— _Honny soit_... —
All’udire suo marito che ordinava la carrozza per mezzanotte, Mimì si
rizzò un poco dalla poltrona lunga dov’era stesa accanto al caminetto,
fra le pelliccie e i cuscini, freddolosamente.
— Dunque ci vai proprio? — gli chiese, appena scomparso il servo.
Ed aveva la voce stonata per la penosa emozione che le toglieva ogni
rimasuglio di speranza.
— Ma sì, proprio, — rispose tranquillamente il crudele, senza levar
gli occhi dal giornale scelto a caso fra quelli che ingombravano il
tavolino.
— E me lo dici così!?... — Mimì lo fissò ostinatamente coi begli occhi
larghi, infantili, pieni di lacrime, stiracchiando nervosa una nappina
del guanciale di felpa in cui affondava le spalle delicate.
— Come dovrei dirtelo? Non lo sapevi già? se ne è parlato fin
troppo.... e anche un po’ vivacemente, mi pare. C’è bisogno che ti
ripeta, tesoro, che nelle piccole, come nelle grandi cose, quando ho
deciso, nessuno mi smuove dal mio proposito? È una dote o un difetto
essenziale del mio carattere....
La piccola Mimì sentì salirsi alle labbra una ressa di parole amare
e sprezzanti, ma non ne lasciò uscire neanche una. Si contentò di
coprirsi gli occhi con la mano. Dunque tutta la sua fine diplomazia
femminile, di cui aveva fatto spreco quella sera per trattenerlo,
era stata inutile! Dunque le sue carezze, le sue ingenue civetterie,
i suoi immaginosi pretesti, i discorsi piacevoli, i frizzi arguti,
le discussioni sull’arte, sostenute con tanto stento per un unico
fine, tutto era stato vano; tutto dileguava innanzi alla fermezza
incrollabile di quell’uomo che aveva fissato di darle un dispiacere,
che temeva di perdere un briciolo della sua autorità facendole il
sacrifizio di una sera di carnevale, mostrandosi compiacente almeno
una volta con lei, povera donnina debole e amorosa, che non aveva
da rimproverarsi se non di amarlo sempre come nel giorno delle loro
nozze...! Era una crudeltà, una durezza, una barbarie inaudita! Tutta
la sua anima semplice e buona si ribellava, riboccante di amarezza e di
sconforto. Frattanto la piccola mano tornita che nascondeva gli occhi
tremava, la testa e le spalle avevano lievi guizzi convulsi, le lagrime
cascavano silenti una dopo l’altra fra i cuscini e le pelliccie.
Egli la osservava ogni tanto, levando gli occhi dal giornale, con un
misto d’inquietudine e di noia; la osservava brevemente, lisciandosi la
barba bionda e fluente, nascondendo qualche impertinente sbadiglio. Gli
dispiaceva un poco di vederla piangere, povera piccina. Una vera bimba,
Mimì, piccola, mingherlina, rosea, ricciuta e... irragionevole. Non si
ritrovava la donna che nelle movenze aggraziate, in qualche intonazione
di voce triste e dolce, in qualche lampo dello sguardo. Egli l’aveva
amata così, la amava tuttora; ma a modo suo: senza sacrificarle
nessuna delle sue tendenze, delle sue abitudini, non curandosi di
approvarla o di disapprovarla, di pensare un momento se ciò ch’ella
gli chiedeva fosse giusto o meno. L’amava come una cosina leggiadra
e fragile; sorrideva dei suoi entusiasmi, delle sue esultanze, delle
sue allegrie chiassose; le donava un gingillo quando la vedeva triste;
la ammoniva freddamente delle sue inesperienze, severamente de’ suoi
capricci, come questo, per esempio, di scongiurarlo a rinunziare al
veglione. Silvio continuava a difendersi fra sè; a pensare che non
doveva lasciarsi imporre; che se avesse ceduto una volta era finita:
Mimì ne approfitterebbe subito per ritentare la prova fin che sarebbe
diventata la sua tiranna. Le donne sono così invadenti! Si provi a
conceder loro un palmo di terreno, esigono dei chilometri! Precisamente
come quell’astuto dio della mitologia indiana, che si rimpicciolì
per ottenere tre passi di regno; poi, a grazia fatta, divenne così
smisurato che in tre passi abbracciò terra e cielo e inferno.... Uh,
niente, niente: aveva fatto benissimo a mostrarsi incrollabile anche
per una cosa che a lui non importava affatto. Anzi, siccome ella
piangeva, ora, col fazzoletto agli occhi e pareva far pompa delle
sue lagrime, Silvio si alzò per andarsene. Non che temesse d’essere
intenerito da quelle lagrime, oh no; Silvio era un uomo forte; voleva
solamente levarsi da quella posizione ridicola e imbarazzante. Però
non volendo neanche parere un tiranno le si avvicinò e scherzosamente
le prese i polsi per forzarla a scoprire il viso; ma Mimì lo respinse
sdegnosa, singhiozzando addirittura.
— Perchè non vieni anche tu? — disse allora lui in fretta, a scanso di
rimorsi.
Inutile: Mimì scrollò le spalle e gli gridò dietro con la voce piena di
stizza e di lagrime:
— Dimentica d’avere una moglie stasera... è il meglio che tu possa
fare...
Silvio richiuse l’uscio dietro di sè con bel garbo; poichè non era
neppure un villano. Ma Mimì avrebbe preferito una sfuriata a quella
superiorità noncurante che la umiliava e la desolava. Doveva essere
trattata proprio sempre come una bimba? come un piccolo essere
inconcludente la cui volontà non merita neanche dr essere discussa?
come una scema? Che tristezza! che infamia! Si strinse la testa, tutta
a riccioli brevi e scomposti, fra i cuscini soffici, nel silenzio vuoto
che era rimasto dopo il tenue colpo dell’uscio che si richiudeva;
un silenzio vuoto, freddo, indifferente, malinconico, in cui le si
addentrava di più quella spina nel cuore.
«Perchè non vieni?» le aveva chiesto Silvio. Ma perchè non dirglielo
prima? E perchè ripeterle invece tutta la giornata che le signore per
bene non vanno al veglione? Certo era per questo che Silvio ci teneva
tanto!... Ah, povera Mimì!
Anche i gingilli e i mobilucci, che conoscevano le sue manine sapienti
e lievi, parevano compiangerla e avvilupparla d’un’intima tenerezza,
nella luce tranquilla della lampada dal paralume color di rosa. Ma ella
con gli occhi foschi, rigida, covava il suo rancore.
Ah se avesse osato!... Nei romanzi e nelle novelle si trovano le
mogli che sguizzano al veglione per sorprendere i mariti infedeli; ma
nella vita è un altro paio di maniche. Come procurarsi un abito e un
cavaliere a quell’ora?... E il coraggio per pigliare una risoluzione
così ardita?....
Pure, che sollievo, che acre voluttà misurare l’estensione della
propria sciagura e drizzarsi davanti all’indegno come una apparizione
di dolore, e atterrirlo, e annientarlo, e svergognarlo, e lapidarlo
di rimproveri, e ridurlo nell’incapacità di scolparsi e di difendersi,
e vederlo rodersi di rabbia e... di rimorso! Invece, nulla! Conveniva
invece che lei si rodesse d’impotenza e di dubbio, accanto al fuoco,
sola, come una Cenerentola....
.... Belle fantasie gemmate, colorite e luminose affollate di fate
e di principi! Fosse venuta anche da lei la fata-madrina a farle una
carrozza dorata di una zucca, e sei cavalli grigio-rasati di sei topi,
e due paggi di due lucertoline; a renderla incognita e splendida! Come
l’avrebbe ringraziata la piccola Mimì!....
Ma la fata non veniva, ed ella rimaneva accanto al fuoco, dolente; e
si sentiva ben più mesta e povera della bella ignorante fanciulla che
rigovernava le stoviglie fra la cenere del focolare: più mesta e più
misera di Cenerentola, malgrado le pelliccie, e i cuscini di seta, e
gli orecchini di brillanti; poichè il suo Principe innamorato le era
appena apparso che lo perdeva per sempre.
Pensando così alla fiaba, Mimì si guardava malinconicamente i piedini
giacenti fra le pelliccie della poltrona lunga, i piedini arcuati,
sottili, minuscoli nelle calze di seta nera e così ben calzati dalle
scarpette scollate a fibbia severa: stile Luigi XVI. Erano il suo vanto
quei piccoli piedi che avevano una tradizione gloriosa d’ammirazioni,
d’invidie, e di.... baci, un tempo! Ma quel tempo era passato, era già
lontano, svaniva già nella nebulosa dei ricordi. E dire che era appena
scoccato il primo anniversario delle loro nozze! Che sgomento!
Intanto per le contrazioni nervose dei piedini mèmori, una scarpa
elegante era sfuggita sul tappeto del pavimento. Mimì la guardò
appena, così affranta come era, e immerse il piede libero fra la folta
pelliccia, asciugandosi per l’ultima volta gli occhi col fazzoletto
ch’era divenuto una spugna. Non li poteva tener più aperti gli occhi;
le bruciavano tanto! aveva tanto pianto! Anche la testa ora le ardeva
e le doleva un poco, e tutti i suoi nervi, a lungo tesi ed eccitati,
si rilasciavano gradatamente, abbandonandola ad una prostrazione quasi
dolce. Si aggiustò meglio fra i cuscini di felpa con un movimento
amoroso e inconsciamente civettuolo, un movimento di micio o di bimbo
che vuol essere carezzato. Anche lei pareva domandare una carezza a
quei cuscini morbidi e un rifugio a quel tepore molle di nido.
*
* *
Come le era venuto tutto il coraggio per la grande impresa?.... Dove
aveva trovato quell’ampio domino nero, che la nascondeva così bene?
E chi l’accompagnava?... Se ne ricordava forse, Mimì? Poteva pensarci
nello strazio in cui si dibatteva l’anima sua in quell’orribile notte
infernale? Che confusione, che caldo, che frastuono, che volgarità!
quel caos di gente e di colori, che le si stringeva addosso soffocando
la sua personcina, la spauriva; quella ridda vorticosa, urlante, le
dava vertigini dolorose. Serrandosi al suo compagno per sottrarsi agli
urti, agli scherzi, alle mani di quella folla ubriaca, non distoglieva
lo sguardo da un palco dove suo marito, il suo Silvio, beveva
sciampagna accanto ad una procace «Follìa» dai biondi capelli disciolti
sulle spalle nude. Che orrendo martirio!.... Aveva singhiozzato e
riso sotto la maschera, aveva invocato Dio, inveito... ella, così
mite e buona! E il suo strano compagno rimaneva muto, impassibile,
misterioso, senza pensare a calmarla, a darle un po’ di coraggio o di
rassegnazione. Un contegno inesplicabile che la esasperava di più....
.... Poi s’era messa a cercare quel palco affannosamente, inutilmente;
aveva errato lungo i corridoi interminabili, involuti e semibui come
catacombe; aveva raccolto tutte le sue forze per chiamarlo — una
pazzia! — per gridare quel nome, e nessun suono usciva dalle sue labbra
aride — una strana impotenza di voce che la strozzava....
.... Ah, finalmente, eccolo! eccolo con lei, l’indegno! lo spergiuro!
Finalmente ella potè sciogliere l’orribile groppo, sollevare il
suo cuoricino ferito con quel torrente caldo, vivo, abbondante,
inestinguibile, furioso, di parole amare e ardenti che fluivano
spontanee, alimentate dalla disperazione e dall’amore. Ed ora fuggire
lontano, per sempre, non vederlo mai più.
.... Correva addirittura, trascinando il suo muto cavaliere, lungo i
corridoi, lungo le scale, attraverso l’atrio, correva zoppicando poichè
aveva perso una scarpina.... Che freddo al piede.... Ma che importa?
L’essenziale era di fuggire, di fuggire, di fuggire....
*
* *
Silvio tornò a casa dopo un’ora. Gli era bastato compier l’atto
d’autorità libera e assoluta presso sua moglie e sentirsi sempre capace
di quell’incrollabilità di propositi che era la sua gloria. S’era
molto seccato a quel veglione più stupido degli altri; ed entrando nel
salotto gaio, luminoso e tranquillo, nel tepore dopo il freddo aspro
della via, provò una sensazione di piacere, quasi di sollievo. Mimì
dormiva nella poltrona-lunga, fra le pelliccie, accanto al fuoco quasi
spento. Proprio come una bimba bizzosa! La contemplò un poco alla luce
mite della lampada velata di rosa. Era pallida, scarmigliata; aveva
le palpebre livide e le sopracciglia ancora lievemente aggrottate.
Sul tappeto del pavimento biancheggiava il fazzoletto di lei; Silvio
lo raccolse, era umido di lagrime. Intanto vide anche una delle
eleganti scarpette alla Luigi XVI giacere abbandonata... Un vero campo
di battaglia. Qualche crisi nervosa, forse.... Sentì un tantino di
rimorso... cioè rimorso, no, non sarebbe il caso! dì rammarico, via;
poichè non era proprio un tiranno, sebbene quella grullina con le sue
scene tragiche tentasse di farlo credere.
Non l’aveva mai veduta così desolata... che follìa!... Se avesse
a soffrirne poi? Era così piccina, così fragile... Le toccò il
piedino scalzo; — lo sentì di ghiaccio e lo ricoperse con un lembo di
pelliccia, accuratamente. Certo non c’era un’altra donna al mondo con
un paio di piedini uguali... Quante dolci pazzie gli avevano fatto
commettere! Quella scarpetta pareva quella d’una bimba, d’una fata, di
Cenerentola; proprio: la scarpina di Cenerentola. Invogliava di empirla
di confetti, di fiori, di baci...
Mimì mormorava parole inintelligibili, si agitò con inquietudine e finì
per rizzarsi di scatto, seduta, con gli occhi spalancati, non ancora
ben desta.
— Sei tu, Silvio! — balbettò, poi, vedendogli la sua scarpetta fra le
mani, continuò smarrita: — Ma dunque era vero... l’ho persa proprio al
veglione....
— Sì, — disse Silvio ridendo, indovinando. Sei stata al veglione nella
carrozza della fata Mab....
E s’inginocchiò cavallerescamente a’ suoi piedi.
— Ti ricordi la fiaba di Cenerentola?
«.... La signorina dimenticò ciò che la madrina le aveva raccomandato,
di guisa che udì battere il primo tocco di mezzanotte, quando credeva
che non fossero ancora le undici.
«Si alzò e scappò via come una gazzella; il principe la seguì e non
potè raggiungerla, ma essa lasciò cadere una scarpettina di vetro che
il principe innamorato raccolse e serbò.
«Era una scarpina così piccola, — seguitò Silvio quasi ridente, in un
tono affettuosamente tenero, — così microscopica, che non andava bene
a nessuna donna. Finalmente vennero a provarla a Cenerentola che stava
sola accanto al fuoco.»
Cenerentola-Mimì si prestava male a quel gioco, così impermalita come
era. Pure allungò a Silvio il piccolo piede che aspettava d’essere
calzato. Ma il Principe-amante, questa volta, invece di mettere una
scarpetta tolse anche l’altra, e in quell’attitudine d’amore e di
penitenza le coprì i piedini di baci.
Romanze senza parole.
_List! Spirits speak!_