Ma questa è la luce? Oh! la morte, a fissarla, abbarbaglia. Meglio la
penombra nella quale si stende il pianoro Elisio, più utile l'ombra
nella quale stridono le Emmenidi. Sì? Ecco uno scellerato che non crede
alla morte. Lo imagino oppresso da un suo delitto. Lo vedo anelante
di terrore. A un tratto qualcuno sa introdurre nella sua coscienza
l'assoluta convinzione che quelle vendicatrici sono fantasmi, e che
esso non sarà punito. Lo scellerato respira; mette forse un urlo, non
che un sospiro, di sollievo e di gioia. Il qualcuno si allontana. Colui
è ora solo, e, poichè l'altro ha veramente mutata la sua coscienza,
_sente il nulla_.
Se io sapessi descrivervi la sensazione del nulla, io sarei un
poeta di quelli non ancor nati o non ancora parlanti. Non so, non so
descriverla; perchè nè anche la mia coscienza (confesso) si è arresa
alla scienza. Anche nel mio pensiero la morte è violata. Ma ricordo
qualche oscuro e fuggevole momento, nelle tenebre della notte: il
vertiginoso sprofondamento in un gorgo infinito, senza più peso, senza
più alito, senza più essere... Oh! tutto tutto tutto, mi pare che dica
lo scellerato, fuorchè l'annullamento! L'ucciso nel nulla, l'uccisore
nel nulla: non resta che il delitto, senza castigo e senza perdono:
incancellabile! irreparabile! eterno!
Questa è la luce. La scienza in ciò è benefica, in cui si proclama
fallita. Essa ha confermata la sanzione della morte. Ha risuggellate
le tombe. Ha trovato, credo, che non si può libare il nettare della
vita con Giove in cielo. Il rimprovero che le si fa, è il suo vanto.
O meglio sarà, quando da questa negazione il poeta sacerdote avrà
tratta l'affermazione morale: il poeta, cioè il fanciullo che d'or
innanzi veda, con la sua profonda stupefazione, non più la parvenza,
ma l'assenza. Chi sa imaginare le parole per le quali noi sentiremo
di girare nello spazio? per le quali noi sentiremo di essere mortali?
Perchè noi sappiamo e questo e quello; non lo sentiamo. Il giorno che
lo sentiremo... _saremo più buoni_.