«Non sarebbe meglio accomodarsi?» brontolavano.
«No» replicavano irosi i giovani «no e no: essi ci derubavano, perchè
noi siamo le braccia che fanno la ricchezza, e la ricchezza se la
prendevano e prendono loro».
«Ma» rispondeva timidamente qualche vecchione che ricordava la
favoletta di Menenio Agrippa «se noi siamo le braccia, siano essi lo
stomaco o forse, almeno qualche volta, la testa, voi sapete che un
corpo può vivere senza braccia, ma senza testa o anche senza stomaco,
no».
«No: vedrete, o nonno, che non può vivere nemmeno senza braccia».
Così per un pezzo stettero l'un contro l'altro, i due generi inumani:
i bambini piangevano dall'una parte e dall'altra; dall'una parte e
dall'altra i giovani si nutrivano d'odio.
I ricchi non avevano già più chi li servisse: fortunate quelle signore
che avevano imparato a fare il bucato e la cucina!
I poveri non avevano più scuole, dove mandare i figli, non ospedali,
dove essere curati dei loro morbi, non asili per l'infanzia, non
ricoveri per la vecchiezza.
L'odio aveva avvelenati tutti i cuori: tutti gli occhi avevano lo
sguardo bieco del bandito e del prigioniero.
Sino allora restava anche una terza classe: la classe degli armati: nè
mai essi avevano sentito battere tanto di fierezza il cuore: istituiti
per la guerra, essi mantenevano la pace.
Ma una pace torbida, inquieta, piena di ululi soffocati.
Finalmente anche quella classe di mezzo spari, e si fuse parte di qua
parte di là.
E un giorno cessò ogni fragor di macchine, ogni grido d'aratore, ogni
strepito di martello. Tutto era chiuso e tacito. La pietà era da un
pezzo estinta: s'estinse il lavoro.
E allora venne la guerra: i due generi disumani si avanzarono l'uno
contro l'altro con tutte le armi dell'odio...
Avevano due grandi bandiere.