NOTE DEL TRASCRITTORE:
—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.
—Il testo in grassetto è stato reso come =testo grassetto=.
CRONACA
DELLA
=RIVOLUZIONE DI MILANO=
CRONACA
DELLA
RIVOLUZIONE DI MILANO
DI
LEONE TETTONI
Noi fummo da secoli
Calpesti, derisi,
Perchè non siam popoli,
Perchè siam divisi;
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme;
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Uniti, per Dio,
Chi vincer ci può?
MAMELI.
=A PROFITTO=
DELLE FAMIGLIE DE’ MORTI NELLE GLORIOSE 5 GIORNATE
MILANO
COI TIPI DI CLAUDIO WILMANT
1848
L’edizione vien posta sotto la salvaguardia delle leggi vigenti nei
diversi Stati Italiani, che guarentiscono la proprietà delle lettere.
AGLI ILLUSTRI MEMBRI
DEL GOVERNO PROVVISORIO CENTRALE DELLA LOMBARDIA
GABRIO CASATI PRESIDENTE
VITALIANO BORROMEO, GIUS. DURINI, POMPEO LITTA,
GAETANO STRIGELLI, ANTONIO BERETTA,
CESARE GIULINI, ANSELMO GUERRIERI, GIROLAMO TURONI,
PIETRO MORONI, FRANCESCO REZONICO,
AZZO CARBONERA, AD. LUIGI ANELLI, ANNIBALE GRASSELLI
QUESTO
TENUE LAVORO CHE RICORDA I FATTI
DELLA PIU GLORIOSA FRA LE RIVOLUZIONI
INTERPRETI DEI VOTI
DEGLI AMICI E DEI CONCITTADINI RICONOSCENTI
AL LORO INFATICABILE ZELO E SANTO AMOR DI PATRIA
RIVERENTI INTITOLANO
L’AUTORE E LO STAMPATORE
I.
PRIMA RIVOLUZIONE DI MILANO.
Dalle tombe levarono il venerabile capo gli eroi della Tassera e di
Legnano, insusurrarono misteriose parole, sparsero un alito di fuoco e
di vita, e la moderna Milano, la Sibari dell’Italia, la città degli agi
e delle feste, delle mollezze e dei piaceri, la città che trentatrè anni
di sempre vigile e sempre artificiosa corruzione, sembrava l’avessero
snervata, imbastardita per sempre, questa città si trovò all’improvviso
trasformata in una palestra di eroi.
BIANCHI–GIOVINI.
I fatti che sto per narrare non richiedono poesia, non esaltazione,
ma purità di stile senza ricercatezza; e quindi con anima schietta e
corrucciata, e colla più santa verità ricordo a’ miei amati fratelli
d’Italia cose orrende, non credibili al nostro secolo, non credibili
all’intera Europa, e tali che desteranno sul Tedesco l’esacrazione
universale. Le epoche in cui la nostra Lombardia ricorda i nomi di
Attila, di Uraja, di Federico Barbarossa e delle barbare soldatesche
Scile, Unne, Gote, Visigote, Ostrogote e Borgognone, sono epoche troppo
felici messe a riscontro dei trentaquattr’anni della ultima dominazione
austriaca su questa bella parte d’Italia; e gli storici che con orrore
ci tramandarono i fatti d’allora, certo sarebbero d’opinione diversa,
chiamando orde barbariche i Tedeschi del secolo XIX, ed Eroi quelle
nordiche legioni dei primi tempi della bella Milano!
Il frequente soggiorno degli imperatori in questa città, e
particolarmente di Massimiano Erculeo, le donò lustro, ricchezze
e magnificenza, ciò che formò la sua rovina: mentre i Barbari del
Settentrione, che a torme calavano a devastar l’impero di Roma,
allettati da sì belle pompe le si avventarono addosso furiosamente e la
resero infelice per più secoli.
Milano diede già il suo nome ad uno dei più ragguardevoli ducati
d’Europa. Questo paese, abitato in antico dagli Insubri, fu sottomesso
ai Romani l’anno 221 avanti Cristo, e passò quindi nell’anno 568
dell’era nostra, insieme colle provincie vicine, sotto alla dominazione
dei Longobardi. Lo Stato di Milano con gran parte dell’Italia cominciò
allora a riaversi dal suo abbattimento e a respirare dai lunghi mali
onde in parte era lacerato. I Longobardi del Settentrione coi loro
figli e le loro donne scesero tra noi, e fugati o distrutti gli altri
Barbari, formarono un nuovo regno, _dove, per le savie leggi in uso
presso quelle genti crebbe e si rinvigorì la popolazione pressochè
distrutta, e le campagne da prima coperte di squallore e deserte,
ritornarono a rifiorire tra le speranze del laborioso agricoltore;
regno in fine, al dir degli storici, il più felice che paragonar si
potesse alla favolosa età dell’oro._ Sede dei re longobardi fu Pavia.
L’ambizione e la diffidenza di alcuni pontefici, a cui dovette l’Italia
gran parte delle sue ruine, come ci lasciò scritto Macchiavello, spinse
i Francesi sotto Carlo Magno a scendere in questa provincia, e con la
disfatta di Desiderio ultimo re de’ Longobardi, a stabilirvi il regno
dei Franchi. Pipino, primogenito di Carlo Magno, ebbe questa provincia
con titolo di regno d’Italia.
Indi dalla storia si vede come estintasi la linea Carolina fu usurpato
dai principi italiani, l’ultimo de’ quali, Berengario I, fu disfatto da
Ottone I imperatore, che ben meritamente seppe acquistarsi il nome di
_Grande_.
Nel dominio della stirpe Carolina gli arcivescovi di Milano salirono
al loro più eminente grado di autorità. È pur cara la memoria
degli arcivescovi Ansperto da Biassono ed Eriberto d’Intimiano. Il
primo, sottraendosi da ogni comando straniero si attese con zelo a
ristorare la città dalle passate disgrazie e ruine, ad abbellirla
di utili fabbriche e a cingerla di valide mura, cercando nel tempo
stesso di cattivarsi l’amore e la giusta riconoscenza del popolo: il
secondo, coll’aver insegnata ed aperta la strada della gloria a’ suoi
concittadini, conducendoli in campo contro le città vicine e i re della
Germania, e riconducendoli trionfanti ai patrii lari fra i viva dei
congiunti e degli amici seppe dalla grata posterità meritarsi un posto
luminoso tra i benefattori del suo paese.
La vittoria di Ottone gli sottomise l’Italia, che egli ed i suoi
successori riguardarono di poi come una dipendenza dell’Impero. Dopo
il dominio d’alcuni re che successivamente godettero con interrotte
vicende questa sovranità, ottenne finalmente la corona italica
l’imperatore Arrigo IV, principe di pessima indole ed incapace
di regnare, il quale riempì co’ suoi disordini tutto il paese di
confusioni e di turbolenze. Fu allora la prima volta che i Milanesi a
viva forza si sottrassero dal giogo imperiale, e si misero in libertà.
Nei primi momenti della repubblica ebbe molta autorità l’arcivescovo,
indi fu eretto un consiglio generale, le cui attribuzioni erano di far
la guerra e la pace, stringere confederazioni, spedire ambasciatori,
eleggere i consoli ed altre dignità primarie. Il consiglio generale
eleggeva un altro consiglio particolare, o senato, appellato Consiglio
di credenza, cui spettavano il governo delle cose di giustizia e delle
pubbliche entrate.
In questo stato d’indipendenza continuò Milano sino all’anno 1152, in
cui ascese al trono Federico Enobarbo, o Barbarossa.
II.
IL GIURAMENTO DI PONTIDA.
In Pontida l’han giurata
La disfatta del Tedesco.
_Antica leggenda._
Il nome di Federico I, imperatore, comunemente conosciuto col soprannome
di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno
sa che Milano fu distrutta da lui. Molte favolose tradizioni, come
accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si
ricorda come un barbaro. L’epoca di questo imperatore è stata funesta.
Siamo stati avviliti, ma non vili, nè senza gloria. I Romani ebbero due
epoche di somma umiliazione; le forche Caudine e l’invasione de’ Galli.
Noi avemmo Uraja e Federico.
VERRI, Cap. VII.
Federico, straziato dalla forte smania d’ingrandimento, fissò pure lo
sguardo sull’Italia. Assicurato dell’appoggio del pontefice Eugenio,
dei Baroni della Puglia, del Marchese di Monferrato, dei Consoli di
Lodi e di Como, discese nel 1154 per la prima volta in Italia alla
testa di poderoso e ben agguerrito esercito. Egli venne tra noi non
qual conquistatore, ma qual mediatore od arbitro di contese. Nondimeno
eccolo imporre ai Milanesi che lo provvedano di vittovaglie, e coglier
pretesti per dichiararsi loro nemico. _Era nella politica di Federico
l’estinguere in Lombardia la libertà, il soggiogare coll’ajuto
delle minori la città maggiore, e quindi tutte nella sua obbedienza
ridurre_[1].
Federico co’ suoi soldati scorre il territorio Milanese, ed ovunque
porta il sacco, il fuoco, la distruzione ed il macello di uomini,
di donne, di fanciulli. Rosate, Trecate e Galliate ne sentirono il
maggior danno. Tortona, perchè amica dei Milanesi, viene assediata, ed
intorno alla città sono piantate alcune forche per appiccarvi tutti i
prigionieri fatti nelle varie sortite dei Tortonesi, che sostennero
valorosamente un assedio di settantadue giorni. Tortona data alle
fiamme si arrese salva la vita dei suoi cittadini. Federico si porta
quindi a Roma, ove fu coronato imperatore e re d’Italia da Adriano IV,
e compiute le feste della sua incoronazione, stanchi i suoi soldati
della guerra, lo costrinsero a far ritorno in Germania. Passando per
Verona tenne un gran consiglio, nel quale spogliò la Milano del diritto
di zecca, che concedette a Cremona, città a lui affezionata.
In questo torno di tempo i Milanesi rialzarono la città di Tortona,
concorrendo alla spesa nobili, cittadini, popolani e campagnuoli.
Tentarono pure colle armi di riprendersi qualche città o terra che
loro si era ribellata, e la potenza loro ritornava al pristino stato,
quando le discordie insorte tra il Pontefice e l’Imperatore costrinsero
quest’ultimo a ritornarsene in Italia nel 1158 con un esercito di
100,000 combattenti capitanati da Ladislao, re di Boemia, Corrado,
duca di Rottenburgo, Lodovico, conte palatino del Reno, Federico, duca
di Svevia, Enrico, duca d’Austria, Alberto, conte del Tirolo, Ottone,
conte palatino di Baviera, Federico, arcivescovo di Colonia, Arnaldo,
arcivescovo di Magonza, Hellino, arcivescovo di Treveri, Vikmanno,
arcivescovo di Magdeburgo, il principe di Zaringhen ed altri principi
sovrani. A questo formidabile esercito si unirono contro di noi le
forze di quasi tutte le città d’Italia del partito imperiale, siccome
abbiamo da Vincenzo di Praga, cronista contemporaneo, il quale nomina
tra esse Pavia, Cremona, Lodi, Como, Verona, Mantova, Bergamo, Parma,
Piacenza, Genova, Tortona, Asti, Vercelli, Novara, Ivrea, Padova,
Alba, Treviso, Aquileja, Ferrara, Reggio, Modena, Bologna, Imola,
Cesena, Rimini, Ancona ed altre città che tutte avevano mandate le
loro truppe. Così fatta spaventosa unione di forza atterrì i Milanesi,
e li costrinse, dopo alcune sortite, ad un trattato di pace per
interposizione del conte Guido di Biandrate[2]. Non fu di lunga durata,
poichè l’Imperatore rinforzato l’esercito di nuove truppe venute di
Lamagna, tormentò di nuovo i Milanesi, fino a tanto che questi avendo
avuto la peggio dovettero arrendersi alla discrezione del nemico, che
abusandosi delle sue forze sfogò la più canina rabbia sopra la bella
capitale degli Insubri. Rifugge l’animo al solo pensiero di tante
vittime sacrificate e di tanti danni riportati in quell’occasione.
Basti il dire, che a fine di tutto manomettere e distruggere entro di
essa, commise ciascuna porta di Milano all’insolenza e all’arbitrio
d’altre città nemiche, le quali vendicarono i torti antichi con lo
sfogare in quella il loro proprio furore. Tesori e monumenti di
inestimabile magnificenza e rara antichità caddero nella rovina di una
tanta distruzione. Lo storico Sire Raul, altro autore contemporaneo,
ci descrive molte crudeltà praticate dall’Imperatore ai prigionieri che
andava facendo in alcune scorrerie de’ nostri. Ad alcuni fece tagliar
le mani, a cinque nobili milanesi fece cavar gli occhi, e ad un sesto
gliene fece cavar uno solo, acciocchè servisse di guida a ricondurre
nella città i suoi compagni; le donne venivano violate, mutilati gli
uomini. Nè men barbari erano i guasti fatti per le campagne: tagliate
le viti e gli altri alberi fruttiferi, abbruciate le messi, incendiati
i casolari. Ai Cremaschi, intimando di arrendersi sotto pena della
sua indignazione, fa impiccare 40 ostaggi dei loro presi in tempo di
pace, ed insieme con questi vengono morti con lo stesso supplizio
sei deputati Milanesi mandati a Piacenza, uno dei quali era nipote
dell’Arcivescovo[3]. Fece inoltre costruire una torre di travi posta
sulle ruote e legarvi gli altri ostaggi cremaschi, e spingendola verso
la città obbligava in quel modo i Cremaschi alla scelta o di essere i
carnefici dei loro concittadini, dei loro parenti ed amici, ovvero di
sacrificare la patria loro.
I Milanesi vagavano raminghi per alcuni anni nei dintorni della loro
desolata patria, quando il mal governo di Federico fece conoscere a
gran parte della Lombardia il bisogno di unirsi, di formare una lega
e di abbattere in Federico stesso il comune nemico. Agli interessi
de’ Milanesi aveva congiunti i suoi il pontefice Alessandro III,
guidati tutti dal solo principio di torsi dalla dispotica dominazione
dell’Imperatore. L’assunto era malagevole, nè pareva possibile il
formare una lega fra molte città oppresse, dominate e sospettosamente
custodite da un terribile vincitore; nè il papa aveva forze bastanti
per farvi contro. Dell’opera dei frati si pretende che il Comitato,
come ora direbbesi, dei congiurati siasi servito per condurre a buon
termine questa memorabile impresa. Essi in ciascuna città mantenevano
pratiche cogli uomini più accreditati, sì che tornò facile di insinuare
il progetto di questa liberazione e di prepararne i mezzi che ne
assicurassero la buona riuscita.
Il congresso per formare la lega si tenne segretamente nel monastero
di Pontida, posto sopra un piccolo colle tra la distrutta Milano e
Bergamo. Ivi i Lombardi, tutti d’un sol pensiero, strette insieme
le valorose destre pronunciarono il fatale giuramento di liberarsi
dall’abborrito giogo tedesco, e presero il nome di Lega Lombarda
per rispetto ai Milanesi che s’avevano meritato la compassione e
l’ammirazione de’ loro stessi nemici.[4]
III.
LA BATTAGLIA DI LEGNANO.
Nel coglier dell’uve, nel mieter del grano
Dovunque è una gioia, sia sempre Legnano
L’altera parola che il canto dirà.
Ma guai pei nipoti, se ad essi discesa
Diventa parola che muor non compresa;
Quel giorno l’infame dei nostri sarà.
BERCHET.
E voi, spose, se salva una prole
Dalle verghe tedesche bramate,
Al marito l’amplesso negate
Finchè libera Italia non è.
VALLOTTI.
Il primo articolo trattato e conchiuso nel congresso di Pontida fu
quello di ristabilire i Milanesi nella loro patria, di riparare le
fortificazioni, di aiutarli a ripristinare le case loro, e così
dare ancor nuova vita alla città che doveva essere la prima della
confederazione[5]. Per condurre a termine questo disegno vi voleva
l’aiuto de’ collegati, i quali, a ben riuscir nell’impresa, aspettarono
che Federico si trovasse sotto le mura di Roma per discacciarne il
Papa. Le novelle di Milano indussero l’Imperatore ad abbandonare la
Romagna e a rivolgersi verso la Lombardia. I Milanesi non si perdettero
di coraggio. Si portarono ad assediare il castello di Trezzo presidiato
dagli Imperiali, e fecero prigioniera la guarnigione che condussero
a Milano, e costringendo di poi Lodi ed altre città ad entrare nella
Lega. Le città di Lombardia che erano entrate nella Lega furono poste
al bando dell’impero. Federico tenta alcune scorrerie, ma è respinto.
Doveva lottare con ben 23 città, che unite avevano giurato la sua
rovina, e la distruzione dei Tedeschi. Erano collegate fra esse Milano,
Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza,
Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio,
Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. L’Imperatore fu
costretto a ritirarsi nuovamente nella Germania per la strada della
Savoja, l’unica che gli rimaneva. Tutto questo aveva saputo preparare e
condurre l’accorto Alessandro III.
Fermata la loro unione le città confederate pensarono di fortificare
i confini della Lombardia verso le Alpi, ed in particolare quelli che
toccavano le terre del Marchese di Monferrato, possente signore, che
colla città di Pavia rimaneva del partito imperiale; ed a rendere
immortale la fama del Sommo Pontefice, vollero creare una città che ne
ricordasse ai secoli futuri il nome ed il beneficio.
«Adunque[6] alli 22 del mese di aprile 1168, le milizie di Cremona,
Milano e Piacenza si portarono fra il confine del Marchese di
Monferrato, ed il confine pavese oltre Po; quivi i confederati fecero
scelta di un luogo che natura istessa pareva aver fortificato; era il
confluente della Bormida e del Tanaro, e là dove sorgeva il piccolo
castello di Rovereto, concorsi gli abitanti di Marengo, Foro, Gamondo
e di parecchi altri liguri castelli, fu per opera d’uomo innalzata
una nuova città abitata in un subito da quindici mila persone,
alle quali giorno per giorno venivano ad aggiungersi molte nobili
famiglie di Milano e di Tortona. La città fu ben presto circondata
da un fosso scavato all’ingiro e da terrapieni a modo di mura, chè
mura vere così in fretta non si erano potute fare per la vicinanza
del Marchese di Monferrato che instava coll’armi, e per tema d’altra
repentina discesa di Federico». Il Conte di Savoja, il Marchese di
Monferrato, i Pavesi stimolavano l’imperatore Federico perchè venisse
con un potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova Lega.
Accettò l’invito, e con poderosa armata e’ si trovò nel 1174 sotto
le mura della nuova città, e la cinse di un assedio che durò tutto
l’inverno. Nella primavera del 1175 gli alleati misero insieme un
forte esercito e si portarono in soccorso di Alessandria per la via
di Piacenza, onde obbligarlo a toglierne l’assedio, come avvenne.
L’Imperatore è costretto a domandar un trattato di pace, ma in capo
a 12 mesi, impiegati dagli arbitri nel discuterne gli articoli, egli
riceve nuovo soccorso di gente; nè anche gli alleati erano stati colle
mani alla cintola. Federico smania e si dibatte. Unisce le sue forze
a quelle di Como, di Pavia, del Marchese di Monferrato e del Conte
di Savoja che gli erano stati fedeli. Ma nell’istante appunto che la
schiavitù d’Italia pareva inevitabile e sicuro il trionfo del tedesco,
nella celebre battaglia data presso Legnano il 29 maggio del 1176, una
coorte milanese appellata _Coorte della Morte_, si slancia come lione
affamato sulla preda, scompone, incalza e distrugge le falangi nemiche,
e costringe Federico a non più tentare la sorte delle armi contro i
Milanesi[7].
L’esito della battaglia presso Legnano, fu tanto felice per i Milanesi,
che tutto l’esercito dell’Imperatore venne annientato. Molti restarono
sul campo. I fuggitivi inseguiti fin al Ticino, vi furono gettati ed
affogarono. Il rimanente si arrese, ed i prigionieri furono condotti a
Milano. Fra questi ultimi si trovavano il duca Bertoldo, un Principe,
nipote dell’imperatore, ed il fratello dell’Arcivescovo di Colonia. La
cassa militare, lo scudo e la lancia dell’imperatore, vennero in potere
dei Milanesi.
Il signor Felice Govean (vivendo sotto gli auspici del generoso Carlo
Alberto, re di Sardegna, che non ultimo fra i principi Italiani,
accordava a’ suoi sudditi la libertà della stampa) diede in quest’anno
non dubbie prove del suo ingegno e del suo sentire veramente italiano,
illustrando alcuni fatti celebri della storia d’Italia. Fra questi
lavori trovasi pure descritta la battaglia di Legnano, da cui riporto i
seguenti particolari.
_Nel 1176 ai 29 di maggio[8], un giorno di sabbato, giorno del Signore,
o popolo italiano, ricordati bene di questa data; o madri italiane,
imparatela ai vostri bimbi, l’esercito dei Lombardi si trovò a fronte
dell’esercito imperiale._
_Il cielo era bello e sereno, e le armature risplendevano per i
torrenti di luce che il sole pioveva.—Natura istessa pareva ansiosa per
l’esito della gran lite.—Fra poche ore il ladro tedesco incrudelirà
padrone sulla terra d’Italia, oppure morderà la polvere sotto il fiero
vincitore dei repubblicani. Forse le ombre fiere degli antichi Romani,
che tante volte avevano debellati i barbari Goti e Cimbri, vagolavano
in quel momento taciturne e tementi che i loro figli fossero imbelli._
_Dio Onnipossente non guardare ai nostri peccati, ma muoviti nella
tua misericordia a far salva la cara contrada che creasti con divina
compiacenza per dare agli uomini un presagio della bellezza del tuo
paradiso._
_Ecco spuntare da lungi la vanguardia tedesca, una schiera dei nostri
spronano ad incontrarla, spronano i tedeschi. A metà cammino s’urtano,
e così cominciò la battaglia. Mentre i due eserciti eseguivano i loro
movimenti, gli antiguardi menavano le mani._
_E Iddio sin dal principio di quella tremenda giornata, volle dare un
pegno del suo amore per noi._
_Imperocchè la disciplina tedesca male reggendo alla furia degli
Italiani, la vanguardia imperiale fu costretta a retrocedere,
ripiegando all’indietro ed a stento conservandosi in nodo._
_Gli Italiani non concedono sosta; animati da quel primo favore,
scostandosi troppo dai loro inseguono e ricacciono gl’imperiali
sin contro alla grossa testa dell’esercito nemico.—A quel punto la
vanguardia tedesca scompare riparandosi dietro la gran massa della
cavalleria, la quale scuote le briglie, abbassa le lancie e sprona in
lunghissima linea contro la vanguardia italiana, che per vicenda di
guerra dovè retrocedere a sua posta._
_Alto come una torre sul mezzo della sua sterminata cavalleria a spron
battuto procede trionfante il Barbarossa, dinanzi a lui come per fiero
turbine il terreno si spazza._
_Allora i settecento _della morte_ si sacrificarono per la patria;
ristretti assieme quei soli si gettano sulla via del Barbarossa. Urtati
da migliaja e migliaja di lancie non si rimovano dal luogo, avevano
giurato di non retrocedere, trafitti cadono senza cedere sotto le zampe
dei cavalli ungaresi, e morti ricoprono il posto che vivi occuparono
combattendo._
_La strage che fecero dei nemici fu cosa di spavento. Figuratevi che
disperato valore mostrassero uomini che avevano deciso morire, e che
per tanta disparità di numero sapevano dover morire._
_Di questa coorte 600 perirono, un centinajo dalle lancie nemiche
stretti da ogni parte e quasi sollevati da terra, venivano per
incontrastabile forza portati addietro, sempre però guardando il nemico
in faccia, sempre gettandosi a petto perduto contro migliaja di punte,
inviperiti, furiosi, colla spuma alle labbra bestemmiando la sorte che
loro non voleva togliere la vita._
_Ora tutto lo sforzo imperiale, cavalleria, fanteria, le schiere dei
frombolieri, balestrieri, le macchine di guerra si rovesciano sopra le
sei schiere dei cittadini che stavano davanti al carroccio; dietro in
lontananza e silenziosi stavano i _trecento.
_Il Barbarossa giunse a forare, spezzando in due le schiere dei
Lombardi, di modo che una metà rimase a difesa del carroccio.—Ed egli
sempre animando i suoi si getta sulle file degli Italiani, ad ogni
poco queste si diradano, si rassottigliano, si mostrano sceme.—O sacro
carro della libertà, a te d’intorno i tuoi difensori cadono rotti come
le canne dinnanzi al petto di fiero cinghiale.—La vittoria abbandona
i repubblicani, e Federico imperversa nell’opera di distruzione;
tempestando già s’avvicina al Carroccio, sprona il suo possente
cavallo fiammingo, il quale nitrendo, lacerato nei fianchi si rizza
sulle coscie e batte colle ferrate zampe del davanti sul tavolato del
Carroccio.—Gli accesi candelieri caddero d’in sull’altare, un traverso
della croce si ruppe, ed il Cristo rimase col braccio destro inchiodato
e disteso.... Come in atto di fulminare.—Ogni cosa era sossopra, il
sangue correva a rivi fumanti. Davanti all’eremita i nostri guerrieri
si facevano scannare, uno gli rottola ai piedi inzozzandogli le mani
e gli abiti pontificali di sangue; in quel mentre Federico trafigge
a furia di sproni il suo cavallo, e tenta farlo salire di sbalzo
sul carro.—L’eremita gli si pianta di faccia, e sollevata la destra
insanguinata, scaglia sul capo del Barbarossa le parole della scomunica
fulminategli dal papa,_ Anathema, anathema tibi sit!
_Il volto di Federico diventò livido come cenere; il suo cavallo
sbuffando, a criniera svolazzata, retrocesse, e colle larghe narici
fiutò lungamente il terreno. Federico, come leone che si flagelli colla
propria coda, cercava ridestar la sua smarrita ferocia._
_Frattanto cosa fanno i trecento, perchè non si precipitano essi pure a
morire per la patria e per la libertà?_
_I trecento sono discesi da cavallo, hanno posto il ginocchio a terra e
baciano il suolo.—A quella vista l’imperatore con alta voce di scherno
grida: «Ecco i vili Italiani che mi domandano misericordia»._
_O Imperatore imbecille, gl’Italiani non dimandano misericordia che a
Dio._
_I trecento non risposero, tranquillamente risaliti in sella abbassarono
le visiere, calarono le lancie, e solo allora ruppero il silenzio con
un terribile:_ Viva l’Italia! _e spronarono._
_Parve che il Dio delle vendette avesse finalmente sprigionato i suoi
fulmini. Accanto a Federico era un Alfiere che portava lo stendardo
imperiale; trapassato da una lancia, cade ravvolto nella sua odiata
bandiera dell’aquila a due teste._—Viva l’Italia! _in un momento
gli approcci del carroccio sono sgombri da ogni peste tedesca, la
martinella torna a suonare a distesa. L’ira degli Italiani si rovescia
in Federico. Invano Ungari e Fiamminghi tentano di fargli riparo, quel
riparo è superato; gl’Italiani sono addosso a Federico._
_O per Iddio! finalmente ci sei, o Barbarossa, a corpo a corpo coi
nostri guerrieri. Per la tua vita io non darei l’ultima moneta di rame._
_Un milanese aveva lasciata l’azza nelle interiora d’un Fiammingo,
la spada l’aveva fatta a pezzi fendendo quattro elmetti di seguito,
il pugnale rotto sino al manico crepando la corazza del vescovo di
Magdeburgo. Così senz’armi colla sola manopola di ferro alza la destra
a modo di ferrea tanaglia su Federigo, la piena degli Ungaresi lo
respinge, ritorna alla prova e questa volta le sue unghie strisciano
sulla corazza del Barbarossa, gli strappa l’imperiale collana e gliela
sbatte sul viso. La pugna che si faceva intorno all’imperatore era così
terribile; i giganti Fiamminghi, i bravi Ungaresi morivano anch’essi da
eroi per il loro padrone, ferivano a tutta possa per liberarlo. Ma se
in quel punto agl’Italiani fosse anche fuggita l’anima di petto, credo
che non se ne sarebbero accorti. Un Piemontese grida al Milanese della
manopola:—Qua, qua fratello, che ti dia una mano e s’apra la strada
a questo modo: distende un pugno sull’elmo ed un Magontino, il quale
capitombola versando il sangue dalla visiera, segno che era morto,—tira
via un altro tedesco prendendolo pel braccio e lo fa ululare, segno
che il braccio glielo aveva rotto; arriva a Federigo, gli mette a
modo nostro la destra sul collo, e colla sinistra lo stringe alla
vita; Veronesi, Piemontesi e Milanesi son tutti sopra al tiranno; il
Milanese poi della manopola fattosi, Dio sa come, nuovamente largo,
piomba su Federico, e mentre il Piemontese lo scuote alla vita, egli
afferratolo per le punte della corona gli fece battere e ribattere
la testa sulla testa del cavallo, gridando: Muori assassino della
mia patria—ed il Piemontese gridava egli pure: Ammazzalo, ammazzalo
questo cane; ed un Toscano: Ne voglio un lacerto per farlo cuocere—a
pezzi a pezzi—vivo vogliamo mangiarlo!—vogliamo vedergli il cuore—a
brani a brani.—E veramente la cosa sarebbe terminata a questo modo, ma
un’ondata di Fiamminghi, fatto uno sforzo estremo, tentò di rompere
quel cerchio. La zuffa andò in un convulso di uomini e cavalli,
italiani e tedeschi, di gambe che si agitavano in aria, di mani che
tentavano appoggiarsi in terra, e si sentivano masticare le dita dai
denti di chi era sotto calpestato da tanti piedi e ginocchi. Era un
turbine di cento mila diavoli che si divoravano fra di loro.—I gridi
di_ Viva l’Italia, _ammazza, scanna quei cani, rochi per l’arsura delle
gole, crescono, oramai non sentesi più altro.—Dov’è la famosa guardia
imperiale dei giganti Fiamminghi? uccisa.—Dove gli Ungaresi? uccisi.—E
Federico Barbarossa?—Il suo cavallo è là sventrato, attorno sono i
pezzi dell’armatura.—Il suo corpo? chi può riconoscerlo fra tanti
cadaveri che han tronche le mani, le gambe e la testa? L’imperatore
è morto[9].—Su tutti i punti del campo i Tedeschi, gettate le armi,
fuggono alla disperata, fuggono chiedendo misericordia, ma non la
trovano che nella fuga._
_Per otto miglia di seguito la furia degli Italiani perseguitò i
fuggiaschi imperiali, per otto miglia di seguito lo spazio fu seminato
di carne tedesca. Sin sulle sponde del Ticino le spade repubblicane
continuarono a ferire, e le acque di quel fiume andarono rigonfie pel
barbaro annegato bestiame._
_I Lombardi ritornando dal cacciare i nemici, ripassarono nel campo di
Legnano dov’era rimasto ad aspettargli il carroccio. Quivi quei prodi
Lombardi trattisi l’elmo, col sorriso sulle labbra asciugarono il sudor
dalla fronte, altri frammezzo ai compagni festanti pestavano, rompevano
e sfracellavano gli esecrati stendardi dell’aquila a due teste. Quindi
caricato il Carroccio delle spoglie imperiali, cantando i cantici della
vittoria fra le grida di_ Viva l’Italia, _fra lo suonare a festa di
mille trombe trionfalmente rientrarono in Milano._
IV.
GIROLAMO OLGIATI.
Dal Visconteo castello
Ove ogni fe’ tradì,
Già l’Attila novello
Dal ferro ultor fuggì.
Fur di Milano i figli
Eroi più che guerrier....
E li dicean conigli
Dell’Austria i masnadier!
Di schiavi in man le spade
Non son che un giunco, un stel;
In man di libertade
Son fulmini del ciel.
O. T....
Diamo un rapido sguardo a questi tempi per vedere a quali tristi
condizioni si trovò nuovamente esposta la bella capitale di Lombardia.
Pertanto cessate le guerre e rassicurato lo Stato a forza di
combattimenti, sembrava che i Milanesi dovessero godersi in pace i
frutti delle loro fatiche in seno delle amate consorti e framezzo ad
una diletta corona di figli; ma no, la fiaccola incendiatrice della
discordia nata nella culla stessa della libertà ed accresciuta fra i
partiti pone la città in continue combustioni e tumulto, di maniera
che tutta fu piena di turbolenze e di rivoluzioni, conseguenza di così
abbominevol mostro distruttore d’ogni buon governo, e da cui venne
l’orribil crollo alla libertà di Milano. I tanti partiti si ridussero
a due soli, ognuno dei quali s’era nominato il suo capo. Il popolo
dirigevasi dalla famiglia Torriani, ed i nobili dai Visconti. Sì
gli uni che gli altri lottavano aspramente fra loro, ed ingannandosi
vicendevolmente disputavansi a vicenda il principato a scapito della
libertà.
La celebre battaglia data da Ottone Visconti, arcivescovo di Milano,
ai Torriani, a Desio, decise del loro destino, ed i Visconti, ora con
simulazione, ora con promesse, trassero il popolo milanese a dura
servitù, e posero sotto un nuovo tirannico giogo i nostri padri.
Non si può non rabbrividire scorrendo la storia dei Visconti nel
leggere le loro avanie, le crudeltà di Luchino[10], di Barnabò[11] e
di Galeazzo suo fratello, la perfidia di Gian Galeazzo e di Filippo
Maria. _Se si volesse ricercare tra loro un’ombra di virtù, ben ci
sarebbe malagevole, e non avremmo che a correre tra i rivi di sangue
d’uomini onesti ed innocenti, fra l’ombra inspirata di una sorda e
tirannica politica, e fra le grida dello sventurato popolo oppresso, e
a tal segno conculcato da non essergli talvolta permesso di mostrare
le sue piaghe, non che di risanarle. In tempi così luttuosi parve che
Dio stesso si servisse del braccio di questi despoti per fargli piovere
sopra di lui peste, fame, guerre e ruine, e tutti in somma i flagelli
dello sdegno celeste e delle umane passioni. Tali furono mai sempre le
conseguenze d’una spirata libertà[12]._
In Filippo Maria spenta rimase la famiglia dinastica Visconti sebbene
altre linee naturali vivessero ancora in Milano, alcune delle quali
continuano anche a’ giorni nostri. Il popolo, stanco dei sofferti
disagi sotto il tirannico governo dei tristi che per più di un secolo
e mezzo li governò, volle proclamare la libertà e reggersi in comune.
Ma esso non era più il popolo che aveva giurato la disfatta dei tiranni
a Pontida, non era più quello che sbaragliò e sconfisse il nemico a
Legnano. Era un popolo senza fermezza, senza coraggio, privo di quel
maschio valore che fa superare ogni ostacolo, col quale avrebbero
trionfato anche questa volta, e Francesco Sforza, marito di Bianca
Visconti, che tutta possedeva l’arte di fingere e simulare, seppe
approfittarsi di queste circostanze per ingannare i Milanesi e gettarli
di bel nuovo in un mare di guai, facendosi proclamare loro duca[13].
I suoi successori ora ambiziosi e deboli, ora crudeli e capricciosi,
rinnovarono le triste scene dei Visconti.
Galeazze Maria Sforza destò l’indignazione in tutti i suoi sudditi. I
primordi del suo governo furono quelli di principe cattivo e dissoluto.
Si mostrò ingrato verso la propria madre, la quale volendo egli lontana
da sè, fu costretta ritirarsi nel castello di Melegnano, ove chiuse
solitaria e trista i suoi giorni. Oltre ad essere cattivo, dissoluto
ed ingrato, la storia lo qualifica per libidinoso, impudente, feroce
e brutale. Si narra che egli facesse seppellir vivo un uomo, e che
ad un altro caduto in sua disgrazia per aver violate alcune leggi
da lui promulgate intorno alla caccia, volesse far inghiottire una
lepre intera. Tante atrocità gli suscitarono contro una congiura, a
capo della quale erano i nobili Andrea Lampugnani, Girolamo Olgiati e
Carlo Visconti. Il Duca venne trucidato sul limitare della chiesa di
S. Stefano in mezzo alle stesse sue guardie il giorno 26 dicembre del
1476, mentre solennemente entrava nel tempio per onorare la festività
di quel santo protomartire.—E Girolamo Olgiati, pieno di fuoco per il
santo amor di patria, inutilmente si affannò di richiamare alla perduta
libertà, colla morte del tiranno, l’avvilito popolo Milanese, il quale
anzi che dare ajuto ai congiurati che lo salvavano dall’oppressione,
li perseguitò. L’Olgiati caduto nelle mani della giustizia, morì da
uomo grande e valoroso nell’età di anni 23, proferendo queste parole:
_Girolamo fatti cuore: il dolore è di breve durata, ma eterna ne sarà
la memoria_.
Gli Sforza non godettero tranquilli i frutti delle loro usurpazioni,
perchè vennero in mille guise sbalzati ora dai Re di Francia
pretendenti all’eredità del ducato di Milano per ragione di Valentina
Visconti, maritata nella loro famiglia da Gian Galeazzo di lui padre,
ed ora dagli Austriaci e dagli Spagnuoli per la ragione dell’Impero.
Cessata però la linea retta degli Sforza, dopo vari combattimenti or
favorevoli ai Francesi, ora agli Spagnuoli sempre di grave danno ai
Milanesi, la fortuna arrise all’imperatore Carlo, re di Spagna.
V.
SPAGNUOLI, FRANCESI E TEDESCHI
o
IL GIRO DI TRE SECOLI.
Non sempre i fatti che hanno la maggior importanza in sè stessi, e la
maggior estensione pei loro effetti, sono poi anche i meglio conosciuti,
sia ne’ loro principj, sia nella loro mole. Il più delle volte il
pubblico non prende per guida de’ suoi giudizj che pure apparenze. Le
sue opinioni si modellano sui racconti che egli riceve, per lo più da
mani le meno versate nella materia, l’onore è attribuito a chi non
tocca, il biasimo è applicato a chi nulla ha fatto per meritarlo.
Così l’errore va circolando e prendendo piede, e la credulità dei
contemporanei tramanda alle generazioni che succedono un retaggio
d’erronee nozioni, frutto dell’ignoranza degli uni e della confidenza
degli altri, o nell’affermare ciò che ignorano, o nell’ammettere ciò che
trovano affermato. Formasi quindi una falsa istoria, specie di favola
convenuta, che nulla insegna, che fa anzi qualche cosa di peggio, poichè
insegna l’errore, sfigura i fatti, e mette gli attori fuori del suo
posto.
DI PRADT, _Sulla ristaurazione del Governo reale in Francia._
Carlo V, che nell’età di diciannove anni era stato creato imperatore,
era il più potente sovrano di Europa. A lui come ad assoluto padrone
obbedivano le Spagne, l’America, i regni di Napoli e di Sicilia,
i Paesi Bassi, gli Stati Austriaci, e per ultimo, tutti gli Stati
del ducato di Milano, lasciatigli da Francesco Sforza ultimo duca.
Questo monarca, il primo che possedesse tanta estensione di stati
dopo Carlo Magno, volle prima di morire dividerli tra suo figlio
Filippo II e suo fratello Ferdinando, e fece il primo re di Spagna,
dell’America, dei Paesi Bassi e del ducato di Milano, chiamando questo
ramo primogenito austro–spagnuolo; al secondo lasciò tutti gli Stati
austriaci, distinguendolo dall’altro come secondogenito, chiamandolo
austro–tedesco. Passata così la Lombardia sotto i Re di Spagna, e
dallo strepito della guerra, all’ozio della pace, vediamo il commercio
estinto, l’agricoltura negletta e disprezzata, le imposte esorbitanti,
il pubblico erario per cattiva amministrazione sempre esausto. La
politica spagnuola spirò nei Lombardi insensibilmente mollezza,
pusillanimità ed un pensar superstizioso, che terminò di cancellare
ogni traccia di quel carattere fermo e guerriero che distinse gli
antichi nostri avi. Nel cuor dei nobili nacque un puerile orgoglio,
nella plebe inerzia e viltà, che continuarono sino all’epoca della
prima rivoluzione di Francia, con grave rammarico di chi ama l’onor
nazionale. Dalle quali cose tutte pur troppo si comprende che i
Milanesi sempre più avidi d’imitare i costumi ed il carattere delle
straniere nazioni alle quali furono soggetti che di sostenere il loro
proprio.
Morto nel 1701 Carlo II, re delle Spagne, senza figli del miglior
sesso, per la sua successione si accese lunga ed accanita guerra tra
i principali sovrani d’Europa, che aspiravano all’eredità di uno
stato florido ed ubertoso; la qual guerra scompigliò tutte le cose
d’Italia e non ebbe fine se non per la pace d’Utrecht, tra la Francia,
l’Inghilterra e la Casa di Savoja, e per la pace di Rastadt, conchiusa
nel 1714 colla Corte di Vienna. In questi trattati si riconobbe Filippo
V, duca d’Angiò, re delle Spagne, e Carlo VI, imperatore di Germania
della famiglia austriaca, ebbe il regno di Napoli, gli Stati della
Toscana, la Sardegna, il territorio Milanese e la Fiandra. Così dopo
sanguinose contese la Lombardia venne all’ultimo in potere della
germanica Casa d’Austria.
L’imperatore Carlo VI morendo pure senza prole, chiamò all’eredità
de’ suoi Stati l’arciduchessa Maria Teresa, già moglie a Francesco di
Lorena, la quale seppe coraggiosamente sostenere i diritti della sua
eredità, che le venivano contrastati dai principali Sovrani d’Europa.
Emanò provvide leggi amministrative, tra le quali deve annoverarsi
quella del censimento, immaginata sino dai tempi di Carlo V, proseguita
sotto Carlo VI, e compita solamente nel suo regno. A lei succedeva
il figlio Giuseppe II, principe, al dire del Botta, _per vigor di
mente e per amor verso l’umana generazione facilmente il primo se si
paragona ai principi dei suoi tempi estranei alia sua casa, il primo
forse ancora, od il secondo se si paragona a Leopoldo suo fratello, che
molto pensò e molto operò in beneficio delle austriache dominazioni._
Fu in questo torno di tempo che Milano vide fiorire i Beccaria, i
Verri, ed altri cospicui suoi cittadini, i quali animati d’un fervido
amor di patria, osavano insegnarci col loro esempio a rompere la
gran folla degli errori in cui eravamo perdutamente avvolti. Ma il
dispotismo monarchico, l’orgoglio feudale, la mollezza dei potenti,
la corruzione de’ costumi di un popolo abbrutito nella schiavitù e
nell’infingardaggine, avea estinto quello spirito eroico di libertà,
onde tanto s’erano un giorno illustrati i Lombardi. La politica di
Giuseppe II, di Leopoldo e di Francesco II parea dover per sempre
raffermare la schiavitù in Lombardia, quando la rivoluzione di Francia
(1789) nell’atto che crollava dai fondamenti il grand’edificio della
monarchia, divenuto troppo pesante alla massa del popolo, venne
all’Europa tutta preparando una rigenerazione politica che sarà mai
sempre di esempio e di ammirazione a tutti i popoli della terra.
I sovrani, soliti a vedersi circondati da folla di gente, cui era
perfino delitto il pensiero d’indipendenza, credevano che la sommossa
della Francia sarebbe soffocata nel suo nascere. L’austriaco Imperatore
congiunto con i vincoli del sangue alla famiglia dei Borboni, fu
il primo a prendere le armi per porre un argine ai progressi della
rivoluzione. Ma nè gl’inconsiderati tentativi della Corte di Berlino,
nè gl’impotenti attacchi della Spagna, nè tutti i dispendiosi sforzi
dei gabinetti di Londra e di Germania, nè tampoco la debole barriera
opposta dal Re di Sardegna, poterono trattenere le vittoriose falangi
della Francia, le quali, non più curando le inaccessibili sommità delle
Alpi, piombano in Italia, fugano per ogni dove gli eserciti de’ suoi
dominatori e recano ai popoli da loro conquistati quella libertà che da
più secoli avevano perduta.
Milano, abbandonata dall’ultimo suo governatore, l’arciduca Ferdinando,
divenne conquista del vincitore, intantochè immersa nelle sue antiche
abitudini, spaventata da’ falsi presagi di un avvenire burrascoso,
ondeggiò per qualche tempo fra la speranza ed il timore, e la
discordia che divideva spesso l’opinione de’ cittadini, ritardavale
un’epoca che in apparenza la doveva restituire al lustro delle sue
antiche glorie. Alcuni personaggi che sostenevano la rappresentanza
del popolo, avendo chiesto di costituirsi in repubblica, sebbene
tuttora fervesse la guerra tra la Francia e la Germania, il supremo
generale Bonaparte accordò loro, il 9 luglio 1797, la desiderata
nuova forma di Stato col titolo di Repubblica Cisalpina, al governo
della quale era un direttorio esecutivo, composto dai cittadini
Serbelloni, Moscati, Paradisi e Sommariva, e un corpo legislativo, il
tutto sul modello della repubblica francese. La solennità di questo
giorno sacro alla libertà della Lombardia ebbe luogo nel Lazzaretto
fuori di porta Orientale, che chiamossi Campo di Marte. Alli 17
ottobre dello stesso anno, vinta l’Austria dal valore delle truppe
francesi, dovette l’Imperatore segnare il trattato di Campo Formio. Ma
l’Austria aveva sottoscritto questo trattato col solo fine di prender
tempo, per rimettersi in forza ed indurre l’imperatore delle Russie
a mandar ad effetto i trattati di un’antica alleanza che sussisteva
fra le due corti imperiali. Cosicchè quando i Milanesi credevano
di esser sollevati dai pesi di una guerra così lunga e rovinosa si
videro di nuovo involti in un turbine ancora più spaventevole. Calati
i discendenti de’ Goti in Italia ad accrescere le forze, in quel
breve spazio di tregua aumentate, della Casa d’Austria, le falangi
repubblicane non potendo resister a questi primi urti impetuosi,
dovettero in pochi mesi cedere quanto si erano acquistato in Italia, e
Milano riprende l’antica livrea. L’imperatore di Germania non ritenne
di aver segnato a Campo Formio l’indipendenza dei Milanesi, e dichiarò
intruso un governo che egli stesso aveva riconosciuto coll’atto
istesso. Tutto venne soppresso, distrutto, proscritta ogni ricordanza
del passato sistema, e coloro i quali si erano mostrati più caldi per
la causa della libertà vennero perseguitati coi più barbari modi e
confinati nelle bastiglie dell’Adriatico e del settentrione. Così si
estinsero un’altra volta al loro nascere i semi dell’indipendenza che
cominciavano a germogliare negli animi dei Milanesi, ed il fasto dei
potenti, il dispotismo e la mollezza ristabilirono in Lombardia la
loro sede. Poco godettero gli Austriaci il nuovo acquisto che loro
avea costato gravi sacrifici d’oro e di sangue. Essi trascurarono il
porto e la città di Genova che si doveva espugnare a tutto costo,
prima anche di prendere le altre piazze d’Italia; fra i comandanti
austriaci e russi nacquero sanguinose gare; la spedizione nella
Svizzera delle truppe Moscovite sotto il comando del generale Suwarov
andò fallita; le gloriose vittorie del generale francese Massena; più
di tutto lo strepito delle armi di Bonaparte, che sebbene impegnato
nella spedizione d’Egitto, al primo avviso che l’Italia era ritornata
in potere degli antichi suoi tiranni, volò in Francia e sciolto il
Direttorio, che era forse stato causa degli sconvolgimenti militari
in Italia, raccolse all’infretta un’armata di coscritti a Digione,
penetrò nella Svizzera al rinnovar della stagione, fe’ arrampicare
i suoi combattenti sulle impraticabili cime del gran San Bernardo,
precipitò nel Vallese, scorse il Piemonte ed entrò il giorno 2 giugno
dell’anno 1800 nuovamente fra le acclamazioni in Milano, che trovavasi
abbandonata dal generale Melas, mentre teneva occupate le sue genti
nell’inutil blocco di Genova.
Due giorni dopo il Governo di questa città manifestò a’ suoi cittadini
i generosi sentimenti del _Primo Console della prima nazione,
Bonaparte_, pubblicando le seguenti norme da inviolabilmente osservarsi:
I. _Sarà riorganizzata la repubblica Cisalpina come nazione libera ed
indipendente._
II. _Dovrà da chiunque essere rispettato il libero e pubblico esercizio
della religione Cattolica, secondo gli usi che praticavasi al tempo
che il prelodato_ Primo Console _come generale in capo dimorava in
Milano; venendo perciò vietato qualunque disprezzo contro la medesima
e li suoi ministri; in modo che non ne venga impedito in tutta la sua
estensione il libero e pubblico esercizio della medesima, nè per alcun
modo sia fatto disprezzo ai simboli che la riguardano, sotto le più
rigorose pene estensibili anche alla morte a giudizio delle autorità
competenti._
III. _Saranno pure rispettate le proprietà e le persone di tutti i
Cittadini indistintamente, e per conseguenza non potrà alcuno farsi
lecito di usare de’ termini che possono in qualunque maniera indicare
divisione di partito e di sentimenti._
IV. _In conseguenza di queste massime regolatici riesce disgustoso
all’Amministrazione provvisoria di vedere che molte persone abbiano
abbandonata la loro patria, e quindi per espresso ordine del sullodato
Primo Console diffida chiunque si è allontanato dalla patria stessa
di doversi restituire al più presto a misura della lontananza in
cui ciascuno si troverà al tempo della pubblicazione del presente:
eccettuati però quelli che avrebbero prese le armi contro la repubblica
Cisalpina dopo il trattato di Campo Formio, dovendo questi ritenersi
come traditori e nemici della patria._
V. _Dovendosi poi considerare come non avvenute le leggi promulgate dal
giorno dell’invasione delle truppe austriache fino al glorioso ritorno
delle armate francesi per essere stato questo dominio riconosciuto
libero, ed indipendente dalla maggior parte delle Potenze d’Europa e
dallo stesso Imperatore, in forza del surriferito trattato di Campo
Formio, restano perciò tolti tutti li sequestri posti sopra li fondi,
che per diritto di proprietà e legittimo acquisto appartenevano
dapprima a ciascun legittimo acquirente, qualunque siasi il titolo del
fatto sequestro._
VI. _Non dovranno d’ora innanzi avere corso alcuno le cedole di banco
di Vienna sparse in questo Stato nè alle casse pubbliche nè per
contratti fra privati._
_Crede l’Amministrazione Provvisoria che da queste preliminari
disposizioni ognuno degli abitanti nella repubblica Cisalpina
riconoscerà che il ritorno delle armate francesi e del glorioso_
Eroe _che le dirige, tende alla repristinazione della libertà e
dell’indipendenza; onde animati tutti da sentimenti di vera gratitudine
saranno per concorrere di buona voglia in questi tempi con ogni
sforzo al migliore mantenimento e sussistenza delle armate medesime,
all’effetto che venga posto fine al terribile flagello della guerra,
unico oggetto che dopo la riacquistata libertà resta a desiderarsi._
_Milano dalla Casa del Comune, 15 Pratile anno VIII_ (_4 giugno 1802_).
L’Amministrazione Provvisoria
MARLIANI}
SACCHI } _Delegati_
GOFFREDO}