Egli è però la visione patria, che apparisce da per tutto sull'Alpi e
presso i laghi, intorno a cui battagliò in tre guerre e vinse invano;
sugli Apennini che fendè con una fuga più mirabile d'ogni vittoria;
sui mari che corse tutti dalla fanciullezza sino alla vecchiaia,
e su cui diresse il Piemonte e il Lombardo; nelle isole, tra cui
riposava, sublime corsaro in agguato e in attesa dei movimenti de'
popoli; tra i giunchi d'una palude dove spariva con la sua donna in
braccio, inseguito a cannonate; nella cascina d'un monte, dove sedeva
insanguinato e prigioniero; sulla vetta del Gianicolo donde trionfa.
Ed apparisce a tutti, nelle officine e nelle campagne, nelle caserme e
nelle scuole.
A tutti. Non meraviglia che venga anche a me, povero pensatore
solitario. Ieri levai la mano da uno studio sull'Alighieri e mi posi a
scrivere di Garibaldi. La penna correva come per sè stessa mossa. Non
c'era alcun distacco tra scrivere del Generale e scrivere del Poeta.
E non vi faccio ora uno di quei soliti paragoni nei quali l'industria
della parola, qua limando là saldando, fa qualunque viso simile a
qualunque altro. No. Dite voi. Qual è il nome che proclamereste in
faccia a chi misconoscesse la vostra patria? Quale? O l'uno o l'altro
di questi due: del poeta o dell'eroe. In vero dove non giunse l'eroe,
abbiamo posto il poeta!
Se lo straniero magnificasse la civiltà della sua nazione in confronto
a quella della vostra, e v'enumerasse i suoi inventori, scrittori,
pensatori; voi rispondereste: Dante! E se lo straniero esaltasse
le glorie delle sue conquiste e i fasti delle sue rivoluzioni e le
fortune de' suoi imperi; voi rispondereste: Garibaldi! Uno de' due nomi
scegliereste, per esser brevi; chè tanti altri ne avreste; ma bastano
essi a dir tutto.
Dante, lo scultore d'anime, comprende Michelangelo; Dante che alza le
vele per acque non mai corse, somiglia a Colombo. Dante che tiene gli
occhi ora fissi alle stelle ora chini al punto a cui si traggono i
pesi, prepara Galileo.
E Garibaldi? Garibaldi non solo comprende, ma purifica in sè ed
emenda tutte le vostre passate glorie politiche e militari. Egli è un
Mario senza crudeltà, un Cesare che combatte per la libertà e non per
l'imperio, un Carmagnola o uno Sforza che vuol conciliare, anche quando
li uccide, i fratelli; un Ferruccio che non solo sa morire ma sa anche
vincere; un Ariosto che vive il suo mirabile poema; un Machiavello
ingenuo e più profondo dell'antico, che trova alfine il suo Principe
forte ma galantuomo!
Tra questi due nomi scegliereste, a seconda che il vostro orgoglio
fosse offeso a proposito (per parlare il linguaggio scolastico di
Dante, che m'avvince a sè) a proposito o della vita contemplativa o
della vita attiva. Ma se all'Italia, in vostra presenza, si negassero
i pregi di tutte e due codeste vite — ma usiamo la formula rinnovata da
colui che diede all'eroe vinto e accogliente in sè il fremito giovanile
di mille eroiche vite spente nei secoli; diede a Garibaldi vivo
l'amplesso di Dante morto; la formula rinnovata da Giuseppe Mazzini
— se si negasse all'Italia la gloria e la perfezione del Pensiero
e dell'Azione, voi allora accoppiereste, saltando agevolmente su
venti generazioni, i due grandi nomi: il pallido pensatore e il rosso
guerriero, il poeta dell'oltremondo e l'eroe de' due mondi, l'esule di
Ravenna e il solitario di Caprera; che non hanno l'uno se non una penna
e l'altro se non una spada, e fanno una grande vendetta cioè un'eterna
rivendicazione: Dante e Garibaldi.