Queste e altre voci vi risuonano nel cuore, o giovani, ora, nella
vostra giovinezza docile e nobile. E voi siete commossi or dall'una or
dall'altra, se non da tutte. Lo so, perchè lo provai; e lo provo ancora
e ne soffro. La ragione via via mi dice, per esempio: Se tu odii la
guerra, perchè ti commovi al passaggio d'un reggimento che scintilla
d'armi omicide e va d'un sol passo e ha un cuore solo? E se vuoi gloria
per quella bandiera lacera, che passa, come pretendi giustizia per i
lavoratori più laceri ancora? Se vuoi la fratellanza delle nazioni,
perchè sospiri d'amore geloso per la tua nazione? Se vuoi rotte
le barriere tra popolo e popolo, come mai pendi con l'anima dalle
sentinelle dell'Alpi, che vegliano in armi alle porte della patria?
Oh! dico io: Te felice, o scomunicato dal sinodo e sorvegliato dalla
polizia, romito lavoratore, Leone Tolstoi! Te felice; nè solo perchè
tanto alto è di te l'ingegno, e l'opera così efficace e così pura
la gloria; ma specialmente perchè tu puoi liberamente assecondare la
tua coscienza animosa e veggente, e guerreggiare contro la guerra! Tu
puoi vedere e detestare in ogni cosacco della tua nazione un futuro
inconsciente omicida, e ritrarre l'occhio offeso e il cuore ribelle
dalle grandi squadre armate, che passano respirando la strage futura,
come immense bande di masnadieri! Tu così puoi giudicare e sentire,
perchè nessuno e nulla minaccia la grande Russia, ed ella può scegliere
tra l'odio e l'amore, tra la pace e la guerra; ed ella sceglie quello
che è così atroce scegliere!
Quanta differenza tra te e il barbaro poeta del sangue, che solletica
e fa ruggire la belva immane che sta accovacciata nell'altro grande
impero, che aveva la fulgida e limpida gloria d'aiutare tutti i popoli,
ed ora aspira all'altra sanguinosa di turbarli tutti; e nel tempo
stesso manda più di dugento mila uomini contro una piccola nazione
d'agricoltori e pastori, e prepara l'abolizione della nostra lingua in
un'isola che da solo un secolo è dell'Inghilterra, mentre questa lingua
risuona, forte e soave, più forte e soave che mai, in Trieste, dopo
quattro secoli che vi domina l'Austria! O Garibaldi, nostro eroe, che
amavi tanto l'Inghilterra, per poco meglio che una mezz'ora di rispitto
a Marsala, dillo tu, se è giusto! La tua camicia rossa non si vide
laggiù, sul Vaal e sull'Orange, ella che è stata veduta per tutto, in
America e in Europa, in Francia di rincontro alla Germania, in Polonia
contro i Russi, in Creta, in Erzegovina e in Tessaglia contro i Turchi;
non c'è divisione etnica in Europa, i cui militi non abbiano veduto
contro sè queste eroiche schiere, e non abbiano, nella battaglia, udite
le voci eroiche della nostra lingua; nè Latini, nè Tedeschi, nè Slavi,
nè Finni; e no, gli Anglosassoni, non hanno sentito, nella nostra
lingua, che parole amiche; e le camicie rosse non sono accorse là dove
galoppava il Garibaldi boero, rifatto nell'Africa mandriano come era
nelle Pampe d'America; e ora proprio l'Inghilterra vuol cancellare da
un'isola italiana i segni della sua italianità, e sommuovere col piede
il termine nazionale — che noi non coronavamo di memori fiori —? Ma noi
porremo, invece dell'umile termine ammuffito e corroso, noi porremo la
statua di Dante anche là; come a Trento. Porremo anche là Dante, come a
Trento, perchè tenga il posto, finchè non ci vada, nei secoli o negli
anni, tu, o Garibaldi! E intanto la lingua si purgherà delle traccie
arabe, che offesero il delicato orecchio di Chamberlain... Del resto
c'è dell'arabo anche nel vostro linguaggio, o messinesi. Messinesi,
bombardati dai Borboni, messinesi elettori di Mazzini, non siete voi
italiani?