È un giovane marinaio biondo, in una locanda di Taganrok, nel Mar Nero,
che si stringe al cuore chi prima gli ha parlato di Giovine Italia.
È un vecchio moribondo, tutto bianco, che viene, prima di morire, a
sentir sonare i Vespri a Palermo. È un _gaucho_ che par nato a cavallo,
e cavalca per foreste vergini con una donna a lato e un suo bambino in
un fazzoletto a tracolla; e scalda al seno e con l'alito quel piccino
ch'ha il nome d'un martire. È un capo di legioni, sporco di polvere
e rosso di sangue, acceso in viso per la battaglia _ad moenia_, che
sale il Campidoglio e si presenta così al Senato. È un mandriano delle
Pampe, che dorme all'ombra del suo cavallo accosciato, il quale sembra
vegliare su lui; ed egli, intanto, sogna l'Italia lontana. È un buon
agricoltore che pota le viti nel suo sassoso possesso di Caprera. È
il guerriero, il cui gran cuore ondeggia qua e là nel petto, prima
di partire per la guerra; e va solitario lungo la spiaggia del mare
instancabile, e sta lunghe ore immobile e taciturno. È il dittatore
che muove con un gesto tutte le anime d'un popolo, come il vento, con
un soffio, tutte le foglie d'una foresta. È l'esule che fa candele a
New-York, e non trova lavoro come marinaio o facchino nel porto. È il
grande straniero, che Lincoln voleva a capo dell'esercito dell'Unione
contro gli schiavisti. È il condottiere atteso in vano, a lungo, dai
suoi dispersi nelle praterie dell'agro Romano; e un'alba del mesto
ottobre, in mezzo alla nebbia, vestito d'una maglia di lana greggia,
come un vecchio pastore, egli si mostra. Un urlo immenso e poi silenzio
improvviso. Si sente per l'aria il rombo d'ali degli avvoltoi romulei.
Egli stende il braccio, e con la sua voce soave, soave come di donna,
manda su quelle mille teste una sola parola: a Roma! Ed è, ahimè, il
condottiere che ritorna, nella sera di Mentana:
Il dittatore, solo, a la lugubre
schiera d'avanti, ravvolto e tacito,
cavalcava: la terra e il cielo
squallidi, plumbei, freddi intorno.
Del suo cavallo la pesta udivasi
guazzar nel fango: dietro s'udivano
passi in cadenza, ed i sospiri
de' petti eroici ne la notte.
O aedo degno dell'eroe, Giosuè Carducci!
È l'eroe che marciando verso la battaglia, si ferma a sentire il
canto d'un usignuolo. È l'eroe che sa il cammino delle stelle, e
muove le sue schiere notturne, con gli occhi al cielo. È l'eroe che
scrive: Obbedisco; che rampogna: Dove andate? il nemico non è qui; che
ammonisce: Che dite, Bixio? Qui si muore!; che «pallido, rauco, cupo,
invecchiato di venti anni, ulula: Sedetevi e vincerete!»
A tutti egli è presente e caro per alcunchè di intimo e personale.
Per tutti è colui che ci redense nel sangue e nella gloria; ma più
familiar ricordo di lui è in ogni ordine e grado di cittadini: nel
Re, che nacque a Napoli che l'eroe restituì a sè stessa e all'Italia;
nei lavoratori, dei quali egli conobbe la vita, e soffrì la fame;
nell'esercito, che l'ebbe generale a Varese; nell'armata, che l'avrebbe
voluto ammiraglio a Lissa; nella nobiltà, che gli forniva le guide
per le sue schiere; nei preti... anche nei preti, sì, che gli dettero
il più alto de' suoi martiri, Ugo Bassi, e il più efficace de' suoi
salvatori, Giovanni Verità: un frate e un prete: clero regolare e
secolare. E fuori della patria, gl'italiani nel suo nome si stringono,
e nella sua memoria si consolano, quando sono spregiati, perseguitati,
_linciati_, essi che ebbero Garibaldi, Garibaldi che là avrebbe potuto
prender posto vicino a Washington e a Lincoln, ed essere Ulisse Grant,
e non volle e non potè, perchè doveva in Italia restar... Garibaldi, ed
esservi, magari, ferito, imprigionato, rinnegato! E nelle _fazendas_
del Rio Grande, i nostri infelici Iloti, nel loro esule terribile
lavoro di sradicar selve e dissodar terre altrui, ne' delirii della
fame e della febbre, sentono, gli Iloti, galoppare nelle notti, per le
_piccade_, il divino Filibustiere.