E io ti chiedo perdono, o morto eroe, di farmi interprete di ciò che
mi pare il tuo pensiero, sfrondato, per così dire, di quel rigoglio di
parole, cui fece germinare il calore dell'azione. Io non ho accettato
di parlare di te, se non costretto; e non ho parlato per metterti
indosso un paludamento di frasi: a te basta la tua camicia rossa. Ho
detto ciò che m'è sembrato dovere.
Io sento fierissimo dentro me il contrasto delle due anime; e ho
chiesto a te l'ispirazione per trovar pace nel cuore e unità nel
pensiero. E tu mi hai additato — anche tu lasciasti, come Napoleone
(quanto simile e diverso!) un aquilotto: un figlio morto giovane, alto,
esile e mesto — e tu mi hai additato il figlio della tua solitudine,
Manlio.
«In lui» mi pareva che tu mi dicessi «in lui guarda, e guarda come
fa e pensa lui, e avrai la pace e conoscerai la via». Ebbene Manlio,
col cuore pieno delle aspirazioni e rivendicazioni dei lavoratori
del mondo, navigava sulle torpediniere dell'Italia. Navigava, ora
non naviga più; l'aquilotto dorme vicino alla grande aquila. Dorme,
l'incolpabile giovane; cui nè i popolari saprebbero rimproverare di non
essere puro, nè il re, di non essere fedele.
Nell'isola solitaria l'eroe non è più solo con le due bambine. Anche
Manlio è con lui. E il mare s'alza e s'abbassa, e torna ad alzarsi,
con metro perenne, per chiamare il giovane, se il vecchio non vuole
più saperne di navigazione e di vita. Ma nemmeno il bello, alto, esile
figlio dell'eroe, può rispondere. Sonno eterno, mare eterno. O giovani,
rispondete voi al grande mare. Non siete voi tutti figli dell'eroe?
Fate d'essere tali che, s'egli tornasse, potesse trovare in voi i
volontari da condurre alle sue postume imprese; fate di poter essere i
Mille dell'avvenire.
Un tempo ei chiedeva un milione di fucili. Il milione di fucili c'è.
Ora chiederebbe un milione di coscienze. Siate questo milione di
coscienze, non offuscate dalla passione, non irrigidite da partiti
presi, non assordate da frasi fatte.