Così alla figlia di Luca fu aperta la vera strada del paradiso. E il
giro del tempo per lei non fu determinato che dalle ricorrenze
ecclesiastiche. Quando il fiume rientrò nell'alveo, uscirono per ordine
consecutivo di giorni molte processioni nella città e nelle campagne.
Ella le seguì tutte, insieme con il popolo, cantando il _Te Deum_. Le
vigne in torno erano devastate; il terreno era molle e l'aria pregna di
vapori biondi, singolarmente luminosa, come nelle primavere palustri.
Poi venne la festa d'Ognissanti; poi, la solennità dei Morti. Grandi
messe furono celebrate in suffragio delle vittime dell'alluvione. Nel
Natale Anna volle fare il presepe; comprò un bambino di cera, Maria, san
Giuseppe, il bove, l'asino, i re Magi e i pastori. Accompagnata dalla
figlia del sagrestano, ella andò per i fossati della via Salaria a
cercare il musco. Sotto la vitrea serenità iemale i latifondi riposavano
pingui di limo; la fattoria d'Albarosa si vedeva su 'l colle, tra li
olivi; nessuna voce turbava il silenzio. Anna, come scorgeva il musco,
si chinava e con un coltello tagliava la zolla. Al contatto delle fredde
erbe le sue mani divenivano lievemente violacee. Di tratto in tratto,
alla vista di una zolla più verde, le sfuggiva una esclamazione di
contentezza. Quando il canestro fu pieno, ella sedette su 'l ciglio del
fossato, con la fanciulla. I suoi occhi salirono pe 'l sentiero
dell'oliveto, lentamente, e si fermarono alle mura bianche della
fattoria che pareva un edifizio claustrale. Allora ella chinò la fronte,
assalita da un pensiero. Poi d'un tratto si volse alla compagna. -- Non
aveva mai veduto macinare le olive? -- E cominciò a figurar l'opera
delle macine con molta prolissità di parole; e, come parlava, a poco a
poco le salivano dall'animo altri ricordi, le venivano su la bocca
spontaneamente a uno a uno, e le passavano nella voce con un piccolo
tremito.
Quella fu l'ultima debolezza. Nell'aprile del 1858, poco dopo la Pasqua
maggiore, ella infermò. Stette nel letto quasi durante un mese,
tormentata dall'infiammazione pulmonare. Donna Cristina veniva la
mattina e la sera nella stanza a visitarla. Una vecchia fantesca, che
faceva pubblica professione d'assistere i malati, le somministrava i
medicamenti. Poi la testuggine le rallegrò i giorni della convalescenza.
E come l'animale era estenuato dal digiuno, ed era tutto aridamente
pelloso, Anna vedendosi macilente, e sentendosi anch'essa affievolita,
provava quella specie di appagamento interiore che noi proviamo, quando
una stessa sofferenza ci accomuna alla persona diletta. Un tepore molle
saliva dalli émbrici coperti di licheni, verso i convalescenti; dal
cortile i galli cantavano; e una mattina due rondini entrarono
d'improvviso, batterono l'ali in torno alla stanza e fuggirono.
Quando Anna tornò la prima volta nella chiesa, dopo la guarigione, era
la Pasqua delle rose. Ella, nell'entrare, aspirò il profumò dell'incenso
cupidamente. Camminò piano lungo la navata per ritrovare il posto dove
soleva prima inginocchiarsi; e si sentì prendere da una súbita gioia,
quando scorse finalmente tra le lapidi mortuarie quella che portava nel
mezzo un bassorilievo tutto consunto. Vi piegò i ginocchi sopra, e si
mise a pregare. La gente aumentava. A un certo punto della cerimonia due
accoliti scesero dal coro con due bacini d'argento colmi di rose, e
cominciarono a spargere i fiori su le teste dei prostrati, mentre
l'organo sonava un inno giocondo. Anna era rimasta china, in una specie
di estasi che la beatitudine del misterio celebrato e il senso vagamente
voluttuoso della guarigione le davano. Come alcune rose vennero a
caderle su la persona, ella n'ebbe un fremito. E la povera donna nulla
aveva provato nella sua vita di più dolce che quel fremito di sensualità
mistica e il susseguito sfinimento di languore.
La Pasqua rosata rimase perciò la festività prediletta di Anna, e
ritornò periodicamente senza alcun episodio notevole. Nel 1860 la città
fu turbata da gravi agitazioni. Si udivano spesso nella notte i rulli
dei tamburi, li allarmi delle sentinelle, i colpi della moschetteria.
Nella casa di Donna Cristina si manifestò un più vivo fervore di azione
tra i cinque proci. Anna non si sbigottì; ma visse in un raccoglimento
profondo, non prendendo conoscenza delli avvenimenti pubblici nè di
quelli domestici, adempiendo ai suoi uffici con un'esattezza macchinale.
Nel mese di settembre la fortezza di Pescara fu evacuata; le milizie
borboniche si sbandarono, gittando armi e bagagli nelle acque del fiume;
stuoli di cittadini corsero le vie con liberali acclamazioni di gioia.
Anna, come seppe che l'abate Cennamele era fuggito precipitosamente,
pensò che i nemici della Chiesa di Dio avessero ottenuto il trionfo; e
n'ebbe molto dolore.
Dopo, la sua vita si svolse in pace, lungo tempo. Lo scudo della
testuggine crebbe in latitudine e divenne più opaco; la pianta del
tabacco annualmente sorse, fiorì e cadde; le sagge rondini in ogni
autunno partirono per la terra dei Faraoni. Nel 1865 alfine la gran
contesa dei proci terminò con la vittoria di Don Fileno d'Amelio. Le
nozze si celebrarono nel mese di marzo, con solenne giocondità di
conviti. E vennero allora ad ammannire vivande preziose due padri
cappuccini, Fra Vittorio, e Fra Mansueto.
Erano costoro i due che di tutta la compagnia rimanevano, dopo la
soppressione, a custodire il cenobio. Fra Vittorio era un sessagenario
invermigliato, fortificato e letificato dal succo dell'uva. Una piccola
benda verde gli copriva l'infermità dell'occhio destro, e il sinistro
gli scintillava pieno di vivezza penetrante. Egli esercitava fin dalla
gioventù l'arte farmaceutica; e, come aveva pratica molta di cucina, i
signori solevano chiamarlo in occasione di festeggiamenti. Nell'opere
aveva gesti rudi che gli scoprivano fuor delle ampie maniche le braccia
villose; la sua barba si moveva tutta ad ogni moto della bocca; la sua
voce si frangeva in stridori. Fra Mansueto in vece era un vecchio
macilente, con una testa caprina da cui pendeva una barbicola candida,
con due occhi giallognoli pieni di sommissione. Egli coltivava l'orto, e
questuando portava l'erbe mangerecce per le case. Nell'aiutare il
compagno prendeva attitudini modeste, zoppicava da un piede; parlava nel
molle idioma patrio di Ortona, e, forse in memoria della leggenda di san
Tommaso, esclamava: -- _Pe' li Turchi!_ -- ad ogni momento, lisciandosi
con una mano il cranio polito.
Anna attendeva a porgere i piatti, li arnesi, i vasellami di rame. Le
pareva ora che la cucina assumesse una sorta di solennità sacra per la
presenza dei due frati. Ella restava intenta a guardare tutti li atti di
Fra Vittorio, presa da quella trepidazione che le persone semplici
provano in conspetto delli uomini dotati di qualche virtù superiore.
Ammirava ella in ispecie il gesto infallibile con cui il gran cappuccino
spargeva su li intingoli certe sue droghe segrete, certi suoi aromi
particolari. Ma l'umiltà, la mitezza, la modesta arguzia di Fra Mansueto
a poco a poco la conquistarono. E i legami della comune patria e quelli
più sensibili del comune idioma strinsero l'una e l'altro d'amicizia.
Come essi conversavano, i ricordi del passato pullulavano nelle loro
parole. Fra Mansueto aveva conosciuto Luca Minella e si trovava nella
basilica quando accadde la morte di Francesca Nobile tra i pellegrini.
-- _Pe' li Turchi!_... -- Egli aveva anzi dato aiuto a trasportare il
cadavere fino alle case di Porta-Caldara; e si ricordava che la morta
aveva addosso una veste di seta gialla e tante collane d'oro....
Anna divenne triste. Nella sua memoria il fatto fino a quel momento era
rimasto confuso, vago, quasi incerto, poichè forse la prima impressione
reale le era stata attenuata nel cervello dal lunghissimo stupore inerte
che aveva susseguito i primi accessi epilettici. Ma quando Fra Mansueto
disse che la morta stava in paradiso perchè chi muore per causa di
religione va fra i santi, Anna provò una dolcezza indicibile e si sentì
d'un tratto crescere nell'animo una immensa adorazione per la santità
della madre.
Allora, per un bisogno di rammentare i luoghi del paese nativo, ella si
mise a discorrere su la basilica dell'Apostolo, minutamente,
determinando le forme delli altari, la positura delle cappelle, il
numero delli arredi, le figurazioni della cupola, le attitudini delle
imagini, le divisioni del pavimento, i colori delle vetrate. Fra
Mansueto la secondava con benignità; e, poichè egli era stato ad Ortona
alcuni mesi innanzi, raccontò le nuove cose vedute. -- L'arcivescovo di
Orsogna aveva donato alla basilica un ciborio d'oro con incrostature di
pietre preziose. La Confraternita del SS. Sacramento aveva rinnovato
tutti i legnami e i corami delli stalli. Donna Blandina Onofrii aveva
fornito una intera muta di parati consistente in pianete, dalmatiche,
stole, piviali, cotte.
Anna ascoltava avidamente; e il desiderio di vedere le nuove cose e di
rivedere le antiche cominciò a tormentarla. Ella, quando il cappuccino
tacque, si rivolse a lui con un'aria tra di letizia e di timidezza. --
La festa di maggio si avvicinava. Se andassero? --