XII.

Così alla figlia di Luca fu aperta la vera strada del paradiso. E il

giro del tempo per lei non fu determinato che dalle ricorrenze

ecclesiastiche. Quando il fiume rientrò nell'alveo, uscirono per ordine

consecutivo di giorni molte processioni nella città e nelle campagne.

Ella le seguì tutte, insieme con il popolo, cantando il _Te Deum_. Le

vigne in torno erano devastate; il terreno era molle e l'aria pregna di

vapori biondi, singolarmente luminosa, come nelle primavere palustri.

Poi venne la festa d'Ognissanti; poi, la solennità dei Morti. Grandi

messe furono celebrate in suffragio delle vittime dell'alluvione. Nel

Natale Anna volle fare il presepe; comprò un bambino di cera, Maria, san

Giuseppe, il bove, l'asino, i re Magi e i pastori. Accompagnata dalla

figlia del sagrestano, ella andò per i fossati della via Salaria a

cercare il musco. Sotto la vitrea serenità iemale i latifondi riposavano

pingui di limo; la fattoria d'Albarosa si vedeva su 'l colle, tra li

olivi; nessuna voce turbava il silenzio. Anna, come scorgeva il musco,

si chinava e con un coltello tagliava la zolla. Al contatto delle fredde

erbe le sue mani divenivano lievemente violacee. Di tratto in tratto,

alla vista di una zolla più verde, le sfuggiva una esclamazione di

contentezza. Quando il canestro fu pieno, ella sedette su 'l ciglio del

fossato, con la fanciulla. I suoi occhi salirono pe 'l sentiero

dell'oliveto, lentamente, e si fermarono alle mura bianche della

fattoria che pareva un edifizio claustrale. Allora ella chinò la fronte,

assalita da un pensiero. Poi d'un tratto si volse alla compagna. -- Non

aveva mai veduto macinare le olive? -- E cominciò a figurar l'opera

delle macine con molta prolissità di parole; e, come parlava, a poco a

poco le salivano dall'animo altri ricordi, le venivano su la bocca

spontaneamente a uno a uno, e le passavano nella voce con un piccolo

tremito.

Quella fu l'ultima debolezza. Nell'aprile del 1858, poco dopo la Pasqua

maggiore, ella infermò. Stette nel letto quasi durante un mese,

tormentata dall'infiammazione pulmonare. Donna Cristina veniva la

mattina e la sera nella stanza a visitarla. Una vecchia fantesca, che

faceva pubblica professione d'assistere i malati, le somministrava i

medicamenti. Poi la testuggine le rallegrò i giorni della convalescenza.

E come l'animale era estenuato dal digiuno, ed era tutto aridamente

pelloso, Anna vedendosi macilente, e sentendosi anch'essa affievolita,

provava quella specie di appagamento interiore che noi proviamo, quando

una stessa sofferenza ci accomuna alla persona diletta. Un tepore molle

saliva dalli émbrici coperti di licheni, verso i convalescenti; dal

cortile i galli cantavano; e una mattina due rondini entrarono

d'improvviso, batterono l'ali in torno alla stanza e fuggirono.

Quando Anna tornò la prima volta nella chiesa, dopo la guarigione, era

la Pasqua delle rose. Ella, nell'entrare, aspirò il profumò dell'incenso

cupidamente. Camminò piano lungo la navata per ritrovare il posto dove

soleva prima inginocchiarsi; e si sentì prendere da una súbita gioia,

quando scorse finalmente tra le lapidi mortuarie quella che portava nel

mezzo un bassorilievo tutto consunto. Vi piegò i ginocchi sopra, e si

mise a pregare. La gente aumentava. A un certo punto della cerimonia due

accoliti scesero dal coro con due bacini d'argento colmi di rose, e

cominciarono a spargere i fiori su le teste dei prostrati, mentre

l'organo sonava un inno giocondo. Anna era rimasta china, in una specie

di estasi che la beatitudine del misterio celebrato e il senso vagamente

voluttuoso della guarigione le davano. Come alcune rose vennero a

caderle su la persona, ella n'ebbe un fremito. E la povera donna nulla

aveva provato nella sua vita di più dolce che quel fremito di sensualità

mistica e il susseguito sfinimento di languore.

La Pasqua rosata rimase perciò la festività prediletta di Anna, e

ritornò periodicamente senza alcun episodio notevole. Nel 1860 la città

fu turbata da gravi agitazioni. Si udivano spesso nella notte i rulli

dei tamburi, li allarmi delle sentinelle, i colpi della moschetteria.

Nella casa di Donna Cristina si manifestò un più vivo fervore di azione

tra i cinque proci. Anna non si sbigottì; ma visse in un raccoglimento

profondo, non prendendo conoscenza delli avvenimenti pubblici nè di

quelli domestici, adempiendo ai suoi uffici con un'esattezza macchinale.

Nel mese di settembre la fortezza di Pescara fu evacuata; le milizie

borboniche si sbandarono, gittando armi e bagagli nelle acque del fiume;

stuoli di cittadini corsero le vie con liberali acclamazioni di gioia.

Anna, come seppe che l'abate Cennamele era fuggito precipitosamente,

pensò che i nemici della Chiesa di Dio avessero ottenuto il trionfo; e

n'ebbe molto dolore.

Dopo, la sua vita si svolse in pace, lungo tempo. Lo scudo della

testuggine crebbe in latitudine e divenne più opaco; la pianta del

tabacco annualmente sorse, fiorì e cadde; le sagge rondini in ogni

autunno partirono per la terra dei Faraoni. Nel 1865 alfine la gran

contesa dei proci terminò con la vittoria di Don Fileno d'Amelio. Le

nozze si celebrarono nel mese di marzo, con solenne giocondità di

conviti. E vennero allora ad ammannire vivande preziose due padri

cappuccini, Fra Vittorio, e Fra Mansueto.

Erano costoro i due che di tutta la compagnia rimanevano, dopo la

soppressione, a custodire il cenobio. Fra Vittorio era un sessagenario

invermigliato, fortificato e letificato dal succo dell'uva. Una piccola

benda verde gli copriva l'infermità dell'occhio destro, e il sinistro

gli scintillava pieno di vivezza penetrante. Egli esercitava fin dalla

gioventù l'arte farmaceutica; e, come aveva pratica molta di cucina, i

signori solevano chiamarlo in occasione di festeggiamenti. Nell'opere

aveva gesti rudi che gli scoprivano fuor delle ampie maniche le braccia

villose; la sua barba si moveva tutta ad ogni moto della bocca; la sua

voce si frangeva in stridori. Fra Mansueto in vece era un vecchio

macilente, con una testa caprina da cui pendeva una barbicola candida,

con due occhi giallognoli pieni di sommissione. Egli coltivava l'orto, e

questuando portava l'erbe mangerecce per le case. Nell'aiutare il

compagno prendeva attitudini modeste, zoppicava da un piede; parlava nel

molle idioma patrio di Ortona, e, forse in memoria della leggenda di san

Tommaso, esclamava: -- _Pe' li Turchi!_ -- ad ogni momento, lisciandosi

con una mano il cranio polito.

Anna attendeva a porgere i piatti, li arnesi, i vasellami di rame. Le

pareva ora che la cucina assumesse una sorta di solennità sacra per la

presenza dei due frati. Ella restava intenta a guardare tutti li atti di

Fra Vittorio, presa da quella trepidazione che le persone semplici

provano in conspetto delli uomini dotati di qualche virtù superiore.

Ammirava ella in ispecie il gesto infallibile con cui il gran cappuccino

spargeva su li intingoli certe sue droghe segrete, certi suoi aromi

particolari. Ma l'umiltà, la mitezza, la modesta arguzia di Fra Mansueto

a poco a poco la conquistarono. E i legami della comune patria e quelli

più sensibili del comune idioma strinsero l'una e l'altro d'amicizia.

Come essi conversavano, i ricordi del passato pullulavano nelle loro

parole. Fra Mansueto aveva conosciuto Luca Minella e si trovava nella

basilica quando accadde la morte di Francesca Nobile tra i pellegrini.

-- _Pe' li Turchi!_... -- Egli aveva anzi dato aiuto a trasportare il

cadavere fino alle case di Porta-Caldara; e si ricordava che la morta

aveva addosso una veste di seta gialla e tante collane d'oro....

Anna divenne triste. Nella sua memoria il fatto fino a quel momento era

rimasto confuso, vago, quasi incerto, poichè forse la prima impressione

reale le era stata attenuata nel cervello dal lunghissimo stupore inerte

che aveva susseguito i primi accessi epilettici. Ma quando Fra Mansueto

disse che la morta stava in paradiso perchè chi muore per causa di

religione va fra i santi, Anna provò una dolcezza indicibile e si sentì

d'un tratto crescere nell'animo una immensa adorazione per la santità

della madre.

Allora, per un bisogno di rammentare i luoghi del paese nativo, ella si

mise a discorrere su la basilica dell'Apostolo, minutamente,

determinando le forme delli altari, la positura delle cappelle, il

numero delli arredi, le figurazioni della cupola, le attitudini delle

imagini, le divisioni del pavimento, i colori delle vetrate. Fra

Mansueto la secondava con benignità; e, poichè egli era stato ad Ortona

alcuni mesi innanzi, raccontò le nuove cose vedute. -- L'arcivescovo di

Orsogna aveva donato alla basilica un ciborio d'oro con incrostature di

pietre preziose. La Confraternita del SS. Sacramento aveva rinnovato

tutti i legnami e i corami delli stalli. Donna Blandina Onofrii aveva

fornito una intera muta di parati consistente in pianete, dalmatiche,

stole, piviali, cotte.

Anna ascoltava avidamente; e il desiderio di vedere le nuove cose e di

rivedere le antiche cominciò a tormentarla. Ella, quando il cappuccino

tacque, si rivolse a lui con un'aria tra di letizia e di timidezza. --

La festa di maggio si avvicinava. Se andassero? --

San Pantaleone · 第 22 / 64 题