esse pure odiano
i Tedeschi, e si adoperano per distruggerne la razza. Le donne del
popolo avvilite e piangenti, pregano Iddio per la redenzione d’Italia,
per la salvezza dei loro mariti, dei loro fratelli! La santa e
volontaria incumbenza di esser utile alla patria colla fabbricazione
delle cartucce e colle somministrazioni di bende, filacce, ec., viene
tutt’ora esercitata da uno scelto numero di gentili signore.
La ferocia austriaca (come più tardi siamo stati edotti dalla
corrispondenza trovata presso la scaduta Direzione Generale della
Polizia) ci avea preparato un bel regalo per questo giorno. Cinquecento
cittadini milanesi d’intemerata vita e di alti natali, oltre quelli
delle provincie, dovevano essere arrestati, e chi sa qual sorte
sarebbe loro toccata, se non quella espressa nelle due infami lettere
del giovine arciduca Raineri al suo fratello Ernesto[32]! Due
cannoni celati fuor di porta Romana, dovevano mitragliare l’inerme
popolazione che si sarebbe trovata al corso Pio[33]. Ma gli accidenti
di jeri avevano messo tutti gli attori fuori di scena, e di ben altro
spettacolo eravamo noi attenti ammiratori, il quale ci lasciava fra le
angosce e le speranze a desiderarne lo scioglimento.
Tanti di fatto sono gli accidenti di questo giorno, che con diverso
aspetto si presentano or favorevole, or contrario a’ nostri; tanti gli
attacchi col nemico ed in tutte le parti della città, che difficilmente
riesce allo scrittore di narrarli con quell’ordine e quella chiarezza
che l’argomento esigerebbe. Procurerò di far alla meglio, ed il lettore
mi avrà per iscusato se non giungerò a contentarlo in tutto.
DUOMO, PIAZZA MERCANTI E DIREZIONE DELLA POLIZIA. Terribili furono
le lotte sostenute in piazza del Duomo per impossessarsi del palazzo
vicereale e della piazza dei Mercanti, dove risedea la Gran Guardia,
munita di due cannoni e di soldati. Il primo circondario di Polizia
era collocato su quest’ultima piazza. I cittadini inferociti nel
combattimento e tripudianti tra il fischio delle palle, lo assalirono;
e riuscirono a impadronirsene dopo un eroico combattimento. Di là
passarono alla residenza della Direzione generale in S. Margherita,
posto fortificatissimo di guardie, di poliziotti ed anche di pompieri.
Ma quest’ultimi se non si mossero in nostro favore, non si mossero
contro: ed anche qui nuova vittoria. Si cercò di Torresani e di Bolza,
ma inutilmente: fu sparsa voce che si fossero salvati colla fuga la
notte precedente.
Alcuni granatieri ungheresi al palazzo già vicereale vengono appostati
alle finestre con moschetti, e di là uccidono quanti passano. Lo stesso
fanno i Trabanti dalla parte di contrada Larga, dalle finestre e dal
tetto uccidendo il droghiere Ottolini e altri del vicinato. In tutte le
contrade vicine al palazzo v’era un allarme spaventevole.
I cannoni della piazza de’ Mercanti, uno collocato al posto della Gran
Guardia, l’altro all’uscita della piazza verso i Ratti, soffiavano con
palle di enorme grossezza. I soldati di linea a tre a tre rimpiattati
nelle porte delle contrade degli Orefici, de’ Ratti e de’ Fustagnari
sortivano di tanto in tanto a far fuoco. Uno dei cannoni fu preso dai
nostri dopo di aver uccisi tre cannonieri, ed indescrivibile fu la
gioja dei vincitori.
Alle ore dodici e mezzo se ne dava l’avviso a tutti i cittadini col
seguente proclama:
CITTADINI!
_La vittoria è sicura—due cannoni presi a piazza de’ Mercanti e a porta
Ticinese. Il nemico in fuga a Porta Orientale, a Borgo Monforte e a
Porta Nuova. Como è armata, Crema parimenti. Bergamo marcia a nostro
soccorso. A Magenta vi sono i Piemontesi. Gli amici aumentano per ogni
parte, introduceteli in città e avrete armi e munizioni. Il nostro
quartiere generale è organizzato, la Guardia Nazionale in attività._
_Continuate a suonare a stormo._
BROLETTO. I soldati di stazione in Broletto coi loro obizzi e mortaj
cannoneggiavano giù per la contrada di Santa Maria Segreta, gettando e
piccole bombe e razzi incendiarj; ma alcuni valorosi giovani col riparo
di una barricata formata con alcuni cassoni di contro alla farmacia
Ravizza, si difesero tutto il giorno.
PORTA NUOVA. Il combattimento di Porta Nuova fu uno dei più accaniti, e
tiene un luogo principale nella storia di questa gloriosa rivoluzione.
In esso ebbe importantissima parte anche il celebre Augusto Anfossi,
che avendo respinto un drappello di granatieri ed un cannone, vi
piantò, baciandolo, il vessillo tricolore. Egli rimase vittima del suo
valore alla presa del Genio.—Il sacerdote Alessandro Piola, abitante
sulla piazza del nuovo Seminario, fu testimonio dalle sue finestre
degli scontri fra i Tedeschi e la valorosa Gioventù Lombarda, e ci
assicura che l’accanimento della battaglia in questo giorno e nel
successivo superò ogni altro.—Il giorno seguente restati per qualche
tempo gli Austriaci padroni del campo, penetrarono per la porta dei
preti della canonica di San Bartolomeo, forzandoli ad inginocchiarsi,
gridando: _Pei preti niente perdono_; e quindi ne trassero cinque
prigioni alla Zecca. Altri invasero la casa dove abitava il predicatore
che rinchiuso se ne stava studiando, e non contenti di stenderlo al
suolo con un colpo di moschetto, lo pugnalarono. Ascesero di poi
sul campanile e di là incominciarono a tirare sui nostri, i quali
rispondendo bravamente coi loro archibugi, uccisero fin colassù uno
dei loro, il che tanto valse a spaventarli, che stimando inutile ogni
tentativo, si diedero a precipitosa fuga, e sempre inseguiti dai
nostri bersaglieri, s’intanarono nella Zecca e di là non si mossero.
Al martedì gli Austriaci avanzarono un cannone che scaricarono sulla
piazza di S. Bartolomeo contro l’imprendibile baluardo del ponte di
Porta Nuova non superato giammai, dacchè fu fortificato colla barricata
di marmo, custodita notte e dì dai nostri prodi.
PORTA ORIENTALE. Tre volte il nemico si spinse verso S. Damiano, ed
altrettante venne ributtato. Una palla di cannone portò via di netto
una gamba ad un ragazzo di 12 anni, ed egli esclamò: _benedetti coloro
che muojono per la patria!_
PORTA TOSA. In sull’albeggiare di questo giorno gli attacchi a porta
Tosa incominciarono così gagliardi per parte dei nostri che misero i
Tedeschi in grande apprensione. Verso le dieci ore gli abitanti dei
sobborghi esterni, caldissimi anch’essi per giusta causa, si portarono
per prendere la polveriera, così detta della Bicocca. Era un colpo
certo se non fosse stato attraversato dal tradimento. Il conduttore
della birreria, situata sul bastione (originario tedesco), si portò dal
comandante de’ soldati, accampati lungo il muro del magazzino Cagnola,
e lo persuase ad entrare nella casa della birreria stessa, come la più
atta a difendere la polveriera, ed a scacciare gl’insorti borghigiani.
La disperazione si impadronì tosto degli animi di quegl’inermi
inquilini che dovettero sloggiar tutti e ridursi in un solo canto per
lasciare ai barbari che li minacciavano della vita il luogo libero
donde bersagliare quei che volevano distruggere la polveriera.—Un
pezzo d’artiglieria scortato da dodici uomini di cavalleria, giunse
da porta Romana circa il mezzo giorno. Si combattè per alcune ore, e
nel progresso della pugna si faceva più forte il coraggio dalla parte
dei nostri. Un colpo di cannone fu diretto al campanile di S. Pietro
in Gessate, che lo colpì sotto all’orologio senza atterrarlo. Quel
continuo suonare a stormo scendeva tremendo nell’animo degli avviliti
Tedeschi. Due altri cannoni vennero più tardi appostati avanti la
birreria. La pugna andò rallentandosi coll’approssimarsi della sera.
I nostri s’imboscarono dietro la siepe dell’osteria del Giardinetto,
nelle circostanti ortaglie, sopra i tetti, dietro le gelosie delle
finestre[34].
PORTA ROMANA. Giovanni Cappietti col solo schioppo protesse la ritirata
degli alunni del collegio Calchi Taeggi, mentre una masnada di croati
ne svaligiava l’abitazione.
PORTA TICINESE. Un fatto d’armi alla casa del tenente de’ Poliziotti
al ponte delle Pioppette procurò arme e munizioni a quei pochi dei
nostri che si erano cimentati.—Nel locale detto della Vettabia si
combattè per alcune ore coi Raisingher, cinque dei quali furono
fatti prigionieri con l’acquisto di altrettanti moschetti e qualche
sciabola.—Il colonnello dei Raisingher, che aveva il suo alloggio
in casa Orelli a S. Calocero, chiamò quivi a difesa cento dei suoi
soldati che continuarono a bersagliare tutto il giorno su gl’inermi
passaggieri e sulle finestre intorno. Portatisi a combattere quella
soldataglia una mano de’ nostri prodi, fra’ quali i cittadini Giacomo
Colombo, Borletti e Biancardi, e dopo breve combattimento tolsero ad
una compagnia di soldati due forgoni carichi delle robe del colonnello,
ed il cavallo carico di munizioni da guerra che portava ai cento di
guardia: l’ufficiale ferito fu steso al suolo, non pochi di quelli
che scortavano il carriaggio furono uccisi e gli altri messi in
fuga.—Fra i prodi combattenti di Porta Ticinese in questo giorno, va
distinto il nome di Giovanni Onetti, che senza aver riguardo al numero
bersagliava intrepido il nemico e riusciva sempre vittorioso. E da
una dichiarazione del Comitato di pubblica difesa, risulta che egli
consegnò tredici prigionieri compiutamente disarmati, del reggimento
Sigismondo, da lui presi fuori di Porta Tosa, azione d’inaudito
coraggio, molto più sapendo egli che mentre combatteva per la patria,
la sua casa veniva svaligiata dalla rabbia tedesca. Ma tanto era
l’ardor suo che nei momenti di tregua anzichè badare alle cose sue e a
darsi qualche riposo, tutto era in faccende a medicare e confortare i
suoi compagni feriti.
PORTA COMASINA. Alla mattina di buon’ora una pattuglia di circa
cento soldati sparando i loro moschetti, s’avviavano dalla Foppa al
magazzino delle vivande per provvedersi di pane: ma non sono ancora
giunti alla metà della contrada, che vengono respinti da una pioggia
di tegole.—Verso sera però vi ritornano e fanno atroce vendetta
dell’accoglimento della mattina sugli abitanti della casa che trovasi
sull’angolo di detta contrada. Diedero prima il sacco, poi incendiarono
due botteghe, abbruciarono vive tre donne, indi fecero prigionieri
due giovani, e trascinatigli sui vicini spalti gli attaccarono legati
insieme ad una pianta, facendoli così servire da bersaglio ai loro
colpi per lunga ora, e quindi semivivi li lasciarono in una crudele
agonia fino alla mattina, che furono trovati dai nostri, da’ quali
furono subito sciolti, e così poterono terminare il loro martirio coi
conforti della religione.
ALTRI FATTI DI QUESTO GIORNO. Nella contrada de’ Bossi, un povero
vecchio inerme che andava per provvedersi del pane, incontratosi
in alcune compagnie di granatieri (che si portavano a rinforzare
il presidio al Broletto) venne dapprima infamemente maltrattato e
percosso, e dappoi, perchè si era inginocchiato implorando la vita,
uno dei soldati abbassando la bocca del moschetto gli scaricò una
palla nel petto. Durò cinque quarti d’ora in angosciosa angonia
quell’infelice, chiedendo un sorso d’acqua o la morte; ma non venne
soccorso, poichè nessuno poteva uscire senza pericolo della vita,
e dovette morire lambendo il proprio sangue a cercar di ammorzare
la sete che lo struggeva. Narra l’autore delle lettere _Infamie e
crudeltà degli Austriaci_, che sulla piazza del Duomo un giovinetto,
che all’abito bianchiccio sembrava o un fornajo od un garzon da cucina,
ebbe la valentia di stendere con quattro colpi quattro cannonieri. A S.
Vittore, in una casa nel Borgo delle Oche, essendosi nascosti cinque
inermi cittadini, sorpresi da una grossa pattuglia dei Raisingher,
furono prima percossi coi moschetti, quindi mutilati, ed infine
barbaramente trucidati. Questo atroce assassinio succedeva verso le ore
2 pomeridiane.
Narrano tutti d’accordo gli scrittori di questa gloriosa rivoluzione,
ed io pure lo sentiva narrare il giorno dopo che successe questo fatto
da un popolano, che dopo di aver uccisi e feriti molti del reggimento
_Kaiser_, gli fu portato via il dito annulare della sinistra, e che
egli fattosi fasciare strettamente la ferita per impedire l’emorragia,
continuò ancora a combattere, mostrando il suo dito ai circostanti con
queste parole: _Una testa di legno mi ha fatto saltar via questo povero
dito_; e quindi se lo riponeva in saccoccia. Peccato che non si sia
potuto conoscere il nome di questo valoroso cittadino[35]. Il corpo
delle guardie di Finanza abbracciò questa mattina il nostro santo
partito. Attaccate le coccarde sui loro berretti, sguainarono la spada
e si unirono ai cittadini, distribuendo a loro le armi dei veterani
inabili a combattere.—Verso sera fu veduto passare sul corso di Porta
Romana il console Sardo, accompagnato da sei cittadini armati e da
quattro pompieri per recarsi dal Console di Francia a concertare una
energica protesta da farsi a Radetzky, contro l’assassinar del popolo
che le sue truppe facevano. Il Console Francese fu il primo a farci
sentire le sue intenzioni col seguente proclama che fu affisso agli
angoli della città, alle ore quattro pomeridiane[36].
=CITTADINI!=
_Il Console Generale della Repubblica Francese protesta contro
l’arbitrio del nemico che noi stiamo vincendo._
_Le grandi Nazioni sono fatte per intendersi._
_Viva la Patria e la Vittoria._
_Quartiere generale della Sicurezza pubblica._
ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!