di già la Lombardia, pure il supremo comandante Melas alla testa
di 40,000 combattenti, senza contar quelli che poteva levare dalle
guarnigioni delle fortezze, disegnò di venir a giornata col grosso
dell’esercito Francese, che continuava a sfilare in Lombardia per la
via del Piemonte. Questa è la celebre battaglia di Marengo, vinta
come ognun sa dai Francesi, e da quell’epoca la Repubblica Cisalpina
prese di nuovo la sua stabile esistenza. La guerra tuttavia fra le
due potenze francese ed austriaca, durò a flagellare i popoli sino
alla pace di Luneville, celebrata il 9 febbrajo del 1801, nella quale
l’imperatore rinunciò alla Lombardia in favore della Cisalpina. Questa
importante trattato faceva sperare che la repubblica avesse stabilite
le sue solide basi, e che noi come i nostri padri ed i nostri figli
avremmo a godere di tutti quei vantaggi che sotto mille aspetti si
presentavano[14].
Il Primo Console, dopo che vide accettati i preliminari della pace
anche dalla sola potenza che ancor impugnasse le armi contro la
Francia, e aperto in Amiens un congresso che doveva determinare i
compensi a’ Principi che per le guerre cessate erano rimasti senza
Stato, pensò chiamare a Lione una consulta straordinaria Cisalpina,
formata da tutti i ceti più rispettabili dello Stato, coll’approvazione
dei quali diede una stabile costituzione, chiamandola col nome di
repubblica Italiana, e proclamò un governo costituzionale, composto dal
vicepresidente Francesco Melzi, dal consigliere di Stato Guicciardi,
dal gran giudice Spanocchi, da una consulta di Stato rappresentata
dai cittadini Marescalchi, Serbelloni, Caprara, Paradisi, Fenaroli,
Containi, Luosi, Moscati; da un consiglio legislativo; da un collegio
Elettorale di Possidenti, da un collegio di Commercianti e da un
collegio di Dotti.
Poi rivolto all’illustre Assemblea così disse:
«La repubblica Cisalpina riconosciuta a Campo Formio ha di poi provate
molte vicende. I primi sforzi fatti per costituirla riuscirono male.
Invasa dalle armate nemiche, la sua esistenza non parea più neppur
probabile, quando il popolo francese scacciò per la seconda volta
colla forza delle sue armi i vostri nemici dal vostro territorio. Dopo
questo tempo si è tutto tentato per smembrarla.... La protezione
della Francia ha vinto ... voi siete stati riconosciuti a Luneville.
Accresciuta la Repubblica di un quinto, ora esiste più potente, più
solida, con speranze lusinghiere! Composta di sei nazioni diverse sarà
riunita sotto il reggime di una costituzione adattata ai vostri costumi
ed alle circostanze vostre. Io ho riuniti Voi, come i principali
cittadini della Cisalpina, intorno a me in Lione. Voi mi avete dati i
lumi necessari ad adempiere l’augusto incarico che m’imponeva il mio
dovere; come primo magistrato della repubblica Francese e come quelli
che ha più degli altri contribuito alla vostra creazione».
«Nè spirito di partito, nè spirito di località mi hanno diretto
nella scelta che ho fatta per le vostre primarie magistrature. Non
ho trovato tra voi veruno che avesse ancora abbastanza diritto alla
pubblica opinione, che fosse abbastanza superiore ad ogni spirito
di località, e che avesse resi tanto grati servigi alla patria da
poterglisi affidar la carica di presidente. Il processo verbale che mi
avete fatto presentare dalla vostra commissione dei Trenta, ed in cui
sono analizzate con precisione e con verità le circostanze interne ed
esterne della vostra patria, mi ha determinato di aderire al vostro
voto, e sinchè le stesse circostanze lo vorranno, io m’incaricherò del
pensiero de’ vostri affari. Tra le cure continue che esige il posto
in cui mi trovo, tutto ciò che v’interesserà e potrà assicurare la
vostra esistenza e la prosperità vostra sarà sempre uno degli oggetti
più cari al mio cuore. Voi non avete che leggi particolari ed avete
bisogno di leggi generali: il vostro popolo non ha che costumi locali,
ed è necessario che acquisti costumi nazionali. Voi finalmente non
avete armate, e le potenze che potrebbero divenir vostre nemiche, ne
hanno delle molto forti ... Ma voi avete tutto ciò che può produrle;
una popolazione numerosa, campagne fertili, e l’esempio che in tutte le
circostanze vi ha dato il primo popolo dell’Europa.»
Non voglio in questo luogo narrare tutte le gesta di Napoleone che
condurrebbero la mia storia al 1814; sono fatti troppo a noi vicini.
Molti a lui compagni d’armi vivono ancora. A migliaja si scrissero
le storie di questa epoca, le sue vicende troppo strepitose si
raccontano dovunque e si vedono impresse nelle medaglie, nelle armi,
nei monumenti. Napoleone più fortunato che saggio, nel momento che
sbalordiva il mondo collo strepito delle sue armi lo ingannava colla
sua politica. Egli che era già stato creato imperatore de’ Francesi,
della repubblica Cisalpina formò un regno. Invitato dalla Consulta di
Stato e dalle deputazioni de’ Collegi elettorali radunati a Parigi a
cingersi il diadema de’ Longobardi, vi aderì e volle esser incoronato a
Milano. Assiso sul trono d’Italia con nuove leggi e più adatte compose
il governo del regno. Nominò il figlio suo adottivo vicerè, diede ad
ogni ramo di pubblica azienda un ministro, creò un consiglio di Stato
ed un senato consulente; decretò l’aprimento del canal di Pavia, ed il
compimento della sontuosa fabbrica del Duomo.
Formato il regno annullò la repubblica Ligure, Genova fu unita alla
Francia; della repubblica di Lucca si formò un principato, e quindi
ritornossene in Francia.
«Dopo il 18 brumale, in cui la Francia è stata soggiogata (scrive
l’autore del _Quadro politico dello Stato d’Europa dopo la battaglia di
Lipsia_), come lo fu dopo la Lombardia a Marengo, e la Prussia a Jena,
Bonaparte facendosi precorrere dal terrore, non era stato vittorioso,
se non perchè prima di combattere i suoi nemici erano vinti. Innanimato
da ogni nuova intrapresa, egli avea raddoppiato la sua audacia, a
misura che si era raddoppiata l’altrui timidezza, e soffocando la
verità, avea traversata l’Europa appoggiando la reale sua forza sopra
una forza immaginaria». Invasa dopo la tremenda pugna di Lipsia da
mezzo il mondo la Francia, e tradito da’ suoi in Parigi, Napoleone è
balzato dal trono. L’Italia nel 1814 venne da tutte le parti assalita
da soldatesche alemanne. Tutti i trattati che i diversi gabinetti
ebbero conchiusi colla Francia furono annullati col fatto delle
guerre che ebbero luogo: l’atto istesso con cui Bonaparte era stato
riconosciuto imperatore venne distrutto a motivo della condotta che
egli tenne dopo che gli venne accordato. Napoleone apparteneva ad una
dinastia molto distinta nella storia del medio evo d’Italia, ma i suoi
avi costretti ad emigrare nelle turbolenze delle fazioni si stanziavano
in Ajaccio di Corsica, ove dell’antico lustro non conservavano che una
debole apparenza. Quando egli entrava nel mondo, quando uscito dal
collegio militare di Brienne s’incamminava nella carriera delle armi,
la sua condizione non troppo splendida gli additava la via dell’onore,
non dell’ambizione. Quando un avventuriere si solleva tant’alto, la
Provvidenza non soffre simili stravaganze, se non a condizione che
ne risulti un grande compenso. Bonaparte non aveva che a formare la
felicità dei Francesi, ed i Francesi gli sarebbero stati sottomessi. La
pace di trenta milioni d’uomini avrebbe prevalso ai diritti di una sola
famiglia. Riconosciuto capo di una grande Monarchia egli non aveva che
ad entrar nelle mire politiche dell’Europa, occuparvi modestamente il
posto già occupato dagli scaduti re di Francia, animare la confidenza
degli altri potentati anzichè spaventarla, conservare invece di
distruggere, calmar le procelle, e far vedere in sè medesimo, mentre
l’Europa ne sperava tutto il bene, l’iride annunciatrice all’uomo di
un bel sereno dopo la tempesta. A queste condizioni le Potenze Europee
lo avrebbero ammesso nella loro famiglia, non avrebbero arrossito di
avergli conferito un nome di cui egli avrebbe procurato di rendersi
degno, ed il titolo di sovrano in luogo di essere un tributo, sarebbe
divenuto una ricompensa.
In mezzo a tutto questo havvi però chi lo difende, chi tuttavia lo
chiama il _Grand’Uomo_, l’eroe del nostro secolo, chi attribuisce la
sua caduta all’essersi stretto in parentela colla Casa d’Austria,
chi all’aver condotto prigioniero il Papa, e all’averlo obbligato a
scioglierlo dei primi voti per passare in seconde nozze con Maria
Luigia. Ma siamo giusti, egli aveva ben altri nemici a combattere,
segreto l’uno, l’altro palese, i quali s’erano intesi fra loro per
abbattere il colosso. La Russia, mossa da gelosia, e l’Inghilterra, che
prevedeva la rovina del suo commercio e del suo potere. Non solo colle
armi ed in campo aperto gli si faceva la guerra, ma prezzolati libelli
dall’Inghilterra si pubblicavano a suo danno: chi gridava contro
l’assassinio del Duca d’Enghien, chi contro il cospiratore di Bajona,
chi contro il carceriere di Ferdinando VII, chi contro l’incendiario di
Mosca.
Tutto intero il nord, compresovi anche l’Austria, si solleva contro
di lui, egli si dibatte sotto la mano di ferro del suo destino, ma
questa lo trascina. Vincitore a Dresda, sconfitto a Lipsia, non mai
rinculando fra le grida dei popoli che contro di lui risuonavano,
e i clamori delle madri che piangevano estinti i loro figli, con
fronte tranquilla sostenne la caduta del grande edificio di sua mano
innalzato. Circondato da generali disanimati e da nemiche popolazioni;
malamente sostenuto, per istanchezza, dalla nazione di cui era il
capo; accerchiato da tutte le parti da forze venti volte superiori alle
sue; non ritrovando nell’interno che resistenza, e non appoggiandosi
che sulla sua armata e sulla sua spada difese a palmo a palmo il
terreno. In quell’eroica campagna di Francia che doveva aver fine
colla resa di Parigi e colla sua abdicazione, egli non piegossi sotto
il destino che all’ultimo momento, allorquando di tutto il suo regno
altro non gli rimase che Fontainebleau. Tentò avvelenarsi; il robusto
suo temperamento ne trionfò, gli venne poi dalla volontà dei vincitori
assegnata a residenza l’isola d’Elba; egli rassegnossi e partì.
Abbandonando la Francia a’ suoi antichi padroni, gli alleati non
avevano calcolate le resistenze che sarebbonsi presentate, e le
difficoltà di contenere sotto il monarchico scettro di Luigi XVIII
tutti i nuovi ed inveleniti elementi che la rivoluzione aveva fatti
scaturire e insieme costretti. Indarno la precedenza del legittimo
re tentò di comprimere o d’annullare queste segrete e terribili
agitazioni; troppo difficile è a governarsi un popolo appena uscito da
una rivoluzione.
Non passò intero un anno che l’antico fermento di odio popolare contro
le monarchiche istituzioni del passato, sviluppandosi con veemenza in
grembo alla Francia, offerse a Napoleone il destro di ritentare la
fortuna e di riprendersi la corona.
Egli s’imbarca su d’un piccolo vascello, tocca terra in Provenza, e
poco dopo si rimette in sede alle Tuillerie, intanto che tutte le
Potenze Europee s’armano per cacciarlo di nuovo. Nè fu guari difficile
chè sparito ogni prestigio, quest’ultimo sforzo del gigante, oramai
impotente, andò a rompersi contro il disastro di Vaterloo. Per
terminare degnamente questa vita sì fortunosa, l’Europa, vinta per
tanti anni, rimandò in esiglio in un’isola quasi deserta, a sant’Elena,
l’uomo che tanto la spaventava.
Ma ritorniamo alle cose di Lombardia. Allora che il gran colosso veniva
abbattuto da tutte le Potenze, i Milanesi sentivano pur sempre il peso
delle continue imposizioni del cessato regno d’Italia, e soprattutto
delle leggi del bollo e delle incessanti leve di coscritti. Il
ministro Prina, creduto autore di queste nuove imposte, fu assassinato
dall’aizzata rabbia del popolo, che si era ammutinato attorno al suo
palazzo, il 20 aprile 1814, e dopo di aver trascinato il ministro
fuori di casa e ammazzatolo di mille morti e trattone il mutilato
cadavere per la città, ne saccheggiò il palazzo e lo distrusse fino
ai fondamenti, formandovi la piazza detta di San Fedele. Intanto il
partito della Casa d’Austria, che ancora mantenevasi in Lombardia, fece
de’ proseliti, e ben tosto, colla lusinga di migliorar condizione, i
Tedeschi furono chiamati in città e ricevuti con acclamazioni di gioja.
Un proclama del conte di Bellegarde[15] assicurava pace e protezione
alle provincie Lombarde poste sotto la tutela dell’imperatore
Francesco, il quale le aggregò alle provincie Venete, formandone il
regno Lombardo–Veneto, e destinandovi a vicerè il di lui fratello
Raineri.
VI.
GLI ULTIMI 54 ANNI DELLA DOMINAZIONE AUSTRIACA.
All’armi, Italiani!
Li 22 febbrajo la tirannide impenitente dell’Austria intimava a Venezia
e a Milano la legge marziale.
Deh! pietà vi prenda, o fratelli, che da un anno sollevate la testa,
pietà de’ Lombardi che gemono in luride carceri, che ora forse
boccheggiano assassinati lungo le vie, che vi stendano le braccie,
salutando il natio bellissimo cielo, trascinati da’ birri in esilio
per vedove e inospitali regioni. Pietà vi prenda, o fratelli, della
vostra fama, dell’ingiuriato stendardo, dell’onor nazionale, di questa
carissima patria, alla quale fu tersa una lacrima. In ogni palmo
di terra italiana sia per voi tutta Italia; uniti dalla fraterna
legge sarete forti; ciascuno per tutti, tutti per ciascuno, e sarete
invincibili. Il nemico s’arma, armatevi rapidamente; non iscuse, non
soste! dichiarate la patria in pericolo! i governi che indugiano pensano
già a tradirvi; i governi che non si battezzano combattendo sono
traditori! e che dovete aspettare?
DE BONI, _La crociata sull’Austriaco_.
Da quest’epoca infausta ai giorni dell’ultima rivoluzione quanto
ebbero a soffrire i popoli della Lombardia e della Venezia, non è
mestieri il dirlo. Sempre in aspettativa delle concessioni, delle
leggi, delle abolizioni di alcuni diritti, delle esenzioni da alcune
tasse, secondo che loro era stato promesso, si vedevano al contrario
accresciute le imposte, il tempo del militare servigio da quattro
anni portato ad otto, la carta bollata da pochi centesimi ridotta
proporzionalmente a 60 lire al foglio; gl’impieghi più cospicui e
lucrosi, così nell’amministrazione come nella giustizia, e i primi
gradi nelle milizie, conferiti ai Tedeschi, e si va dicendo di tutto il
resto. Quanto s’erano ingannati questa volta i Lombardi nel ricevere di
nuovo fra le loro mura l’Imperatore e la podestà imperiale! Un giusto e
sincero quadro dell’infame condotta del ministero austriaco viene dal
Governo Provvisorio centrale della Lombardia rappresentato alle nazioni
Europee in data del 12 aprile, e da esso noi prendiamo le seguenti
parole onde porle sotto gli occhi di tutti a giustificazione della
condotta dei Milanesi, facendovi a quando a quando qualche noterella di
fatti veri.
_.....i modi che tenne con noi il Governo austriaco dal funesto 28
aprile 1814 al giorno della sua cacciata, furono tali da rendercelo
incomportabile pel sentimento della nostra dignità d’uomini e di
cristiani. Sicuri nella quistione di diritto, siamo tanto vittoriosi
nella quistione di fatto che sentiamo il bisogno di contenere in
faccia all’Europa la nostra parola, perchè non paja che vogliamo farci
spettacolo di miracolosa pazienza._
_Il Governo austriaco s’affaticò del continuo non solo a diseredarci
della Patria nostra e a farci credere uomini, contrada e provincia
dell’Austria, ma ben anco intese ad avvilirci innanzi a noi stessi come
apostati della famiglia italiana: intese a corromperci, a toglierci
ogni coscienza, ogni vita. Nel_ 1815, _quando lo sgomentava la fuga
di Napoleone dall’Isola d’Elba e il moto italico di Gioachino Murat,
promettevaci rispettata la nostra nazionalità, una costituzione, una
rappresentanza italiana; e tante promesse riescivano alla bugiarda
rappresentanza delle Congregazioni centrali e provinciali, che di
mano in mano venivano spogliate d’ogni iniziativa, d’ogni diritto ed
anche di quello di consigliare e supplicare. Promettevaci conservare
quella nostra milizia che sui campi di battaglia di Napoleone aveva
gloriosamente ricevuto il battesimo del fuoco; e subito la scioglieva,
e la mescolava con le milizie dell’altre provincie dell’Impero, facendo
così del nobile mestier dell’armi una schiavitù vergognosa per noi, uno
stromento di schiavitù per noi e per altri. Prometteva pagare i debiti
che s’era assunti, ereditando del Regno d’Italia, e li riconosceva per
giusti: poi li disconosceva e non pagava, aggravando invece il Monte
Lombardo–Veneto, cassa italiana, di debiti austriaci, e facendoli di
soppiatto pagare con turpe mistero._
_Nessuna ci serbava delle sue promesse il Governo austriaco, ed il
ricordo medesimo ne sbeffeggiava e puniva._
_Violator della fede, nell’arbitrio non doveva aver freno, e non
l’ebbe. Ci gravò d’imposte smodate sui beni, sulle persone, sulle
necessità: ci obbligò ad assicurarlo dal fallimento, a cui le sue
scompigliate finanze, stolidamente e ladramente amministrate, d’ora
in ora lo strascinano. Ci condusse intorno una siepe d’impiegati
foretieri, pubblici funzionarj e spie segrete, mangianti il nostro
pane, amministranti i nostri interessi, giudicanti i nostri diritti,
ignari di nostra lingua e d’ogni nostra consuetudine. C’impose leggi
bastarde, inefficaci per la loro moltiplicità, c’impose una procedura
criminale lunghissima, inestricabile, ove non era di pubblico, di
solenne, di vero che la sentenza e la condanna, la prigione e la gogna,
il carnefice e il patibolo. C’impigliò in una rete di regolamenti
civili e militari, giuridici ed ecclesiastici, tutti inceppanti, tutti
mettenti capo al centro di Vienna, che doveva aver sola il monopolio
de’ pensieri, delle volontà, dei giudizj. Ci vietò ogni sviluppo di
nostro commercio, d nostra industria per servire agli interessi delle
altre provincie e delle fabbriche privilegiate erariali, privata
speculazione de’ viennesi oligarchi. L’ordinamento municipale e
comunale, antico vanto di queste contrade, prezioso deposito del lucido
buon senso italiano, assoggettò a una tutela minuziosa, molesta, tutta
negl’interessi del fisco, tutta rivolta a stringere, a impastojare. La
religione finse proteggere per usarla a strumento di dispotismo, e la
fe’ schiava delle ignobili sue paure. Alla pubblica beneficenza tolse
ogni azione spontanea, la inintricò nelle lungaggini amministrative,
la ridusse una docile macchina dell’aulica onnipotenza. Non permise,
od a stento permise, ed armandosi delle cautele più basse, che la
carità cittadina sorgesse a soccorrere la pubblica miseria, a frenare e
purgare il contagio della corruzione abbandonato a sè stesso sulle vie
e ne’ tugurj, ne’ ricoveri e nelle carceri. S’impadronì del patrimonio
de’ pupilli obbligando i tutori ad investirlo nelle carte pubbliche
lasciate alla balía delle misteriose sue frodi. Le professioni liberali
ammiserì, assoggettando il loro esercizio alle prescrizioni più grette,
più vessatorie. Perseguitò la scienza italiana, cercò distruggerla coi
moltipli studj introdotti nel pubblico insegnamento, tutti falsati,
tutti confusi, perchè l’idea non restasse in noi libera, perchè il
peso e la massa fiaccassero lo slancio e facessero abortire l’ingegno.
Sollevò ridicoli scrupoli, inciampi odiosi e infiniti alla stampa
italiana, alla diffusione della stampa forestiera, per mortificare in
noi l’intelletto ed il cuore, per appartarci dalla civiltà europea[16].
Insidiò, martoriò gli uomini più chiari, protesse in cambio le
intelligenze e le nature servili: organizzò la vendita infame delle
coscienze, organizzò in esercito lo spionaggio: eresse la delazione
e il sospetto in sistema: fe’ arbitra la Polizia della libertà, delle
vite, delle fortune: imputò colpa al desiderio, inflisse pena alla
parola, intimò minaccia al pensiero: confuse e disperse le vittime del
patrio amore con gli assassini e coi falsarj._
_E tutto questo e di peggio noi soffrimmo per tanti anni, soffrimmo
l’onta che ce ne gravava in faccia a noi stessi, in faccia all’Europa:
tutto soffrimmo col coraggio della pazienza, procacciando a grande
studio che in noi non si spegnesse la favilla del sentimento nazionale.
Poco aspettavamo, nulla desideravamo dal Governo austriaco; ma ci
ratteneva l’idea della terribile responsabilità che ci saremmo
addossata, gettando forse prematuramente, in mezzo all’Europa la gran
quistione della nostra indipendenza. I moti del 1821 e del 1830 ci
agitarono, ci scossero nel profondo, e il grido che uscì pel mondo
delle crudeli torture di Spielberg, annunciò quanti nobili ingegni,
quante anime ardenti avessero fra noi giurato sin d’allora di
sacrificarsi alla causa nazionale. Tuttavia il paese intero continuò
nella sua longanimità, nella sua perpetua, ma tacita protesta contro
il Governo austriaco, e mostrò d’essere deliberato ad aspettare sino a
quel giorno, in cui fosse colma la misura delle sue oppressioni e della
nostra pazienza._
_E quel giorno venne. Alla voce del gran Pontefice che Dio suscitò per
la salute d’Italia, per l’affrancamento di tutte le genti cristiane,
noi ci sentimmo rinfiammati di tutti i nostri cittadini affetti; noi ci
sentimmo più che mai Italiani. Fattici del suo nome il simbolo delle
nostre speranze, de’ nostri intenti, cominciammo ad effondere gli animi
nostri da sì gran tempo compressi, a manifestare il nostro sentimento
nazionale con un tributo unanime d’ammirazione, di gratitudine, d’amore
a Pio IX. Ed ecco il Governo austriaco spiegar lutto l’apparato della
sua forza per impedire che ci mostrassimo Cattolici ed Italiani, per
farci complici quasi del suo odioso attentato di Ferrara: eccolo
rompere ogni freno alla cieca e crudele ira sua, e sull’inerme popolo
milanese, festeggiante nel nome di Pio IX l’ingresso nella sede
del suo novello Arcivescovo, sguinzagliare i suoi sgherri, i suoi
soldati trasformali in sgherri, e imbrattare di sangue incolpevole le
piazze e le vie. Ah! quel sangue avrebbe dovuto farci gridar guerra
irreconciliabile al Governo austriaco; eppure noi avemmo ancora
pazienza; volemmo vedere, volemmo che l’Europa vedesse fin dove potesse
giungere il dispotismo della Casa di Lorena_[17].
_Da quel giorno noi ci demmo a moltiplicare le proteste, i reclami,
le domande: le Congregazioni centrali, le provinciali, le municipali,
tutti i Corpi costituiti amministrativi, giudiziarj, scientifici,
i cittadini più distinti si associarono, senza saputa gli uni degli
altri, in una supplica sola, in una sola protesta: fu una voce sola in
tutto il paese, un solo lamento, una sola manifestazione, che proruppe
in ogni maniera d’atti: mai non fu veduto un accordo così unanime di
tutto un popolo. Ma il Governo austriaco mostrò d’accorgersene solo per
eluderlo, per volgerlo in deriso, per soggiogarlo. Dal nostro canto
il rispetto della legalità recato fino allo scrupolo: dal canto suo
le provocazioni e gl’insulti, gli arresti arbitrarj, le proclamazioni
insensate. Ma fece di più. Organizzò l’assassinio, lo consigliò, lo
protesse: sprigionò sicarj pagati in vino e in denaro contro uomini
inermi, contro cittadini pacifici: non dubitò disonorare in opera sì
nefanda la militare assisa; e Milano per la seconda volta nel 3 gennajo
d’infame e dolorosa memoria[18] e Pavia e Padova videro rinnovate le
stragi di Galizia._