Così Dante e Garibaldi si trovarono, a distanza di secoli, l'uno e
l'altro nella Pineta, esule l'uno e l'altro fuggiasco, con una sentenza
di morte, l'uno dietro sè, l'altro tutto intorno. E vissero tutti e
due, per compiere l'opera immensa, che avevano nel pensiero. E a me
pare che io li abbia veduti là ambedue e uditi parlare. La loro ombra
era ancora in quella solitudine, le loro voci echeggiavano ancora in
quel silenzio. E le ombre s'incontravano e le voci si rispondevano.
E l'una parlava di Roma che piangeva, e di Roma che piangeva, parlava
l'altra. Ciò che di essenziale è nel pensiero di Dante riguardo alla
ragion pratica, ciò che ne esce di nudo, dopo che lo spogliate delle
contingenze del tempo, è che Roma doveva essere, come della vita
contemplativa, così la fonte e il principio e la sede della attiva:
doveva albergare la giustizia legale e la prudenza regnativa, e sia
pure che col re vivesse là anche il pastore: ma una via assegnava
al pastore, e un'altra al re, sì che non potessero incontrarsi e
impacciarsi e offendersi. E da Roma tale giustizia doveva frenare il
mondo, tale prudenza doveva illuminare il mondo. Per quanto il pensiero
di Garibaldi andasse da Roma a Italia piuttosto che da Roma al mondo...
E tuttavia, no: Mazzini, il suo maestro, esclamava: il mondo! — Roma
deve essere la maestra delle genti, come fu la conquistatrice; deve
di nuovo accogliere tutti i popoli in un immenso ideale di giustizia
e di pace — Bene; ma insomma il guerriero recava da Roma le cui mura
fumavano ancora, concetto più semplice e parola più breve: o Roma o
morte! E intanto in questo s'accordavano l'esule e il fuggiasco, i due
gloriosi banditi, i condannati da Baldo d'Aguglione e da Gorzkowski,
s'accordavano nell'avere ambedue, in cima al loro pensiero, Roma.
Ma un'altra idea informa tutto il poema dell'uno e tutta l'azione
dell'altro. Che cercava in vero Dante per i suoi tre regni? Lo dice
Virgilio a Catone, che cosa cercava il viatore dell'oltremondo:
«Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta».
E l'altro, col suo breve modo d'uomo di fatti e non di parole, l'altro
avrebbe detto con le parole dell'inno: O morte o libertà! Libertà
è la suprema aspirazione d'ambedue; e Dante la trovò lasciando,
con l'incoercibile pensiero, la vita feroce e schiava del mondo, e
rifugiandosi di là della morte; e Garibaldi, per tutta la vita la
cercò, combattendo e soffrendo per lei, e tornando, appena potesse,
alla sua solitudine nella piccola isola rupestre. E tutti e due lo
riacquistavano quel prezioso dono che non è conosciuto se non da chi
talor lo perde: l'uno a forza di pensiero, l'altro a forza d'azione.
Ma, per intenderci, io vi dirò che è questa libertà, voluta e ottenuta
sì dall'imperiale Alighieri e sì dall'antimperiale Garibaldi; e ve
lo dirò significandone gli effetti e i segni. Dante fu libero, ossia
ridivenne libero: da che si vede? Da questo: il cacciato dei Neri,
si fece parte per sè stesso. A chi si riferiscono queste parole? Non
sembrano scritte per Garibaldi?
In vero qual è la parte o, come si dice ora, il partito di Garibaldi?
Mazziniano? — Se il Generale avesse voluto! — è l'ultimo pensiero del
maestro di Garibaldi. Dunque il guerriero non aveva voluto ciò che il
pensatore voleva. Non fu dunque mazziniano. E dunque fu monarchico?
L'aver combattuto per il segnacolo — Italia e Vittorio Emanuele — non
fa di lui un monarchico, più che non faccia di lui un tiranno essere
stato generale e dittatore. Patriota a tutti i costi? italianissimo,
come dicono i clericali? Egli salutò il sole dell'avvenire che avrebbe
illuminato una sola patria per tutti i popoli. Dunque socialista,
internazionalista? Oh! egli combattè tutta la vita per qualche popolo
e nazione, nè soltanto il suo e la sua, contro qualche altro e altra.
Partigiano della guerra? Egli amava la pace. Partigiano della pace?
Egli faceva la guerra. Dunque non sapeva che cosa volesse, tra la
monarchia e la repubblica, tra il nazionalismo e l'internazionalismo,
tra la pace e la guerra? Nessun carattere ci pare più coerente del suo.
Nessuno, ch'io sappia, vorrebbe a quella sua figura, nota a tutti come
nel suo aspetto così nella sua anima, togliere nulla, aggiunger nulla,
mutar nulla.