Alle calende di maggio la donna, avuta licenza da Donna Cristina, fece
li apparecchi. Una inquietudine le nacque nell'animo per la testuggine.
-- Doveva lasciarla? o portarla seco? -- Stette lungamente in forse; e
alfine decise di portarla, per sicurezza. La pose dentro un canestro,
tra i panni suoi e le scatole di confetture che Donna Cristina inviava a
Donna Veronica Monteferrante, abadessa del monastero di Santa Caterina.
Su l'alba Anna e Fra Mansueto si misero in cammino. Anna aveva su 'l
principio il passo spedito, l'aspetto gaio: i capelli, già quasi tutti
canuti, le si piegavano lucidi sotto il fazzoletto. Il frate zoppicava
reggendosi a una mazza, e le bisacce vuote gli penzolavano dalle spalle.
Come essi giunsero al bosco dei pini, fecero la prima sosta.
Il bosco, al mattino di maggio, ondeggiava immerso nel suo profumo
natale, voluttuosamente, tra il sereno del cielo e il sereno del mare. I
tronchi gemevano la ragia. I merli fischiavano. Tutte le fonti della
vita parevano aperte su la transfigurazione della terra.
Anna sedette sopra l'erba; offerse al cappuccino pane e frutta; e si
mise a discorrere della festività, ad intervalli, mangiando. La
testuggine tentava con le zampe anteriori l'orlo del canestro, e la sua
timida testa serpigna sporgeva e si ritraeva nelli sforzi. Poi che Anna
l'aiutò a discendere, la bestia prese ad avanzare su 'l musco verso un
cespuglio di mirto, con minor lentezza, forse sentendo in sè levarsi
confusamente la gioia della primitiva libertà. E il suo scudo tra il
verde pareva più bello.
Allora Fra Mansueto fece alcune riflessioni morali e lodò la Provvidenza
che dà alla testuggine una casa e le dà il sonno durante la stagione
dell'inverno. Anna raccontò alcuni fatti che dimostravano nella
testuggine un gran candore e una gran rettitudine. Poi soggiunse: "Che
penserà?" E dopo un poco: "Li animali che penseranno?"
Il frate non rispose. Ambedue rimasero perplessi. Scendeva giù per la
corteccia di un pino una fila di formiche e si dilungava su 'l terreno:
ciascuna formica trascinava un frammento di cibo e tutta l'innumerevole
famiglia compiva il lavoro con ordine diligente. Anna guardava, e le si
svegliavano nella mente le credenze ingenue dell'infanzia. Ella parlò di
abitazioni meravigliose che le formiche scavano sotto la terra. Il frate
disse, con un accento di fede intensa: "Dio sia lodato!" E ambedue
rimasero cogitabondi, sotto i verdi alberi, adorando nel loro cuore
Iddio.
Nella prima ora del pomeriggio arrivarono al paese di Ortona. Anna battè
alla porta del monastero e chiese di vedere l'abadessa. All'entrare si
presentava un piccolo cortile con nel mezzo una cisterna di pietra
bianca e nera. Il parlatorio era una stanza bassa, con poche sedie in
torno: due pareti erano occupate dalle grate, le altre due da un
crocifisso e da imagini. Anna fu subito presa da un senso di venerazione
per la pace solenne che regnava in quel luogo. Quando la madre Veronica
apparve d'improvviso dietro le grate, alta e severa nell'abito
monastico, ella provò un turbamento indicibile come dinanzi
all'apparizione di una forma soprannaturale. Poi, rianimata dal buon
sorriso dell'abadessa, ella compì il messaggio in brevi parole; depose
nel cavo della ruota le scatole, ed attese. La madre Veronica le si
rivolse con benignità, guardandola dalli occhi ampi e castanei; le donò
un'effigie della Vergine; nel licenziarla le tese la man signorile pe 'l
bacio, a traverso la grata, e disparve.
Anna uscì trepidante. Mentre passava il vestibolo, le giunse un coro di
litanie, un canto che veniva forse da una cappella sotterranea,
ugualissimo e dolce. Mentre passava il cortile vide a sinistra in cima
al muro sporgere un ramo carico di aranci. E, come pose il piede su la
via, le parve di aver lasciato dietro di sè un giardino di beatitudine.
Allora si diresse verso la strada Orientale per cercare i parenti. Su la
porta della vecchia casa una donna sconosciuta stava appoggiata allo
stipite. Anna le si avvicinò timidamente e le chiese novelle della
famiglia di Francesca Nobile. La donna la interruppe: -- Perchè? Perchè?
Che voleva? -- con una voce dura e uno sguardo investigante. Poi, quando
Anna si palesò, ella le permise di entrare.
I parenti erano quasi tutti o morti o emigrati. Restava nella casa un
vecchio infermo, zi' Mingo, che aveva sposato in seconde nozze _la
figlia di Sblendore_ e viveva con lei quasi in miseria. Il vecchio da
prima non riconobbe Anna. Egli stava seduto su un'alta sedia
ecclesiastica di cui la stoffa rossastra pendeva a brandelli: le sue
mani posavano su i braccioli, contorte ed enormi per la mostruosità
della chiragra; i suoi piedi con un moto ritmico percotevano il terreno;
un continuo tremore paralitico gli agitava i muscoli del collo, i
gomiti, le ginocchia. Ed egli guardò Anna, tenendo a fatica dischiuse le
palpebre infiammate. Finalmente si risovvenne.
Come Anna andava esponendo il proprio stato, la figlia di Sblendore
odorando il denaro cominciava a concepire nell'animo speranze di
usurpazione e per virtù delle speranze diveniva in volto più benigna.
Subito che Anna terminò, ella le offerse l'ospitalità per la notte; le
prese il canestro dei panni e lo ripose; promise di aver cura della
testuggine; poi fece alcune querele compassionevoli su la infermità del
vecchio e su la miseria della casa, non senza lacrime. Ed Anna uscì, con
l'animo pieno di riconoscenza e di misericordia; risalì per la costa,
verso lo scampanío della basilica, provando un'ansia crescente
nell'appressarsi.
In torno al palazzo Farnese il popolo rigurgitava tumultuario; e quella
gran reliquia di pietra sovrastava ornata di paramenti, magnificata dal
sole. Anna passò in mezzo alla folla, lungo i banchi delli argentari
artefici di arredi sacri e di oggetti votivi. A tutto quel candido
scintillare di forme liturgiche il cuore le si dilatava per allegrezza;
ed ella si faceva il segno della croce dinanzi a ogni banco come dinanzi
a un altare. Quando giunse alla porta della basilica e intravide la
luminaria e traudì il cantico del rito, ella non più contenne la
veemenza della gioia; si avanzò fin presso il pulpito, con passi quasi
vacillanti. Le ginocchia le si piegarono; le lacrime le sgorgarono dalli
occhi allucinati. Ella rimase là, in contemplazione dei candelabri,
dell'ostensorio, di tutte le cose che erano su l'altare, con la testa
vacua, poichè dalla mattina non aveva più mangiato. E le prendeva le
vene una debolezza immensa; la conscienza le veniva meno in una specie
di annientamento.
Sopra di lei, lungo la nave centrale le lampade di vetro componevano una
triplice corona di fuochi. In fondo, quattro massicci tronchi di cera
fiammeggiavano ai lati del tabernacolo.