ne sanguinasse, accennammo dar fede alle parole lusinghevoli con
che si cercò sopire la nostra indegnazione: parole bugiarde benchè
movessero dal seggio più vicino al trono: parole tosto disdette
dalle proscrizioni, dalle deportazioni, dal nuovo apparato militare
diretto a fulminare la nostra Città, dalla proclamazione del giudizio
statario. Durammo ancora ad essere pazienti, e ci rassegnammo a divorar
gli scherni più amari, gli oltraggi più crudeli per oltre due mesi
lunghissimi, che ci furono una continua agonia._
_Finalmente il 18 di marzo usciva in Milano un bando, in cui
s’annunziava che il Governo austriaco s’era deliberato di concedere
a’ suoi popoli istituzioni più larghe, e promettevasi la libertà
della stampa e la convocazione in Vienna pel mese di luglio delle
Rappresentanze di tutti gli Stati della Monarchia. Nel tempo stesso
spargevansi le novelle del moto viennese, da cui raccoglievasi che
il Governo austriaco aveva dovuto cedere a fronte dell’insurrezione.
Quel bando e quelle novelle rivelavano che si trattava d’una promessa
estorta, da eludersi o rinnegarsi appena le circostanze mutassero.
E però noi risolvemmo tentar l’ultimo esperimento e chiarire le
intenzioni di Vienna all’Europa: vittima ch’eravamo da tanti anni
dei soprusi e delle frodi della Polizia, domandammo che questa fosse
disciolta, e che a tutela dell’ordine pubblico venisse armata una
milizia cittadina._
_Ci fu risposto a colpi di moschetti e di cannone._
_Allora noi sentimmo giunto il momento di operare, e sorgemmo: cessammo
allora d’esser pazienti: allora ci deliberammo di farla finita e per
sempre._
VII.
18 MARZO (SABATO)
Suonata è la squilla,—già il grido di guerra
Terribile eccheggia per l’Itala terra:
Suonata è la squilla,—su presto fratelli,
Su presto corriamo la patria a salvar:—
Brandite i fucili, le picche, i coltelli,
Fratelli, fratelli corriamo a pugnar.—
_Canto del Crociato_.
Via da noi Tedesco infido,
Non più patti, non accordi:
Guerra! Guerra! ogn’altro grido
È d’infamia e servitù.
Su que’ rei di sangue lordi,
Il furor si fa virtù.
L. CARRER.
Le Autorità di Milano parte venivano chiamate a Vienna, parte
fuggivano. Fra le prime furono il plenipotenziario Ficquelmont, che
sperava con _un buon teatro farci dimenticare e Pio IX e patria e
patimenti_, ed il conte di Spaur governatore della Lombardia; delle
seconde fu l’arciduca Ranieri, vicerè di queste provincie e delle
Venete.—La città restava abbandonata a Radetzky, capo del militare,
ed a Torresani, direttore della Polizia, ambo di un solo pensiero
distruttore verso di noi, i quali fino ad ora non conosciamo l’origine
di tant’odio.
La rivoluzione vittoriosa della Sicilia aveva destato il nostro
entusiasmo, quella di Francia la nostra ammirazione; ma quella di
Vienna ci scosse e non ci lasciò pensare più oltre. Quest’ultima
rivoluzione strappava all’Imperatore una promessa di future
concessioni che perveniva anche tra noi[19]. Ma i nostri cittadini,
parte corrucciati dalle condizioni lagrimevoli in cui veniva
abbandonata la bella Milano, parte stanchi delle insolenze e ribalderie
della Polizia; intuonarono l’inno di guerra. Su molti angoli della
città furono affisse e diffuse le seguenti
DOMANDE
DEGLI ITALIANI DELLA LOMBARDIA.
_Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibil volere che il
nostro paese intende di esser italiano, e che si sente maturo a libere
istituzioni._
_Chiediamo offrendo pace e fratellanza ma non temendo la guerra:_
1. _Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta
alla Municipalità._
2. _Abolizione della legge di sangue ed istantanea liberazione dei
detenuti politici._
3. _Reggenza provvisoria del Regno._
4. _Libertà della stampa._
5. _Riunione dei Consigli Comunali e dei Convocati, perchè eleggano
deputati all’assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine._
6. _Guardia Civica sotto gli ordini della Municipalità._
7. _Neutralità e sussistenza guarantita alle truppe Austriache._
_Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de’ Servi._
ORDINE E FERMEZZA.
_Milano, 18 marzo 1848._
Questo ritardo impazientava i cittadini. L’agitazione era al colmo,
quando a mezzodì la popolazione traboccava da ogni parte, tutta
dirigendosi al palazzo Municipale e gridando armateci, dateci la
Guardia Civica. Il podestà conte Gabrio Casati, colui che altre volte
aveva esposta la propria vita per il bene de’ suoi amati concittadini,
in compagnia dell’assessore Greppi, cercarono d’acquietare la
moltitudine e persuaderla che era uopo rivolgersi al Governo. E il
popolo dimandava un capo che il guidasse. Ebbene vi precederò io, disse
il Podestà; e si mise coi corpi Municipali e Provinciali alla testa
del popolo fra le acclamazioni di una moltitudine festante che agitava
nell’aria e fazzoletti e cappelli, ed adornavasi il petto di coccarde
tricolori, molte delle quali venivano dalle donne d’ogni condizione
gittate dalle finestre lungo il Corso.
Giunto il lieto popolo al ponte di S. Damiano, i soldati posti a
guardia del palazzo di Governo scaricarongli contro i loro moschetti.
Quello sparo fu la scintilla che doveva destare il più grande incendio
che fosse mai. In un attimo i due granatieri ungaresi di guardia furono
uccisi, gli altri soldati disarmati e spogliati, il palazzo invaso, e
salva ogni proprietà domestica, distrutti tutti quei documenti per noi
di troppo funesta ricordanza[20].
Tutti i consiglieri si raccomandarono alle gambe, gli impiegati
alcuni seguirono l’esempio de’ loro capi d’ufficio, altri passarono
fra il popolo a partecipare, di quella poca gioja che questa prima
vittoria gli faceva gustare. Il solo O’ Donell, capo, in assenza del
conte Spaur, l’unica autorità lasciata ad un popolo posto sotto il
giudizio statario, rintanato nel suo gabinetto non voleva discendere a
patteggiare colla moltitudine. Poco dopo tra le acclamazioni giunsero
monsignor Arcivescovo e l’arciprete Opizzoni fregiati essi pure della
coccarda tricolore, i quali avendo assicurato il Vice presidente che
la sua vita non avrebbe corso pericolo, l’indussero a presentarsi sul
verone del palazzo, donde, palido e tremante, spiegando un fazzoletto
bianco gridava: _Farò quello che volete, tutto quello che volete_. E
il popolo a rincontro gridava: _Abbasso la Polizia, Guardia Civica_;
ed il conte O’Donell: _Sì abbasso la Polizia, la Guardia Civica_. Il
popolo replicava: _Lo vogliamo in iscritto_; ed egli l’assicurò che
l’avrebbe fatto. Tradotto quindi in casa Vidiserti, contrada del Monte
n.º 2634 C., sottoscrisse i seguenti editti che poche ore dopo venivano
pubblicati dalla Congregazione Municipale[21].
Milano, 18 marzo 1848.
_Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere
l’ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica._
_Firmat_. Conte O’Donell.
_La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio
immediatamente._
_Firmat_. Conte O’Donell.
_La Direzione di Polizia è destituita: e la sicurezza della città è
affidata al Municipio._
_Firmat._ Conte O’Donell.
LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
DELLA CITTA’ DI MILANO.
_In conseguenza di ciò sono invitati tutti i Cittadini dai 20 ai 60
anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo
Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica._
_Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor dottor
Bellati, Delegato Provinciale._
_I Cittadini che hanno le armi dovranno portarle con sè._
CASATI, _podestà_.
Beretta, _assessore_.
Greppi, _assessore_.
Silva, _segretario_.
Da questo punto ebbe principio la rivoluzione che da tutti gli
scrittori, fu gridata la _più giusta_, la _più morale_, la _più santa_
di quante mai si possano leggere nelle antiche e moderne istorie.
Ignazio Cantù (fratello a Cesare, ingegno conosciuto e pel suo merito
letterario e per le sue peripezie fatto segno della rabbia Teutonica)
narrando di questo fatto[22], scrisse: «_La rivoluzione di Milano si
è compiuta nel modo più energico, più moderato, più giusto. Sradicò
da Italia una progenie che piantata fra noi con galanterie di nozze,
scalzata dalla pace di Costanza, rialzata ancora da quel Carlo V, che
esecrava e spegneva fino al midollo il nome di libertà; alternata poi
con Spagna e con Francia, venne finalmente dopo fughe e sconfitte a
ricollocarsi pacificamente sul trono che ora ci parve incredibile
abbiano potuto tollerare per sei lustri_.» Ed il Giornale _Il 22
Marzo_, per tacere di tutti gli altri giornali ed opuscoli che a
centinaja s’ammucchiano sopra il mio tavolo, così s’esprime:
_La causa della nostra indipendenza è vinta, vinta nel fallo come
lo era già prima nelle idee e nei desiderj di tutti. Lo straniero,
che da tanti anni occupava le nostre contrade fugge cacciato dalle
armi cittadine e si ritrae verso l’Adige, inseguito dall’odio e
dall’esecrazione universale. Tra non molto tutto il Paese sarà sgombro,
ed i Lombardi potranno abbracciare i loro fratelli colla coscienza
e coll’orgoglio d’una libertà dovuta alla concorde energia dei loro
sforzi. È questo un trionfo, che non ha riscontro nella storia, uno
di quegli avvenimenti che la provvidenza suscita, quand’è il tempo,
a rinnovare sui popoli il miracolo dell’amore, e a rintegrare la
fede sui destini dell’umanità. Ormai la vergogna di trentaquattro
anni è espiata, espiata coll’audacia del conflitto e colla sublime
mansuetudine del perdono. Il nostro popolo s’è ribattezzato degnamente
nel sangue de’ suoi martiri, ed è risorto più forte e più glorioso di
quel che lo fosse, sette secoli fa, nei campi di Legnano. La Lombardia
ha ora anch’essa il suo Vespro, ma questo potrà dirsi una volta
l’ultimo Vespro italiano._
_Al cospetto dì avvenimenti così grandi, così prodigiosi, come
quelli de’ cinque giorni trascorsi, fra le grida entusiastiche, i
palpiti, le lagrime, le speranze e gli abbracciamenti, è impossibile
assumere ufficio di storico ed esporre distesamente i fatti di questa
rivoluzione, unica nelle vicende delle Nazioni. Il cuore commosso non
può che ammirare ed esultare; e la parola non vale a tener dietro
al volo del pensiero che s’infiamma per essa di nuove ed inusate
speranze. L’Eroismo ha le sue ebbrezze come la gioja; e noi nel tumulto
concitato degli effetti, mal sapremo trovare adesso la calma dello
scrittore che dipinge e che narra. Crediamo anzi che nessuna parola
varrebbe a descrivere l’aspetto di questa grande Crociata Nazionale,
di questo piano Lombardo, gremito di città e di borgate in armi,
vigilanti alla difesa come ardite all’assalto, munite da mille e mille
barricate sorte come per incanto, di questo piano, in cui ogni casa
è una torre ed ogni petto d’uomo un baluardo inespugnabile. Crediamo
che nulla sia atto a render imagine di questo insorgere unanime di
popoli che riconquistano la propria indipendenza, di questo magnanimo
conflitto d’una moltitudine incomposta, impreparata e quasi inerme
contro un esercito agguerrito e numeroso che stette così a lungo fra
noi, oppressore e spauracchio de’ principi e dei popoli italiani. La
fantasia più imaginosa s’annienta davanti alla grandezza del fatto; nè
si può far altro che adorare la Provvidenza redentrice delle nazioni
che sanno sperare e volere._
Ma ritorno al mio assunto. A mezzo giorno l’allarme s’era fatto
generale. Il maresciallo Radetzky uscendo dalla casa Cagnola in
compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi
officiali vide chiudersi le porte, le botteghe, le gelosie delle
finestre e tutta la gente in moto. Domanda la ragione di questo
scompiglio e gli viene risposto esservi la rivoluzione a Porta Renza.
Compreso di maraviglia e di dispetto, il Maresciallo rientra nella casa
Cagnola, e poco dopo n’esce il generale Wallmoden a cavallo con altri
dello Stato Maggiore, avviandosi verso il castello. Circa mezz’ora dopo
le truppe Austriache cominciarono a disporsi sulla piazza del castello
in vari corpi separati. Di tratto in tratto qualche colpo di moschetto
caricato a polvere serviva a tenere all’erta la milizia presidiata
in castello[23]. Quindi un nerbo di soldati si portò ad occupare
i punti principali della città.—Nove ussari uscendo dal portone di
Piazza Mercanti e percorrendo la contrada di Pescheria Vecchia,
furono salutati a fischi. Il caporale a briglia sciolta e a sciabola
sguainata, cominciò a correre la via e ferì un cittadino nella spalla.
Gli altri soldati seguitarono il caporale a lento trotto sino al Campo
Santo. Una scarica di archibugi venuta dalle finestre ne uccise due e
cinque ne ferì. Mezz’ora dopo dieci gendarmi seguendo la stessa via,
non conosciuti, furono ricevuti con una grandine di pietre. Ma quando
un prete dal balcone battendo le mani, gridava: _No, no, sono Italiani:
viva la Gendarmeria italiana_, furono rispettati e poterono passare,
senz’essere offesi, alla Corte[24].
I cacciatori _Diegher_ verso le ore due e mezzo si portarono
all’arcivescovato preceduti dai loro zappatori. Questi a colpi di
scure sfondarono il portello del cortile de’ Monsignori, quindi
atterrarono la porta che dallo stesso cortile mette alla strada
sotterranea che conduce al campanile, e così rompendo tutte le porte
sino all’ultima giunsero ad impossessarsi dello spianato superiore del
Duomo, da dove fecero lungo la giornata varie scariche sopra quelli
che, o inscientemente, o imprudentemente, passavano per la piazza del
Duomo; ma le barbare insidie loro non costaron la vita che di un solo
cittadino.
L’invito del Municipio che chiamava tutti i cittadini non viventi
di lavoro giornaliero da’ 20 a’ 60 anni, traeva uomini d’ogni età
e d’ogni condizione al palazzo di Polizia, da dove respinti colle
armi fra le grida di viva Pio IX, viva l’indipendenza, viva l’Italia
corsero a farsi inscrivere al palazzo Municipale. Il bisogno d’essere
armati era imminente, poichè alcune pattuglie erano già partite dal
Generale Comando, e si temeva fortemente di un’insurrezione, poichè il
Direttore di Polizia, ed il generale Radetzky non vollero riconoscere
i provvedimenti del Vicepresidente. Alle ore tre pomeridiane le
bandiere e le nappe tricolori andavano a generalizzarsi per ogni dove.
Le barricate, costume sconosciuto nei nostri paesi, si cominciarono
in tutte le contrade, il selciato in un momento fu tutto scomposto da
uomini, da donne, da fanciulli. Le case si fornirono di una quantità di
ciottoli pronti a slanciarsi dalla finestra alla prima scorreria del
nemico per le contrade. Sopra i tetti si posero sentinelle preparate
a versar tegole e pietre sul capo dei nemici, i mobili più belli e
più pesanti già erano avvicinati alle finestre per essere precipitati
sopra gli esecrati nostri oppressori; i focolari ardevano sotto
caldaje d’acqua, di olio; insomma nulla si tralasciava di quanto la
disperazione ed il furore suggerivano.
Un nuovo bando concepito nei seguenti termini fu affisso lungo le vie
della città verso le ore quattro pomeridiane:
POPOLO DI MILANO.
_L’Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro
silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura; le provincie
aspettano da noi la parola d’ordine. Il destino d’Italia è nelle nostre
mani, un giorno può decidere la sorte di un secolo._
ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!
Il consigliere Bellati erasi recato in questo frattempo al Direttore
di Polizia per intimargli che facesse consegnare al Municipio le armi
delle guardie di Polizia, ma non fu ascoltato. Se ne domandò ragione
a Radetzky, e questi disse che ne avrebbe data risposta alle ore otto
della sera.
Intanto le compagnie dei militari che uscite dai vari quartieri
correvano la città, non lasciarono di tratto tratto di fare qualche
scarica, senza tuttavia gran danno dei nostri. Fra queste scaramucce
vuol notarsi quella che ebbe luogo sul corso di Porta Romana, dicontro
alla chiesa di S. Nazaro e l’altra in contrada del Bocchetto, le quali
durarono circa un’ora, rispondendo il popolo alle schioppettate con una
pioggia di tegole[25]. Tutti questi soldati unitisi in grosso corpo
andavano frattanto rinforzando alla Gran Guardia di Piazza Mercanti,
all’ex Palazzo Vicereale, sullo spianato del Duomo ed in Piazza
Fontana[26], sempre molestati da qualche pietra lanciata, o da qualche
moschettata scaricata dai nostri bersaglieri.
Verso le ore tre pomeridiane uno stormo di cittadini che andava a
prender armi si trovò dall’armajuolo Sassi in contrada di S. Maria
Secreta, chiedendo inutilmente arme. Una divisione di granatieri
diretti dal loro generale a cavallo, uscendo dal castello, prese
la via di S. Vincenzino e mise in fuga l’affollata popolazione. I
militari presero la contrada di santa Maria Secreta; l’albergatore di
S. Carlino, Costantino Beretta, che prevedendo sinistri avvenimenti
dai rumori della mattina, si era ben provvisto di ciottoli, mattoni
e di ogni altra cosa atta ad offendere, mandò tre suoi famigli sul
tetto, altri otto a ciascuna finestra, ed appena veduti i soldati diede
l’ordine dell’attacco. Il Generale a quella pioggia di tegole e sassi
ordinò il fuoco, il combattimento durò molto tempo, quando il Generale
colto sulla testa da un vaso di fiori, che si crede gettato dalla
coraggiosa Albergatrice, dovette abbandonare l’impresa. Il Generale fu
trasportato alla piazza Mercanti da quattro suoi soldati, e la truppa
tutta in disordine lo seguiva; si trovò quindi qualch’arma e qualche
cappello, che i soldati smarrirono nella pugna.
Sgombra di nuovo la contrada, la popolazione ritornò al negozio
dell’armajuolo Sassi, atterrò la porta e s’impadronì delle armi.
La Congregazione Municipale continuava la sua seduta in Broletto,
impiegati appositi continuavano a far le liste della Guardia Civica già
numerosissima; quando un assessore venne a portar la notizia che tutti
erano traditi, e che due batterie di artiglieria dovevano dar l’assalto
al Broletto. Il timore invase tutti gli astanti: alcuni procurarono
colla fuga uno scampo, altri non vollero abbandonare il loro posto,
preferendo una morte onorata alla continua sommessione ad un giogo
abborrito. Un grido ripetuto da molte voci annunziava a chi non avesse
armi di ritirarsi. Poco dopo giunse al Municipio la seguente lettera
di Radetzky data dal castello, che la fece accompagnare da una mezza
divisione di granatieri.
IL MARESCIALLO RADETZKY
ALLA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
DELLA R. CITTA’ DI MILANO
_Dal Castello di Milano, 18 marzo 1848,
ore 8 della sera._
_Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i
provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire ed
armare una Guardia Civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione
Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei
cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far
bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e
di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre
all’ubbidienza una città ribelle. Ciò mi riuscirà facile avendo a mia
disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi di
cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione_.
RADETZKY, _Maresciallo_.
Gli assaliti combatterono contro gli assalitori da valorosi ma troppo
deboli per resister loro. Alcuni impiegati si portarono sui tetti, e
con una salva di tegole ne uccisero tre, e ferirono diversi assalitori.
Altri tedeschi furono gravemente feriti con arme da fuoco, con sassi
e con mobili gettati dalle finestre della contrada. Ma i soldati
atterrata colla scure la bottega di contro alla porta del Broletto
trascinandovi entro il cannone, vi poterono manovrare al coperto, per
cui la porta fu atterrata, e più di cento persone che trovavansi in
palazzo, furono condotte prigioniere in castello fra gli strapazzi e le
ingiurie dei soldati e del tempo che mandava dirottissima pioggia.
A sera tardi fu fatto circolare il seguente proclama:
CITTADINI!
_Le prime prove d’oggi dimostrano che in voi è ancora il valore
de’ Padri nostri. Perchè queste non siano infruttuose bisogna che
proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppur la
notte vi stanchi e v’inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di
voi. Difendete le barricate, armatevi, e vittoria e libertà sono con
voi._
ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!
ALTRE NOTIZIE DI QUESTO GIORNO. Il cittadino Francesco Maglia, munito
d’un archibugio a due canne, caricato a quadrettoni, dalla propria casa
in contrada de’ Borsinari, fece una scarica sul capitano d’un drappello
di soldati che ivi si erano posti, e coltolo nel petto costrinse gli
altri immediatamente alla ritirata.
Il cittadino negoziante Giuseppe Paganuzzi, dalla finestra della sua
abitazione uccise con un colpo di schioppo un granatiere che serviva di
spione al comandante de’ suoi, mentre ordinava le truppe sulla piazza
del Duomo.
Fra coloro che si distinsero per zelo e per santo amor di patria
devesi annoverare il cittadino Vernauy, che a porta Vercellina
incontratosi prima coi Pompieri, gridava ad alta voce: _Bravi Pompieri
la rivoluzione giustamente e santamente è incominciata in Milano.
Vi mandano in città per battere il popolo. Ricordatevi di non far
fuoco sui vostri fratelli, altrimenti perderete l’onore e fors’anche
la vita_. Poco di poi incontratosi coi Gendarmi, gridava le istesse
parole, aggiungendo: _Viva la Gendarmeria Italiana_. S’adoperava
quindi nella costruzione delle barricate, e colla voce e colla forza
diede non dubbie prove di sè.
Giuseppe Ferrario, impiegato presso la strada ferrata di Porta
Tosa, fu pure de’ primi che invasero l’ex palazzo di Governo, che
s’impadronirono di O’Donell, e che piantarono la bandiera tricolore su
quel palazzo. Nei susseguenti giorni combattè valorosamente, predando
molte armi che consegnò al Comitato di Guerra.
Il conte di Neiperg, già troppo noto come uno dei più infami istigatori
degli eccessi del 3 gennajo, suggellava la propria ignominia in questa
giornata. Attraversando con una forte pattuglia la piazza Castello, e
giunto a san Protaso al Foro, si fece incontro al signor Prina, persona
da lui conosciutissima, e con giudaica ipocrisia abbracciandolo lo
invitava a recarsi al castello per intavolare trattative di pace. Il
Prina non volle però seguirlo e si ritirò in sua casa.—Lo stesso signor
Prina mostrò al Governo provvisorio una grossissima medaglia di piombo
recante l’immagine di Pio IX, che quegli assassini scagliarono contro
alla sua casa insieme alla mitraglia.—Però delle 60 persone che ivi
trovavansi ricoverate nessuna venne offesa[27].
«Appena giunse a Torino la prima notizia[28] dei gloriosi avvenimenti
di questo giorno, alcuni egregi nostri patriotti che si trovavano colà,
si affrettarono di invocare da S. M. il Re di Sardegna quegli aiuti
che avevamo diritto d’aspettarci e per la nostra qualità di Italiani
fratelli da altri Italiani, e per la eroica temerità della nostra
impresa contro il nemico comune d’Italia, e per le notorie simpatie in
ogni occasione manifestata colà in nostro favore dai gloriosi popoli
Liguri e Subalpini. A queste preghiere dei patriotti Milanesi fu
risposto che sarebbe stato impossibile al governo di S. M. di prendere
l’iniziativa di un sussidio militare in Lombardia, a meno che non
pervenisse a S. M. una diretta domanda da parte del popolo di Milano.
Un benemerito nostro concittadino, il signor Enrico Martini, s’incaricò
di portare a noi questa notizia a traverso i mille pericoli che si
opponevano al suo ingresso in Milano. Giunse la mattina del giorno
21: con che gioja fosse accolto dal Governo Provvisorio, è facile
imaginarlo: ebbe subito missione di riportare a S. M. il Re di Piemonte
i sensi della nostra gratitudine, i fervidi nostri voti, perchè le
gloriose sue truppe accorressero in nostro soccorso. Insuperabili
difficoltà provenienti dalla sospettosa vigilanza dei soldati Austriaci
si opposero per alcune ore alla partenza del signor Enrico Martini: ma
finalmente il valore dei cittadini gli aprì la porta della città, ed
egli ne approfittò, volando a Torino.»