O giovani, io so il dramma segreto delle vostre anime; e lo so perchè
l'ho provato e lo provo. Giovani lavoratori delle arti intellettuali e
giovani lavoratori delle arti manuali, è questo.
Prima ancora che voi abbiate determinato qual arte scegliere, prima
che sappiate fare l'arte che non vi nutrisce ancora: voi, gli uni e
gli altri, già pensate quale ha da essere il vostro pensiero nelle
questioni che dividono gli uomini, volete stabilire quale ha da
essere il vostro posto nelle lotte che inimicano gli uomini. Non ve
ne rimprovero: non se ne può forse fare a meno, e io lo so e tutti
lo sanno. Voi, nella vostra felice età, non cercate ora se non l'idea
più generosa. Ponete il problema così: Come e dove si può essere più
martiri e più eroi? Il dramma comincia.
Dice una voce che ha la soave persuasione della voce materna: «Sii
fedele, e ama ciò che io amo» o (e la voce è allora tenera e profonda)
«ciò che amai! Sii forte, e professa alla luce del sole la tua
religione, che altri beffeggia, deridendo la speranza che tu hai, di
rivedere i tuoi morti! Sii generoso, e sta coi vinti!»
E dice un'altra voce, che ha il furore della tempesta: «Sii giusto, e
pensa a quelli che soffrono! Guarda che raspano la terra, che scavano
sotterra, che picchiano sul ferro e sul fuoco, che non hanno mai
riposo e hanno sempre fame! Guardali legati dalla catena, non sempre
invisibile, della necessità sociale, alla gleba, all'incudine, alla
gogna, al ceppo! guarda quant'è il sudore della lor fronte, e come
piccolo è il pane che bagnano con esso! guarda come iniquamente da loro
si esige che sian buoni, quand'essi, soffrendo, non possono veder se
non cattivo intorno a loro! guarda come stolidamente si lascia che non
sappiano nulla e si pretende poi che sappiano appunto questo, che essi
devono rispettare la società che li trascura o li rinnega! guarda come
assurdamente non si fa nulla per toglierli dal fango o si fa qualche
cosa per gettarveli e per tenerveli, e si pretende che siano puliti!»
E la voce continua col soffio dell'uragano: «Sta coi deboli e con gli
oppressi! unisciti a quelli che si uniscono! Senti il grande scalpitìo
sordo dell'universale esercito degli scalzi? Sii generoso e va coi tuoi
fratelli infelici!»
E dice un'altra voce, che è annunziata da squilli di tromba arrochiti
dalla lontananza: «Sii grato, o giovinetto! Ricordati, appunto, che
giorno è questo. Se tu puoi deliberare ora che cosa tu voglia essere, e
se tu potrai, per la tua parte, far le leggi cui ubbidire, e scegliere
gli uomini che ti governino, fu per noi! Noi abbiamo combattuto per te,
per voi, nostri figli e figli dei nostri figli; e ora che non avete più
bisogno di noi, ci rinnegate? Ed è poi vero che non avete più bisogno,
non di noi morti, ma del nostro ideale vivo? Voi credete chiusa la
nostra missione storica, e impazienti, in così pochi anni, d'essere un
popolo unito e singolo, aspirate a fondervi nella grande umanità... Ma
se non formate nemmeno tutto e intero quel popolo! E poichè la terra
patria non basta più ai suoi abitatori, e ogni popolo si spande dove,
nel mondo, c'è posto per lui, e specialmente a voi non basta la terra,
e specialmente voi vi spandete dovunque sia lavoro e martòro; vedete:
gli altri popoli, che sono tutt'altro che stanchi d'essere uniti e
singoli; anche dove le braccia che lavorano son nostre e nostra è la
lingua nella quale là si geme e si piange, là piantano la loro bandiera
e intimano le loro leggi e impongono la loro lingua... E la nostra
missione storica è finita?»
E la voce s'appressa, e gli squilli chiareggiano, e passano ondate di
guerrieri, ora nere, ora vermiglie: il flutto alivolo dei bersaglieri,
la striscia di sangue dei garibaldini.
«Quel che volete, o figli e figli de' figli! Ma è un grande ideale,
quello per cui si muore! quello per cui si è innocenti quando s'uccide
e si è contenti quando si è uccisi! E ora quell'ideale è morto? Non
c'è più la guerra? Fosse!... Ma che fa laggiù Dewet?... Se uccide,
è innocente; s'è ucciso, è felice, e sì, quando sarà ucciso e gli
scaveranno la fossa, l'impero britannico sarà più grande che mai e si
estenderà, oltre che nell'Europa, Asia, America e Australia, anche in
Africa, perfettamente da Alessandria al Capo; ebbene quella fossa sarà
più grande di quell'impero!»
E la voce si fa sempre più vicina e gli squilli raddoppiano, e si
sente lo scalpitare dei cavalli, e suona la fanfara di Filiberto, e
passa Vittorio Emanuele. «_Fioeui_, qualcosa ho fatto anch'io, credo!
Re ho sfidato tutte le Corti di Europa, cominciando dai miei parenti.
E infine, scendendo stivalato da cavallo, mi sono andato a mettere a
sedere, imperturbabile, là, dove nessuno voleva che andassi, nella Roma
dei Cesari e dei Papi. E ci sono restato! _Fioeui_, vi raccomando mio
figlio, buono e forte!...»
=Dov'è suo figlio?=
E passa una raffica ardente che travolge tutto in un anelito infinito
d'amore e di gloria; passa la bandiera tricolore d'Italia che ci
rapisce in alto, tra mille grida — Alpi! Mare! Goito! San Martino!
Varese! Calatafimi! Custoza e Lissa... e _chi sa?_ Mentana e Porta
Pia! Fratelli Bandiera! Pisacane! Mazzini! Cavour!... — E noi vediamo
due cavalieri giganti, uno fosco come il destino, l'altro rosso come
la vita e il sangue, che di là della vita e del destino, tornano a
incontrarsi e a stringersi la mano nel cielo della patria.