Ma io anche più agevolmente di voi sento la somiglianza e l'unione,
nel mio spirito, dei due nomi e delle due anime, dell'eroe del pensiero
e del poeta dell'azione. Io li ho, si può dire, veduti insieme, li ho
uditi parlare! Sì: fu in una grande selva di pini. Fu in un'ombra tutta
odorata di resina e di mare, in un silenzio solenne e religioso, appena
turbato da qualche strillo d'uccello impaurito e dagli scatti delle
cavallette, che schizzavano di tra gli aghi inaspriti dei pini, via via
che il piede avanzava. E a quando a quando la brezza marina faceva di
ramo in ramo un lungo brivido e sussurro.
In quella selva antica errò Dante ed errò Garibaldi. Quella selva fu,
come è probabile, modello della divina foresta. In essa, forse, Dante
raffigurò lo stato perfetto della vita attiva, la conclusione d'un
esercizio assiduo di virtù contro il nemico interno e i turbamenti
esterni, che lo rifece innocente e imperturbabile. Dante giungeva
ad essa, alla Pineta di Ravenna, da una vita di stenti e di rischi;
con una condanna ad aver tagliata la mano ed essere arso vivo;
nell'esiglio amaro che non doveva mutare se non nella morte; dopo aver
lasciata ogni cosa diletta più caramente. E ad essa giungeva anche
Garibaldi. Vi giungeva da Roma, che aveva difesa invano, vi giungeva
dopo le traversie d'una marcia fra quattro eserciti nemici, dopo aver
lasciata la terra per il mare, dopo essere stato ributtato dal mare
nelle sterili arene del lido Adriano; vi giungeva come una rapida e
serpeggiante meteora che dalle ripe del Tevere fosse caduta, lasciando
un gran solco rosso, sulle foci del Po, e vi si fosse infranta.
E fosse svanita d'un tratto. Fu un accorrere là di infiniti nemici; era
un formicolìo di squadre austriache per ogni parte in quei luoghi dove
s'era spezzato ed era sparito l'eroe d'Italia. Dov'era? Lo cercavano
i nemici d'Italia, per addossarlo a un muro o a un albero, e finirlo a
colpi di fucile, s'egli già non era stato ingoiato dalla palude.
Non era stato ingoiato dalla palude. Egli aveva sì lasciato ogni cosa
più caramente diletta; ma viveva. La sua Anita dormiva sotto le sabbie
malfide; e i cani vaganti fiutavano già là intorno, e già raspavano là
sopra. Ma egli viveva. La Romagna silenziosa aveva accolto il profugo
tra le sue braccia invisibili, e lo avviluppava nella grande ombra
in cui si ricoverò già il grande impero di Roma e in cui ebbe già
pace il grande esule di Firenze. Tutta l'Italia era in angoscia. I
romagnoli in tanto, taciti, quasi indifferenti, senza fretta e senza
paura, si facevano passare di mano in mano, tramutavano di paese in
paese, di casa in casa, di capanna in capanna, d'albero in albero,
l'ospite loro, il dono che loro faceva la sventura d'Italia, e che essi
volevano conservare per la sua fortuna. Tutti, là, sapevano: popolani
e nobili, patrioti e clericali, carbonari e preti; e tacevano tutti, e
nessuno tradì. La Romagna ti conservava, o Sicilia, il tuo liberatore.
Don Verità, un prete di Modigliana, assicurava lo sbarco di Marsala.
Iuffina, un popolano di Ravenna, preparava Calatafimi. Somarino, un
bracciante di Sant'Alberto, che non si sfamò certo mai in vita sua, e
che non volle vendere per una buona somma un cappello che gli restò
del Generale, un cappello che conservato allora poteva procurargli
sei palle di piombo nel petto, e venduto poi gli poteva dare un po'
di sollievo per la sua famelica vecchiaia — ebbene per questa umile
scorta che il soprannome vi dice qual poteva essere, per il bracciante
Somarino, voi lo vedeste, o Siciliani, il Dittatore cavalcare
da Marsala al Faro, voi lo vedeste, Bruzziani, Lucani, Campani,
trascorrere da Reggio al Volturno; e il mondo ammirò, e l'Italia fu.