E saremo anche più mesti. Sia pure. Ma non vedete che appunto nella
mestizia l'uomo differisce dalle bestie? e che progredire nella
mestizia è progredire nell'umanità? E poi, che gioia è veramente in
quell'alcoolismo morale, con cui l'uomo cerca di nascondersi il proprio
destino? E poi che gioia è negli ululi dello sfrenato carnovale,
con cui l'uomo protesta contro la sua evoluzione? Uomo, abbraccia il
tuo destino! Uomo, rassegnati ad essere uomo! Pensa nel tuo solco:
non delirare. L'amore, pensa, è ciò che non solo di più dolce, ma di
più sacro e di più tremendo tu possa fare; perchè è aggiungere nuovi
sarmenti al grande rogo che divampa nell'oscurità della nostra notte.
Pensiamo dunque, sempre, in tutto, e siamo pur mesti. Ma saremo _tutti_
più mesti. E riconosceremo, a questo segno, a quest'aria di famiglia,
a questa traccia di dolore immedicabile, i nostri fratelli per nostri
fratelli. E non saremo pazzi di perseguire una gioia, che ridondi a
dolore del nostro simile, e che non diminuisca d'una linea il dolor
nostro. E i mali che ora ci appariscono come fatali, la lotta delle
classi e la guerra dei popoli, saranno tolti.
E sarà dunque una religione, la religione anzi, che scioglierà il nodo
che sembra ora insolubile. La religione: non questa o quella in cui il
terrore dell'infinito sia o consolato o temperato o annullato, ma la
religione prima e ultima, cioè il riconoscimento e la venerazione del
nostro destino.