A destra del ponte che ricongiunge il villaggio diviso dal piccolo
fiume, sulla spianata erbosa, dietro il circo in cui si accendevano
i primi lumi, era il carrettone dei saltimbanchi: una minuscola casa
mobile, verniciata di rosso, con le persiane verdi alle finestrette in
cui non mancavano neppure le tendine di trina. Veduta di fuori faceva
quasi invidia. Dentro era un laidume; cenci ammucchiati, suppellettili
sudicie, arnesi logori d’ogni genere, qualche sedia sfondata. Era
tutto. No... c’era anche un saccone sul quale stava accoccolata una
donna a guardia d’un bambino lattante addormentato, supino, fra uno
scialle scuro, con la faccetta terrea rivolta alla luce del vespro che
pioveva dalla angusta finestra soprastante.
Di là si udiva il brusìo continuo e confuso della rustica folla sul
piazzale, il vociare dei venditori, delle risa, qualche fischio,
qualche suono rauco e stonato d’un gingillo infantile. Tutta la
manifestazione dell’ozio gaudente d’una sera solenne aspettata un anno.
Era Pasqua di Resurrezione.
La donna teneva il volto chino fra le mani che alla luce incerta
parevano bianche. Ascoltava l’anima sua dolorare.
Gemeva l’anima: — ... dodici anni... un attimo, un secolo.... dodici
anni che non respiro quest’aria, che non vedo questo cielo, che lasciai
la mia casa fuggendo di notte, come una ladra, con lui che mi aveva
sconvolto il sangue e la ragione... Un saltimbanco... quante me ne
dissero per dissuadermi, quante! «È un demonio che ti tenta» diceva
la nonna. «È un Arcangelo,» rispondeva io. Era così bello con quella
maglia azzurra, luccicante, che gli disegnava la persona agile e
vigorosa, con quella testa ricciuta, lo sguardo altero! Lo chiamavano
il _Principe_. Aveva una destrezza, una forza, un coraggio... Gli altri
uomini al suo confronto mi parevano pigmei... Aveva un certo modo di
affisare che soggiogava... un modo di pronunziare il mio nome, di dirmi
che ero bella, che m’illanguidiva di dolcezza... Non potevo pensare
che a lui, vivevo di lui... Egli era padrone di tutta me stessa, mi
aveva incantata. Così, quando partirono dal paese e il Principe mi
disse «Vieni» io andai. Dodici anni sono passati... Il babbo, la nonna,
riposano accanto alla mamma, laggiù.... sotto l’erba... i miei fratelli
si sono ammogliati lontano... hanno venduto il podere e la casa... non
resta più nulla... perchè rimango io? Perchè non sono morta prima di
ricomparire come un’ombra fra queste rovine?... Di qui so che si vede
la finestra della mia camera... Io non la guarderò, ma sento che lei mi
guarda... Ci sarà ancora il gelsomino che la inghirlandava, o si sarà
inaridito?... Era là che ricamavo al mio telaio, là nel vano di quella
finestra... ricamavo sulla battista per ore e ore... alla domenica
leggevo, e ogni tanto sentivo passare sulla mia testolina la mano
della nonna in una carezza frettolosa... s’affaccendava sempre, lei...
Verso sera m’appoggiavo al davanzale senza far nulla: la luce scemava,
il sole andava sotto, rosso, dietro i monti; io guardava i campi
rigogliosi e tranquilli, da cui saliva un senso di frescura, e coglievo
i gelsomini con la mente piena di fantasticherie... Una sera, ricordo,
passò un giovane e raccolse una ciocca che mi era caduta; io ne risi:
la seconda sera egli ripassò, io non risi più: la terza, invece, gli
sorrisi e gli buttai un’altra ciocca di gelsomini. Era un giovane
onesto, serio, intelligente e mi adorava; la nonna era così contenta
ed io felice... Poi la fatalità mise sulla mia strada quell’uomo che
travolse tutto, come un turbine sradica e schianta... Chi sa se Andrea
vive, chi sa se vive fra i vincitori o fra i vinti, chi sa se è qui...
Dio, se fosse qui e che volesse... Oh non mi riconoscerebbe certo
più. Eppure mi sarebbe dolce in ogni modo riudire la sua voce, senza
vederci, così, traverso la parete, la sua voce insinuante e buona,
che mi ridonerebbe nella realtà un’ora del mio passato. Vorrei che gli
fosse rimasto di me solamente un ricordo di pietà, come di una morta
che si è veduta lungamente soffrire. E anche il giovane innamorato
dovrebbe esser morto; resterebbe l’amico per intendermi e compiangermi,
l’uomo ritemprato dalle lotte e dal dolore. Io gli direi della mia
immensa miseria presente, dei rimorsi che mi mordono al cuore appena
oso rivolgere lo sguardo al passato, della mia espiazione di dodici
anni per un momento di aberrazione; gli direi che ero pazza, e se
egli ha amato, certo sa di che si può esser capaci quando l’ebbrezza
d’una passione sconvolge la mente... Eppure non oserei scolparmi, fui
un’indegna... Ma se ne ha versate, lui, delle lagrime sul nostro amore
spezzato, ne ho versate tante anch’io, e giorno, e notte, e sempre,
sulle mie pazze illusioni dileguate, sulle mie creature morte di
fatiche e di stenti, sulla mia logora esistenza che non ho coraggio di
troncare!... Ne ho versate di gelosia, d’umiliazione, d’odio per quei
miserabili istrioni che mi circondano; d’impotenza per un amore che
non si spegne, che non mi strapperò dal cuore se non con la vita...
Ne ho versate tante!... Ora non piango più... non ho pianto neanche
stamattina quando ho veduto di lungi il campanile del mio paese... Sono
muta, impietrita come una statua, ma non divengo insensibile... È una
tortura di cui nessuno può immaginare la raffinatezza...»
Un solenne e gioioso intervenir di campane fra la gaiezza oramai
monotona dei rumori, mise in fuga da quell’anima indolorita gli amari
ricordi e le visioni gentili. Le mani ricascarono, la donna rialzò il
capo verso la finestrina dirimpetto, che inquadrava un lembo di cielo
rosato ancora, la punta d’un pioppo e una stella. Le vecchie campane
esultavano tentando di fondere la loro letizia bonaria e monacale alla
trivialità umana. Fu dapprima uno sbadato preludio, poi un giocondo
incalzare di suoni, ripetuto, insistente, una gazzarra di tutte le voci
delle campane che parevano rifarsi delle ore di raccoglimento. Erano
sempre le stesse, le loquaci e sapienti campane! quelle che la voce già
tremula della nonna seguiva canterellando per rallegrare loro bambini,
nelle lunghe e placide domeniche, seduta nell’orticello, mentre il loro
padre fumava nella pipa, in silenzio, seduto un po’ più in là sulla
sedia alquanto arrovesciata all’indietro, contro il muro... Di tutto,
di tutto si ricordava; tutto si svegliava nel suo cuore al cicaleccio
pio che riempiva le solitudini azzurre: e certi effetti di luce su
certe pareti, e l’odor dei fiori che sfogliavano per le processioni;
una coppia di tortorelle, e un quadro antico della Vergine, e delle
ghirlande di crisantemi intrecciate insieme alla nonna in qualche
vespro piovigginoso, già freddo... Ma sopratutto della dolce Pasqua
casalinga che lasciava nella umile, queta dimora un cestellino di ova
colorite in rosso, un ramoscello d’olivo, e una serenità più limpida,
come dopo una buona pioggia. Dalle finestre spalancate al nuovo sole
s’udivano le campane, così, nel pomeriggio, mentre il babbo trinciava
l’agnello per la sua nidiata. Però le campane suonavano più raccolte,
più gravi, allora; che si fossero dimenticate di suonare così?...
Ah no, eccolo, eccolo! Le campane infine scioglievano il classico
doppio, il saluto di più solenne esultanza, l’onore magno, reso
alla giornata regale che dileguava dopo aver dato il segnale della
resurrezione, lasciando sulle sue traccie la primavera.
E la dolce pasqua casalinga, la pasqua che rinnovella i cuori come i
giardini, la pasqua dell’olivo e dell’acqua lustrale e del perdono,
passava memore e intangibile e vana su quell’anima sola, nell’ultimo
e largo saluto di gloria che si effondeva dall’austerità del rustico
campanile. Ma salutari lagrime scorrevano...