Levato l’assedio di Genova, sebbene le truppe francesi presidiassero

di già la Lombardia, pure il supremo comandante Melas alla testa

di 40,000 combattenti, senza contar quelli che poteva levare dalle

guarnigioni delle fortezze, disegnò di venir a giornata col grosso

dell’esercito Francese, che continuava a sfilare in Lombardia per la

via del Piemonte. Questa è la celebre battaglia di Marengo, vinta

come ognun sa dai Francesi, e da quell’epoca la Repubblica Cisalpina

prese di nuovo la sua stabile esistenza. La guerra tuttavia fra le

due potenze francese ed austriaca, durò a flagellare i popoli sino

alla pace di Luneville, celebrata il 9 febbrajo del 1801, nella quale

l’imperatore rinunciò alla Lombardia in favore della Cisalpina. Questa

importante trattato faceva sperare che la repubblica avesse stabilite

le sue solide basi, e che noi come i nostri padri ed i nostri figli

avremmo a godere di tutti quei vantaggi che sotto mille aspetti si

presentavano[14].

Il Primo Console, dopo che vide accettati i preliminari della pace

anche dalla sola potenza che ancor impugnasse le armi contro la

Francia, e aperto in Amiens un congresso che doveva determinare i

compensi a’ Principi che per le guerre cessate erano rimasti senza

Stato, pensò chiamare a Lione una consulta straordinaria Cisalpina,

formata da tutti i ceti più rispettabili dello Stato, coll’approvazione

dei quali diede una stabile costituzione, chiamandola col nome di

repubblica Italiana, e proclamò un governo costituzionale, composto dal

vicepresidente Francesco Melzi, dal consigliere di Stato Guicciardi,

dal gran giudice Spanocchi, da una consulta di Stato rappresentata

dai cittadini Marescalchi, Serbelloni, Caprara, Paradisi, Fenaroli,

Containi, Luosi, Moscati; da un consiglio legislativo; da un collegio

Elettorale di Possidenti, da un collegio di Commercianti e da un

collegio di Dotti.

Poi rivolto all’illustre Assemblea così disse:

«La repubblica Cisalpina riconosciuta a Campo Formio ha di poi provate

molte vicende. I primi sforzi fatti per costituirla riuscirono male.

Invasa dalle armate nemiche, la sua esistenza non parea più neppur

probabile, quando il popolo francese scacciò per la seconda volta

colla forza delle sue armi i vostri nemici dal vostro territorio. Dopo

questo tempo si è tutto tentato per smembrarla.... La protezione

della Francia ha vinto ... voi siete stati riconosciuti a Luneville.

Accresciuta la Repubblica di un quinto, ora esiste più potente, più

solida, con speranze lusinghiere! Composta di sei nazioni diverse sarà

riunita sotto il reggime di una costituzione adattata ai vostri costumi

ed alle circostanze vostre. Io ho riuniti Voi, come i principali

cittadini della Cisalpina, intorno a me in Lione. Voi mi avete dati i

lumi necessari ad adempiere l’augusto incarico che m’imponeva il mio

dovere; come primo magistrato della repubblica Francese e come quelli

che ha più degli altri contribuito alla vostra creazione».

«Nè spirito di partito, nè spirito di località mi hanno diretto

nella scelta che ho fatta per le vostre primarie magistrature. Non

ho trovato tra voi veruno che avesse ancora abbastanza diritto alla

pubblica opinione, che fosse abbastanza superiore ad ogni spirito

di località, e che avesse resi tanto grati servigi alla patria da

poterglisi affidar la carica di presidente. Il processo verbale che mi

avete fatto presentare dalla vostra commissione dei Trenta, ed in cui

sono analizzate con precisione e con verità le circostanze interne ed

esterne della vostra patria, mi ha determinato di aderire al vostro

voto, e sinchè le stesse circostanze lo vorranno, io m’incaricherò del

pensiero de’ vostri affari. Tra le cure continue che esige il posto

in cui mi trovo, tutto ciò che v’interesserà e potrà assicurare la

vostra esistenza e la prosperità vostra sarà sempre uno degli oggetti

più cari al mio cuore. Voi non avete che leggi particolari ed avete

bisogno di leggi generali: il vostro popolo non ha che costumi locali,

ed è necessario che acquisti costumi nazionali. Voi finalmente non

avete armate, e le potenze che potrebbero divenir vostre nemiche, ne

hanno delle molto forti ... Ma voi avete tutto ciò che può produrle;

una popolazione numerosa, campagne fertili, e l’esempio che in tutte le

circostanze vi ha dato il primo popolo dell’Europa.»

Non voglio in questo luogo narrare tutte le gesta di Napoleone che

condurrebbero la mia storia al 1814; sono fatti troppo a noi vicini.

Molti a lui compagni d’armi vivono ancora. A migliaja si scrissero

le storie di questa epoca, le sue vicende troppo strepitose si

raccontano dovunque e si vedono impresse nelle medaglie, nelle armi,

nei monumenti. Napoleone più fortunato che saggio, nel momento che

sbalordiva il mondo collo strepito delle sue armi lo ingannava colla

sua politica. Egli che era già stato creato imperatore de’ Francesi,

della repubblica Cisalpina formò un regno. Invitato dalla Consulta di

Stato e dalle deputazioni de’ Collegi elettorali radunati a Parigi a

cingersi il diadema de’ Longobardi, vi aderì e volle esser incoronato a

Milano. Assiso sul trono d’Italia con nuove leggi e più adatte compose

il governo del regno. Nominò il figlio suo adottivo vicerè, diede ad

ogni ramo di pubblica azienda un ministro, creò un consiglio di Stato

ed un senato consulente; decretò l’aprimento del canal di Pavia, ed il

compimento della sontuosa fabbrica del Duomo.

Formato il regno annullò la repubblica Ligure, Genova fu unita alla

Francia; della repubblica di Lucca si formò un principato, e quindi

ritornossene in Francia.

«Dopo il 18 brumale, in cui la Francia è stata soggiogata (scrive

l’autore del _Quadro politico dello Stato d’Europa dopo la battaglia di

Lipsia_), come lo fu dopo la Lombardia a Marengo, e la Prussia a Jena,

Bonaparte facendosi precorrere dal terrore, non era stato vittorioso,

se non perchè prima di combattere i suoi nemici erano vinti. Innanimato

da ogni nuova intrapresa, egli avea raddoppiato la sua audacia, a

misura che si era raddoppiata l’altrui timidezza, e soffocando la

verità, avea traversata l’Europa appoggiando la reale sua forza sopra

una forza immaginaria». Invasa dopo la tremenda pugna di Lipsia da

mezzo il mondo la Francia, e tradito da’ suoi in Parigi, Napoleone è

balzato dal trono. L’Italia nel 1814 venne da tutte le parti assalita

da soldatesche alemanne. Tutti i trattati che i diversi gabinetti

ebbero conchiusi colla Francia furono annullati col fatto delle

guerre che ebbero luogo: l’atto istesso con cui Bonaparte era stato

riconosciuto imperatore venne distrutto a motivo della condotta che

egli tenne dopo che gli venne accordato. Napoleone apparteneva ad una

dinastia molto distinta nella storia del medio evo d’Italia, ma i suoi

avi costretti ad emigrare nelle turbolenze delle fazioni si stanziavano

in Ajaccio di Corsica, ove dell’antico lustro non conservavano che una

debole apparenza. Quando egli entrava nel mondo, quando uscito dal

collegio militare di Brienne s’incamminava nella carriera delle armi,

la sua condizione non troppo splendida gli additava la via dell’onore,

non dell’ambizione. Quando un avventuriere si solleva tant’alto, la

Provvidenza non soffre simili stravaganze, se non a condizione che

ne risulti un grande compenso. Bonaparte non aveva che a formare la

felicità dei Francesi, ed i Francesi gli sarebbero stati sottomessi. La

pace di trenta milioni d’uomini avrebbe prevalso ai diritti di una sola

famiglia. Riconosciuto capo di una grande Monarchia egli non aveva che

ad entrar nelle mire politiche dell’Europa, occuparvi modestamente il

posto già occupato dagli scaduti re di Francia, animare la confidenza

degli altri potentati anzichè spaventarla, conservare invece di

distruggere, calmar le procelle, e far vedere in sè medesimo, mentre

l’Europa ne sperava tutto il bene, l’iride annunciatrice all’uomo di

un bel sereno dopo la tempesta. A queste condizioni le Potenze Europee

lo avrebbero ammesso nella loro famiglia, non avrebbero arrossito di

avergli conferito un nome di cui egli avrebbe procurato di rendersi

degno, ed il titolo di sovrano in luogo di essere un tributo, sarebbe

divenuto una ricompensa.

In mezzo a tutto questo havvi però chi lo difende, chi tuttavia lo

chiama il _Grand’Uomo_, l’eroe del nostro secolo, chi attribuisce la

sua caduta all’essersi stretto in parentela colla Casa d’Austria,

chi all’aver condotto prigioniero il Papa, e all’averlo obbligato a

scioglierlo dei primi voti per passare in seconde nozze con Maria

Luigia. Ma siamo giusti, egli aveva ben altri nemici a combattere,

segreto l’uno, l’altro palese, i quali s’erano intesi fra loro per

abbattere il colosso. La Russia, mossa da gelosia, e l’Inghilterra, che

prevedeva la rovina del suo commercio e del suo potere. Non solo colle

armi ed in campo aperto gli si faceva la guerra, ma prezzolati libelli

dall’Inghilterra si pubblicavano a suo danno: chi gridava contro

l’assassinio del Duca d’Enghien, chi contro il cospiratore di Bajona,

chi contro il carceriere di Ferdinando VII, chi contro l’incendiario di

Mosca.

Tutto intero il nord, compresovi anche l’Austria, si solleva contro

di lui, egli si dibatte sotto la mano di ferro del suo destino, ma

questa lo trascina. Vincitore a Dresda, sconfitto a Lipsia, non mai

rinculando fra le grida dei popoli che contro di lui risuonavano,

e i clamori delle madri che piangevano estinti i loro figli, con

fronte tranquilla sostenne la caduta del grande edificio di sua mano

innalzato. Circondato da generali disanimati e da nemiche popolazioni;

malamente sostenuto, per istanchezza, dalla nazione di cui era il

capo; accerchiato da tutte le parti da forze venti volte superiori alle

sue; non ritrovando nell’interno che resistenza, e non appoggiandosi

che sulla sua armata e sulla sua spada difese a palmo a palmo il

terreno. In quell’eroica campagna di Francia che doveva aver fine

colla resa di Parigi e colla sua abdicazione, egli non piegossi sotto

il destino che all’ultimo momento, allorquando di tutto il suo regno

altro non gli rimase che Fontainebleau. Tentò avvelenarsi; il robusto

suo temperamento ne trionfò, gli venne poi dalla volontà dei vincitori

assegnata a residenza l’isola d’Elba; egli rassegnossi e partì.

Abbandonando la Francia a’ suoi antichi padroni, gli alleati non

avevano calcolate le resistenze che sarebbonsi presentate, e le

difficoltà di contenere sotto il monarchico scettro di Luigi XVIII

tutti i nuovi ed inveleniti elementi che la rivoluzione aveva fatti

scaturire e insieme costretti. Indarno la precedenza del legittimo

re tentò di comprimere o d’annullare queste segrete e terribili

agitazioni; troppo difficile è a governarsi un popolo appena uscito da

una rivoluzione.

Non passò intero un anno che l’antico fermento di odio popolare contro

le monarchiche istituzioni del passato, sviluppandosi con veemenza in

grembo alla Francia, offerse a Napoleone il destro di ritentare la

fortuna e di riprendersi la corona.

Egli s’imbarca su d’un piccolo vascello, tocca terra in Provenza, e

poco dopo si rimette in sede alle Tuillerie, intanto che tutte le

Potenze Europee s’armano per cacciarlo di nuovo. Nè fu guari difficile

chè sparito ogni prestigio, quest’ultimo sforzo del gigante, oramai

impotente, andò a rompersi contro il disastro di Vaterloo. Per

terminare degnamente questa vita sì fortunosa, l’Europa, vinta per

tanti anni, rimandò in esiglio in un’isola quasi deserta, a sant’Elena,

l’uomo che tanto la spaventava.

Ma ritorniamo alle cose di Lombardia. Allora che il gran colosso veniva

abbattuto da tutte le Potenze, i Milanesi sentivano pur sempre il peso

delle continue imposizioni del cessato regno d’Italia, e soprattutto

delle leggi del bollo e delle incessanti leve di coscritti. Il

ministro Prina, creduto autore di queste nuove imposte, fu assassinato

dall’aizzata rabbia del popolo, che si era ammutinato attorno al suo

palazzo, il 20 aprile 1814, e dopo di aver trascinato il ministro

fuori di casa e ammazzatolo di mille morti e trattone il mutilato

cadavere per la città, ne saccheggiò il palazzo e lo distrusse fino

ai fondamenti, formandovi la piazza detta di San Fedele. Intanto il

partito della Casa d’Austria, che ancora mantenevasi in Lombardia, fece

de’ proseliti, e ben tosto, colla lusinga di migliorar condizione, i

Tedeschi furono chiamati in città e ricevuti con acclamazioni di gioja.

Un proclama del conte di Bellegarde[15] assicurava pace e protezione

alle provincie Lombarde poste sotto la tutela dell’imperatore

Francesco, il quale le aggregò alle provincie Venete, formandone il

regno Lombardo–Veneto, e destinandovi a vicerè il di lui fratello

Raineri.

VI.

GLI ULTIMI 54 ANNI DELLA DOMINAZIONE AUSTRIACA.

All’armi, Italiani!

Li 22 febbrajo la tirannide impenitente dell’Austria intimava a Venezia

e a Milano la legge marziale.

Deh! pietà vi prenda, o fratelli, che da un anno sollevate la testa,

pietà de’ Lombardi che gemono in luride carceri, che ora forse

boccheggiano assassinati lungo le vie, che vi stendano le braccie,

salutando il natio bellissimo cielo, trascinati da’ birri in esilio

per vedove e inospitali regioni. Pietà vi prenda, o fratelli, della

vostra fama, dell’ingiuriato stendardo, dell’onor nazionale, di questa

carissima patria, alla quale fu tersa una lacrima. In ogni palmo

di terra italiana sia per voi tutta Italia; uniti dalla fraterna

legge sarete forti; ciascuno per tutti, tutti per ciascuno, e sarete

invincibili. Il nemico s’arma, armatevi rapidamente; non iscuse, non

soste! dichiarate la patria in pericolo! i governi che indugiano pensano

già a tradirvi; i governi che non si battezzano combattendo sono

traditori! e che dovete aspettare?

DE BONI, _La crociata sull’Austriaco_.

Da quest’epoca infausta ai giorni dell’ultima rivoluzione quanto

ebbero a soffrire i popoli della Lombardia e della Venezia, non è

mestieri il dirlo. Sempre in aspettativa delle concessioni, delle

leggi, delle abolizioni di alcuni diritti, delle esenzioni da alcune

tasse, secondo che loro era stato promesso, si vedevano al contrario

accresciute le imposte, il tempo del militare servigio da quattro

anni portato ad otto, la carta bollata da pochi centesimi ridotta

proporzionalmente a 60 lire al foglio; gl’impieghi più cospicui e

lucrosi, così nell’amministrazione come nella giustizia, e i primi

gradi nelle milizie, conferiti ai Tedeschi, e si va dicendo di tutto il

resto. Quanto s’erano ingannati questa volta i Lombardi nel ricevere di

nuovo fra le loro mura l’Imperatore e la podestà imperiale! Un giusto e

sincero quadro dell’infame condotta del ministero austriaco viene dal

Governo Provvisorio centrale della Lombardia rappresentato alle nazioni

Europee in data del 12 aprile, e da esso noi prendiamo le seguenti

parole onde porle sotto gli occhi di tutti a giustificazione della

condotta dei Milanesi, facendovi a quando a quando qualche noterella di

fatti veri.

_.....i modi che tenne con noi il Governo austriaco dal funesto 28

aprile 1814 al giorno della sua cacciata, furono tali da rendercelo

incomportabile pel sentimento della nostra dignità d’uomini e di

cristiani. Sicuri nella quistione di diritto, siamo tanto vittoriosi

nella quistione di fatto che sentiamo il bisogno di contenere in

faccia all’Europa la nostra parola, perchè non paja che vogliamo farci

spettacolo di miracolosa pazienza._

_Il Governo austriaco s’affaticò del continuo non solo a diseredarci

della Patria nostra e a farci credere uomini, contrada e provincia

dell’Austria, ma ben anco intese ad avvilirci innanzi a noi stessi come

apostati della famiglia italiana: intese a corromperci, a toglierci

ogni coscienza, ogni vita. Nel_ 1815, _quando lo sgomentava la fuga

di Napoleone dall’Isola d’Elba e il moto italico di Gioachino Murat,

promettevaci rispettata la nostra nazionalità, una costituzione, una

rappresentanza italiana; e tante promesse riescivano alla bugiarda

rappresentanza delle Congregazioni centrali e provinciali, che di

mano in mano venivano spogliate d’ogni iniziativa, d’ogni diritto ed

anche di quello di consigliare e supplicare. Promettevaci conservare

quella nostra milizia che sui campi di battaglia di Napoleone aveva

gloriosamente ricevuto il battesimo del fuoco; e subito la scioglieva,

e la mescolava con le milizie dell’altre provincie dell’Impero, facendo

così del nobile mestier dell’armi una schiavitù vergognosa per noi, uno

stromento di schiavitù per noi e per altri. Prometteva pagare i debiti

che s’era assunti, ereditando del Regno d’Italia, e li riconosceva per

giusti: poi li disconosceva e non pagava, aggravando invece il Monte

Lombardo–Veneto, cassa italiana, di debiti austriaci, e facendoli di

soppiatto pagare con turpe mistero._

_Nessuna ci serbava delle sue promesse il Governo austriaco, ed il

ricordo medesimo ne sbeffeggiava e puniva._

_Violator della fede, nell’arbitrio non doveva aver freno, e non

l’ebbe. Ci gravò d’imposte smodate sui beni, sulle persone, sulle

necessità: ci obbligò ad assicurarlo dal fallimento, a cui le sue

scompigliate finanze, stolidamente e ladramente amministrate, d’ora

in ora lo strascinano. Ci condusse intorno una siepe d’impiegati

foretieri, pubblici funzionarj e spie segrete, mangianti il nostro

pane, amministranti i nostri interessi, giudicanti i nostri diritti,

ignari di nostra lingua e d’ogni nostra consuetudine. C’impose leggi

bastarde, inefficaci per la loro moltiplicità, c’impose una procedura

criminale lunghissima, inestricabile, ove non era di pubblico, di

solenne, di vero che la sentenza e la condanna, la prigione e la gogna,

il carnefice e il patibolo. C’impigliò in una rete di regolamenti

civili e militari, giuridici ed ecclesiastici, tutti inceppanti, tutti

mettenti capo al centro di Vienna, che doveva aver sola il monopolio

de’ pensieri, delle volontà, dei giudizj. Ci vietò ogni sviluppo di

nostro commercio, d nostra industria per servire agli interessi delle

altre provincie e delle fabbriche privilegiate erariali, privata

speculazione de’ viennesi oligarchi. L’ordinamento municipale e

comunale, antico vanto di queste contrade, prezioso deposito del lucido

buon senso italiano, assoggettò a una tutela minuziosa, molesta, tutta

negl’interessi del fisco, tutta rivolta a stringere, a impastojare. La

religione finse proteggere per usarla a strumento di dispotismo, e la

fe’ schiava delle ignobili sue paure. Alla pubblica beneficenza tolse

ogni azione spontanea, la inintricò nelle lungaggini amministrative,

la ridusse una docile macchina dell’aulica onnipotenza. Non permise,

od a stento permise, ed armandosi delle cautele più basse, che la

carità cittadina sorgesse a soccorrere la pubblica miseria, a frenare e

purgare il contagio della corruzione abbandonato a sè stesso sulle vie

e ne’ tugurj, ne’ ricoveri e nelle carceri. S’impadronì del patrimonio

de’ pupilli obbligando i tutori ad investirlo nelle carte pubbliche

lasciate alla balía delle misteriose sue frodi. Le professioni liberali

ammiserì, assoggettando il loro esercizio alle prescrizioni più grette,

più vessatorie. Perseguitò la scienza italiana, cercò distruggerla coi

moltipli studj introdotti nel pubblico insegnamento, tutti falsati,

tutti confusi, perchè l’idea non restasse in noi libera, perchè il

peso e la massa fiaccassero lo slancio e facessero abortire l’ingegno.

Sollevò ridicoli scrupoli, inciampi odiosi e infiniti alla stampa

italiana, alla diffusione della stampa forestiera, per mortificare in

noi l’intelletto ed il cuore, per appartarci dalla civiltà europea[16].

Insidiò, martoriò gli uomini più chiari, protesse in cambio le

intelligenze e le nature servili: organizzò la vendita infame delle

coscienze, organizzò in esercito lo spionaggio: eresse la delazione

e il sospetto in sistema: fe’ arbitra la Polizia della libertà, delle

vite, delle fortune: imputò colpa al desiderio, inflisse pena alla

parola, intimò minaccia al pensiero: confuse e disperse le vittime del

patrio amore con gli assassini e coi falsarj._

_E tutto questo e di peggio noi soffrimmo per tanti anni, soffrimmo

l’onta che ce ne gravava in faccia a noi stessi, in faccia all’Europa:

tutto soffrimmo col coraggio della pazienza, procacciando a grande

studio che in noi non si spegnesse la favilla del sentimento nazionale.

Poco aspettavamo, nulla desideravamo dal Governo austriaco; ma ci

ratteneva l’idea della terribile responsabilità che ci saremmo

addossata, gettando forse prematuramente, in mezzo all’Europa la gran

quistione della nostra indipendenza. I moti del 1821 e del 1830 ci

agitarono, ci scossero nel profondo, e il grido che uscì pel mondo

delle crudeli torture di Spielberg, annunciò quanti nobili ingegni,

quante anime ardenti avessero fra noi giurato sin d’allora di

sacrificarsi alla causa nazionale. Tuttavia il paese intero continuò

nella sua longanimità, nella sua perpetua, ma tacita protesta contro

il Governo austriaco, e mostrò d’essere deliberato ad aspettare sino a

quel giorno, in cui fosse colma la misura delle sue oppressioni e della

nostra pazienza._

_E quel giorno venne. Alla voce del gran Pontefice che Dio suscitò per

la salute d’Italia, per l’affrancamento di tutte le genti cristiane,

noi ci sentimmo rinfiammati di tutti i nostri cittadini affetti; noi ci

sentimmo più che mai Italiani. Fattici del suo nome il simbolo delle

nostre speranze, de’ nostri intenti, cominciammo ad effondere gli animi

nostri da sì gran tempo compressi, a manifestare il nostro sentimento

nazionale con un tributo unanime d’ammirazione, di gratitudine, d’amore

a Pio IX. Ed ecco il Governo austriaco spiegar lutto l’apparato della

sua forza per impedire che ci mostrassimo Cattolici ed Italiani, per

farci complici quasi del suo odioso attentato di Ferrara: eccolo

rompere ogni freno alla cieca e crudele ira sua, e sull’inerme popolo

milanese, festeggiante nel nome di Pio IX l’ingresso nella sede

del suo novello Arcivescovo, sguinzagliare i suoi sgherri, i suoi

soldati trasformali in sgherri, e imbrattare di sangue incolpevole le

piazze e le vie. Ah! quel sangue avrebbe dovuto farci gridar guerra

irreconciliabile al Governo austriaco; eppure noi avemmo ancora

pazienza; volemmo vedere, volemmo che l’Europa vedesse fin dove potesse

giungere il dispotismo della Casa di Lorena_[17].

_Da quel giorno noi ci demmo a moltiplicare le proteste, i reclami,

le domande: le Congregazioni centrali, le provinciali, le municipali,

tutti i Corpi costituiti amministrativi, giudiziarj, scientifici,

i cittadini più distinti si associarono, senza saputa gli uni degli

altri, in una supplica sola, in una sola protesta: fu una voce sola in

tutto il paese, un solo lamento, una sola manifestazione, che proruppe

in ogni maniera d’atti: mai non fu veduto un accordo così unanime di

tutto un popolo. Ma il Governo austriaco mostrò d’accorgersene solo per

eluderlo, per volgerlo in deriso, per soggiogarlo. Dal nostro canto

il rispetto della legalità recato fino allo scrupolo: dal canto suo

le provocazioni e gl’insulti, gli arresti arbitrarj, le proclamazioni

insensate. Ma fece di più. Organizzò l’assassinio, lo consigliò, lo

protesse: sprigionò sicarj pagati in vino e in denaro contro uomini

inermi, contro cittadini pacifici: non dubitò disonorare in opera sì

nefanda la militare assisa; e Milano per la seconda volta nel 3 gennajo

d’infame e dolorosa memoria[18] e Pavia e Padova videro rinnovate le

stragi di Galizia._

Cronaca della rivoluzione di Milano · 第 2 / 20 段